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Cherchez l’ami

Non c’è da esultare molto se vinci con il 60 % dei voti, ma alle urne si è recato meno del 50% degli aventi diritto, dato più basso di sempre a Milano. La sinistra ha tradizionalmente più potere di mobilitazione; il resto dei meneghini ha deciso che non valeva la pena perdere un quarto d’ora di vita per scegliere chi sostenere tra l’offerta politica di questo 2021.

E come dar loro torto. Con un avversario all’altezza sarebbe stato ballottaggio sicuro. Ma uno come Albertini, di prendere ordini da Salvini non ne ha voluto sapere. E infatti ha salutato, simpaticamente addossando la responsabilità alla consorte.

Con Sala vince l’idea di città internazionale ma poco attenta alla spina dorsale di lavoratori, quella delle settimane della moda ma anche del vino, del coniglio, del design, dello spritz (scegliete un sostantivo e cercatelo nel calendario: probabile che lo troviate). La città che non si ferma, quella degli Ambrogini alla Premiata multinazionale del marketing Ferragni / Fedez e dei progetti di riqualificazione tutti diversi eppure tutti uguali perché senz’anima (dov’è il rispetto delle identità dei quartieri, se fai sempre la stessa cosa da Loreto a porta Romana?).

Quella che spinge fuori i poveri per attirare manager e fondi di investimento. Quella che accontenta i proprietari immobiliari, felici degli aumenti folli dei valori perché guadagnano senza muovere un dito (si chiama rendita).

A Roma, dice il resoconto di un convegno recente, i palazzinari già esultano per la candidatura all’Expo 2030: il valore degli immobili è dato in salita, e si sono messi a fare i conti nei giorni scorsi, guarda caso poco prima delle elezioni.

Milano, naturalmente, da prima della classe le sue Olimpiadi le ha già. Quelle invernali. Peccato che nessuna città al mondo li voglia, i giochi, perché durano due settimane, costano miliardi, e di solito lasciano cattedrali nel deserto, come ben sappiamo qui in Italia. Non solo. A Milano la neve non c’è. Se il profeta non va dalla montagna, sarà la montagna a venire al Duomo, devo aver pensato a Palazzo Marino. Oppure è il solito marketing.

Insomma, chi, come chi scrive, ha il cuore che batte a sinistra (e conosce il mondo reale, non quello delle ztl) stappa una bottiglia per la fine dell’ondata sovranista. Ma tiene gli occhi aperti. Cherchez la femme, dicono i romanzi polizieschi. Qui bisogna cercare i finanziatori. “Non ho chiesto e non ho ricevuto – ha detto Sala – diciamo che godo di tanta stima e quindi ho amici e conoscenti che in trasparenza aiutano nella campagna, però l’ho fatto volontariamente, perché credo che l’indipendenza passi anche attraverso quello. Io non chiedo soldi ai partiti”. Da oggi, io direi cherchez l’ami.

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Perché non ho votato Sala

Quando lo incrocio dal vivo a qualche evento, Beppe Sala non riesce proprio a non essermi simpatico. L’ho visto in azione a Expo, quando ha salvato praticamente da solo una manifestazione che sembrava condannata al fallimento tra ritardi, appalti truccati, infiltrazioni mafiose. È arrivato agli sgoccioli, e ha fatto quello che era necessario per condurre in porto l’esperienza: senza fare domande, e anche mettendo firme dove sarebbe stato meglio controllare. Ma un grande manager si riconosce da questo: finisce il lavoro per cui è stato assunto. Altrimenti non lo accetta.

Non solo. Ricordo bene la sensazione del primo giorno. Cielo plumbeo, viali semidedeserti, la cerimonia inaugurale con le sue scontate passerelle politiche che sembrava l’anticamera di un disastro annunciato e, finalmente, giunto a compimento.

Come è andata, invece, lo sappiamo. Expo è stato un successo. Dopo il primo mese di rodaggio, la gente ha cominciato ad arrivare. A luglio era tanta, a settembre per i viali non si camminava, a fine ottobre era impossibile vedere più di tre padiglioni in una giornata. Escluso, ovviamente, quello del Giappone, che da solo richiedeva otto ore di coda. Per saltare le file qualcuno arrivò a presentarsi con un passeggino riempito da un bambolotto.

Cosa era accaduto? Fu messa in piedi una campagna di marketing poderosa. Tra accordi con supermercati che fornivano biglietti scontati e un lavoro incessante di creazione del buzz, il passaparola, su social media e blog, la voce si sparse in fretta. Si crearono tormentoni come il già ricordato Giappone che divennero virali.

L’incremento di pubblico fu esponenziale. La macchina comunicativa aveva fatto il suo dovere. I conti erano salvi (più o meno, ma non era colpa di Sala). La manifestazione, però, però divenne invivibile. La situazione era sfuggita di mano. Tra i padiglioni, letteralmente, non si respirava per la calca. Scesero in campo le associazioni dei consumatori: perché vendere così tanti biglietti se uno poi non può vedere nulla? Avevano ragione.

Erano gli anni del renzismo, e il capo fu generoso nel ricompensare il manager , appoggiando la candidatura di Sala a sindaco di Milano. Sembrava l’uomo giusto per proseguire il discorso di una città internazionale, aperta e rampante. Fino al Covid, il capoluogo lombardo era una città da copertina, l’unico posto in Italia dove la crisi del 2008 2011 era davvero passata. Tutti volevano Milano.

Poi arrivò la pandemia. E si vide che durante la crisi, in città non erano restati i manager internazionali o gli expat strapagati che tornavano attirati unicamente dal regime fiscale favorevole. C’erano i panettieri, i baristi coi locali chiusi, gli operai, i cassieri, gli impiegati delle poste da 1200 euro al mese. Quelli che hanno fatto funzionare Milano anche quando avrebbe potuto, e in parte lo è stata, trasformarsi in un deserto.

Arrivo al punto. Qualcuno dice che c’è una scelta: o la città internazionale, “attrattiva”, o la città disegnata per chi ci vive. Terza possibilità, questa la tesi, non è data. Con Sala, Milano ha scelto la prima. E dimenticato la seconda. Affitti alle stelle, un centro senza vita, periferie dimenticate da cui il Duomo dista ben più dei sette chilometri indicati sulla mappa. Se ne accorse persino l’Economist, non certo un giornale di sinistra, con un articolo a gennaio 2020.

La speculazione edilizia ha innescato una spirale difficile da contenere. La gentrification fa sì che anche alcune periferie stiano diventando patrimonio dei ricchi mente i poveri sono confinati nei soliti quartieri (Barona, Corvetto, Quarto Oggiaro, Bovisa). La politica ambientalista del “tutto subito” (ah! ancora il marketing) ha costretto tanti a cambiare auto senza alternative valide a livello di trasporto pubblico . I negozi di quartiere stanno chiudendo uno a uno, sostituiti da catene. Gli scali ferroviari, progetto bandiera di riqualificazione , sono stati disegnati come usa adesso: tutti uguali, nonostante gli architetti siano diversi. Il solito modello internazionale buono per tutte le stagioni, a base di vetro, acciaio e boschi verticali. Persino i tram cambieranno, in peggio. Aggiungete l’Ambrogino d’oro alla Ferragni e il cocktail è pronto.

Sala ha fatto il politico come faceva il manager. Non è colpa sua, è il suo DNA. Il marketing davanti a tutto per attirare gli investitori, il resto arriverà. A Expo esagerò. A Milano è accaduto lo stesso. Lo slogan che ha sintetizzato la visione è quel “Milano non si ferma” ripetuto in piena pandemia che mostra quanto la percezione del sindaco fosse slegata dalla realtà. Fuori i bar cinesi erano chiusi e la città aveva paura: ma guai a mostrare la verità. Par condicio : anche l’aperitivo di Zingaretti è stato una cagata mostruosa, per dirla alla Fantozzi.

Sala continuerà a essermi simpatico dal vivo; meno, quando lo vedo sui manifesti in cui si alterna tra Obama e i vecchietti del circolino. Con ogni probabilità vincerà senza problemi. Più per incapacità del centrodestra di trovare candidati, per gli scandali da fan page, per il fatto che le carte ormai (purtroppo) le dà Salvini che per meriti propri. Ma io non l’ho votato. Milano ha bisogno di altro, e di pensare ai suoi cittadini prima che agli investitori e alle copertine. A quelli che ci vivono davvero, non ai bocconiani pronti a lasciarla in cerca del regime fiscale migliore, fosse anche in capo al mondo. Insomma, consideriamo le alternative. Leggiamo le interviste. Valutiamo i programmi. Ci sono ottimi candidati anche a sinistra che non hanno foto con ex presidenti ma hanno molto da dire da dare. Diamo loro una chance, anche solo di far sentire la propria voce. E buon voto a tutti.

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Milano deserta, Sala e lo smart working

Stimo Beppe Sala sin da quando, di ritorno da Londra e alla ricerca di un inserimento in Italia, lavorai ad Expo in ruoli non propriamente dirigenziali. Sei mesi dietro le quinte mi diedero modo di vivere da vicino tutta la parabola dell’esposizione milanese: partita male, con cielo plumbeo e poca gente tra i viali, a forza di marketing e passaparola chiuse con code oceaniche all’ingresso dei padiglioni (proverbiale quello del Giappone) e un affollamento che fece gridare alcuni alla truffa. Cos’era accaduto? La macchina era stata lanciata a tutta velocità grazie a promozioni speciali, interventi social, post nei blog, attività di ufficio stampa, oltre, naturalmente a un ricchissimo calendario.

Non si andò lo stesso in pareggio, ma, considerando il punto da cui si era partiti (inchieste su infiltrazioni mafiose, cerimonia inaugurale con cantieri ancora aperti) non era il caso di lamentarsi. L’organizzazione, dopo alcuni balbettii, fu perfetta: se non lo fosse stato, non avrebbe potuto reggere quel tipo di impatto senza implodere. Di questo, a Sala, ho sempre dato atto.

Facile che alle elezioni comunali del 2016, quelle per il dopo-Pisapia, sembrasse lui il candidato naturale.
Accettò, e vinse. Milano era rinata: profondamente modificata nella struttura e nella mentalità, era diventata una città internazionale. Dico città non a caso: chi parla di metropoli probabilmente non ne ha mai conosciuto davvero una, con i problemi che sono molto diversi da quelli di una realtà con un milione e mezzo di abitanti.

Come politico, il mio giudizio su Sala cambiò parzialmente lungo il corso degli anni. Pur riconoscendone l’abilità nel tessere relazioni oltreconfine e attrarre capitali, dal mio punto di vista il primo cittadino commise lo stesso errore di Expo: quello di lanciare Milano a velocità supersonica, come se il domani fosse lì da mangiare in un solo boccone, spesso lasciando indietro chi non stava al passo.

Nei giorni scorsi si è spesso scritto del sentimento di malcelata invidia e persino di odio nei confronti della Lombardia e del capoluogo: il problema parte dal fatto che, per quanto sia importante per il paese dal punto di vista economico e di immagine, Milano non ha mai rappresentato la fotografia dell’Italia. Mentre all’ombra del Duomo il business prosperava come mai prima (ricordiamo che nel 2009 ci furono gli scontri in via Padova, nel 2013 i “forconi” in Piazzale Loreto) e in città arrivavano i migliori “talenti” da tutto il paese, il livello della competizione si alzava, assieme ai prezzi delle case e al biglietto del tram. Il centro si trasformò sempre più in una vetrina per i grandi marchi del commercio internazionale; il problema è che i negozi la sera chiudono, e fare un giro in Duomo dopo cena offre uno spettacolo desolatamente triste.

Le misure anti-inquinamento (ultima l’area B) divennero una bandiera. Ilproblema delle polveri sottili c’è, senza dubbio; ma è assurdo pensare di risolverlo ex abrupto, con normative che vanno a colpire i più poveri: quelli, cioè, che non cambiano l’auto da 15 anni e magari se la porterebbero dietro per altri 15 (cosa inquina di più? Sarebbe interessante approfondirlo). La norma, si dirà, prevede eccezioni per chi usa la vettura per lavoro: ma sostenerlo significa non riconoscere che oggi con i contratti sempre più precari, il lavoro a chiamata e altre amenità non è facile ottenere documenti e giustificativi scritti che domani potrebbero servire come pezze d’appoggio per cause in tribunale. Siamo tutti “collaboratori” di qualcosa, e le norme che valgono per i dipendenti spesso non funzionano per gli autonomi.

Sulla scia delle creazioni di Stefano Boeri, la vera superstar di questi anni, Palazzo Marino decise (non sto scherzando) di puntare sul verde sui tetti: basta alzare lo sguardo per rendersi conto che, in effetti, l’obiettivo è stato raggiunto. Intanto una stanza non costa meno di 600 euro, vivere da soli è impossibile per i giovani e moltissimi appartamenti sono comprati da fondi di investimento, rimanendo sfitti.

Del caso-Milano finì a occuparsi anche l’Economist, che non è certo un giornale di sinistra. Insomma, quella della Madunina era diventata una città-stato che faceva comodo citare quando si voleva parlare bene dell’Italia, e i cui i amministratori si beavano di raccontare al mondo a colpi di storytelling.

Il punto è che questo è un osservatorio privilegiato. A Milano ci vivo, e posso confermare che da qui non si ha la percezione che la crisi del 2008, nel resto d’Italia, non è mai passata del tutto. La distruzione creatrice di Schumpeter funziona nei contesti fortemente urbanizzati, ricchi di possibilità e di scambi; ma l’Italia è un territorio in massima parte formato da piccole realtà, dove la fine di determinate rendite di posizione (che, giusto o sbagliato che fosse, mantenevano un equilibrio) non ha coinciso con un modello di sviluppo basato su presupposti nuovi. Qui entrano in gioco il “familismo amorale” che caratterizza la Penisola, la corruzione, i favori, il voto di scambio (tutta roba da cui peraltro il Nord non è immune). Insomma, ciò che ha portato il Movimento di Grillo a stravincere le elezioni e la Lega a prendere valanghe di voti, incredibile dictu, dai “terroni” del Sud.

Per farla breve: Milano è lo scolaro troppo bravo e stronzo, quello a cui riesce tutto e ride mentre annaspi. Non è il De Rossi di De Amicis, impassibile nella propria torre d’avorio, nemmeno un rigo di sudore, sempre perfetto nel proprio algidismo: è, piuttosto, il “bauscia” che arriva sempre davanti a te, e te lo fa notare, quello che all’improvviso mette la freccia (quando se ne ricorda) e ti supera sgommando in un mare di polvere. E hai voglia a dire che non è giusto prendersela, che non si fa così, che l’invidia è da parvenu: chi ha memoria della vita tra i banchi ricorderà che questo tipo di soggetti non attirava simpatia.

Chiedetelo a Torino, schiacciata dall’onnipresente tentativo del capoluogo lombardo di fagocitare tutto quanto possibile, in barba ai rapporti di buon vicinato. Del resto, come diceva Sala fino a tre mesi fa, #milanononsiferma. Di fronte a niente, nemmeno al virus.

Sarà per questo che mi sono sorpreso di leggere la lettera del sindaco al Corriere della Sera. Spedita nei giorni scorsi, devo ammettere che condivido le sue parole.

In sostanza, afferma l’amministratore, il telelavoro (smart working è una parola grossa) è una conquista della civiltà, ma va perseguito per gradi e con attenzione, avendo cura di preparare il resto del sistema economico a un’inevitabile transizione.

Ciò che Sala intende è che, con i lavoratori a casa, le città si svuotano. Anche Milano. Fate un giro per i viali. Sembra fine luglio, poche auto, poche persone, molti ristoranti chiusi per pranzo, molti altri che, semplicemente, non riapriranno mai. Per non parlare dei negozi di abbigliamento, che hanno chiesto di posticipare i saldi nella speranza che arrivino soldi e animo.  Una città che lavora da casa, per quanto affascinante e meno inquinante, pone moltissimi problemi per il tessuto sociale.

Il miglior modo per distruggere una città a parte una bomba è una legge sugli affitti” ammoniva un economista. Intendeva dire che con l’equo canone i proprietari non avrebbero più fatto manutenzione; e questo nel giro di 20 anni avrebbe portato in rovina i palazzi. Le strade da trovare, secondo lui, erano altre.  

Riprendo la citazione perché l’immagine è evocativa. Basta uscire di casa per vedere insegne già annerite, piante non tagliate di fronte alle serrande. Cartelloni pubblicitari sgualciti. E immaginarsi le persone che in quei locali hanno investito, scommettendo su una crescita che appariva senza fine.

La desertificazione di Milano si può combattere solo sfidando la paura del futuro, questo è chiaro. Ma non c’entra solo il pensiero positivo, e non basta una missiva per incentivare a sobbarcarsi costi che ormai appaiono inutili

Molte aziende, forzate alla digitalizzazione, si sono accorte che il modello del telelavoro può funzionare dal punto di vista organizzativo se si trasforma in smart working (la distinzione c’è, e non è secondaria). In più, offre un importante vantaggio: permette di affittare sedi più piccole, riducendo i costi fissi. La turnazione dei dipendenti ha permesso a Microsoft di spostarsi da Segrate all’avveniristica sede di Porta Garibaldi, vicino al cuore dell’innovazione finanziaria meneghina. Questione di status. Molti potrebbero fare lo stesso.

Chiudo il ragionamento. Le aziende agiscono, per definizione, nel proprio interesse. Se c’è risparmio, cercano di perseguirlo, e Sala, che di mestiere faceva il dirigente, lo sa bene. È nobile, ma assurdo in termini economici, chiedere loro di sprecare denaro. A incentivare comportamenti virtuosi per la comunità scoraggiando gli altri deve pensarci la politica (cioè lui) individuando correttamente il cuore del problema: che non è diffondere statistiche in doppia cifra, ma garantire la miglior qualità di vita possibile.

Le città devono tornare a chi le abita: anche se non ha RAL da 60mila euro l’anno, e non è cool. Chi guadagna molto, soprattutto se è giovane, tende ad andarsene quando le condizioni non soddisfano più. Lo ha mostrato la legge sul rientro degli expat: il problema è la retention, perché chi è tornato resterà qui solo fino a che godrà dell’esenzione fiscale pressoché totale su redditi già altissimi. Lo stesso fanno gli yuppie stranieri, alla ricerca del prossimo place to be sullo scacchiere globale.

A restare in trincea sono quelli che non se lo possono permettere, di spostarsi. Quelli che non hanno “talento”, competenze o fortuna abbastanza da poter decidere di cambiare contesto ogni cinque anni sulla base delle tendenze di mercato, e al massimo passano da Porta Romana alla Barona. O a Cinisello Balsamo.

Sono quelli che la sera vanno a prendere il bianchino al bar, che conoscono almeno un poco il dialetto (io, figlio di meridionali, il milanese non lo capisco quasi). Quelli legati alla memoria storica, che protestano se l’androne del palazzo viene rifatto ignorando l’estetica, spesso sacrificata alla funzionalità e all’innovazione. Quelli che, quando c’è una pandemia, sono inseriti nel quartiere e danno una mano ai vicini, dal momento che li conoscono da trent’anni.

Credo davvero, e non lo scrivo da ora, che Milano avesse bisogno di rallentare. Per questo apprezzo le parole di Sala. La città deve ripartire da chi la abita, ma spetta a lui, prima di tutto, trovare una sintesi e proporre un nuovo modello di sviluppo realmente inclusivo, confrontandosi con lo scenario internazionale, certo, ma anche tenendo a mente che l’Italia è ciò che è proprio in virtù delle imperfezioni. Basta attraversare il confine a Chiasso, per rendersi conto di quanto siamo fortunati.

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