cinema, cultura

Perché vedere (o non vedere) l’ultimo di Tarantino

Lo dico subito, così non ci pensiamo più. C’era una volta a Hollywood, il nuovo film di Quentin Tarantino, non mi ha convinto. Non che sia una brutta pellicola, ma il regista californiano ci ha abituato fin troppo bene, e il risultato, una volta tanto, delude le aspettative. Che erano, da par suo, altissime.

Tarantino prende spunto dalla strage di Bel Air, eccidio che nel 1969 vide trucidata Sharon Tate, moglie di Roman Polanski, assieme ad altre quattro persone, mentre il polacco si trovava a Londra.

L’eccidio fu compiuto da una setta di fanatici hippy ispirati da Charles Manson (che però non partecipò all’agguato, preferendo rimanere nascosto nella comune dove viveva), e scioccò il mondo immerso nel flower power del 1968.

Questa la cornice, che fa da sfondo alla storia di Rick e Cliff, un attore di serie B e il suo storico stuntman, amici per la pelle anche se divisi da un abisso in termini di ricchezza. Lo stile di vita, fatta la tara ai guadagni, è più o meno lo stesso: birra, cocktail, sigarette, musica a tutto volume, nessun orario. Il regista descrive le alterne fortune della carriera di Rick, che ha al suo fianco un amico fedele in grado di tirarlo fuori da guai quando occorre.

Un racconto carino dello spirito dei tempi e del mestiere dell’attore. Il problema è che tutto finisce qui. Il film è calato nell’atmosfera di quegli anni formidabili, ma non scava nel rapporto umano tra i due, restando in superficie, e dice poco anche sui tormenti di chi recita e vede la carriera scemare. Non che la specialità del regista di Los Angeles sia insegnare qualcosa, ma personalmente mi è rimasta la sensazione di un‘incompiuta. Manca la tensione narrativa, una trama compatta che riesca a tenere avvinto lo spettatore, per un regista che del climax ha fatto il suo marchio di fabbrica. La pellicola scorre placida e godibile, e questo è tutto. Anche qui, intendiamoci: ciò che a molti sarebbe perdonato, con Tarantino lascia spiazzati.

Il film, nonostante tutto, è carino, con numerosi siparietti divertenti (notevole quello con Bruce Lee), e le due ore e mezzo scorrono, tutto sommato piacevoli.  Le inquadrature sono coloratissime (il regista californiano con la macchina da presa ci sa fare, non è una novità, e lo stile anni Sessanta non passa mai di moda) e anche la colonna sonora è godibile  (ma meno di altre occasioni, vedi Pulp Fiction o Kill Bill).

Brad Pitt e Di Caprio? Che dire, sono bravi e si sapeva. Anche in questa occasione si confermano all’altezza. A giudicare dagli ululati, il pubblico femminile in sala non ne apprezza solo le doti recitative. C’è anche una particina per De Niro, che non si scatena.

Dicono che Tarantino abbia lavorato alla sceneggiatura per cinque anni. A me pare che si sia preso una lunga, lunghissima vacanza in attesa di tornare con il decimo – e a suo dire ultimo  – film. Ci auguriamo che non sia così.

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Toni Servillo nei panni di Berlusconi
cinema

Loro 1/2: l’Italia di Berlusconi ritratta da Sorrentino

Scenografico, avvolgente. Malinconico. E’ il Sorrentino di Loro, ultima opera del cineasta italiano premio Oscar nel 2014 con La Grande Bellezza. E senza quel film, come senza Il Divo, non avrebbe potuto nascere questo lavoro, che affresca la corte berlusconiana di stanza a Roma negli anni attorno al 2008.

Sembra passato un secolo, ma si tratta solo di un decennio. Mascherati –  ma non troppo – sfilano Tarantini, la D’Addario, Sabina Began (l’Ape Regina), Nicole Minetti, Noemi Letizia, Sandro Bondi, Daniela Santanché, nomi entrati nell’immaginario collettivo a colpi di intercettazioni pubblicate e scoop giornalistici.

Non ci sono rivelazioni, tutto ciò che si vede è ampiamente noto. E’ un punto di vista, quello di Sorrentino, che non tralascia la grandezza dell’uomo Berlusconi, la sua genialità, pur evidenziandone i limiti.

Il primo episodio è francamente piuttosto lento e noioso, un’introduzione  per larghi tratti ripetitiva. Sesso, droga, e le miserie umane dei governanti, una sfilata di corpi che si trascina senza sorprese. La seconda parte è, invece, il cuore dell’opera, decisamente più valida e con un approfondimento psicologico degno di nota.

Girato magistralmente dal punto di vista tecnico, la fotografia di Bigazzi conferisce ai paesaggi della Sardegna una intensità nuova mentre la colonna sonora, come sempre, è all’altezza. Toni Servillo si è calato nel personaggio del tycoon milanese fino a imitarne la postura, i gesti, le manie, insomma, ha fatto quello che ci si aspettava da un interprete del suo spessore.

Discorso a parte merita, invece, la sceneggiatura. Non si tratta di un film politico, di un’invettiva. E’, piuttosto, un’opera dal sapore storico, quasi una biografia. Come spesso capita in Sorrentino, la trama è liquida, diffusa, e l’insieme conta più della somma delle parti.

Pur evidenziandone i limiti, si diceva,  il regista non tralascia la genialità dell’uomo Berlusconi, il suo talento. La sua solitudine. L’ex premier appare un uomo stanco, circondato da una pletora di yesmen pronti a tradirlo, incapace di trovare un interlocutore con cui confrontarsi, tranne – forse – gli amici Confalonieri e Doris.

Veronica Lario è ben interpretata da Elena Sofia Ricci. Il rapporto di coppia tra i due è descritto con la delicatezza che si deve a un amore che, probabilmente, è stato tale agli inizi, e poi si è perso nella vita frenetica del capitano d’azienda, del presidente di calcio, del leader politico. Veronica, la donna legata a un uomo di cui conosce e accetta le debolezze, perennemente scontenta eppure incapace di staccarsi, rassegnata, e forse anche irretita da una vita fatta di case vacanza e viaggi in Cambogia. Fino a Noemi.  Silvio, incapace di uscire dalla torre d’avorio di un narcisismo che lo condanna all’isolamento, un analfabeta dei sentimenti. Sembra quasi di conoscerli, i due ormai quasi ex coniugi, mentre in cucina scrivono l’epitaffio del loro rapporto. L’interpretazione di Servillo e Ricci dà sostanza a ciò che tante volte si è letto sui giornali, e riesce a caricarsi dei sentimenti ambivalenti che segnano il decorso di ogni storia.

Bravo Riccardo Scamarcio nel ruolo di Tarantini, brava la Smutniak nel ruolo di Sabina Began. Un altro film  di Sorrentino da guardare a notte fonda, in silenzio. Non adatto alla televisione.

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cinema

American Pastoral

America, anni ’60. La storia dello Svedese, il prototipo del vincente a stelle e strisce, prima dell’era di Wall Street. Kalos kai agathos, come dicevano in Grecia, quando alla bellezza del fisico si accompagna quella dell’animo. Una personalità semplice, ingenua, baciata dalla vita, colpita dall’invidia degli dei. Mentre il ’68 scuote il mondo dalle fondamenta, lui si ritira in campagna per non sentire, tornando in città solo per lavorare nella sua fabbrica di guanti. Si costruisce una vita perfetta, sposa una reginetta di bellezza, si rifugia nella quiete bucolica assieme alla moglie, che aveva altre ambizioni. Ma la campana di vetro non regge all’urto. Finirà solo in mezzo a tanti, consumato da un dolore sordo. Alla fine sarà il più forte di tutti a rivelarsi il più debole e fragile. Il campione che eccelleva nello sport, dove le regole rendono la pugna prevedibile, crolla nella lotta da strada, quando i colpi arrivano da tutte le parti, senza un ordine. E senza regole a premiare i buoni.

Passione  e bontà d’animo non bastano, al di là della retorica: questo il messaggio di Roth. La realtà è molto diversa. E intanto l’America va avanti, come sempre, col pragmatismo che le impone di lasciare indietro chi non ce la fa.

Ewan Mac Gregor è stato bravo a rendere un romanzo complesso, semplificandolo (lo scrittore è prolisso, può piacere o meno, ma è il suo stile). Niente male come prima prova di regia, fotografia ottima, scenografia e costumi più che all’altezza. Musiche adeguate. Il film tocca, senza eccedere nell’introspezione come sarebbe stato sin troppo facile.

La storia della figlia dello Svedese e di Dawn mi ha ricordato Lilly di Venditti, una delle canzoni più belle del repertorio italiano. Per strade diverse, i due autori declinano lo stesso concetto: i tormenti di un’anima debole  e inadatta a reggere la pressione sociale, il conformismo. Facile passare dalla parte del torto.

Pastorale americana è un film che rivedremo sicuramente a notte fonda su Retequattro, un piccolo cult destinato a sopravvivere alla stagione cinematografica. Merita.

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cultura

“Perfetti sconosciuti”: il cinema italiano al meglio da anni

“Perfetti sconosciuti”, ovvero come i cellulari sono diventati le scatole nere della nostra vita. Racchiuso tra i chip che trasciniamo dietro, c’è tutto il campionario delle nostre scorribande digitali, tra identità storpiate, passioni represse, vite mai vissute.

C’è quello di cui abbiamo paura e che mai ci sogneremmo di mostrare; e poi, una sera a casa di amici, l’equilibrio si rompe.
Ognuno si mostra per quello che è, ed è una deflagrazione.

Il nuovo film di Paolo Genovese è bellissimo, intenso, recitato bene. Dialoghi perfetti, musica che accompagna la narrazione valorizzandola. Finale non scontato.

Si tratta di un film low budget che fa venir voglia di credere nel cinema italiano e nella sua capacità di coniugare scrittura di alto livello con appetibilità al botteghino. Ci sono due dei migliori attori nostrani, Marco Giallini e Valerio Mastandrea, ma la grande prova è corale. Pare che arrivino richieste di adattamento dai quattro angoli del mondo. In tre parole: andate a vederlo.

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cinema, cultura

Perché vedere “La grande Bellezza”

Premetto:  non sono un critico cinematografico, né posso definirmi un esperto di cinema, ma questo potrebbe essere un vantaggio.

Dato che non riesco a postare da un po’, lo ammetto: ho bisogno di un argomento semplice per cavarmela in fretta. Provo quindi a condividere alcune impressioni su “La grande bellezza” di Sorrentino, che ho visto due giorni fa dopo essermelo perso a maggio. Un film che a me  è piaciuto parecchio.

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