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Grandi occasioni

“Dove andiamo?” “Al Monumentale”. Insomma, ti porto al cimitero. Niente male come primo appuntamento post Covid. Ma non c’ero mai stato, e lei lo sapeva.


Milano è più bella, vista da due ruote che si muovono a pedali. Mi mancavano i volti rilassati dei passanti, i bambini in fila indiana sui marciapiedi. Scene che per due mesi abbiamo fatto fatica a immaginare. Invece, e come sempre, panta rei, tutto scorre. Non credo torneremo a barricarci in casa.

C’è ancora un che di carbonaro nell’avventurarsi per le strade, nel prendere un caffè al bar. Pedalando tra i viali ancora pervasi da brandelli del silenzio che fu mi sorprendo ad apprezzare il senso di intimità che la quarantena ci ha lasciato.

Per chi ha saputo separarsi dal clamore di computer e televisioni è stato il tempo dell’ascolto. Assenza di rumori, una discesa negli abissi del sè che, forse, ha fatto meno paura. Perché di tutti.

“Ottima è la misura”, per dirla coi Greci: nelle parole, nei pensieri, che hanno smesso di girare a vuoto. Nei gesti, nell’economia delle attività inutili.

Dopo tanto tempo, ho guardato la città con occhi nuovi. Darsena: quadretto per turisti, con tutte le catene della ristorazione in bella fila. Sa di vecchio, ed è giovane. Via Dante/Cordusio/Duomo: senz’anima. Banali di giorno, deserte la sera. Viale Majno: nobile, altero. La crisi, come sempre, si ferma alla cerchia dei bastioni. Citylife: i pannelli che raccontano la storia della Fiera mi hanno riportato ai tempi di Expo, le strutture slanciate mi fanno pensare al genio italico per il design. Non c’è niente da fare: mi piace. Monumentale: piazzale assolato, quieto, bianco, come certe descrizioni del Nordafrica coloniale. Di nuovo silenzio. San Vittore: non so se esista un’altra città in cui il carcere è nella zona più chic. Il contrasto fra libertà e clausura, quella che in parte abbiamo provato tutti. Le scritte tracciate sui muri nei giorni della ribellione sono ancora lì, a ricordarci che dentro, al riparo degli sguardi, ci sono persone.

Milano, domenica, mi è sembrata finta per metà. In attesa di scegliere se diventare tutta di plastica, o fermarsi un giro, e prendere fiato.

Immagino che esista una terza via rispetto allo sviluppo a base di brand, boschi verticali e bolle immobiliari.

Expo, io c’ero, partì in sordina. I viali erano vuoti. Poi si attivò la macchina del marketing, e finì come sappiamo: un biglietto per vedere tre padiglioni e restare otto ore in coda. Tanti uscivano delusi; restava lo status symbol di esserci andati. Un po’ come le vacanze in villaggio, potresti essere in Sardegna o alle Maldive, visto da lì non cambia molto.


Apprezzo Sala, ma non vorrei che, oggi, ripetesse lo stesso errore di allora. Le città sono di chi ci abita. Il virus ce le ha restituite, proviamo a tenercele.

Pare che i meno inclini allo smart working siano i manager: non hanno più nessuno da controllare. Quanto sembrano lontani i tempi dei  milanesi imbruttiti. Quanto appaiono ridicoli i capiufficio che sbraitano, oggi che le stanze sono vuote. E quanto sembrano comiche le abbuffate a base di cibo scadente e drink anche peggiori che della città sono diventate un simbolo.

Se è vero che non tutto si può imporre per decreto, proviamo a decidere in autonomia cosa conta veramente e a rivedere le nostre priorità. L’estate, in arrivo, è un buon momento per cominciare a farlo.

(credits: la bella foto che vedete è tratta da qui)

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Milano, cronache dal fronte / 7

È successo anche stavolta. Fatta la legge, trovato l’inganno, recita il detto. E si sa, la saggezza popolare spesso ci prende.

La storia è più o meno questa. Il governo emana una norma. Chi ha scritto il testo sa benissimo che contiene alcune scappatoie (permesso di fare la spesa, jogging), utili a renderla applicabile. Risultato? Milioni di podisti improvvisati e spesaioli compulsivi mai visti prima si ritrovano in strada.

Il governo, visto l’andazzo, riduce progressivamente lo spazio lasciato al buonsenso ed emana un nuovo testo, più ricco di casi, eccezioni, deroghe e sanzioni.

Non basta. I parchi, complice il caldo, restano pieni. Intanto la gente negli ospedali muore. Si decide che bisogna correre ai ripari.

Nuovo decreto. I testi diventano tre, con riferimenti incrociati, richiami a codici e codicilli, tutto scritto, naturalmente, in linguaggio da azzeccagarbugli. Chi non ha seguito la vicenda dall’inizio prendendo appunti e facendo tabelle può rassegnarsi: ci sarà sempre un modo per avere torto, o una scappatoia per provare ad avere ragione.

Mi viene da pensare, in questi giorni di clausura in cui la mente può spaziare, che lo stesso accade con le normative fiscali, edilizie, commerciali: quelle, insomma, che regolano la vita quotidiana del nostro paese. Tranne per il fatto che, al posto di sessanta milioni di dilettanti del diritto, esistono eserciti di consulenti iper-specializzati e pagati profumatamente al solo fine di eludere le regole. Ovviamente, senza essere punibili, e mantenendo la fedina penale pulita.

Insomma: la burocratizzazione che ci tomenta è conseguenza dei furbetti che abbiamo attorno e tolleriamo. Che saranno pure la minor parte, come i runners improvvisati di questi giorni, ma producono effetti in grado di peggiorare la vita di tutti. Ricordiamocelo, quando, finalmente, il Covid sarà alle spalle.

Riflessione numero due. Qui, ovviamente, siamo nel campo delle opinioni.

Sui social, schiere di soloni hanno ridicolizzato chi si è recato a far la spesa temendo scarsità di rifornimenti, prendendolo – nel migliore dei casi – per provinciale. Peccato che lo stesso sia accaduto in ogni paese colpito dal virus, perché la psiche umana ragiona per archetipi universali. Ma non è questo il punto.

Paragonavo le code al supermercato al turismo di massa di questi anni.

Tutti in Asia, tutti in America, tutti ai Tropici, tutti in una capitale diversa ogni weekend, ogni festa comandata, ogni giorno rosso sul calendario. Non è anche questo un assalto da parvenu? Viaggiare così tanto, con tutto il corollario di costi ambientali dovuti ai voli intercontinentali, viaggiare così tanto, dicevamo, e di devastazioni durante il soggiorno, è veramente un diritto? O risponde solo al bisogno di fuga da un quotidiano vissuto come scadente?

Per fare cosa, poi. Gigabyte di foto che nella maggior parte dei casi nessuno guarderà più, in attesa di due-settimane-tutto-compreso nella prossima meta, oppure, per i più avventurosi, quindici-giorni-pieni-pieni-ma-abbiamo-visto-tutto. E tornare più stanchi di prima, ad arrancare fino alla prossima vacanza. Un’abbuffata compulsiva di cui poco resta, se non chiacchiere vanagloriose, e che nulla muta nello spirito di chi parte.

“Per viaggiare non è necessario vedere nuovi posti, ma avere nuovi occhi” scriveva, più o meno, Proust. Sarà questo virus, con le sue abitudini forzate, a cambiarci? Si profila una crisi economica simile (se non peggiore) a quella del 2008. C’è una generazione, quella nata negli anni Ottanta, cresciuta nel mito del posto fisso, ma che non ha fatto in tempo a finire gli studi e si è ritrovata nel caos di una recessione globale.

La lezione non è servita: in dieci anni le disuguaglianze sono aumentate, non certo diminuite. È sparita la classe media. Chi a fatica si era ripreso, è di nuovo a rischio. Forse, mi viene da pensare, è anche colpa nostra.

Finita l’epoca dei sindacati e delle lotte di massa – e delle loro esagerazioni –  ci siamo convinti che il successo fosse dietro l’angolo, per tutti, o almeno per quelli che lo meritavano. Se sei bravo ce la fai, e via col mito di Steve Jobs. Sii affamato, sii folle. Fotti il prossimo, aggiungerei, e vendigli la tua merce al doppio del valore, se sei capace. Poi viene fuori che a non farcela siamo noi. E giù lacrime amare.

Le belle giornate aiutano il morale, ma ieri – nuvoloso – per strada e in metropolitana la sensazione era che la gente abbia cominciato ad avere davvero paura. Gli sfortunati sprovvisti di mascherina camminano a passo svelto lanciando sguardi fugaci. Tanti vengono a sapere di parenti o amici contagiati. La battaglia, anche a Milano, è cominciata.

Il capoluogo per il momento tiene. I numeri sono in forte crescita, ma c’era da aspettarselo. La progressione non è esponenziale e fotografa le infezioni di due settimane fa. Monza, invece, preoccupa: ha avuto un raddoppio dei contagi acclarati (i pazienti, cioè, a cui è stato fatto il tampone) nel giro di sole 24 ore. Potrebbe essere il risultato del sabato al Parco due settimane fa.

La verità, ormai si dice apertamente, è che gli infetti sono molti più di quanto dichiarato. La nostra stima è tra le quattro e le cinque volte le cifre ufficiali. Molti in ospedale non ci arrivano mai perché non gravi, una quota di loro muore in casa.

Aumentano i medici contagiati. Croce Rossa e Comune di Milano hanno lanciato appelli per reclutare volontari tra la popolazione non sanitaria, e sembra siano stati in molti a rispondere. Non è dato sapere se siano stati arruolati.

E mentre pare che a Bergamo sia proibito al personale sanitario di avere contatti con i cronisti (a rischio di una denuncia penale), qualcuno inizia a ragionare su potenziali business legati al virus. La paura è una potente leva di marketing, in grado di condizionare le opinioni di pubblico, stampa e policy makers, soprattutto quando si dispone degli strumenti finanziari e relazionali per smuoverle. Manovre sono in corso, sfruttando il climax di queste settimane. Si gioca sul filo del rasoio, tra mercato e salute pubblica. Ma ne riparleremo, se sarà il caso, nei prossimi giorni.

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Milano, cronache dal fronte / 6

Accetta di raccontarmi la sua storia, ma prima mi dice di aspettare. Tira fuori un cracker e lo lancia ai piccioni di piazza Duomo. Gli uccelli, abituati ai chicchi di mais gettati dai turisti, si avventano tutti assieme sulle poche briciole da spartirsi.

L’immagine funziona. Vagano per le strade del centro, raccogliendo rifiuti dai bidoni della spazzatura, bevendo birra da lattine lasciate da chissà chi. Oppure restano seduti, aspettando offerte che non arriveranno. Sono i senzatetto di Milano, gli invisibili di una città che correva e, tutto sommato, aiutava.

Wilmer e sua moglie abitano qui, nel salotto buono della città, da quattro anni (guarda il video). Lei è disabile psichica al cento per cento, lui si è venduto il cellulare l’altro giorno per sfamarsi.

L’emergenza Covid è anche la loro, perché sono rimaste le briciole. Di solito ci pensano i volontari delle tante organizzazioni. Ma in questi giorni, mi spiega, l’attività di supporto si è ridotta. Probabilmente, a causa dei servizi attivati per distribuire pasti e medicinali a domicilio. Restare a casa, ma una casa non ce l’hanno. Immagino che qualcuno commenterà: cazzi loro. Resto dell’idea che sono anche cazzi nostri.

 



Che questa crisi abbia anche un risvolto sociale lo ha sottolineato ieri Luciano Gualzetti, direttore di Caritas Ambrosiana.

“Esiste già un secondo fronte: accanto a quello sanitario ce n’è uno sociale. C’è anche chi ha già visto peggiorare la propria condizione economica già al limite della sussistenza – ha spiegato all’agenzia SIR – Ci sono colf e badanti, assunte in nero, che hanno perso i loro clienti e ci chiedono un aiuto maggiore”.

“Dobbiamo iniziare a prepararci sin da ora ad affrontare la crisi sociale che sta esplodendo dentro questa emergenza sanitaria – ha ripreso Gualzetti – Già adesso ci sono categorie più colpite: dai senzatetto a chi va avanti con lavori saltuari. Ma presto arriveranno ai nostri centri di ascolto tutte quelle persone che non potranno usufruire delle misure di protezione che il governo si appresta a mettere in campo, dalla cassa integrazione in deroga ai congedi familiari. Saranno loro a pagare il costo sociale più salato a questa crisi. Anche se fino ad ora se ne parla ancora poco”.

Ed è vero, se ne parla poco. Chi lavora nel silenzio sono gli avvoltoi, non solo quelli delle farmacie senza scrupoli. Dai “compro oro” che hanno riempito la città di pubblicità a chi rastrella case sul mercato immobiliare, che vive un brusco stop delle compravendite in quello che era diventato il paese dei balocchi. Il Movimento Cinque Stelle proponeva (sensatamente) di fermare le aste giudiziarie perché oggi, ad essere interessati agli acquisti, sono solo gli speculatori.

A Milano in centro non c’è nessuno o quasi per strada.
Il problema sono le periferie, gli anfratti. Viale Monza è deserto, ma basta infilarsi nelle stradine laterali e lo scenario cambia. Lungo la Martesana tra runners, passeggiate col cane, quattro passi con l’amica, il bimbo che deve uscire e i venti gradi primaverili oggi sembrava domenica pomeriggio. Pare che anche sul Monte Stella ci fosse il pienone.

Ci si è messa anche ATM, che ha improvvidamente ridotto le corse: risultato, sui primi treni del mattino, quelli dei pendolari, un affollamento da ora di punta.

Sta entrando in gioco il nemico più pericoloso. La frustrazione. Per ora Milano tiene, ma siamo all’inizio. È probabile che il tre aprile le misure siano prorogate. Oggi in città i casi sono 1.091, 127 in più di ieri. Il problema è che nelle statistiche finiscono solo i positivi sintomatici. Ma in casa c’è molta gente che il virus ce l’ha e non è conteggiata.

Nelle piazze si raccolgono tante persone, passatemi il termine, scazzate. Sole. Senza prospettive. La città sta diventando una grande galera. E la cosa peggiore che può capitare in carcere è una rivolta dei detenuti.

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Milano, cronache dal fronte / 5

C’è una mamma incinta al quinto mese ricoverata con sospetto Covid, e un marito che fa avanti e indietro dall’ospedale con un figlio di tre anni a casa. Gli servono delle mascherine per tutelarsi, finalmente le trova. Questo qui sotto è lo scontrino. Duecentoquaranta euro.

La foto mi è arrivata da un’amica che lavora nel settore sanitario, e conosce di persona l’acquirente. Siamo in centro a Milano, l’indirizzo l’ho cancellato perché non ho (volutamente) verificato di persona con la farmacia. Non ho tempo e voglia di farlo. Ci penseranno le autorità, a cui il caso è stato segnalato. Ma pare che si tratti di normali mascherine Ffp3 che di solito costano meno di 10 euro, e che siano proprio 4 pezzi (non quattro scatole).

Sembra che a Milano ci sia ancora chi specula sulla tragedia. Denunciate sempre (ripeto: sempre) certi comportamenti, qui e altrove. Non si può vendere a questi prezzi.

Oggi il Corriere ha scritto dell’allarme lanciato dai medici di base. I contagi sarebbero molti di più di quelli ufficiali. È così. I tamponi ormai vengono fatti solo a chi è sintomatico grave, quindi, sostanzialmente, a chi deve essere ricoverato in ospedale. Fino a che i sintomi non si aggravano, la linea è quella di provare con l’isolamento domiciliare. Non si puo fare diversamente, perché mancano i letti.

In Lombardia risultano 14.649 positivi: in realtà sono (almeno) cinque volte questa cifra. Chiunque può essere infetto. Quindi restate a casa, perché sarà ancora molto lunga. E fare attenzione quanto uscite: anche il carrello del supermercato può veicolare il contagio. Il gel per le mani si trova in molte farmacie, compratelo e fatene uso abbondante. Costa tra di cinque e i sette euro.

Chiudo con una informazione. Sul sito della Croce Rossa è possibile offrirsi come volontari temporanei (in tutta Italia). Se volete info, questo è il link

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Milano, cronache dal fronte / 4

Milano, notizia dal fronte / 4 (domenica 15 marzo). Fuori per la solita ricognizione. Sarà la domenica, il fatto che manca il traffico dei lavoratori, ma oggi la desolazione ha preso il posto del silenzio.

Il tram numero 9, quello della movida, corre dalla stazione Centrale a Porta Genova. Un solo passeggero, oltre a chi scrive. Scendiamo entrambi vicino all’Università Bocconi, simbolo della città rampante che sembra così lontana.

Mi chiedo se in questi anni non abbiamo corso troppo, peccato di vanità. Non c’entra col virus, ovviamente, il contagio non è la punizione divina per l’hybris. Ma accosto queste vie deserte allo spirito competitivo che vi si respirava fino a pochi giorni fa, e non riesco a scrollarmi la sensazione di una gigantesca giostrina che ha smesso di girare. L’onnipotenza del business ridicolizzata da un virus grande qualche milionesimo di millimetro. Che contrasto stridente.

Chissà come sarà la città d.C., dopo il Covid. Chissà se esiste un modo per salvare il lato umano (che stiamo riscoprendo) e coniugarlo allo sviluppo economico (di cui abbiamo bisogno).

Mi incammino a piedi verso la Darsena e i Navigli. Spettrali  (video). Qui, con 15 gradi e un cielo che alterna nuvoloni e schiarite, oggi sarebbe stato un brulicare di persone. Invece non c’è nessuno. Risalgo corso di porta Ticinese: solo clochard, mai visti così sconsolati, senza nessuno che dia loro una moneta.

Via Torino, strada dello shopping: pochi passanti. Oltre alle farmacie e agli alimentari, l’unico negozio aperto è quello di Iliad, la compagnia telefonica. Quattro o cinque commessi, in piedi, nelle loro divise rosse. Mi sembrano imbarazzati quando getto lo sguardo oltre l’ingresso. A ragione. C’è da chiedersi per quale motivo stiano lavorando, con che tipo di autorizzazione siano stati mandati qui a rischiare di ammalarsi, dato che gli esercizi commerciali sono tutti chiusi.

Torno a casa in metropolitana. Una persona per vagone, in media. Avverto un senso di sporcizia. Confermato: qualcuno ha defecato nei corridoi.

Chi è qui vorrebbe essere altrove. Non c’è gioia nei volti che incrocio, neanche l’ombra di un sorriso. Ci studiamo da dietro le mascherine. Milano oggi sembra una città abbandonata dopo un disastro atomico. Compro i giornali, e non vedo l’ora di risalire in superficie, chiudermi il portone dietro le spalle, e aspettare che venga domani.

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Milano, cronache dal fronte / 3

Il telefono vibra, il segnale è quello. L’amicizia ai tempi del Covid è fare la spesa nello stesso momento, appuntamento all’Esselunga, e la coda assieme per raccontarsi che cosa significa stare in casa, tutto il giorno. Per una volta, di persona, non via Skype.

C’è da augurarsi che la tempesta perfetta dovuta al virus ci renda più capaci di apprezzare il piacere di uno sguardo, il calore di una stretta di mano, e non finisca per rinchiuderci, quando finalmente sarà alle spalle, ancor di più in uno scafandro inodore, con la complicità dell’ultima tecnologia disponibile.

Il cronista, per mestiere, ha facoltà di raccontare. Ma chi scrive queste righe non sfugge al senso di colpa quando si aggira per i vicoli deserti, che sfumano nella luce di un tramonto primaverile che tanti vorrebbero godersi.

Come una grande ora d’aria, le strade di Milano sembrano il cortile di un carcere abbellito dagli intarsi dei palazzi, dai portoni colorati, dai manifesti sui muri. Alle finestre, i detenuti-cittadini, gli stessi che fino a ieri giravano liberi per lavoro, per amore, o solo per piacere, cercano il profumo della libertà nella fragranza dei ciliegi in fiore. Per le vie, i fortunati cui è concesso il turno.

Alle diciotto, il web si è dato appuntamento in balcone. Via Colletta, a quattro passi da Porta Romana. Due ragazzi escono, tirano fuori un bongo. Lui suona, lei canta. Qualche decina di metri più in là, una chitarra elettrica tiene il ritmo con un giro sincopato. I galeotti a passeggio si accrocchiano col naso all’insù, per godersi l’inaspettato concerto. Pochi istanti, e anche i palazzi di fianco, quelli di fronte, si riempiono di famiglie alle finestre: chi fuma, chi prende un caffè, chi semplicemente si gode brandelli di vita guardando quella degli altri.

Università Statale, altra jam session improvvisata. Questa volta le note sono quelle di Ligabue. Qui, fra un mese, avrebbe dovuto esserci uno dei rendez-vous più frequentati del Salone del Mobile, la kermesse dove le fabbriche dello Stivale raccolgono commesse per tutto l’anno. Un evento di portata globale che la sera si trasferisce in città, dai Navigli a Lambrate, dal centro a via Tortona all’Isola.

Oggi, notizia di poche ore fa, nei padiglioni della Fiera si pensa invece di farci un lazzaretto, per curare i malati che non trovano più posto nei nosocomi. Tutto rimandato, forse, di qualche mese. Ma c’è da scommettere che la prossima edizione sarà molto diversa dal solito, tra mascherine protettive e saluti col gomito.

Fa uno strano effetto restare in casa, e pensare che il tempo è l’unica medicina che, per ora, funzioni. Il tempo che cura, il tempo che guarisce, il tempo che stiamo faticosamente riconquistando compressi nei pochi metri quadri delle abitazioni cittadine.

I medici lottano alla ricerca di una terapia che appare lontana. Nelle chat riservate, lontano da occhi indiscreti, si raccontano casi, procedure, tentativi di soluzione. Qualcuno avanza ipotesi, rispolvera i libri dell’università per provare a interpretare i sintomi e dar loro un senso. Altri sono preoccupati per i familiari, esposti al contagio come ci fossero loro, in corsia. Tanti hanno paura.

Nella calma irreale della metropoli deserta, sono le sirene delle ambulanze a ricordare che i numeri del contagio continuano ad aumentare. Oggi in Lombardia dicono 9.820. Probabilmente sono almeno cinque volte tanto (ma la stima è nostra), dal momento che il tampone viene fatto, ormai, solo al personale sanitario e a chi manifesta sintomi gravi. Chiunque può essere infetto, vale la pena di ricordarlo. E le cifre sono destinate a crescere, fino a che la quarantena imposta dal governo non manifesterà gli effetti sperati, fra un paio di settimane. Secondo un’analisi dell’Istituto Superiore di Sanità di qualche giorno fa, il 22% dei pazienti avrebbe tra i 19 e i 50 anni, il 37,4% tra i 51 e i 70, il 39,2% più di 70 anni. Rende l’idea.
Quando finirà? Secondo il virologo Fabrizio Pregliasco (Università di Milano) il picco arriverà fra 14 giorni, con il Sud Italia che potrebbe ottenere risultati migliori perché lì la diffusione è minore, e quindi ci sono meno difficoltà di contenimento.

Fortunatamente, l’impressione è che la mente si stia abituando, che stia gradualmente imparando a convivere con l’emergenza. La rassegnazione è un’arma potente. Non sopravvive la specie più forte, ma quella che sa adattarsi meglio. Nella clausura involontaria, tutto serve a tirar su il morale. Un fiore, un bacio, il disegno di un bambino. Un bicchiere di birra. Un film stupido.

Col calare della sera, esce dalle case il popolo dei runner. Violano la quarantena. Ma sono gli unici, se ti affacci alla finestra, a restituire un senso di pur precaria normalità. Che continuino a correre. E a ricordarci come torneremo ad essere.

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…perché Milano non è la Cina


Perché a Wuhan hanno “chiuso” la città da subito e qui in Italia no? Risposta semplice, per chi non ha tempo: perché l’Italia non è la Cina, e gli italiani non sono cinesi. Neanche quelli di Milano, come insegnano Beppe Sala e i suoi #milanononsiferma. Non ci crede il sindaco, figuriamoci i cittadini.

I metodi autoritari di Pechino funzionano bene quando si tratta di mobilitare enormi quantità di persone e risorse in poco tempo. Coordinamento impeccabile, disciplina serrata, sanzioni dure. Ma dubito che molti di voi scambierebbero le libertà di una democrazia occidentale con quelle concesse nel paese che fu di Mao.

E poi ci siamo noi. Indisciplinati. Vigliacchi. Meschini. Un grande popolo…quando proprio non possiamo fare a meno di esserlo, cioè in piena emergenza.

Vengo al punto. Un governo che impone misure senza essere in grado di farle rispettare perde credibilità. Se ci riprova, è destinato ad essere deriso, e non è un lusso che, in questo momento, ci si può permettere.

Conte lo sapeva, e (mia opinione) ha scelto un atteggiamento graduale per evitare di perdere il controllo della situazione. Prima la Lombardia, il giorno dopo tutta Italia. Alle prime, seguiranno altre misure, più restrittive, e partiranno i controlli.

In Cina il sacrificio sarebbe stato imposto: ma, dicevamo prima, è un altro popolo.

Il governo ha fatto quello che ha potuto. Se non vi piace prendetevela con voi stessi. L’uomo forte, l’uomo solo al comando, avrebbe creato un disastro. Meglio mordere il freno, e portare a casa il risultato.

Ps. Milano ha risposto bene alle nuove norme (video). Per le strade pochissime persone, metropolitana deserta, tram vuoti. Mi dicono sia così anche a Cosenza. Buon segno, se dura. A Nord come a Sud. Sarà lunga, ma proviamoci.

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