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Twitter, ecco i 46 super-account seguiti da Elon Musk

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su StartupItalia!.

Ha 20 milioni di follower, ma “ricambia il favore” solo 46 volte. Non si può dire che Elon Musk non sia selettivo. Del resto il 46 enne fondatore di Paypal, Tesla, Space X e diverse altre compagnie con il vizio di plasmare il futuro è un iperattivo, e ha bisogno di scegliere bene a chi dedicare la propria attenzione.

La biografia racconta che imparò a programmare a 10 anni;  già a 12 vendeva il suo primo videogioco – scritto in Basic – a una rivista di informatica; e che, come tanti appassionati, fu bullizzato dai compagni, che arrivarono a lanciarlo giù dalle scale e a picchiarlo tanto forte da fargli perdere conoscenza.

Una mente eclettica lo portò a studiare scienze e business in Canada, e ad abbandonare un dottorato in fisica a Stanford dopo soli due giorni di corso. Aveva deciso di inseguire le aspirazioni da imprenditore, non prima di aver affittato un appartamento da 10 persone per trasformarlo in un nightclub.

Tra scienza e business

Basterebbero queste poche righe per delineare il profilo dell’uomo del momento, da alcuni salutato come il miglior esempio di imprenditore illuminato, perfetta sintesi tra approccio scientifico e business.

Lontano anni luce da Steve Jobs, che probabilmente sarà ricordato per le capacità imprenditoriali e di marketing visionario, ma è percepito come avido; agli antipodi di Jeff Bezos, che ha superato il fondatore di Apple nell’incarnare lo stereotipo del tiranno.

Musk è di un’altra categoria. Si colloca in quella schiera di ingegni trasversali destinati a lasciare il segno. Novello Leonardo da Vinci, meno scienziato del toscano ma baciato dal talento per gli affari. Del resto, se il genio italiano avesse potuto brevettare le proprie invenzioni, molto probabilmente sarebbe diventato l’uomo più ricco del mondo.

Chi segue Elon Musk su Twitter?

Se la biografia dice molto di lui, i social possono essere utili per approfondirne personalità e carattere. Ma quali sono gli account seguiti da Elon Musk su Twitter?

Scienza, ma non solo. Così, tra pagine di matematica (Fermat’s library) e tecnologia (Slashdot, Gizmodo, The Verge), spunta a sorpresa quella creata da una docente universitaria di filosofia, la professoressa Rebecca Goldstein. Spinoziana di formazione –  e l’opera principale del filosofo olandese è l’Etica -. La pagina di Goldstein si chiama Plato on book e si propone di indagare come l’ateniese “reagirebbe nel 21mo secolo”. Interessante, non c’è che dire.

Un po’ di relax durante le lunghe giornate al pc arriva da Imgur (hosting che ospita immagini virali) e The Onion (magazine satirico); ma sorprende trovare un comedian come John Oliver. Sì, proprio lui, che ogni settimana sferza i politici a stelle e strisce e nei giorni scorsi se l’è presa con la politica italiana scatenando un vivace dibattito. Un posto lo trova anche Tim Urban,  del sito Wait but why: l’idea è quella del long form blog illustrato, cioè contenuti decisamente più lunghi rispetto agli standard del web, che per essere gustati hanno bisogno di tempo. Sarà per questo che Urban stesso si definisce un procrastinatore in una Ted  Talk. Il rapporto tra Musk e Urban è consolidato, tanto che quest’ultimo ha scritto di Tesla e della altre società del sudafricano in una serie di pezzi ospitati sul proprio sito.

La sezione culturale non lascia dubbi sull’orientamento politico di Musk: dalla New York Times Book Review al New Yorker, siamo ben piantati nel perimetro del radical (chic) che ha scritto una buona fetta di storia del giornalismo a stelle e strisce. Tocco di classe è History in pictures, che mostra immagini significative tratte dagli archivi fotografici, interessanti e decisamente  ben selezionate. La musica è, invece, rappresentata da Rolling Stone.

Veniamo alla filantropia: come ogni miliardario che si rispetti, anche il nostro ha le sue buone cause da sostenere. Follow, quindi, alla pagina della Khan Academy: la fondazione è stata creata da un ingegnere bengalese con il pallino di offrire tutorial gratuiti a chi non può permettersi la costosa istruzione anglosassone.

E poi, naturalmente, il futuro: Curiosity Rover (dedicata alle esplorazioni su Marte), Open AI (intelligenza artificiale), Neuroskeptic  (neuroscienze) rientrano tutte nella dieta social del miliardario. Simpatica How things work, che svela il funzionamento di molti oggetti  e procedure che plasmano la nostra vita quotidiana, mentre Atlas Obscura è più orientata – ci risiamo – verso la scienza.  Ci sono, naturalmente le sue compagnie più famose (Space X  e Tesla), ma anche The Boring company,  gioco di parole tra l’aggettivo boring e il verbo to bore. Curiosamente, il profilo è davvero “noioso”, tanto da non aver pubblicato alcun tweet. Con questa società Musk, però, si occupa di trovare modi per rendere dieci volte più economica la realizzazione di tunnel sotterranei, visti come la soluzione ai problemi di traffico urbano. Non potevano mancare la Nasa, la Stazione spaziale internazionale e un paio di siti di videogiochi e coding.

Siamo alla fine.  Che Musk sia un sentimentale forse, a questo punto,  si è capito. Oltre al fratello, a Oliver, a Urban e al divulgatore scientifico Phil Phait, c’è posto solo per un’altra persona in uno degli account più seguiti del mondo. Si tratta di Talulah Riley, attrice e imprenditrice. Ma soprattutto, ex fidanzata, ex moglie, e protagonista di una storia d’amore con infinite andate e ritorni. Lei, l’uomo più innovativo del pianeta, non ha avuto il coraggio di cancellarla.

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Twitter, ovvero come cambiare il mondo e non fare soldi

Erano due grandi scommesse: una è stata vinta, l’altra no. Entrambi hanno cambiato il mondo e il modo in cui lo intendiamo, ma uno fa soldi, l’altro li perde (fino ad ora). Parliamo, naturalmente, di Facebook e Twitter. Mentre Zuckerberg continua a macinare utili, trainato dalla crescita della pubblicità online e della base di utenti, la piattaforma d Jack Dorsey non decolla dal punto di vista economico.  Nei giorni scorsi la società  pare aver invertito la rotta: il fondatore ha presentato i ricavi del quarto trimestre 2017, che vedono un utile di 91 milioni di dollari. Tanto è bastato a far volare il titolo, che ha toccato in borsa il valore di 30 dollari per azione per la prima volta dal 2015: allora, però, le aspettative erano diverse.

Per arrivare a questo risultato,  è stata necessaria una cura da cavallo, con taglio dei costi per 150 milioni, e a farne le spese sono stati stipendi, marketing e una sforbiciata al reparto ricerca e sviluppo. Intanto la base degli utenti non aumenta. Gli analisti, in sostanza, temono si tratti di un fuoco di paglia.

Jack Dorsey, fondatore di Twittter

Jack Dorsey, fondatore di Twittter

E’ strano come una delle società che più ha improntato il nostro stile di vita – basti pensare al termine “hashtag” e all’uso del tasto cancelletto, che usavamo solo per ricaricare i cellulari  – non riesca a decollare. L’idea è stata geniale; ma monetizzare è un altro discorso. Twitter sfondò nel giugno 2009, quando fu ampiamente utilizzato da giornalisti e manifestanti per “coprire” la rivoluzione verde in Iran. Fu subito chiaro che si trattava di un formidabile strumento di comunicazione: senza fronzoli, costringeva alla sintesi. Con il tempo, è diventato il medium preferito dai personaggi in vista –  anche il Papa ha un account – e un termometro sensibile degli umori della gente. Ma il suo pubblico è più elitario, e quindi meno appetibile per le aziende che fabbricano prodotti di largo consumo, rispetto a quello di Facebook. Inoltre, il tempo passato sulla piattaforma è scarso.

La virata per cercare di portare per la prima volta in utile la compagnia comprende il passaggio da 140 a 280 caratteri e un incentivo all’uso dei video. L’esperienza di oggi è leggermente differente rispetto a quella degli esordi; sicuramente, più coinvolgente. Ma nel frattempo è arrivata la concorrenza, ed è difficile immaginare che gli utenti si dividano su più piattaforme di quante –  e sono molte – già ne usano. Più probabilmente, faranno una scelta. E la creatura di Jack Dorsey resterà quello che è sempre stata: uno strumento “posh”. I soldi, quelli veri, andranno da un’altra parte.

@apiemontese

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Nadia Toffa terzo personaggio più googlato del mondo?

Sulle prime ho pensato si trattasse di un sito satirico, di  una notizia postata per ridere. Poi scopro che è vero. Nadia Toffa, inviata delle Iene, è il terzo personaggio più cercato su Google nel 2017, riporta il motore di ricerca. Prima di lei, solo Matt Lauer (conduttore NBS licenziato dopo uno scandalo sessuale) e Meghan Markle, promessa sposa del Principe Harry.

Nelle ultime settimane la Toffa è stata al centro dell’attenzione  per via di un malore che l’ha colpita mentre si trovava a Trieste.  I media hanno dato la notizia immediatamente, e tra gli utenti social è partita la gara agli aggiornamenti.

Facciamo gli auguri di pronta guarigione a Nadia (che è ancora ricoverata a Milano, ma sta meglio). Ma certo fa riflettere l’attenzione che le è stata dedicata.  Le Iene sono un programma un tempo innovativo che da anni si è, purtroppo, specializzato nel rilanciare bufale. I suoi volti sono ormai noti al grande pubblico, e vengono associati al giornalismo-verità. Ma non di questo si tratta. Per capirci, non sono Report, ma intrattenimento con contenuti di inchiesta spesso inquinati dal sensazionalismo, e da un taglio che, per essere accattivante, sacrifica spesso la precisione.

Va osservato che la classifica di Google traccia un quadro interessante di come usiamo davvero il web. Date uno sguardo di persona (il link è questo), non solo a quella globale ma anche alla declinazione per paese. Un esercizio utile per conoscerci un po’ meglio.

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internet, politica, pubblicità

Pubblicità e politica: online è il far west

Lo suggerisce il Guardian con la solita intelligenza, e del resto il tema è attualissimo. Mentre la pubblicità elettorale sui media tradizionali (Tv, radio, manifesti) è ampiamente regolamenta, quella online è terra di nessuno e, in buona parte, inesplorata. Soprattutto dal legislatore. Il quotidiano inglese la paragona al “wild west” di Sergio Leone, dove gli sceriffi fanno tappezzeria e i conti si regolano con le pistole.

Dai sondaggi alla “par condicio” alla cosiddetta “pausa di riflessione” prima del voto, nelle democrazie moderne ogni aspetto sensibile è sottoposto a normativa. L’obiettivo, nobile, è evitare che chi è in grado di condizionare i media possa sfruttarli a proprio vantaggio. In Italia sappiamo che un modo per comprarsi il consenso si trova comunque: basta possedere tre reti nazionali, un quotidiano, quattro o cinque mensili, una casa editrice  e qualche amicizia che conta. Trump ha imparato la lezione così bene che, da palazzinaro e protagonista di reality, si è ritrovato a Washington in un battito di ciglia.

Ma c’è poco da stare allegri. I database di Facebook contengono migliaia di post per ogni utente e la creatura di Zuckerberg consente per definizione di inviare pubblicità profilata. Per capire a chi, ci sono società più piccole come Cambridge Analytica che sono in grado di creare profili elettorali bersaglio incrociando “big data and psychographics” (che tradurrei con “psicografiche”, sul modello delle ormai diffusissime infografiche). Significa che chi è sensibile  alla povertà e si commuove di fronte alle immagini shock, sarà bombardato da messaggi toccanti. Un tipo analitico, invece, riceverà reports a base di  numeri e istogrammi. Molto più persuasivo, no?

Le conseguenze possono essere pesanti. Nelle elezioni del 2015 i Conservatori in UK spesero 1,2 milioni di sterline in advertising online, il Labour solo 160mila. Il risultato fu l’inaspettata elezione di David Cameron che avrebbe condotto, l’anno seguente, al referendum sulla Brexit.
Già allora Politico.com si chiedeva se la tecnologia stesse rendendo inaffidabili i classici sondaggi.

Il problema oggi è dannatamente serio, e configura una delle sfide più interessanti per il diritto. La sfida per il legislatore è duplice. In primo luogo, capire come intervenire a livello nazionale senza ledere le libertà fondamentali. In secondo luogo obbligare le grandi corporation multinazionali come Facebook, che possono piazzare i server dove vogliono, ad adeguarsi.

Un’altra dimostrazione, se ce ne fosse bisogno, di quanto sia essenziale l’Unione Europea. Siamo sicuri che l’Italia una partita del genere possa, non diciamo vincerla, ma semplicemente giocarla?

@apiemontese

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internet, salute

Folding@home, la ricerca sul cancro si fa da casa

La scuola di informatica dell’Università di Stanford è famosa per i programmi di studio innovativi. Percorsi che intersecano materie eterogenee, alla ricerca di un quid che agli specialisti, semplicemente, sfugge. Marissa Mayer, amministratore delegato di Yahoo e tra i primi venti dipendenti di Google, si laureò lì in Sistemi Simbolici: un curriculum che comprende informatica, linguistica, psicologia, comunicazione, statistica. Spiegò Mayer, ripensando al cambio di facoltà dopo un anno a Medicina: “Fino a quel momento studiavo le stesse cose che avrei potuto approfondire nel Wisconsin”. Ma era in California, e non c’era motivo di pagare la retta di una delle università più care d’America senza imparare qualcosa di veramente nuovo. La scelta si rivelò vincente.

UNA STORIA AMERICANA – La cittadina di Stanford si trova nella San Francisco Bay. Confina con Palo Alto, dove hanno sede alcune delle principali aziende informatiche Usa. Compagnie come Facebook, Linkedin, Amazon, ma anche realtà come l’American Institute of Mathematics e il Mental Research Institute, che diede i natali a una famosa scuola di psicoterapia. Palo Alto fu fondata da Leland Stanford per creare un’università in memoria del figlio morto di tifo a 15 anni. Pare che il magnate avesse chiesto – e ottenuto – di mettere al bando l’alcol, causa di non pochi problemi di salute e ordine pubblico nella zona.

Il legame tra l’ateneo e la medicina si fece via via più solido. Dall’humus che ha dato vita a uno dei più straordinari agglomerati tecnologici della storia, non poteva non nascere innovazione anche in campo sanitario.

Fu così che nel 2000, sotto la guida del professor Vijay Pande, vide la luce il progetto Folding@Home. L’idea è che chiunque può dare un contributo alla conoscenza semplicemente mettendo a disposizione il proprio personal computer.

Non si tratta, per la verità, di un assunto nuovo. Il “calcolo distribuito” nacque più di 50 anni orsono in ambiente accademico e ha trovato applicazione in diversi ambiti, consentendo una flessibilità decisamente maggiore rispetto a quella offerta dai mega-elaboratori di atenei e centri di ricerca. Non solo. Ripartendo i compiti sulla base delle singole esigenze di ricerca, si ottiene un risparmio che consente di impiegare le potenze maggiori solamente per le operazioni di particolare complessità, riducendo gli sprechi e allocando meglio le risorse disponibili.

Stanford si gettò nella partita dando vita al progetto Folding at Home, focalizzato sulla ricerca medica. Nonostante la versione dell’università californiana si caratterizzi per alcune peculiarità, assomma le caratteristiche principali degli altri progetti simili come, ad esempio, Rosetta@home.

IL PROGETTO DI RICERCA – Le proteine sono alla base della vita. Ma per svolgere il proprio compito, la lunga catena di amminoacidi che le compone deve ripiegarsi su se stessa infinite volte in strutture tridimensionali, interagendo con l’ambiente circostante fino ad assumere una conformazione che coniughi funzionalità ed economia di spazio. Un processo che avviene milioni di volte al giorno e in tempi ridottissimi: analizzarlo, si ritiene, può essere la base per trattare patologie fino ad oggi incurabili. Se i meccanismi di correzione non funzionano e il processo non va a buon fine (come accade raramente, per la verità) la proteina deforme che si viene a creare può innescare processi patologici, tra cui molti tipi di cancro, ma anche l’Alzheimer e il Parkinson.

Ma lo studio delle strutture tridimensionali è complesso. In assenza di un modello teorico che spieghi il ripiegamento (chiamato in inglese folding)  in maniera esaurientegli scienziati hanno provato a simulare quello che accade nella realtà con l’utilizzo di un calcolatore, per trarne conclusioni empiriche.

Studiare il processo di folding richiede potenze di calcolo enormi, e neanche i supercomputer delle università come Stanford sono sufficienti, perché spesso condivisi tra i dipartimenti di medicina, fisica, astronomia e matematica. Perché, allora, non sfruttare gli elaboratori domestici?

DIRIGERE IL TRAFFICO – Si tratta, ovviamente, di un contributo volontario. Alla base di tutto c’è una sorta di afflato ideale, la scelta di un cittadino di dare una mano alla ricerca. A costo zero. Le motivazioni affondano spesso nella storia personale o familiare, ma non manca chi è mosso dal semplice amore per la scienza.

Il compito di ogni Pc connesso alla rete di Folding@home è quello di risolvere una parte dei calcoli (work units) in cui è stato diviso il problema oggetto di studio. Che si tratti della simulazione del ripiegamento di una proteina o degli effetti di una determinata molecola sull’organismo, ogni quesito può essere scomposto. C’è un tempo massimo per completare le work unit , sorta di compiti a casa hi-tech: i risultati confluiscono poi alla centrale operativa, sotto il controllo diretto dei ricercatori, che dirige il traffico e aggrega i dati.

COME PARTECIPARE AL PROGETTO – Partecipare al progetto richiede soprattutto la pazienza di ascoltare la ventola del pc girare al massimo: un problema risolvibile con un leggero sottofondo musicale. Il software si può scaricare facilmente da internet (clicca qui per il download dal sito dell’università di Stanford) ed è pronto per essere installato.

Nel giro di cinque minuti il computer diventa operativo, con una maschera che indica i progressi ottenuti. Il programma è impostato per lavorare con priorità bassa, e sfruttando solo la potenza inutilizzata dal processore. In pieno spirito americano, un sistema di punteggio tiene il conto del contributo fornito da ciascun utente, stilando una classifica di quelli più attivi: non c’è un premio in denaro, solo la consapevolezza di aver contribuito alla ricerca su alcuni dei grandi misteri della medicina moderna.

MEDICINA A DUE CORSIE? – Il ruolo dell’informatica nella cura della salute sta diventando rilevante. E le applicazioni della computer science in campo medico e biologico sono solo agli albori.  Le simulazioni tridimensionali ottenute da progetti come Folding@home sono utilissime agli scienziati per comprendere i meccanismi attraverso cui ci ammaliamo. Ma, al pari della mappatura del genoma, completata anni fa, ben lontane dall’essere sfruttate appieno.

Oltre alla diagnostica e ai robot, già usati da anni in sala operatoria, il futuro sarà l’analisi dei big data, che permette di confrontare le statistiche raccolte su campioni estremamente ampi di popolazione, rivedere la letteratura, fare inferenze, tutto alla ricerca di soluzioni sempre più raffinate e personalizzate. Anche IBM, con il progetto Watson Health si è lanciata nella partita. E la sede italiana del progetto sarà a Milano, in quell’Human Technopole nato sulle ceneri dell’area Expo.

Il problema è se, e quando, i risultati saranno a disposizione di tutti. La tendenza alla riduzione della spesa pubblica in ambito sanitario potrebbe condurre a due corsie, una super-moderna per le classi ad alto reddito, e un’altra, “normale”, per quelle a reddito medio-basso. Non è un buon motivo per rinunciare alla ricerca; ma lo è per inaugurare una riflessione schietta. Che dovrà, per forza di cose, coinvolgere anche la politica e le lobby farmaceutiche.

Antonio Piemontese
@apiemontese

(L’articolo originale è stato pubblicato su tiSOStengo del 28/10/2016)

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cronaca, giornalismo, internet

Diritto all’oblio: subito la legge

Questo pezzo è stato pubblicato in originale su TiSOStengo.

Quando le notizie che arrivano sono queste, verrebbe voglia di spegnere il computer, il cellulare e riporre la tecnologia in una scatola con tutto il buono che ci ha regalato. Tiziana C., giovane e bella donna di Mugnano, in provincia di Napoli, si è tolta la vita a 31 anni impiccandosi con un foulard. Pochi, pochissimi, se si ha la fortuna di possedere l’essenziale: una casa, un lavoro, e un po’ di salute. Ma per la protagonista di un video sexy girato con leggerezza e spedito, per chissà quale motivo, a presunti amici, la serenità è una chimera.

Benvenuti al tempo della Rete, dove tutto ciò che passa dal web è destinato a restarci. Per sempre. Il nome di Tiziana, protagonista a volto scoperto, era circolato, aprendo la strada a pagine Facebook cariche di insulti per quell’atto frivolo di cui, poco dopo, ha compreso la stupidità.

Si sa che la gente dà buoni consigli sentendosi come Gesù nel tempio, si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare cattivo esempio” cantava de André. Il paese chiacchiera: la madre, dipendente comunale, si nasconde per la vergogna. La figlia, per disperazione, sceglie di cambiare città, rifugiandosi in Toscana. Non serve.

Mandare un curriculum, chiedere l’amicizia su Facebook, innamorarsi in palestra: cose normali per chiunque,  non lo erano per Tiziana. Vittima del web e dei tanti voyeur che consumano gigabyte e avambracci guardando porno amatoriali, per poi lavarsi la coscienza vomitando ingiurie.

Nome e cognome avrebbero inchiodato per sempre quella ragazza di 31 anni al suo errore. Imperdonabile, in una società sessuofobica. Peccato che, mentre un foulard le portava via la vita, legioni di ladri in giacca e cravatta, politici corrotti, preti con figli bevessero Martini, come sempre, sulle terrazze del Belpaese.  Aveva deciso di cambiare identità, Tiziana, rinunciando a sé per sfuggire agli avvoltoi. Ma non ha fatto in tempo a salvarsi.

Pensate non vi riguardi? Sbagliato. Nessuno è al sicuro. Le tutele sono scarse. Il diritto all’oblio, che dovrebbe garantire la cancellazione dei contenuti inattuali pubblicati sul web, è di difficile applicazione. Troppo facile copiare un contenuto e diffonderlo, riparandosi dietro server collocati chissà dove. Senza contare l’effetto Streisand: se la notizia dell’azione legale si sparge, la diffusione della notizia, paradossalmente, aumenta.

In Italia, il Garante alla privacy e l’orientamento della giurisprudenza guidano l’azione della giustizia. Ma non basta: non esiste una legge ad hoc che fissi confini certi nell’era digitale. Solo l’Unione Europea pone qualche paletto.

Tra i molti interventi che il governo Renzi ha in programma per modernizzare l’Italia, da oggi c’è una priorità: fermare questa vergogna. Siamo convinti che Tiziana si potesse salvare. Che almeno il suo sacrificio non sia stato inutile.

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Gli online magazine del millennio

Navigando sul web, mi capita sempre più spesso di trovare siti veramente ben fatti (l’ultimo? Eccolo), sia dal punto di vista grafico che da quello dei contenuti. Ho le sensazione che, finalmente, l’informazione su internet sia arrivata all’inizio di quella che potremmo definire la fase di maturità.  Quando ho cominciato a lavorarci (era il 2005), le cose erano molto diverse. Venivo dalla carta stampata, ma mi era chiaro che ero arrivato tardi: in redazione c’era la fila di colleghi  di mezza età alla ricerca di un posto fisso e di una sistemazione, e il mio turno sarebbe venuto (ammesso che arrivasse) molto più avanti. Nel frattempo? Il niente. La solita gavetta fatta scrivendo due pezzi a settimana, senza vivere quella pressione che, poi, è la differenza tra un vero giornalista e chi, semplicemente, scribacchia.  Non importa si tratti di un mensile o di un quotidiano: se non sai farlo in fretta, non sei del mestiere. E questo si impara solo in redazione.

Insomma, mi serviva un posto dove fare pratica. Mi buttai sul web, prima con un blog, poi con un sito, assieme ad altri giovani. Si chiamava “GiraMi”, ed era in anticipo sui tempi, troppo.  Ricordo quando demmo tra i primi la notizia di una svolta sulla congestion charge, la soddisfazione di vedersi in cima a Google News. Poi, raccontavi di lavorare in un giornale online, e la gente ti guardava con compassione. Sostanzialmente, la percezione di affidabilità era pari a zero.

La gente, semplicemente, il web lo ignorava. Tutto qui.

Il problema, visto a posteriori, stava in questi termini: i giornalisti migliori, quelli di esperienza, stavano sul cartaceo. Non sapevano neanche cosa fosse un pc, abituati a macchine con autista e redazioni in cui la catena delle notizie comprendeva fotografi, grafici, impaginatori, correttori di bozze. I giovani, quelli che sapevano usare il web, non avevano abbastanza esperienza e capacità per fare giornali di qualità.In genere avevano tra i 20 e i 25 anni, e a quell’età possono non mancare gli strumenti tecnici e la cultura; ma mancano cose fondamentali: il buonsenso e l’esperienza, che ti porta a fare confronti e a valutare i fatti.

Undici anni dopo, nel 2016, quei giovani sono diventati uomini di mezza età. Qualcuno (molti) ha cambiato mestiere per disperazione, e ne ho visti diversi gettare via il talento senza scrivere più una riga. Altri si sono intestarditi, e ancora annaspano tra collaborazioni miserrime, convinti, come sono, che oggi si possa vivere solo di giornalismo.

Poi ci sono quelli come me, che hanno deciso di fare altre esperienze, magari si sono immaginati una vita diversa, per tornare sui propri passi, perché al cuor non si comanda (ma nel frattempo hanno girato un po’ il mondo, imparato a fare altro, e se ne sono appassionati, anche).

Risultato? Oggi quei trentacinquenni sono grafici, web designer, webmaster, videomaker, insomma, tutto quello che serve per mettere insieme un prodotto qualitativamente valido e, possibilmente, se non di successo, almeno di nicchia. Lavorano tutti sul web, e il web è chiaramente nei loro orizzonti: non più un ripiego, ma scelta nativa, per le possibilità che offre. In più, hanno l’esperienza per scrivere contenuti di qualità, scattare foto appaganti, produrre video significativi.

Oggi esiste una quantità di online magazine che offrono proposte eccezionali per valore di testo e grafica: le news di attualità è sempre meglio pagarle (opinione mia) ma, sulle nicchie, c’è veramente di che leggere. E tutto gratis.

Chissà cosa ci riserva il futuro. La carta resterà per i feticisti della pagina, ma il web sta arrivando a maturazione e le nuove tecnologie propongono sempre maggiore integrazione. Credo si possa dire, a questo punto, che abbiamo veramente svoltato.

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