cinema

American Pastoral

America, anni ’60. La storia dello Svedese, il prototipo del vincente a stelle e strisce, prima dell’era di Wall Street. Kalos kai agathos, come dicevano in Grecia, quando alla bellezza del fisico si accompagna quella dell’animo. Una personalità semplice, ingenua, baciata dalla vita, colpita dall’invidia degli dei. Mentre il ’68 scuote il mondo dalle fondamenta, lui si ritira in campagna per non sentire, tornando in città solo per lavorare nella sua fabbrica di guanti. Si costruisce una vita perfetta, sposa una reginetta di bellezza, si rifugia nella quiete bucolica assieme alla moglie, che aveva altre ambizioni. Ma la campana di vetro non regge all’urto. Finirà solo in mezzo a tanti, consumato da un dolore sordo. Alla fine sarà il più forte di tutti a rivelarsi il più debole e fragile. Il campione che eccelleva nello sport, dove le regole rendono la pugna prevedibile, crolla nella lotta da strada, quando i colpi arrivano da tutte le parti, senza un ordine. E senza regole a premiare i buoni.

Passione  e bontà d’animo non bastano, al di là della retorica: questo il messaggio di Roth. La realtà è molto diversa. E intanto l’America va avanti, come sempre, col pragmatismo che le impone di lasciare indietro chi non ce la fa.

Ewan Mac Gregor è stato bravo a rendere un romanzo complesso, semplificandolo (lo scrittore è prolisso, può piacere o meno, ma è il suo stile). Niente male come prima prova di regia, fotografia ottima, scenografia e costumi più che all’altezza. Musiche adeguate. Il film tocca, senza eccedere nell’introspezione come sarebbe stato sin troppo facile.

La storia della figlia dello Svedese e di Dawn mi ha ricordato Lilly di Venditti, una delle canzoni più belle del repertorio italiano. Per strade diverse, i due autori declinano lo stesso concetto: i tormenti di un’anima debole  e inadatta a reggere la pressione sociale, il conformismo. Facile passare dalla parte del torto.

Pastorale americana è un film che rivedremo sicuramente a notte fonda su Retequattro, un piccolo cult destinato a sopravvivere alla stagione cinematografica. Merita.

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cultura

“Perfetti sconosciuti”: il cinema italiano al meglio da anni

“Perfetti sconosciuti”, ovvero come i cellulari sono diventati le scatole nere della nostra vita. Racchiuso tra i chip che trasciniamo dietro, c’è tutto il campionario delle nostre scorribande digitali, tra identità storpiate, passioni represse, vite mai vissute.

C’è quello di cui abbiamo paura e che mai ci sogneremmo di mostrare; e poi, una sera a casa di amici, l’equilibrio si rompe.
Ognuno si mostra per quello che è, ed è una deflagrazione.

Il nuovo film di Paolo Genovese è bellissimo, intenso, recitato bene. Dialoghi perfetti, musica che accompagna la narrazione valorizzandola. Finale non scontato.

Si tratta di un film low budget che fa venir voglia di credere nel cinema italiano e nella sua capacità di coniugare scrittura di alto livello con appetibilità al botteghino. Ci sono due dei migliori attori nostrani, Marco Giallini e Valerio Mastandrea, ma la grande prova è corale. Pare che arrivino richieste di adattamento dai quattro angoli del mondo. In tre parole: andate a vederlo.

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cinema, cultura

Perché vedere “La grande Bellezza”

Premetto:  non sono un critico cinematografico, né posso definirmi un esperto di cinema, ma questo potrebbe essere un vantaggio.

Dato che non riesco a postare da un po’, lo ammetto: ho bisogno di un argomento semplice per cavarmela in fretta. Provo quindi a condividere alcune impressioni su “La grande bellezza” di Sorrentino, che ho visto due giorni fa dopo essermelo perso a maggio. Un film che a me  è piaciuto parecchio.

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