Donald Trump ha firmato mercoledì 7 gennaio un memorandum per ritirare gli Stati Uniti dalla Convenzione quadro Onu sul cambiamento climatico, la cosiddetta Unfccc, e dal panel Ipcc. Bye bye, dunque? In realtà solo dal secondo, come spiega Jacopo Bencini di Italian climate network. Per uscire dal primo serve un’autorizzazione del Congresso, che al momento non ha in programma di trattare il tema.
Ma Trump non aveva già lasciato gli accordi del clima?
No. L’anno scorso aveva annunciato il ritiro dall’Accordo di Parigi (con efficacia dal 20 gennaio prossimo), che sotto l’ombrello dell’Unfccc sta.
Gli Usa, insomma, potevano ancora partecipare come osservatori alle conferenze del clima, le Cop. E possono accora, volendo.
Lasciando la Unfccc, se mai avvenisse, uscirebbero completamente di scena.
Tutti gli altri Stati del mondo aderiscono alla Convenzione Onu: si tratta di oltre 190 paesi che si trovano più volte all’anno a negoziare.
Ma perché sarebbe importante questa decisione?
Perché il presidente porterebbe fuori Washington dal processo per la cosiddetta governance globale del clima. Il processo, intrapreso 34 anni fa con la Conferenza di Rio, che cercava di trovare un coordinamento tra le politiche internazionali in materia.
Ed è proprio quello che l’amministrazione guidata dal commander in chief newyorchese non vuole.
Peraltro, Trump non si è limitato al clima: con lo stesso atto ha chiesto di ritirare gli Usa da altre 65 organizzazioni internazionali.
“Come questa lista inizia a dimostrare, quello che è cominciato come un quadro pragmatico di organizzazioni internazionali per la pace e la cooperazione ha preso le sembianze di una estesa architettura di governance globale, spesso dominata dall’ideologia progressista e staccata dagli interessi nazionali”, ha dichiarato il segretario di Stato Marco Rubio.
Il rapimento di Maduro in Venezuela, il sequestro di una petroliera russa, le minacce alla Groenlandia, i dazi e il ritiro dalla cooperazione internazionale dei mesi scorsi, quello paventato dalle organizzazioni di governance globale ieri: la politica dell’inquilino della Casa Bianca comincia ad apparire sempre più disordinata e figlia di un delirio di onnipotenza.
La strategia di sicurezza nazionale pubblicata a dicembre offre una chiave interpretativa, che peraltro fa riferimento a presunti diritti divini allo stile di vita americano: ma in realtà non ci troviamo solo di fronte a un declino di una grande potenza, e dell’Occidente in generale. Potrebbe trattarsi di un declino cognitivo del presidente, che, nel secondo mandato, forte dell’esperienza del primo, si è circondato di yes men e ha piazzato suoi fiduciari in tutti i gangli della macchina amministrativa. Le istituzioni statunitensi, che nel 2016 avevano retto, oggi traballano. Non è chiaro il limite, ammesso che ci sia. Non è chiaro nemmeno quando la corda si spezzerà. Ma in tutti i discorso che vengono fatti manca un elemento: la politica interna. Trump non può essere fermato dall’esterno: una potenza nucleare, ed è vero in particolare per la più grande del mondo, non può essere controllata con la forza. La speranza va riposta negli americani. E’ solo la popolazione degli Stati Uniti a poter fermare l’uomo che ha messo al comando.
Per completezza di analisi va detto che Trump ha sicuramente, prima di altri, evidenziato il declino dell’Occidente nel corso del primo mandato, sottolineando che il nuovo avversario stava a Pechino, non a Mosca. Ha anche qualche ragione nel sostenere che il paese asiatico ha avviluppato il mondo in una rete economica da cui è difficile, molto difficile uscire. E che non lo abbia fatto per filantropia, ma per interesse – si vede bene in Africa, e pure in Sudamerica -. Tra le condizioni per essere aiutati dal Dragone, riconoscere “una sola Cina”, cioè la non indipendenza di Taiwan.
Ma le relazioni commerciali sono state il modo che l’umanità ha trovato per non farsi la guerra. E non si può pretendere di cambiare il corso della Storia con le minacce o, peggio, con le armi. Il tentativo della globalizzazione (per molti versi fallimentare, ma non sotto ogni punto di vista) è stato questo: usare il commercio come leva per evitare le guerre.
Pechino, intanto, ragiona nel lungo periodo, e sta alla finestra. Trump passerà, pensa probabilmente Xi Jinping. Bisogna vedere cosa resterà di lui.