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Milano, a 4 anni da Expo il futuro dell’innovazione passa per MIND

Questo articolo è stato pubblicato su StartupItalia

Un milione di metri quadri, un ospedale d’eccellenza, un centro di ricerca avanzato sulle malattie degenerative e un campus universitario da 20mila studenti. E poi startup, aziende affermate, sinergie. Milano Innovation District – l’acronimo è MIND – è il dopo Expo che il capoluogo lombardo aspettava. Vediamo cosa accadrà nell’immensa area ai confini con Rho lasciata libera quattro anni fa.

Expo 2015: una storia tormentata con il rischio di fallire

Primo maggio 2015: mentre nelle strade della città infuriava la battaglia urbana dei contestatori, a Rho prendeva le mosse l’evento che avrebbe cambiato Milano. Sotto un cielo grigio piombo e una pioggia che poco lasciava sperare, il volo delle Frecce tricolori provava a gettare una manciata di colori nella tensione.

Ad Expo si arrivò male, come spesso accade in Italia: le infiltrazioni della criminalità organizzata e la corruzione erano state ampiamente preventivate, ma nessuno seppe – o volle – intervenire. Erano gli anni in cui il prefetto Gian Valerio Lombardi poteva sorprendere la città affermando di fronte alla commissione antimafia che  “Cosa Nostra a Milano non esiste”, gli anni in cui il potere di Roberto Formigoni sembrava destinato a non tramontare.

Le inchieste della discordia

Qualche mese dopo (estate 2010)  arrivò l’operazione Crimine-Infinito a smascherare l’esistenza di una locale di ‘ndrangheta anche al nord, tra la Brianza e il Milanese. E, proprio da una costola di questa inchiesta, nacque quella sulla “Cupola degli appalti” che travolse, siamo a maggio 2014, la macchina organizzativa di Expo a un anno esatto dalla partenza.

Un’indagine che destabilizzò anche la Procura della Repubblica di Milano, allora retta da Edmondo Bruti Liberati, protagonista di uno scontro senza esclusione di colpi con l’aggiunto Alfredo Robledo. Pare ci fossero state pressioni del Governo dell’epoca per non bloccare la manifestazione sul nascere, e la Procura cercò di conformarsi dilatando i tempi. Robledo non gradì, e si arrivò ai ferri corti.

Expo, nonostante tutto, si fece. Si riuscì ad aprire i cancelli – evitando una figuraccia in mondovisione –  anche se non tutti i padiglioni erano pronti. Com’è andata poi, lo sappiamo. L’evento fu un successo, di portata tale da diventare sinonimo di code infinite, e il padiglione del Giappone, come il casello di Melegnano, evoca ancora attese di ore nell’immaginario dei milanesi, e non solo.

Da Expo a MIND

Ma, chiusi i battenti il 31 ottobre, si poneva il tema di cosa fare dell’area. Domanda non banale, Torino era già lì a mostrare come il patrimonio di infrastrutture costruito durante i giochi olimpici potesse essere abbandonatoMatteo Renzi, all’epoca presidente del Consiglio, si spese da subito tracciando la via. Il progetto di recupero di un’area da un milione di metri quadri prese corpo in quei giorni tra il comprensibile scetticismo di chi era abituato alle chiacchiere della politica. Molta acqua è passata sotto i ponti da allora: in pochi ci credevano, ma adesso, finalmente, si cominciano a vedere i risultati.

Un grande parco,  l’Università Statale e  il Nuovo Galeazzi

Il progetto di riconversione dell’area è entrato nelle fasi operative, mantenendo la vocazione originale che lo legava alle scienze della vita. Il Decumano, lungo 1500 metri, diventerà la colonna vertebrale del masterplan disegnato da Carlo Ratti, un asse da cui sarà possibile raggiungere tutte le aree. Oltre mezzo milione di metri quadri darà vita a uno dei più grandi parchi lineari d’Europa: campi da gioco, spazi di relax e perfino orti serviranno ad attirare la cittadinanza, che peraltro si è già abituata a prendere la metropolitana fino al capolinea per assistere a concerti ed esibizioni. Sono stati più di un milione in tre anni i fan in fila per artisti come Eminem e i Pearl Jam o semplicemente per ammirare l’Albero della Vita, diventato una sorta di monumento nazionale postmoderno.

Ma nel disegno trova posto il meglio della tecnologia, della ricerca e dell’innovazione italiana e internazionale. Si comincia con la creazione di un quartiere interamente driverless: veicoli leggeri senza pilota si muoveranno in uno spazio dedicato che consentirà di sperimentare soluzioni avveniristiche.

Si prosegue con il trasferimento di settte facoltà scientifiche dell’Università Statale di Milano. “Il primo studente è atteso per l’anno accademico 2024 -2025 – conferma Riccardo Capo, direttore Operations di Arexpo, la società che coordina il progetto di riconversione – Il campus, sul modello americano, servirà 18-20 mila studenti al giorno, che vivranno l’esperienza accademica a stretto contatto con le aziende in cui potrebbero, un giorno, lavorare”.

All’ateneo si aggiungerà un ospedale: il Galeazzi, storico nosocomio milanese, troverà sede qui, con un edificio da 10 piani, 600 posti letto e 8 mila utenti al giorno. Tra i corridoi, oltre a curare i malati, si farà ricerca di avanguardia in cardiologia e ortopedia. Questa tranche di progetto sarà finanziata da una cordata mista: 1,8 miliardi provengono dal settore pubblico, mentre il privato contribuirà con i 2 miliardi che si è impegnata a versare Lendlease e i 300 milioni di euro del Gruppo San Donato. Lendlease pagherà, inoltre, un canone di concessione di 671 milioni di euro in 99 anni. Il cantiere è già avviato, le ruspe si muovono per completare i lavori entro il 2021.

Human Technopole: ricerca di eccellenza su Parkinson, Alzheimer e cancro

Il fiore all’occhiello del progetto è, però, Human Technopole, centro d’eccellenza. “Vivere a lungo è diverso da vivere bene” potrebbe essere il concept di questa piattaforma orientata alla ricerca ad ampio spettro sull’essere umano del Duemila. La sede è a Palazzo Italia, a pochi passi dall’Albero della Vita, il focus sulle malattie degenerative come Alzheimer e Parkinson e su quelle tumorali. I soldi ci sono  – 1,2 miliardi già stanziati con la finanziaria del 2016, i lavori sono in corso: oggi apre il terzo cantiere, mentre il primo manipolo di ricercatori (400) arriverà nell’estate 2020: saliranno a 1500 quando l’ente funzionerà a pieno regime.

“Sarà un hub con cui metteremo la tecnologia più avanzata a disposizione non solo dei nostri scienziati, ma di tutti quelli che ne faranno richiesta, naturalmente dietro presentazione di un progetto” spiega Marco Simoni, presidente della Fondazione Human Technopole. Trentamila metri quadri, sette centri di ricerca e due grandi microscopi alti dieci metri per esplorare la materia fino alle strutture atomiche delle proteine, per poi passare dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande grazie a elaboratori dalla potenza mai sperimentata nel nostro paese.

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“Oggi il risultato finale di una ricerca  arriva a valle di una grande fase di raccolta di dati, che vanno inseriti in modelli matematici, i quali vanno, a loro volta, interpretati – spiega il manager – Gli stadi finali di questa operazione vengono gestiti al computer da scienziati computazionali”. Perché oggi l’informatica si è infilata anche qui, dove prima si smanettava con provette e becher.

Non può mancare un occhio di riguardo al trasferimento tecnologico, alla creazione – cioè – di best practices per passare dal laboratorio al mercato. Non solo. Il know how raccolto verrà sottoposto ai policy-makers, sempre alla ricerca di soluzioni per mantenere uno stato sociale che, con l’allungamento della vita media, è sempre più difficile da sostenere.

Tante le grandi società interessate all’area…

Veniamo alle imprese. Di questo parte del progetto si occupa la società australiana Lendlease. Una settantina di grandi aziende hanno manifestato interesse a insediarsi nell’area, ben collegata da mezzi di comunicazione (metropolitana, treno, autostrade) e vicina a zone di nuova edilizia residenziale dove i futuri dipendenti possono, eventualmente, trovare alloggio. Tra queste IBM,  Intesa, Novartis e altri nomi di punta del firmamento internazionale.

…Anche startup

Ma ci sono anche le startup: una call chiusa a febbraio ha registrato 118 richieste da parte di aziende sulla frontiera della tecnologia. “Circa il 50% si occupano di smart city e digital, segno che l’area è al passo con le tendenze globali   – riprende Capo – Molto interesse abbiamo riscontrato anche nei settori cultura, scolastico ed entertainment, con un 20% circa delle proposte”.

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L’area, a regime, ospiterà 60mila persone al giorno. Nei prossimi cinque anni si raggiungerà la metà delle presenze previste. Le premesse per creare un altro successo ci sono tutte; ma con le aspettative che si sono alzate, la delusione per un eventuale fallimento può essere ancora più cocente.

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I rischi sono i soliti. Corruzione, appalti, bonifiche mai fatte o fatte male. Grandi aree hanno sempre stimolato ingenti appetiti, controlli farraginosi, mazzette. La storia di Expo insegna che le Cassandre in Italia non parlano quasi mai invano. Molta acqua è passata sotto i ponti rispetto a dieci anni fa. Milano ha saputo lanciarsi all’inseguimento delle migliori capitali europee. La città conosce un fermento e un vigore che non si registravano dal boom economico, ma augurarsi che tutto vada bene non basta. Bisogna stringere le maglie dei controlli per evitare che un patrimonio nazionale come quello del post Expo venga disperso. Milano, l’Italia, non possono permetterselo.

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Londra città-stato? Improbabili suggestioni

Londra città-stato? Improbabili suggestioni che dimostrano, una volta di più, quanto in riva al Tamigi si sa da sempre: la Brexit è stata un errore, e il paese sconta l’ambizione politica di David Cameron. Quella che gli fece promettere un referendum su una questione strategica per l’interesse nazionale. Convinto di vincere, perse.

Per entrare in Europa il Regno Unito impiegò 20 anni. Per uscirne, una notte: e ora che i termini previsti per separarsi dal Continente (entro marzo 2019) stanno stringendo, è arrivato il momento di prendere decisioni difficili, come evidenzia bene in chiusura il collega del Corriere. Qui il link al pezzo del quotidiano milanese.

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Dal Prosecco al Times: il vizio del buon giornalismo

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su Londra,Italia. 

Più dei diplomatici potè il prosecco. Che le interminabili discussioni sulla Brexit nelle stanze del potere siano in stallo lo sanno tutti, ma nessuno lo dice. In questo mare magnum di informazioni spesso inutili e dichiarazioni di facciata entra in gioco il buon giornalismo, quello che interpreta e non si limita a riportare i fatti. E qualche volta trova la chiave giusta. La guerra, ormai, è anche commerciale.

La lettura che Londra, Italia ha dato di una vicenda a dir poco singolare come quella del Prosecco nostrano (che secondo un Carneade dell’odontoiatria inglese rovinerebbe i denti) ha fatto scuola: molti nell’ambiente pensano si tratti di una campagna denigratoria, strumentale e giocata ai limiti – per non dire al di fuori – del regolamento, simile a quella contro l’olio di palma.

L’editoriale del nostro direttore a difesa di un prodotto che ha saputo conquistare il cuore tiepido degli inglesi è stato il classico sassolino scagliato dalla fionda di Davide contro Golia.  E invece, di blog in blog, di testata in testata, il passaparola ha coinvolto i più alti vertici istituzionali.

La prima pagina del Times di venerdì 1 settembre con l’articolo che cita Londra, Italia

Il nostro giornale è letto, ” fa opinione a Londra“, e viene spesso ripreso in patria. Però se a seguirci è addirittura il Times con un bel pezzo in taglio basso, lo prendiamo come motivo di soddisfazione (qui il link alla versione online).

Londra, Italia ha quasi tre anni. Un bambino a quell’età comincia ad articolare frasi. Dai primi vagiti, alle parole, giorno dopo giorno tenta di costruire il linguaggio e la propria identità attraverso l’interazione con il mondo. Un giornale funziona allo stesso modo.

Chi comincia un’avventura editoriale ha un’idea, ma deve confrontarsi con la realtà, con le risorse, con i vincoli di bilancio. Nel nostro caso, anche con la tendenza a rinchiudersi di chi vive all’estero. Noi non l’abbiamo fatto. Londra, Italia è fatto da persone che vogliono innanzitutto fornire un servizio: quello di interpretare la realtà che gli expat vivono, quotidianamente.

E’ nato da loro e per loro, e chi ci scrive sa bene che il nostro Paese è criticato, odiato talvolta, ma sempre rimpianto. Non ha commesso l’errore di costruire una torre d’avorio. Al contrario, è probabilmente l’unica realtà ad aver creato e sempre mantenuto un legame forte con la Penisola. Molti di noi viaggiano ogni mese tra Stansted e Bergamo, tra Heatrow e Fiumicino, vivono in UK ma ragionano come se avessero due patrie: Londra, Italia ne tiene conto.

Un giornale, due paesi. L’Europa si sta formando nella quotidianità prima che nei palazzi. Per molti esiste sul serio, e da tempo. Sono quelli che viaggiano, emigrati per  lavoro e non per piacere, quelli che non hanno paura di ammettere che tornerebbero, un giorno, se ve ne fossero le condizioni. E’ a loro che ci rivolgiamo. E sono molti. Sarà per questo che, a noi, la Brexit non piace. E se anche il Times è dalla nostra, allora, dopo tre anni, è il caso di brindare. Con una bottiglia di Valdobbiadene, ovvio.

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EMA: Milano in corsa per l’Agenzia Europea del Farmaco

Ancora Brexit, questa volta in chiave italiana. Milano potrebbe avvantaggiarsi dell’uscita dall’Unione Europea della Gran Bretagna. Tra le agenzie che nel capoluogo lombardo potrebbero trovare collocazione ideale ci sono l’EBA (European Banking Agency, che regola il settore bancario) e l’EMA (European Medicines Agency, che si occupa dei farmaci). Due giganti. Ecco perché l’Italia questa volta può farcela. L’articolo  qui sotto  è stato pubblicato su TiSOStengo e si trova in originale a questo link. 

L’EMA, l’Agenzia Europea del Farmaco, presto potrebbe spostarsi da Londra. Per trovare casa in Italia? Si tratta, per il momento, solo di una proposta presentata dal presidente di Farmindustria Massimo Scaccabarozzi. Qualche riflessione, però, è d’obbligo, visto il voto anti-Europa del Regno Unito che rende difficile immaginare una permanenza dell’authority nella capitale inglese.

“A nostro favore giocano importanti fattori – spiega Scaccabarozzi in una nota – L’industria farmaceuticamade in Italy è ormai una realtà 4.0 di primo piano in Europa. Seconda per produzione a un’incollatura dalla Germania, ma prima per valore pro-capite. Con un export da record che supera il 70% della produzione, un’occupazione qualificata in ripresa (+6.000 addetti nel 2015) e investimenti in crescita (+15% negli ultimi due anni). E a un passo dal diventare un hub europeo per la ricerca, anche clinica, con investimenti di 1,4 miliardi (700 milioni solo in studi clinici)”. Le stime della Camera di Commercio di Milano basate su dati Istat confermano: l’export farmaceutico del capoluogo è in crescita del 21,4% (comparazione tra il primo trimestre 2015 e il primo trimestre 2016): numeri che rendono credibile l’ipotesi di un trasferimento all’ombra della Madonnina.

Ma non è tutto. “L’Italia può contare – continua Scaccabarozzi –  su un’Agenzia del farmaco (Aifa) riconosciuta a livello internazionale come modello di best practice per l’innovatività delle modalità di accesso ai farmaci. Un modello a cui guardano molti Paesi e che andrebbe reso ancora più efficiente”.

SOSTEGNO TRASVERSALE – Chi nella Brexit vede innanzitutto un’opportunità ha raccolto la sfida. La proposta ha riscosso plauso trasversale dal Pd fino alla Lega, segno che l’entusiasmo di occupare lo slot prevedibilmente lasciato vuoto da Londra non conosce colore. Parere favorevole ha espresso il responsabile salute del PD Federico Gelli, parere favorevole ha espresso anche il governatore della Lombardia, il lumbard  Roberto Maroni.

Quest’ultimo ha corroborato la candidatura annunciando l’intenzione di costituire un fondo da 50 milioni di euro per spingere i ricercatori italiani scappati all’estero a rimpatriare. Non è chiaro come il politico intenda conciliare le posizioni anti-europee  delle camicie verdi con l’ambiziosissima candidatura per il capoluogo; ma l’idea sembra buona.

IL LUOGO IDEALE – Milano, del resto, parte bene. La città è pronta a mettere sul piatto l’area Expo, ora ribattezzata Human Technopole: un complesso da un milione di metri quadri su cui insiste un piano del Governo con prospettive ad ampio raggio, e su cui si insedieranno colossi come l’IBM (con il progetto Watson Health) e Nokia. Si tratta, con tutta probabilità, dell’area più ricca di infrastrutture d’Europa, proprio perchè pensata in vista dell’Esposizione Universale del 2015: aeroporti e autostrade vicini, strutture alberghiere e ricettive di qualità nei paraggi e Fiera Milano a far da corollario. Senza contare la stazione ferroviaria e la metropolitana in loco. Insomma: il luogo ideale per il viavai che caratterizza le organizzazioni internazionali.

Qualcuno (in primis Renzi, che ne ha parlato a Bruxelles, e il neosindaco Giuseppe Sala ) si è spinto oltre, fino a immaginare una sorta di zona franca per attirare le imprese: un’area a regime fiscale speciale come ne esistono altre in Italia (Livigno, ad esempio) e nel mondo (la Polonia ne conta ben 14, ma ce ne sono anche in Francia, Germania, Danimarca, Cina, tra gli altri paesi). Idea eccellente: per realizzarla occorre, però, il nulla osta dell’Unione Europea, che non dovrebbe ravvisare nel progetto gli estremi dell’ “aiuto di Stato”, vietato dalle norme comunitarie.

CANDIDATURE – Milano è in lizza anche per un’altra agenzia di peso: si tratta dell’ EBA (European Banking Autorithy), organismo che dal 2011 fissa le regole del sistema bancario nel Vecchio Continente. A favore del capoluogo lombardo gioca un fattore politico non da poco: Francoforte è già sede della BCE e dell’EIOSPA (l’Autorità europea sulle assicurazioni), Parigi dell’ESMA (una sorta di Consob europea) e Madrid dello IOSCO (che raccoglie le autorità di vigilanza sui mercati finanziari): all’Italia manca un’assegnazione di peso.

Nel caso la politica possa scegliere, non c’è dubbio che cercherebbe di portare in Lombardia il cuore della finanza continentale: troppe implicazioni economiche e di prestigio. Ma in realtà, più che sul tavolo delle Borse, l’Italia ha buone carte da spendere nel settore farmaceutico. E non è escluso che Roma si decida a giocare la partita più “facile”, per portarla a casa senza problemi.

La decisione sulla strategia da seguire spetterà a Palazzo Chigi, che dovrà intessere il lavoro diplomatico su cui costruire la candidatura.  Il fatto che a capo dell’EMA ci sia l’italiano Guido Rasi potrebbe senza dubbio aiutare, così come il fatto che il sindaco meneghino sia un manager dotato di ampia visione internazionale e ottime entrature nei palazzi europei comeSala. Sempre che la Gran Bretagna non decida di restare nella UE, magari usando il referendum come grimaldello per spuntare condizioni insperate.

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Posologia e istruzioni per l’uso

Benvenuti! E’  il momento delle presentazioni, giusto?

Mi chiamo Antonio Piemontese, ho 34 anni e abito tra Milano e la Brianza. Ho vissuto anche a Londra e Madrid, ma questo è un altro discorso.  Faccio il giornalista, il digital project manager e il content writer.  Negli ultimi anni, però, ho cercato di “sporcarmi le mani” in molti altri modi, e ne sono uscito enormemente arricchito, in ossequio a chi dice che per fare bene una cosa bisogna, forse, lasciarla perdere per un po’. 

L’idea di questo blog nasce dalla voglia di condividere pensieri e punti di vista sulle tematiche mi riguardano più da vicino, per questioni personali o professionali. Col tempo mi sono reso conto che sarebbe diventato il luogo dove pubblicare tutto ciò che di buono (si fa per dire) non trovava spazio altrove, e anche per parlare un po’ in prima persona, una cosa che a chi fa questo mestiere non capita spesso. Un luogo mio, insomma, un piccolo orticello da coltivare per pochi.

Spero che la lettura sia piacevole e che possa offrirvi qualche spunto di riflessione. Da parte mia, cercherò di scrivere solo se ho qualcosa di interessante da dire: niente logorrea da blog, quindi, ma un po’ di sano approfondimento, qualche pezzo di vita vissuta e, perché no, un pizzico delle novità che mi capita di incontrare.  Se volete contattarmi, qui sotto trovate i miei recapiti. Ci leggiamo!

antoniopiemontese [ chiocciola] hotmail.it
https://twitter.com/apiemontese

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