Un anno alla Brexit
brexit, esteri, politica

Brexit a metà strada: il rischio per Londra è restare sola

 

Questto articolo è stato pubblicato originariamente su Londra, Italia

Un anno dall’avvio delle trattative, quasi due dal referendum. E dodici mesi esatti all’addio ufficiale fissato per il 29 marzo 2019. La Brexit, l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione non è ancora avvenuta. Parliamo, allo stato dei fatti, di una eventualità probabile ma non ancora certa. Ma le ricorrenze  simboliche offrono lo spunto per  qualche valutazione.

E’ stato un errore votare Leave e orchestrare una campagna per allargare la Manica? Nigel Farage e Boris Johnson risponderebbero che no, non lo è stato.  Ma tipi come Farage e Johnson sono pronti a negare l’evidenza. E, mancando la controprova, trovano sempre qualcuno disposto a dar loro credito.

I numeri, pur non essendo catastrofici, non depongono a favore dell’esito elettorale: l’economia tiene, ma su una curva più bassa rispetto al passato. La sterlina non è risalita, e le aziende straniere continuano a portare via da Londra i propri uffici, giocando d’anticipo. I fondi europei che verranno a mancare aiutavano proprio le campagne, i territori che si sono dimostrati più ostili a Bruxelles.  Nessuno ha spiegato quale sia il piano adesso, ammesso che esista.

La verità è che nessuno si aspettava la Brexit (52% degli elettori a favore in occasione del referendum del 23 giugno 2016): la vittoria del Leave ha sorpreso persino gli stessi promotori.

Non  se la aspettava David Cameron, che concesse il referendum – pensando di vincerlo – per mantenere un’avventata promessa elettorale. Con le stelle all’alba, tramontò la sua carriera politica.

Non se lo aspettava Nigel Farage, che pensò bene di fare un passo indietro all’indomani del successo: perché un conto è desiderare l’impensabile, e un conto è ottenerlo.

Non se lo aspettava nemmeno Theresa May, che, da sostenitrice del Remain, si trovò a gestire la transizione ripetendo il mantra “Brexit means Brexit“.

Non se lo aspettava nessuno, e invece è accaduto. Come è stato possibile?

La causa sta nel grave errore politico di Cameron, che concesse la consultazione. L’ex premier mostrò qui tutta la propria inesperienza. L’uso disinvolto dei media –  vi dice niente Cambridge Analytica?  – , le fake news e le campagne di stampa orchetrate da politici senza scrupoli e più interessati al proprio tornaconto che all’interesse nazionale fecero il resto.

Si parla di  rispettare la volontà del popolo: ma le questioni di geopolitica sono, da sempre, gestite dai governi, al limite dai sovrani, e mai dal demos; quando si ricorre ai plebisciti, agganciandoli al diritto all’autodeterminazione dei popoli, lo si fa per conflitti di matrice etnica, religiosa, e sempre con maggioranze di ben altra portata. Nel caso della Gran Bretagna, che,  pearaltro, in seno all’UE ha sempre goduto di amplissima autonomia, è stato il 2% dei voti a risultare determinante.

Ma il caso della spia russa avvelenata sul suolo britannico – con ogni probabilità su mandato del Cremlino – ha mostrato a Londra cosa significa rischiare di restare isolati.

In un contesto europeo, la solidarietà ai britannici sarebbe stata scontata e doverosa. Oggi non lo è più. E’ una questione di buoni o cattivi rapporti; insomma, di interesse. E’ arrivata, certo, ma grazie al lavoro sottotraccia dei funzionari; e chi la ha mostrata, lo ha fatto in primis per indebolire il leader russo Putin, tornato prepotentemente sullo scenario globale.

Sessantacinque milioni di abitanti, poche risorse naturali, un’economia basata essenzialmente su servizi. Il Regno Unito è esposto al vento. Poco interessante per l’America, poco interessante per l’Europa.  Per dirla con gli economisti, ciò che prima era gratis, oggi ha un prezzo, e vedremo quale.

A Brexit avvenuta, Londra dovrà reinventarsi un ruolo e uno status che, una volta fuori dall’UE, non avrà più. Potrebbe volerci molto tempo. Potrebbe anche non accadere mai.

La politica internazionale in un mondo multipolare funziona ancora – piaccia o meno – come ai tempi del Congresso di Vienna. Un gioco di diplomazie. E non si decide mai esclusivamente in base ai dati economici; si agisce, piuttosto, guardando agli interessi di potenza, che a volte impongono di rinunciare a benefici immediati per ottenere sicurezza a lungo termine. Spiegare questo ai cittadini infiammati dalla propaganda pro-Brexit era obiettivamente impossibile. Ecco perché quella di farli votare è stata la scelta sbagliata.

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politica

Voto dall’UK: tra gli expat il populismo non sfonda

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su Londra, Italia.

Il populismo non sfonda all’estero. Il voto oltre confine  non rispecchia l’esito della consultazione in Italia. Quando i seggi scrutinati alla Camera sono circa un terzo del totale, il partito democratico si attesta attorno al 26%, ben al di sopra del 18% raccolto in patria.

Ma a sorprendere è il Movimento Cinque Stelle, fermo attorno al 17%:  metà della performance straordinaria registrata in Italia.  Male anche la coalizione di Centrodestra (Fi,Lega, FdI) che assomma, fino a questo momento, il 21 % circa dei consensi. Maie e Usei fanno registrare rispettivamente 10,11 e 8,01. Le sorprese riguardano anche Liberi  e Uguali (5,49%) e, soprattutto, + Europa (5,9%).

Ci sarà tempo per le analisi sociologiche certo è che l’affluenza è stata bassa (28% circa), e lascia supporre che ad esprimere il voto siano state solo le persone più motivate, politicamente attive e informate, probabilmente anche quelle con una scolarizzazione più elevata.

Un partito nazionalista come la Lega è privo di mordente tra gli expat; perde grip anche il Movimento, pagando forse lo scetticismo sull’euro. Una valutazione confermata dalla prestazione brillante della lista di Emma Bonino, che dell’Unione ha, invece,  fatto bandiera.

Il risultato  delle ripartizioni  Europa e Asia-Africa- Oceania rispecchia i dati generali, mentre in Nord America prevale il centrodestra con il 32,88 %; in America Meridionale, invece, Maie e Usei trionfano con , rispettivamente, il 29,4 e il 24,75.

In UK, al momento, i dati danno il PD al 33%, 5 stelle al 26% Centrodestra al 17%. Ottima la performance di +Europa, che in Italia probabilmente non prenderà seggi (2,5% dei voti), mentre nel Regno Unito assomma addirittura l’11% dei consensi, così come quella di LeU (7%): numeri che raccontano una storia particolare, e forse risentono dell’effetto Brexit.

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politica

Fine di Renzi, Lega al 17%: l’Italia ai Cinque Stelle

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su Londra, Italia.

MILANO – La sala si svuota, gli esponenti politici se ne vanno, i ragazzi, mesti, si guardano tra loro. Nessuno parla. La maratona elettorale al comitato PD di Milano finisce a mezzanotte e trenta, con le prime proiezioni. Una scena lunare. “Quando cadi così in basso non puoi che risalire”. “L’abbiamo detto tante volte”. Si sapeva, ora lo ammettono dopo le frasi di circostanza delle scorse ore. Ma fa sempre male.

Mentre la Milano democratica va a dormire, ce n’è un ‘altra che festeggia. E’ quella di Salvini, in via Bellerio, che con il 17 % quadruplica il risultato di cinque anni fa.

Ma sono state le elezioni del Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo, che sfonda la soglia del 30 per cento.
Cosa accadrà adesso, nessuno lo sa.
Tutto dipende dai pentastellati, da come decideranno di capitalizzare il risultato.

Una campagna elettorale povera di contenuti, mai come questa volta giocata sulle paure e sull’immagine. Il trionfo della politica – spettacolo.
Silvio Berlusconi, il grande comunicatore, è sembrato antiquato, e non solo per sopraggiunti limiti di età. Oggi la comunicazione politica si fa con Instagram, le televisioni non bastano.

“Renzi è morto” proclama qualcuno. Caduto in disgrazia, dopo i trionfi del  2014. Mai si era vista una fine tanto repentina per un leader. Non in Italia, almeno. Vittima del proprio ego, senza i denari dell’uomo di Arcore, anche il partito gli si è rivoltato contro.

Arrogante. Troppo. Questo gli rimprovera la gente, questo gli rimproverano i suoi. Mentre Salvini soffiava sul fuoco della paura degli immigrati, e il Movimento Cinque stelle, via il capo dei vaffa, si normalizzava con Di Maio.

Ora la speranza è che i grilini accettino di diventare forza di governo e non ripetano il copione scontato del 2013. Non sarà facile; ma non è impossibile. Molti  hanno fatto esperienza nei palazzi, compreso che guidare un paese è molto diverso dal contestare lo status quo. Basta non illudersi che la democrazia del web possa decidere su questioni vitali; per quelle, a volte, basta il buonsenso.

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John Oliver
politica

Pungente e impietoso: il monologo dell’inglese Oliver sulla politica italiana divide il pubblico

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su Londra, Italia

Caustico, infarcito di stereotipi, impietoso, ma nonostante tutto realistico nel descrivere la politica italiana.  I venti minuti di John Oliver, andati in onda nei giorni scorsi su Hbo (in basso il video integrale rimbalzato sui social), hanno fatto discutere. “Tutto vero” gridano  alcuni; altri si indignano.

Il comedian britannico, noto per sferzare i politici americani tutte le settimane, non fa sconti. Partendo dai 65 esecutivi  in 70 anni del nostro paese – qualcuno si è scordato i  “governi balneari”? – prosegue con le apparizioni giovanili  di Renzi alla “Ruota della Fortuna” e di Salvini al “Pranzo è servito”.

E’ quindi  il turno di Grillo  e Di Maio (con il Vaffa day trasformato, ad uso del pubblico di lingua inglese, in “Fuckoff day”); infine, last but not least, il ritorno in campo di Silvio Berlusconi, cui è dedicato quasi metà del monologo.

Del resto, è un fatto che l’ex premier abbia offerto materiale alle cronache, e non solo: dal contratto con gli italiani alla bandana, dal lettone di Putin a Ruby Rubacuori nipote di Mubarak; dal bunga bunga con le olgettine vestite da infermiere  – qualcuna persino da Barack Obama  –  alle norme su legittimo sospetto, legittimo  impedimento e falso in bilancio  che hanno tenuto banco per anni. Gran finale con il “culona inchiavabile” affibbiato alla Merkel: impossibile resistere alla tentazione di un excursus che ne desse conto.

Certo, avremmo preferito che Oliver ricordasse i paralleli tra l’ex Cavaliere e Trump –  due fotocopie -, e in questo il comico cede al gusto dello sberleffo; ma non si può negare che abbia toccato un punto chiave.

Ripercorrendo assieme a lui gli ultimi 20 anni, sembra che i siparietti cui l’uomo di Arcore  ci aveva abituati siano diventati patrimonio comune della politica nostrana. Qualcuno deve essersi accorto che ha funzionato, e l’arena si è riempita di epigoni. Come scordare Renzi con il giubbotto da Fonzie? o la plateale traversata dello Stretto di Messina di Grillo?

Forse è da questo che dovremmo ripartire per comprendere il presente.

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brexit, londra, politica

May dalla Regina, probabile accordo con il DUP

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Londra,Italia il 9 giugno 2017.

“L’alternativa a Theresa May è intollerabile”. Con queste parole, il Partito Democratico Unionista (DUP), formazione nordirlandese, apre la porta alla possibilità di sostenere un esecutivo guidato dall’attuale primo ministro. Sospiro di sollievo per l’inquilina di Downing Street, che rischia di abbandonare la carica dopo aver consumato il mandato più breve dagli anni Venti. Roba comune alle nostre latitudini, ma che Oltremanica fa un certo effetto.

Ma non si tratta di una situazione facile. Con la maggioranza assoluta dei seggi, necessaria per governare, fissa a quota 326 seggi, i 318 collegi vinti dai Tories non bastano. L’alleanza con il DUP garantirebbe altri dieci seggi: appena due sopra la quota di stallo. Significa che qualsiasi provvedimento sarebbe esposto al fuoco amico dei franchi tiratori, che non mancano soprattutto sui temi legati alla Brexit, e le questioni sociali. Il rischio è la paralisi decisionale. Il contrario di quello per cui il modello parlamentare inglese, il “modello Westminster”, è progettato.

Del resto, il costo politico di un accordo con il DUP potrebbe essere molto alto. Il partito rappresenterebbe un veto player in grado di condizionare qualsiasi decisione, con appena dieci deputati eletti, per di più localizzati in Irlanda del Nord.  May rischia di trasformarsi in un manichino.

La premier si è recata a Buckingham Palace attorno a mezzogiorno per incontrare la Regina e confermarle la possibilità di restare in carica.

La leader ha deciso di provare a restare in sella nonostante la scelta di convocare elezioni politiche per “rafforzare il mandato sulla Brexit” e fornire al Paese “un governo forte e stabile”si sia rivelata fallimentare. La maggioranza assoluta dei seggi ottenuta da David Cameron nel 2015, che secondo i calcoli dei conservatori avrebbe dovuto aumentare, è evaporata sotto il sole di giugno. Sei ministri non sono stati rieletti e un altro ha mantenuto il proprio collegio con un distacco di appena 300 voti.

Non è stato il tema della Brexit  a smuovere il consenso, quanto, piuttosto, le questioni di politica interna come l’aumento delle tasse scolastiche e la cosiddetta “dementia tax”, che ha allarmato molti cittadini anziani.

La politica internazionale, considerata un tema prioritario dallo staff conservatore, si è rivelata meno interessante del previsto per gli elettori, preoccupati di tirare avanti. A conti fatti, la Brexit era stata votata proprio da chi temeva la concorrenza dei lavoratori stranieri e ulteriori ristrettezze.

Jeremy Corbyn esulta. Un passato (e forse anche un presente) socialista, il leader laburista ha saputo recuperare combattendo la propria battaglia punto su punto e spostando l’asse del partito a sinistra. Se il tentativo di May di formare un governo dovesse fallire, toccherebbe a lui provare a imbastire un esecutivo di minoranza capace di incassare il voto dei Lib Dem e dello Scottish National Party di Nicola Sturgeon su singole questioni. Non certo un governo di prospettiva, ma un modo per superare un impasse che ricorda molto da vicino quello che si è verificato in Italia nel 2013.

Dal canto loro, i Lib Dem hanno già detto di non voler fare alleanze.

In UK manca una Costituzione scritta che preveda norme su come uscire dall’impasse. Ci si affida a consuetudini consolidate e al buonsenso. Non è esclusa la possibilità di nuove elezioni, ma non a breve termine.  Per gestire il momentum, si parlerebbe a questo punto di un esecutivo di scopo per gestire l’ordinaria amminisitrazione, che nel Regno Unito, ora, significa l’apertura delle trattative per la Brexit, fissata per  il 19 giugno. L’Unione Europea potrebbe, se richiesto, concedere una proroga.

Ciò che appare certo è che la May non mollerà facilmente. E che sembra sempre più innamorata di se stessa e del proprio sogno di essere ricordata come statista. Hubrys.

Antonio Piemontese
@apiemontese

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internet, politica, pubblicità

Pubblicità e politica: online è il far west

Lo suggerisce il Guardian con la solita intelligenza, e del resto il tema è attualissimo. Mentre la pubblicità elettorale sui media tradizionali (Tv, radio, manifesti) è ampiamente regolamenta, quella online è terra di nessuno e, in buona parte, inesplorata. Soprattutto dal legislatore. Il quotidiano inglese la paragona al “wild west” di Sergio Leone, dove gli sceriffi fanno tappezzeria e i conti si regolano con le pistole.

Dai sondaggi alla “par condicio” alla cosiddetta “pausa di riflessione” prima del voto, nelle democrazie moderne ogni aspetto sensibile è sottoposto a normativa. L’obiettivo, nobile, è evitare che chi è in grado di condizionare i media possa sfruttarli a proprio vantaggio. In Italia sappiamo che un modo per comprarsi il consenso si trova comunque: basta possedere tre reti nazionali, un quotidiano, quattro o cinque mensili, una casa editrice  e qualche amicizia che conta. Trump ha imparato la lezione così bene che, da palazzinaro e protagonista di reality, si è ritrovato a Washington in un battito di ciglia.

Ma c’è poco da stare allegri. I database di Facebook contengono migliaia di post per ogni utente e la creatura di Zuckerberg consente per definizione di inviare pubblicità profilata. Per capire a chi, ci sono società più piccole come Cambridge Analytica che sono in grado di creare profili elettorali bersaglio incrociando “big data and psychographics” (che tradurrei con “psicografiche”, sul modello delle ormai diffusissime infografiche). Significa che chi è sensibile  alla povertà e si commuove di fronte alle immagini shock, sarà bombardato da messaggi toccanti. Un tipo analitico, invece, riceverà reports a base di  numeri e istogrammi. Molto più persuasivo, no?

Le conseguenze possono essere pesanti. Nelle elezioni del 2015 i Conservatori in UK spesero 1,2 milioni di sterline in advertising online, il Labour solo 160mila. Il risultato fu l’inaspettata elezione di David Cameron che avrebbe condotto, l’anno seguente, al referendum sulla Brexit.
Già allora Politico.com si chiedeva se la tecnologia stesse rendendo inaffidabili i classici sondaggi.

Il problema oggi è dannatamente serio, e configura una delle sfide più interessanti per il diritto. La sfida per il legislatore è duplice. In primo luogo, capire come intervenire a livello nazionale senza ledere le libertà fondamentali. In secondo luogo obbligare le grandi corporation multinazionali come Facebook, che possono piazzare i server dove vogliono, ad adeguarsi.

Un’altra dimostrazione, se ce ne fosse bisogno, di quanto sia essenziale l’Unione Europea. Siamo sicuri che l’Italia una partita del genere possa, non diciamo vincerla, ma semplicemente giocarla?

@apiemontese

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esteri, politica

La vittoria di Macron dà fiato all’UE

Emanuel Macron è il nuovo presidente della Francia. Il non ancora quarantenne ex ministro dell’Economia di Hollande, enfant prodige formato alle scuole più prestigiose di Parigi, europeista dichiarato quando la parola appariva un peso anche per i più convinti, ha sconfitto al ballottaggio Marine Le Pen, figlia di Jean Marie, madre e padrona del Front National, partito xenofobo che prometteva un’uscita dalla moneta unica, se non dall’Unione.

La Francia ha opposto una diga al populismo di questi mesi, che mai come oggi ha avuto l’occasione di confrontarsi a viso aperto nell’agone politico non come forza anti-sistema, marginale, di colore, ma come scelta alternativa  e di maggioranza. Già Jean Marie Le Pen arrivò al ballottaggio nel 2002 con Chirac, ma più per un “bug di sistema”, una conseguenza imprevista nel gioco delle alleanze, che con vera credibilità. Avrebbe potuto vincere, tecnicamente, ma il FN, allora, era un marziano ritrovatosi improvvisamente sulla Terra.

Nel 2017 la questione è diversa. Prima di Le Pen, c’è stato Trump. Prima di Trump, il referendum sulla Brexit. Eventi che hanno dato fuoco alle polveri del populismo, mostrando che sì, è possibile fare l’impensabile, solleticando gli istinti di elettori in massima parte poco informati ( e come potrebbero esserlo?) sul peso di determinate scelte. Particolare non da poco: nessuno, al momento, ne ha ancora visto le conseguenze. La Brexit non è ancora avvenuta, se mai avverrà, e ci vorrà del tempo per mostrare a tutti, dati alla mano, quale ne sia la portata; Trump è al potere da poco più di 100 giorni, e si trova con una situazione “tremendamente vicina alla piena occupazione” (come titolava il New York Times di ieri) che solo chi è in malafede non riconosce eredità dell’amministrazione precedente. Quella di Obama, che nel suo doppio quadriennio ha fronteggiato la crisi più dura dai tempi della Grande Depressione ed è riuscito a tenere il Paese in piedi, anche se le disuguaglianze aumentano e il lavoro di qualità scarseggia.

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Se la Francia fosse “caduta” nella trappola del populismo, l’Europa avrebbe perso uno dei membri fondatori, e sarebbe stata, probabilmente, la fine del sogno. Le spinte centrifughe si sarebbero diffuse, ringalluzzite dal successo di chi promette miracoli a buon mercato ma, più banalmente, pensa al proprio tornaconto, a breve termine peraltro.

La seconda consultazione importante del 2017, dopo quella dell’Olanda, ha, invece, arriso all’Unione con una vittoria schiacciante. Manca la Germania, a settembre.

Macron ha vinto, e lo sa bene, solo perché dall’altra parte c’era un candidato come Le Pen. Governare sarà cosa diversa. I francesi, scampato il pericolo, già lo aspettano al varco, anche quelli che hanno votato per lui.

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Guardando le immagini del giovane neopresidente che arrivava sul palco allestito al Louvre per il suo primo discorso sulle note dell’Inno alla Gioia, ho ripercorso mentalmente  le pagine della storia francese a partire dalla Rivoluzione. Da quell’atto, cioè, di rivolta contro il potere che sta alla base del mondo moderno. Li odiamo per il calcio, ma, con onestà, dobbiamo riconoscere la grandezza di un popolo che ha dato molto al mondo sotto il profilo delle istituzioni. E all’Europa in particolare. Libertè, egalitè, fraternitè sono le parole che caratterizzano il Continente meglio di tutte e marcano la differenza con il mondo anglosassone. Non è il “diritto” alle felicità della Costituzione Americana (ma la felicità è un diritto? O forse un regalo della vita?), non è il pragmatismo british che non si scompone di fonte a nulla. E’ la visione dell’individuo, e non del successo, come metro e misura di tutte le cose. Del resto, osservava già Weber, l’etica protestante è molto diversa, e forse più adatta al capitalismo. In Europa, invece, si parla di economia sociale di mercato, e ci si svena per tenere in piedi un sistema che allo sviluppo economico unisca le tutele per i più deboli. A volte, si esagera anche. Ma è la realtà.

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Si è discusso per anni se l’Europa avesse senso. Sì, ce l’ha. Oggi nessuno si preoccupa più di cambiare valuta, si può circolare senza problemi, investire e cercare lavoro in uno spazio geografico vastissimo e multiculturale, dove sono garantite le libertà fondamentali e l’individuo è messo al centro del discorso politico. Di fronte a un povero, non pensiamo che non si è impegnato abbastanza e che ciascuno ha quello che si merita; ragioniamo sul fatto che la vita può essere cattiva, e non è sempre giusta.

In questi anni, per la prima volta, le elezioni di uno stato incollano alla televisione anche i cittadini dell’altro, come accade solo nelle grandi compagini federali. Provate a pensarci. Le decisioni dell’uno impegnano e hanno conseguenze a cascata. Comincia a crearsi un’opinione pubblica europea. Non era così, fino a poco fa.

Esiste una generazione di studenti ed ormai quasi quarantenni che ha studiato all’estero, ha amici, case, lavoro e fidanzate in uno qualsiasi dei paesi membri. E’ possibile aprire un mutuo o un conto in banca, dove si vuole. A giugno tramonterà l’epoca del roaming sulle chiamate internazionali, e si potrà telefonare senza problemi ovunque e verso ovunque. L’Unione Europea ha garantito il più lungo periodo di pace e prosperità della storia continentale.

Certo, soffre ancora di paralisi decisionale, è ingessata dall’eccessiva burocrazia, l’inglese non è ancora la lingua franca e a Bruxelles mandiamo non i migliori politici, ma gli scarti.

Ma guardando Macron, uno della mia generazione, parlare sul palco, confesso di aver avuto le lacrime agli occhi. Si è sciolta in un istante la paura che tutto quanto abbiamo costruito in questi anni si fosse perso sull’onda della rabbia del momento, che la democrazia si fosse rivoltata contro se stessa ancora una volta (succede) e che la rabbia avesse prevalso sulla ragione. I francesi hanno dato una lezione al mondo; contestatori per indole, hanno saputo ragionare. Del resto l’Illuminismo è nato lì.

Una considerazione finale. Il duello Macron-Le Pen è ricco di aspetti edipici che potrebbero non significare nulla, o forse qualcosa dicono. Macron è sposato dal 2007 con Brigitte Trogneaux, ventiquattro anni più anziana. La loro relazione cominciò quando lei insegnava nel liceo dove lui era studente. La famiglia del giovane Emanuel spedì lui in un altro istituto; lei si sposò e fece figli. Si rividero anni dopo, il resto è storia. Macron è diventato il padre acquisito di ragazzi poco più giovani di lui, in un gioco in cui  i ruoli si mischiano e che ha prodotto una personalità sicuramente interessante. Brigitte è stata, forse, un po’ madre, una guida senza dubbio, e non c’è dubbio abbia avuto un ruolo nel suo percorso. Un ruolo che, con ogni probabilità, avrà anche all’Eliseo. Qualcuno ha scritto che, se la vicenda non fosse accaduta in un contesto alto-borghese, lui sarebbe finito ai servizi sociali e lei in prigione. Vero. Chissà: magari sarebbe stato un errore.

Marine Le Pen, dal canto suo, sei anni fa commise il “parricidio”, prendendo il posto del genitore alla guida del Front National, e addirittura espellendolo dal partito. Da allora, tra i due, è guerra. Il Fn era la creatura del vecchio Jean Marie che mai, mai si sarebbe aspettato un tradimento dalla figlia.  Ma ormai era diventato vecchio e ingombrante, e finì rottamato. L’irruenza di Marine, l’ansia di rompere con il passato restano a galla in questa giornata di sconforto. Chissà che cosa starà pensando il vecchio leone dalla sua poltrona. E chissà che la sconfitta e lo scontro con la realtà conducano la bionda leader a posizioni politicamente più mature. Chissà che non possa proporsi come una leader credibile, non populista, per la destra francese. Probabile? No. Possibile? Forse.  Basta mettersi en marche. 

Antonio Piemontese
@apiemontese

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