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Dal Prosecco al Times: il vizio del buon giornalismo

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su Londra,Italia. 

Più dei diplomatici potè il prosecco. Che le interminabili discussioni sulla Brexit nelle stanze del potere siano in stallo lo sanno tutti, ma nessuno lo dice. In questo mare magnum di informazioni spesso inutili e dichiarazioni di facciata entra in gioco il buon giornalismo, quello che interpreta e non si limita a riportare i fatti. E qualche volta trova la chiave giusta. La guerra, ormai, è anche commerciale.

La lettura che Londra, Italia ha dato di una vicenda a dir poco singolare come quella del Prosecco nostrano (che secondo un Carneade dell’odontoiatria inglese rovinerebbe i denti) ha fatto scuola: molti nell’ambiente pensano si tratti di una campagna denigratoria, strumentale e giocata ai limiti – per non dire al di fuori – del regolamento, simile a quella contro l’olio di palma.

L’editoriale del nostro direttore a difesa di un prodotto che ha saputo conquistare il cuore tiepido degli inglesi è stato il classico sassolino scagliato dalla fionda di Davide contro Golia.  E invece, di blog in blog, di testata in testata, il passaparola ha coinvolto i più alti vertici istituzionali.

La prima pagina del Times di venerdì 1 settembre con l’articolo che cita Londra, Italia

Il nostro giornale è letto, ” fa opinione a Londra“, e viene spesso ripreso in patria. Però se a seguirci è addirittura il Times con un bel pezzo in taglio basso, lo prendiamo come motivo di soddisfazione (qui il link alla versione online).

Londra, Italia ha quasi tre anni. Un bambino a quell’età comincia ad articolare frasi. Dai primi vagiti, alle parole, giorno dopo giorno tenta di costruire il linguaggio e la propria identità attraverso l’interazione con il mondo. Un giornale funziona allo stesso modo.

Chi comincia un’avventura editoriale ha un’idea, ma deve confrontarsi con la realtà, con le risorse, con i vincoli di bilancio. Nel nostro caso, anche con la tendenza a rinchiudersi di chi vive all’estero. Noi non l’abbiamo fatto. Londra, Italia è fatto da persone che vogliono innanzitutto fornire un servizio: quello di interpretare la realtà che gli expat vivono, quotidianamente.

E’ nato da loro e per loro, e chi ci scrive sa bene che il nostro Paese è criticato, odiato talvolta, ma sempre rimpianto. Non ha commesso l’errore di costruire una torre d’avorio. Al contrario, è probabilmente l’unica realtà ad aver creato e sempre mantenuto un legame forte con la Penisola. Molti di noi viaggiano ogni mese tra Stansted e Bergamo, tra Heatrow e Fiumicino, vivono in UK ma ragionano come se avessero due patrie: Londra, Italia ne tiene conto.

Un giornale, due paesi. L’Europa si sta formando nella quotidianità prima che nei palazzi. Per molti esiste sul serio, e da tempo. Sono quelli che viaggiano, emigrati per  lavoro e non per piacere, quelli che non hanno paura di ammettere che tornerebbero, un giorno, se ve ne fossero le condizioni. E’ a loro che ci rivolgiamo. E sono molti. Sarà per questo che, a noi, la Brexit non piace. E se anche il Times è dalla nostra, allora, dopo tre anni, è il caso di brindare. Con una bottiglia di Valdobbiadene, ovvio.

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app, salute

TiSOStengo: nasce la testata editoriale

L’editoriale di presentazione del magazine  tiSOStengo, un nuovo  progetto editoriale legato ai temi di salute e sanità. 

Il “sentito dire” è la prima fonte di informazioni per tutti: chi consultasse l’enciclopedia per dirimere ogni singolo dubbio rischierebbe di rendersi ridicolo. La vox populi è rapida, e, ammettiamolo, spesso non si discosta troppo dalla verità. L’importante è saper andare oltre le chiacchiere tra amici, e controllare quel che ci viene raccontato quando si tratta di argomenti rilevanti; e la salute ovviamente è tra questi.

Pochi giorni fa è nata la nostra testata editoriale. In realtà, come sapete, abbiamo cominciato le pubblicazioni da diversi mesi. Giorno dopo giorno, però, abbiamo visto questa pianta crescere, e, forti dell’apprezzamento che ci avete manifestato, ci siamo decisi a dare una veste istituzionale ai contenuti che produciamo.

Adesso la testata è registrata in tribunale. Ci siamo sentiti di compiere questo passo per due motivi. Il primo, semplicemente, è che la legge lo impone se, come nel nostro caso, le pubblicazioni da sporadiche diventano regolari. Il secondo è che ci teniamo a sottolineare che i nostri contenuti sono scritti con leggerezza per quanto riguarda lo stile, ma senza mai dimenticare la professionalità. Facciamo il nostro lavoro con scrupolo, precisione, cercando di evitare la banalità per fornire un’informazione utile e, perché no, stimolante.
Abbiamo deciso di creare una testata editoriale perché la Rete offre a chiunque la possibilità di amplificare notizie prive di fondamento, e non sempre un sito ben curato o un’applicazione ben fatta assicurano la qualità dei contenuti. Noi cerchiamo di mettere a disposizione la nostra esperienza per assicurarvi tutto questo.

Siamo una redazione giovane, ma ci siamo dati delle regole. Citare sempre le fonti, per esempio. Oppure comprare le foto: tutte le immagini che vedete sono regolarmente acquistate da professionisti, che ricevono una retribuzione per il proprio lavoro. Puntare sulla qualità e non sulla quantità: se non siamo sicuri di una cosa, semplicemente, non la scriviamo. E, ultimo ma non per importanza, ci siamo imposti di tutelare la lingua italiana, patrimonio nazionale che merita rispetto.

Esistono sicuramente redazioni più strutturate della nostra, giganti dell’editoria che hanno storia e tradizione da vendere. Noi, nel nostro piccolo, proviamo a difenderci. Proponiamo un modello di giornalismo alternativo e giovane, senza rinunciare alla serietà che la materia richiede.

Se facciamo bene il nostro lavoro sarete voi a giudicarlo. Di una cosa, però, siamo certi: preferiamo le critiche oneste alle lodi sperticate. Vogliamo creare un rapporto con chi ci legge, e saremo sempre pronti a rispondere e dare conto di quello che scriviamo. Continuate a seguirci, come avete fatto finora. L’avventura è appena cominciata.

Antonio Piermontese
@apiemontese

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Dieci consigli per stare con un giornalista

Dato che recentemente “qualcuno”  mi ha invitato a leggere il decalogo per stare con una ragazza viaggiatrice, faccio uno strappo alla regola di serietà di questo blog e pubblico i dieci consigli per stare con un giornalista. Pan per focaccia.

  1. Il tempo. Se ami un giornalista, devi sapere che il tempo per lui è un’ossessione. Ne ha troppo quando non serve, e troppo poco quando ne ha bisogno. Se dopo tre ore a leggiucchiare giornali gli viene un’idea e deve ribaltare il mondo con mail, telefonate, ricerche per un pezzo che, nella sua mente, sarà sempre quello della vita, non è colpa sua. E’ che lo vogliono cosi.
  2. Strettamente correlato al punto 1. Il tempo da soli. La mente di un giornalista viaggia alla velocità della luce: prova tu a trovare qualcosa di non banale da dire su ogni cosa che vedi accadere nel mondo, un punto di vista interessante, un ragionamento che metta in luce un aspetto nascosto. Si sa, siamo un popolo di commissari tecnici quando gioca la Nazionale, e alla bisogna sappiamo reiventarci economisti, cuochi, medici, avvocati. Il giornalista cerca di farlo meglio degli altri. Per questo lavora in un giornale. Se sapesse realmente cucinare, pensi che si chiuderebbe in redazione? Il sonno riposa il fisico, il  tempo da soli è fondamentale per la mente: ossigeno per il cervello, uno spazio in cui ricaricare le pile in un mondo pieno di informazioni e banalità. Nulla gli piace di più che avere una stanza in cui scrivere a notte fonda per i fatti suoi, magari con la tv accesa in sottofondo sul canale sportivo. Il suo sogno? Uno studio alla Obama (vedi foto).
  3. Tutta quella carta che hai buttato nella differenziata l’altra sera non sono “solo giornali”. Ammettiamolo subito: vale per chi la carta l’ha conosciuta. Ma se sei sopra i trenta e fai questo mestiere, quando accade qualcosa pensi per prima cosa al titolo del Corriere in edicola domani. E magari a quello di Repubblica. E a quello della Stampa. E a quello del New York Times…
  4. Fagli credere che le cose che dice siano interessanti. Beh si, questo vale per tutti gli uomini. Vuoi mandarlo in crisi? Se ti chiede cosa ne pensi rispondigli “cosa”? Dopo mezzora di monologo, potrebbe uscirne devastato.
  5. Il telefonino alla mattina. Lo sappiamo, la gente usa Facebook, Twitter, Instagram, Skype per chattare, frugare nella vita degli altri, perdere tempo. Il giornalista anche. La differenza è che, per lui, da quell’aggeggio infernale escono n-o-t-i-z-i-e. Ogni sussulto, ogni luce proveniente da lì è una potenziale miccia, un articolo, un’idea.  Se la prima cosa che fa quando si alza è guardare il telefonino, buttaglielo dalla finestra. Ma se lo fa a colazione, adesso sai perché. E magari cerca di essere comprensiva.
  6. La vita. Quella vera. Il giornalista vuole stare in mezzo alla Storia e raccontarla. Peccato che la Storia, quella con la S maiuscola, non avvisi, e spesso ci si debba accontentare dei surrogati. Non si può correre sempre da una parte all’altra del mondo, ma l’alternanza tra redazione e vita vissuta è il fascino di questo mestiere. Uno senza l’altro non ha senso. Il giornalista vero e’ un teorico con attitudine per la pratica. Chi sta troppo in redazione dovrebbe fare lo scrittore, o lo studioso; chi ci sta troppo poco, al contrario, spesso dimentica l’italiano. Restare in equilibrio tra questi due estremi dà come risultato  un pezzo ben scritto. E fidati, la differenza si sente.
  7. Il giornalista è un pignolo. Gli piace puntualizzare. Non è colpa sua, è che lo tirano su cosi. “Controlla, controlla, controlla”.”Riscrivilo!” “Ma che …zo hai scritto??” sono le tipiche frasi che chi è alle prime armi si sente ripetere all’infinito. Qualcosa, auspicabilmente, gli è rimasto.
  8. Lui ti ama, ma non sarà mai un buon fidanzato. Insomma, con una normale proprio non ci può stare, e ti conviene saperlo. Sarà  sempre preso da una notizia di cui a te non interessa nulla, si fermerà sempre se vede un incidente, se in metropolitana incontra un tizio vestito da Iron Man è quello che lo ferma e gli chiede il perché, mentre gli altri ascoltano la risposta. Sarà  per questo che spesso finiscono da soli.  Non ti chiama, ma se non ti fai sentire, inizia a fibrillare. E’ un bambino, in poche parole. Su questo, non posso che darti ragione.
  9. Nelle discussione preferisce i messaggi, whatsapp e le mail alle chiacchierate. E’ il suo habitat. A dire le cose a voce proprio non ci riesce. Se non altro, si spera, dovrebbe riflettere meglio su quello che dice. Dovrebbe.
  10. Si prende sempre, maledettamente, sul serio. E non aggiungo altro.
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L’Economist parla italiano: Agnelli sale al 43,4%

Sembrava impossibile. E invece è vero. La notizia più interessante di questi mesi è stata la scalata di Exor fino al 43,4% di The Economist. La holding della famiglia Agnelli, guidata da John Elkann, ha annunciato l’acquisto il 12 agosto. Il settimanale londinese è un punto di riferimento per l’informazione economica mondiale. Noto per lo stile chiaro e omogeneo, dovuto in buona parte all’assenza di firme alla fine degli articoli, si trova oggi a confrontarsi con la svolta digitale. Exor ha il controllo di una quota doppia rispetto a quella di una delle grandi famiglia del capitalismo mondiale, i Rotschild, fermi al 21%. E anche se non potrà esprimere la maggioranza del cda (ma un massimo di 6 consiglieri su 13), avrà un peso decisivo nelle scelte strategiche. economist berlusconi

La testata deve confrontarsi con un calo di vendite e la necessità della transizione al digitale. Una sfida che a Torino hanno già brillantemente raccolto con La Stampa, sempre in prima linea sul fronte delle nuove tecnologie.

A questo punto, non è vietato sognare. Anche, ad esempio, che alla testa del celebre magazine inglese possa esserci un direttore italiano. Personalmente, vedrei bene Mario Calabresi. Giovane, con esperienza internazionale, ha diretto uno dei quotidiani più prestigiosi d’Italia rendendolo un modello e restando sempre un passo avanti agli altri. Personalmente, amo le personalità che sanno spaziare, e sono abbastanza diffidente dei tecnici. Calabresi non ha un background economico, ma è senza dubbio in possesso delle qualità per costruirselo nel giro di un decennio.  E, soprattutto, sa fare i giornali. Speriamo sia lui il primo italiano a dirigere uno dei principali organi di informazione a livello mondiale.

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Salvare il giornalismo o i giornali?

“Salvare il giornalismo o i giornali?”. La domanda arriva da Mario Tedeschini Lalli e segna la linea di confine tra il passato e un futuro che, ormai, è qui. Un eccellente approfondimento di Magzine affronta il tema del futuro della professione giornalistica nelle parole di sei esperti. Le risposte sono sfaccettate, ma convergono tutte su un punto: tecnologia. Continua a leggere

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Corriere della Sera, restyling ben fatto

Corriere della Sera, un restyling ben fatto.  Un interessante articolo comparso su Formiche.net spiega meglio le ragioni del cambio di rotta del quotidiano milanese. A quanto scritto e spiegato da Giancarlo Salemi, aggiungo che il nuovo formato si dimostrerà più adatto alla raccolta pubblicitaria, con più pagine e quindi migliori possibilità di vendere posizioni “di pregio” (mezze pagine, soprattutto, e pagine intere).

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