brexit, londra, politica

May dalla Regina, probabile accordo con il DUP

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Londra,Italia il 9 giugno 2017.

“L’alternativa a Theresa May è intollerabile”. Con queste parole, il Partito Democratico Unionista (DUP), formazione nordirlandese, apre la porta alla possibilità di sostenere un esecutivo guidato dall’attuale primo ministro. Sospiro di sollievo per l’inquilina di Downing Street, che rischia di abbandonare la carica dopo aver consumato il mandato più breve dagli anni Venti. Roba comune alle nostre latitudini, ma che Oltremanica fa un certo effetto.

Ma non si tratta di una situazione facile. Con la maggioranza assoluta dei seggi, necessaria per governare, fissa a quota 326 seggi, i 318 collegi vinti dai Tories non bastano. L’alleanza con il DUP garantirebbe altri dieci seggi: appena due sopra la quota di stallo. Significa che qualsiasi provvedimento sarebbe esposto al fuoco amico dei franchi tiratori, che non mancano soprattutto sui temi legati alla Brexit, e le questioni sociali. Il rischio è la paralisi decisionale. Il contrario di quello per cui il modello parlamentare inglese, il “modello Westminster”, è progettato.

Del resto, il costo politico di un accordo con il DUP potrebbe essere molto alto. Il partito rappresenterebbe un veto player in grado di condizionare qualsiasi decisione, con appena dieci deputati eletti, per di più localizzati in Irlanda del Nord.  May rischia di trasformarsi in un manichino.

La premier si è recata a Buckingham Palace attorno a mezzogiorno per incontrare la Regina e confermarle la possibilità di restare in carica.

La leader ha deciso di provare a restare in sella nonostante la scelta di convocare elezioni politiche per “rafforzare il mandato sulla Brexit” e fornire al Paese “un governo forte e stabile”si sia rivelata fallimentare. La maggioranza assoluta dei seggi ottenuta da David Cameron nel 2015, che secondo i calcoli dei conservatori avrebbe dovuto aumentare, è evaporata sotto il sole di giugno. Sei ministri non sono stati rieletti e un altro ha mantenuto il proprio collegio con un distacco di appena 300 voti.

Non è stato il tema della Brexit  a smuovere il consenso, quanto, piuttosto, le questioni di politica interna come l’aumento delle tasse scolastiche e la cosiddetta “dementia tax”, che ha allarmato molti cittadini anziani.

La politica internazionale, considerata un tema prioritario dallo staff conservatore, si è rivelata meno interessante del previsto per gli elettori, preoccupati di tirare avanti. A conti fatti, la Brexit era stata votata proprio da chi temeva la concorrenza dei lavoratori stranieri e ulteriori ristrettezze.

Jeremy Corbyn esulta. Un passato (e forse anche un presente) socialista, il leader laburista ha saputo recuperare combattendo la propria battaglia punto su punto e spostando l’asse del partito a sinistra. Se il tentativo di May di formare un governo dovesse fallire, toccherebbe a lui provare a imbastire un esecutivo di minoranza capace di incassare il voto dei Lib Dem e dello Scottish National Party di Nicola Sturgeon su singole questioni. Non certo un governo di prospettiva, ma un modo per superare un impasse che ricorda molto da vicino quello che si è verificato in Italia nel 2013.

Dal canto loro, i Lib Dem hanno già detto di non voler fare alleanze.

In UK manca una Costituzione scritta che preveda norme su come uscire dall’impasse. Ci si affida a consuetudini consolidate e al buonsenso. Non è esclusa la possibilità di nuove elezioni, ma non a breve termine.  Per gestire il momentum, si parlerebbe a questo punto di un esecutivo di scopo per gestire l’ordinaria amminisitrazione, che nel Regno Unito, ora, significa l’apertura delle trattative per la Brexit, fissata per  il 19 giugno. L’Unione Europea potrebbe, se richiesto, concedere una proroga.

Ciò che appare certo è che la May non mollerà facilmente. E che sembra sempre più innamorata di se stessa e del proprio sogno di essere ricordata come statista. Hubrys.

Antonio Piemontese
@apiemontese

Annunci
Standard
internet, politica, pubblicità

Pubblicità e politica: online è il far west

Lo suggerisce il Guardian con la solita intelligenza, e del resto il tema è attualissimo. Mentre la pubblicità elettorale sui media tradizionali (Tv, radio, manifesti) è ampiamente regolamenta, quella online è terra di nessuno e, in buona parte, inesplorata. Soprattutto dal legislatore. Il quotidiano inglese la paragona al “wild west” di Sergio Leone, dove gli sceriffi fanno tappezzeria e i conti si regolano con le pistole.

Dai sondaggi alla “par condicio” alla cosiddetta “pausa di riflessione” prima del voto, nelle democrazie moderne ogni aspetto sensibile è sottoposto a normativa. L’obiettivo, nobile, è evitare che chi è in grado di condizionare i media possa sfruttarli a proprio vantaggio. In Italia sappiamo che un modo per comprarsi il consenso si trova comunque: basta possedere tre reti nazionali, un quotidiano, quattro o cinque mensili, una casa editrice  e qualche amicizia che conta. Trump ha imparato la lezione così bene che, da palazzinaro e protagonista di reality, si è ritrovato a Washington in un battito di ciglia.

Ma c’è poco da stare allegri. I database di Facebook contengono migliaia di post per ogni utente e la creatura di Zuckerberg consente per definizione di inviare pubblicità profilata. Per capire a chi, ci sono società più piccole come Cambridge Analytica che sono in grado di creare profili elettorali bersaglio incrociando “big data and psychographics” (che tradurrei con “psicografiche”, sul modello delle ormai diffusissime infografiche). Significa che chi è sensibile  alla povertà e si commuove di fronte alle immagini shock, sarà bombardato da messaggi toccanti. Un tipo analitico, invece, riceverà reports a base di  numeri e istogrammi. Molto più persuasivo, no?

Le conseguenze possono essere pesanti. Nelle elezioni del 2015 i Conservatori in UK spesero 1,2 milioni di sterline in advertising online, il Labour solo 160mila. Il risultato fu l’inaspettata elezione di David Cameron che avrebbe condotto, l’anno seguente, al referendum sulla Brexit.
Già allora Politico.com si chiedeva se la tecnologia stesse rendendo inaffidabili i classici sondaggi.

Il problema oggi è dannatamente serio, e configura una delle sfide più interessanti per il diritto. La sfida per il legislatore è duplice. In primo luogo, capire come intervenire a livello nazionale senza ledere le libertà fondamentali. In secondo luogo obbligare le grandi corporation multinazionali come Facebook, che possono piazzare i server dove vogliono, ad adeguarsi.

Un’altra dimostrazione, se ce ne fosse bisogno, di quanto sia essenziale l’Unione Europea. Siamo sicuri che l’Italia una partita del genere possa, non diciamo vincerla, ma semplicemente giocarla?

@apiemontese

Standard
esteri, politica

La vittoria di Macron dà fiato all’UE

Emanuel Macron è il nuovo presidente della Francia. Il non ancora quarantenne ex ministro dell’Economia di Hollande, enfant prodige formato alle scuole più prestigiose di Parigi, europeista dichiarato quando la parola appariva un peso anche per i più convinti, ha sconfitto al ballottaggio Marine Le Pen, figlia di Jean Marie, madre e padrona del Front National, partito xenofobo che prometteva un’uscita dalla moneta unica, se non dall’Unione.

La Francia ha opposto una diga al populismo di questi mesi, che mai come oggi ha avuto l’occasione di confrontarsi a viso aperto nell’agone politico non come forza anti-sistema, marginale, di colore, ma come scelta alternativa  e di maggioranza. Già Jean Marie Le Pen arrivò al ballottaggio nel 2002 con Chirac, ma più per un “bug di sistema”, una conseguenza imprevista nel gioco delle alleanze, che con vera credibilità. Avrebbe potuto vincere, tecnicamente, ma il FN, allora, era un marziano ritrovatosi improvvisamente sulla Terra.

Nel 2017 la questione è diversa. Prima di Le Pen, c’è stato Trump. Prima di Trump, il referendum sulla Brexit. Eventi che hanno dato fuoco alle polveri del populismo, mostrando che sì, è possibile fare l’impensabile, solleticando gli istinti di elettori in massima parte poco informati ( e come potrebbero esserlo?) sul peso di determinate scelte. Particolare non da poco: nessuno, al momento, ne ha ancora visto le conseguenze. La Brexit non è ancora avvenuta, se mai avverrà, e ci vorrà del tempo per mostrare a tutti, dati alla mano, quale ne sia la portata; Trump è al potere da poco più di 100 giorni, e si trova con una situazione “tremendamente vicina alla piena occupazione” (come titolava il New York Times di ieri) che solo chi è in malafede non riconosce eredità dell’amministrazione precedente. Quella di Obama, che nel suo doppio quadriennio ha fronteggiato la crisi più dura dai tempi della Grande Depressione ed è riuscito a tenere il Paese in piedi, anche se le disuguaglianze aumentano e il lavoro di qualità scarseggia.

________

Se la Francia fosse “caduta” nella trappola del populismo, l’Europa avrebbe perso uno dei membri fondatori, e sarebbe stata, probabilmente, la fine del sogno. Le spinte centrifughe si sarebbero diffuse, ringalluzzite dal successo di chi promette miracoli a buon mercato ma, più banalmente, pensa al proprio tornaconto, a breve termine peraltro.

La seconda consultazione importante del 2017, dopo quella dell’Olanda, ha, invece, arriso all’Unione con una vittoria schiacciante. Manca la Germania, a settembre.

Macron ha vinto, e lo sa bene, solo perché dall’altra parte c’era un candidato come Le Pen. Governare sarà cosa diversa. I francesi, scampato il pericolo, già lo aspettano al varco, anche quelli che hanno votato per lui.

________

Guardando le immagini del giovane neopresidente che arrivava sul palco allestito al Louvre per il suo primo discorso sulle note dell’Inno alla Gioia, ho ripercorso mentalmente  le pagine della storia francese a partire dalla Rivoluzione. Da quell’atto, cioè, di rivolta contro il potere che sta alla base del mondo moderno. Li odiamo per il calcio, ma, con onestà, dobbiamo riconoscere la grandezza di un popolo che ha dato molto al mondo sotto il profilo delle istituzioni. E all’Europa in particolare. Libertè, egalitè, fraternitè sono le parole che caratterizzano il Continente meglio di tutte e marcano la differenza con il mondo anglosassone. Non è il “diritto” alle felicità della Costituzione Americana (ma la felicità è un diritto? O forse un regalo della vita?), non è il pragmatismo british che non si scompone di fonte a nulla. E’ la visione dell’individuo, e non del successo, come metro e misura di tutte le cose. Del resto, osservava già Weber, l’etica protestante è molto diversa, e forse più adatta al capitalismo. In Europa, invece, si parla di economia sociale di mercato, e ci si svena per tenere in piedi un sistema che allo sviluppo economico unisca le tutele per i più deboli. A volte, si esagera anche. Ma è la realtà.

_________

Si è discusso per anni se l’Europa avesse senso. Sì, ce l’ha. Oggi nessuno si preoccupa più di cambiare valuta, si può circolare senza problemi, investire e cercare lavoro in uno spazio geografico vastissimo e multiculturale, dove sono garantite le libertà fondamentali e l’individuo è messo al centro del discorso politico. Di fronte a un povero, non pensiamo che non si è impegnato abbastanza e che ciascuno ha quello che si merita; ragioniamo sul fatto che la vita può essere cattiva, e non è sempre giusta.

In questi anni, per la prima volta, le elezioni di uno stato incollano alla televisione anche i cittadini dell’altro, come accade solo nelle grandi compagini federali. Provate a pensarci. Le decisioni dell’uno impegnano e hanno conseguenze a cascata. Comincia a crearsi un’opinione pubblica europea. Non era così, fino a poco fa.

Esiste una generazione di studenti ed ormai quasi quarantenni che ha studiato all’estero, ha amici, case, lavoro e fidanzate in uno qualsiasi dei paesi membri. E’ possibile aprire un mutuo o un conto in banca, dove si vuole. A giugno tramonterà l’epoca del roaming sulle chiamate internazionali, e si potrà telefonare senza problemi ovunque e verso ovunque. L’Unione Europea ha garantito il più lungo periodo di pace e prosperità della storia continentale.

Certo, soffre ancora di paralisi decisionale, è ingessata dall’eccessiva burocrazia, l’inglese non è ancora la lingua franca e a Bruxelles mandiamo non i migliori politici, ma gli scarti.

Ma guardando Macron, uno della mia generazione, parlare sul palco, confesso di aver avuto le lacrime agli occhi. Si è sciolta in un istante la paura che tutto quanto abbiamo costruito in questi anni si fosse perso sull’onda della rabbia del momento, che la democrazia si fosse rivoltata contro se stessa ancora una volta (succede) e che la rabbia avesse prevalso sulla ragione. I francesi hanno dato una lezione al mondo; contestatori per indole, hanno saputo ragionare. Del resto l’Illuminismo è nato lì.

Una considerazione finale. Il duello Macron-Le Pen è ricco di aspetti edipici che potrebbero non significare nulla, o forse qualcosa dicono. Macron è sposato dal 2007 con Brigitte Trogneaux, ventiquattro anni più anziana. La loro relazione cominciò quando lei insegnava nel liceo dove lui era studente. La famiglia del giovane Emanuel spedì lui in un altro istituto; lei si sposò e fece figli. Si rividero anni dopo, il resto è storia. Macron è diventato il padre acquisito di ragazzi poco più giovani di lui, in un gioco in cui  i ruoli si mischiano e che ha prodotto una personalità sicuramente interessante. Brigitte è stata, forse, un po’ madre, una guida senza dubbio, e non c’è dubbio abbia avuto un ruolo nel suo percorso. Un ruolo che, con ogni probabilità, avrà anche all’Eliseo. Qualcuno ha scritto che, se la vicenda non fosse accaduta in un contesto alto-borghese, lui sarebbe finito ai servizi sociali e lei in prigione. Vero. Chissà: magari sarebbe stato un errore.

Marine Le Pen, dal canto suo, sei anni fa commise il “parricidio”, prendendo il posto del genitore alla guida del Front National, e addirittura espellendolo dal partito. Da allora, tra i due, è guerra. Il Fn era la creatura del vecchio Jean Marie che mai, mai si sarebbe aspettato un tradimento dalla figlia.  Ma ormai era diventato vecchio e ingombrante, e finì rottamato. L’irruenza di Marine, l’ansia di rompere con il passato restano a galla in questa giornata di sconforto. Chissà che cosa starà pensando il vecchio leone dalla sua poltrona. E chissà che la sconfitta e lo scontro con la realtà conducano la bionda leader a posizioni politicamente più mature. Chissà che non possa proporsi come una leader credibile, non populista, per la destra francese. Probabile? No. Possibile? Forse.  Basta mettersi en marche. 

Antonio Piemontese
@apiemontese

Standard
politica

Referendum 4 dicembre, le ragioni per dire sì

Non c’è certo bisogno di un’altra voce nel frastuono di opinioni sul referendum costituzionale del 4 dicembre. E poi, prendere posizione su una questione del genere espone a un rischio: quello di trovarsi, fra qualche anno, a dover difendere le conseguenze della propria scelta.

Ciò premesso, nascondersi è, probabilmente, peggio. Tanto più che il dibattito ha assunto toni da stadio e sono in pochi ad aver letto la riforma. Per la cronaca, bastano un paio d’ore.

Un documento molto utile si può trovare a questo link. L’autore ha messo a confronto il (vecchio?) testo della Costituzione con il nuovo. Preciso che non conosco la fonte, ma mi sembra un lavoro scarno e ben fatto. L’essenziale per farsi un’idea. Se non altro, serve a mettersi la coscienza a posto.

I PUNTI CRITICI – Le questioni poste dal fronte del NO mi sembrano essenzialmente tre: l’accoppiata riforma costituzionale – Italicum, che determinerebbe uno scadimento della democrazia;  la maniera in cui il Senato verrebbe riformato; i rapporti Stato-Regioni.

Tralascerei il primo argomento: Renzi si è detto disposto a modificare l’Italicum, procedura per cui basta la legge ordinaria. Ovviamente la legge elettorale è importante per un paese sano: la scelta fra maggioritario e proporzionale è quella tra un sistema volto a garantire la governabilità e uno che predilige la rappresentatività. Una questione complessa, che merita ben più ampia trattazione. Ponendoci nella condizione che lo faccia, facciamo un passo avanti e spostiamoci al resto.

Dopo la riforma, il Senato passerà a 100 membri. Si poteva abolirlo, si è scelto di mantenerlo. Non mi dispiace, a dire il vero. Rappresenterà le Regioni (ma era già eletto su base regionale, e l’intento dei costituenti era proprio quello di garantire rappresentanza ai territori). Sicuramente il fatto di mandare a Roma sindaci e  consiglieri regionali poteva essere evitato perché attendere bene a un compito solo è già molto, soprattutto a certe, mediterranee, latitudini. Ma tant’è.

Si fornisce sicuramente potere ai partiti, nell’ottica di una democrazia rappresentativa che medi le istanze del corpo elettorale. Ma con una legge elettorale valida a livello locale – e quella che elegge i sindaci lo è –  si potrebbe, in via teorica, selezionare una classe di politici competenti a portare nella Capitale i bisogni dei territori.

Preciso, per dovere di cronaca, che preferirei l’elezione diretta dei senatori, sul modello americano. Ma si tratta di un dettaglio che potrebbe essere oggetto di ulteriore riforma fra una decina d’anni, il tempo di verificare la validità della proposta attualmente in discussione: queste valutazioni, l’esperienza insegna, si possono fare solo “sul campo”.

A garantire una base di democraticità, il fatto che, in fondo, i nuovi senatori saranno uomini e donne già eletti una volta; toccherà, poi, alle segreterie scegliere che spedire a Roma facendo convergere i voti su questo o quel candidato.

Il nuovo Senato non avrà il potere di votare la fiducia al Governo, né di approvare leggi ordinarie. Queste prerogative spetteranno solo alla Camera dei Deputati (che resterà eletta dai cittadini), tranne alcune eccezioni (ad esempio le leggi costituzionali). I senatori potranno, dal canto loro, proporre a Montecitorio disegni  di legge, gravati dall’obbligo di esaminarli nel giro di qualche settimana.

Sulle leggi votate alla Camera, invece, il nuovo Senato potrà esprimere un parere non vincolante, senza però bloccarle.

Nel complesso, mi sembra che questa riforma raggiunga l’obiettivo di delineare  un processo decisionale più snello: la “navetta” parlamentare, per cui ogni modifica da parte di una delle Camere provocava con effetto immediato la ripartenza dell’iter, è evitata.

Camera e Senato hanno spesso visto maggioranze differenti, e con il “vecchio testo”, i compromessi non potevano che essere al ribasso, producendo leggicchie spesso inutili e difficili da superare, anche perché, nel loro cerchiobottismo, non scontentavano mai completamente nessuno.

Il tema della accountability (la responsabilità) è affrontato: si sa di “chi è la colpa” di questa o quella politica, e dopo cinque anni si può decidere di votare diversamente.  Che poi questo accada davvero, in un paese legato alle appartenenze ideologiche più che ai programmi, è un altro discorso. Ma è giunta l’ora, anche per gli elettori, di farsi un esame di coscienza: Berlusconi non si è eletto da solo, i corrotti della Prima e Seconda Repubblica tantomeno.

Nel nuovo testo, è tutelato il ruolo del presidente della Repubblica, e anche la figura del presidente del Consiglio risulta invariata, a differenza di quanto accadeva nella riforma del 2006 (centrodestra), poi bocciata alle urne.

IMMUNITA’ – Altro tema, sollevato da Marco Travaglio e dal suo Fatto Quotidiano: i senatori continueranno a godere dell’immunità parlamentare, esattamente come accade ora. Il timore del giornalista è che un Palazzo Madama svuotato di competenze si riduca ad ad essere, semplicemente, ricettacolo di figure impresentabili da proteggere dalla giustizia. Gli anni del Porcellum hanno mostrato come si possa sfruttare il Parlamento per far eleggere, tramite liste bloccate, ogni sorta di impresentabile alle prese con i tribunali. L’Italicum, che quelle liste ripropone, non aiuta; ma è un fatto che anche le preferenze abbiano prodotto clientelismo e corruzione. Ripeto, si tratta di un tema diverso, che va affrontato separatamente  tramite legge ordinaria, e non pregiudica la validità della riforma nel suo complesso. Il dibattito dovrà essere ampio, questo è certo.

Renzi osserverà che l’immunità era stata prevista già dai padri costituenti: ma allora si voleva garantire che i membri del Parlamento esercitassero liberamente le proprie funzioni. Mancando queste, ne decadono i presupposti.  Più probabilmente, si è trattato di una concessione alla vecchia politica, sempre ansiosa di salvacondotti da usare alla bisogna. Si perde, certo,  un’occasione, ma si tratta di una questione secondaria che potrà essere risolta in seguito.

COMPETENZE –  Quelle del  nuovo Senato, come già detto, saranno ridotte all’osso: in parole povere,  rappresentare le istanze locali davanti  alla Camera e al Governo e poco altro, ai fini pratici. E allora perché non privarsene del tutto? La prima ragione è squisitamente politica: un organo di raccordo serve, ed è previsto in quasi tutti gli ordinamenti parlamentari. La seconda è umana: credere che i parlamentari avrebbero votato facilmente un’auto-distruzione di Palazzo Madama suona molto ingenuo.

Sintetizzando: la riforma del Senato ci può stare, posto che si avverta la necessità di semplificare il processo decisionale.

Se invece, per qualsivoglia motivo, si preferisce mantenere in piedi un’architettura costituzionale ridondante creata dopo il ventennio fascista e con il pericolo comunista alle porte, un bicameralismo ipergarantista e pachidermico, il problema è questo, non  come  la riforma è stata fatta. Ricordiamo che molti parlamentari hanno cambiato idea dal 2014, quando il testo fu licenziato. Mi sembra che il referendum sia diventato terreno di scontro politico, una sorta di regolamento dei conti (anche interni al PD) che esula dal merito.

RAPPORTI STATO – REGIONI – Il testo di Renzi sembra fornire una chiarificazione nei rapporti Stato – Regioni, riscrivendo l’elenco delle competenze. Il baricentro, che nel 2001 era stato spostato a livello locale, tornerà a Roma.

La riforma di allora, voluta dal governo Amato, era figlia della rincorsa alla Lega. Si riteneva che il problema dell’Italia risiedesse nella eccessiva centralizzazione di certe decisioni, che meglio sarebbero state assunte a livello locale.

Gli effetti non sono stati quelli sperati. A fronte di una gestione migliore delle risorse in certi contesti, sono aumentati gli sprechi: la sanità, che nel 2001 costava 75 miliardi, oggi ne costa 110, come riporta Linkiesta.

Non solo. Le normative regionali sono spesso ampiamente discordanti, e non di rado si verificano conflitti di competenza con lo Stato, che devono essere risolti in sede amministrativa.

Il punto più importante, però, è un altro. Le decisioni strategiche per l’interesse nazionale vanno prese nell’interesse di tutti, non solo dei governi locali. Questo accade oggi? Non sempre.

L’Italia ha un deficit di senso della comunità;  è stata unificata relativamente di recente; la celebre frase di Massimo D’Azeglio (“L’Italia è fatta, adesso bisogna fare gli italiani”, che potrebbe applicarsi bene anche all’Europa) rende perfettamente la situazione. Anche 150 anni dopo.

Esigenze diverse, storie diverse, un solo governo. A inizio secolo, la Lega sembrava fornire le risposte a chi chiedeva a gran voce autonomia. Soprattutto, la chiedeva il Nord, che viaggiava e viaggia a un altro passo rispetto al Meridione e al Centro. Ma mani libere potevano fare comodo agli intrallazzi di molti anche nelle regioni del Sud. Gli allora DS si assunsero l’onere di provvedere, anche in vista delle elezioni.

Com’è andata lo sappiamo: vinse ugualmente Berlusconi, assieme a Bossi. I due cercarono di portare a casa una riforma costituzionale di taglio marcatamente federalista, con un premierato forte. Fu percepita – a mio parere giustamente – come una rivoluzione copernicana che snaturava la Repubblica, e venne bocciata alle urne nel referendum del 2006.

SUPERARE IL 2001 – La riforma del 2001 è superata. Non c’è più spazio per gli eccessi di particolarismo nel mondo contemporaneo. La Lega ha mostrato i propri limiti una volta passata da partito antisistema a forza di governo, ed è finita al centro di inchieste dal sapore più romano che lumbard, perdendo la credibilità che aveva garantito sulla bontà delle proprie istanze. Ma non solo.

Il fatto è che quello di allora era davvero un altro mondo, con certezze che oggi appaiono lontane. Non c’erano ancora stati l’11 settembre, le guerre in Iraq e Afghanistan.  Dell’esistenza di Al Qaida sapevano in pochi, molti soldati dell’ISIS facevano le elementari – alcuni frequentavano l’asilo -; la pax americana garantiva una certa serenità a un mondo che nel ‘91 si era scoperto unipolare. Noi eravamo nella parte giusta del mondo, quella ricca, senza concorrenti. La Cina cresceva a tassi record ma era lontana, l’India molto più indietro, la Russia rimasta orfana di Eltsin e in mano agli oligarchi sembrava incapace di trovare una stabilità. Di Brexit non si parlava, si era anzi nel pieno della Cool Britannia di Tony Blair e della Terza via. In usa presidente era Clinton, quello vero.

La globalizzazione era agli albori, e se qualcuno avvertiva che gli effetti potevano essere devastanti – il G8 di Genova risale proprio al 2001 – erano in molti a credere che avrebbe portato benessere, facilitando gli spostamenti di capitali, la delocalizzazione, gli investimenti slegati dal territorio. Non c’era ancora stata la crisi.

Oggi, la Cina è alle porte, e assieme all’India assomma 3 miliardi di persone; la Russia ha trovato in Putin l’uomo forte in grado di rinnovarne la  politica di potenza; ci sono l’ISIS, il terrorismo e le polveriere africana e mediorientale: tutti  schierati “contro”  l’Occidente. Impensabile restare da soli, impensabile ragionare in senso locale.

C’è, invece, bisogno di prendere  decisioni strategiche che ci inseriscano in un ecosistema più ampio, e questo può essere fatto solo da un governo forte, in grado di dirigere il paese. Servono risposte rapide, adeguate alla rapidità dei cambiamenti. E se la velocità non può essere un valore in sé, tanto meno lo sono la lentezza e l’immobilismo.

Ecco perché riportare l’asse a Roma, dal mio punto di vista, ha senso. La TAV, le grandi opere, le infrastrutture vanno decise a livello nazionale. L’Italia non è così grande da avere bisogno delle ampie  autonomie concesse a stati come l’India, dotate di quello che in ambito accademico si definisce “federalismo con tendenze centripete” o gli USA (un “federalismo con tendenze centrifughe”). Mancano una storia imperiale e una grande narrazione nazionale, ed è – non dimentichiamolo – la terra del campanilismo. Tradotto: da noi ognuno fa quello che vuole. Passi l’autonomia su materie secondarie, ma siamo sicuri che la politica energetica possa essere decisa dalle Regioni a colpi di ricorsi? O che una ferrovia che va da Lisbona a Istanbul possa essere bloccata dalle proteste di un gruppo di cittadini agguerrito, ma ridotto?  Le istanze locali vanno rispettate: ma non si può sacrificare l’interesse di tutti nel nome del particolarismo. Di una visione chiara dell’interesse del Paese, e della possibilità di applicarla,  godremo tutti.

LE ALTRE QUESTIONI: QUORUM E CNEL – Le altre questioni poste dalla riforma Boschi sono, a mio avviso, di minor rilevanza.

C’è l’innalzamento del quorum per presentare un disegno di legge di iniziativa popolare, portato da 50.000 a 150.000 firme. La ragione? Negli anni ‘40 per raccogliere 50.000 firme ci volevano settimane, per non dire mesi: oggi potrebbero bastare tre ore, con il know how giusto e la tecnologia informatica. Si rischia un paese ostaggio del movimentismo, dei contrari a tutto, di chi vuole discutere ogni proposta all’infinito. E’ davvero sbagliato intervenire?

L’abolizione del CNEL, organo di rilievo costituzionale, invece, mi sembra, invece, solo una mossa propagandistica nel clima anti-casta di questi anni. Meno poltrone, meno spese, ragionamento buono da dare in pasto ai giornali. Probabilmente, il CNEL ha fatto meno danni di chiunque altro, ma sarà sacrificato sull’altare della retorica. Non penso ne sentiremo la mancanza, come non ci siamo mai accorti che esistesse. I dati statistici raccolti in un settantennio, però, almeno quelli, vale la pena di conservarli.  Che se ne trovi la maniera: allo Stato non manca certo il personale.

LE RAGIONI DEL SI – Smetto per stanchezza. Un parere schietto. Credo che la riforma di Renzi non sia cattiva, e voterò un “sì” convinto. Ovviamente, non è neanche la migliore possibile. Ma la perfezione non esiste. Si può sempre fare meglio: ma cominciamo a rimboccarci le maniche, e a fare la nostra parte informandoci e dimostrando, nel quotidiano, quel senso civico che renderebbe inutile molta della burocrazia che ben conosciamo.

Standard
cinema, politica, salute

Sicko, o della fortuna di vivere in Europa

L’articolo qui sotto è stato pubblicato in origine su TiSOStengo, ed è disponibile a questo link. Buona lettura. 

Michael Moore è sempre stato un regista controcorrente. Americano fino al midollo, ha fatto della critica al suo paese il fil rouge di tutti i suoi film. Da “Bowling a Columbine” a “Fahrenheit 9/11”, passando per “Capitalism: a love story”, fino a “Where to invade next?” ha affrontato dietro alla macchina da presa tutti i temi più importanti della politica e della società a stelle e strisce. Nel 2007 Moore uscì con un nuovo lavoro, dedicato alla sanità: si chiamava Sicko, ed era destinato, come tutti gli altri, a far riflettere.

Il documentario – le opere del regista di Flint appartengono a questo genere – si apre con la storia di un falegname con due dite amputate da una sega circolare: arrivato al pronto soccorso, e verificato il tipo di copertura assicurativa di cui disponeva, i medici gli chiedono di scegliere quale delle due riattaccare. “Ho scelto l’anulare, per tenerci l’anello del mio matrimonio” confesserà lui; la verità è che costava molto meno del medio.

Benvenuti negli USA, dove le assicurazioni sanitarie dettano legge, e si può essere buttati fuori da un nosocomio (patient dumping) se non si dimostra di essere in grado di pagare, lasciati in mezzo a una strada con il camicione da ricovero ancora addosso.

Quando la salute è un business, le compagnie sanitarie si appellano a ogni cavillo pur di non pagare, fino a rifiutare esami fondamentali. La figura del supervisore medico, retribuito in base a quanto riesce a risparmiare rifiutando visite e prestazioni, ha letteralmente potere di vita e di morte sui pazienti, cercando nell’anamnesi le ragioni per rifiutare la copertura: ogni ricovero deve essere autorizzato, e si dà il caso che, talvolta, qualcuno nell’attesa prenda il volo verso l’ aldilà.

Del resto, negli USA il modello europeo di sanità pubblica viene percepito come “socialista”, in omaggio alla nota allergia americana a ogni sfumatura di rosso che non sia quella della bandiera. Eppure, a pochi passi dalla frontiera, in Canada, curarsi è gratis: ma lo è anche in Francia, in UK, a Cuba, e da noi.

Ben girato, con una colonna sonora all’altezza, Moore con “Sicko” ha il merito di portare fuori dai confini nazionali una situazione che difficilmente può essere immaginata. Come al solito, calca un po’ la mano con la retorica, fino a tratteggiare un quadro di Cuba come paradiso terrestre (e infatti pare che il film sia stato vietato nell’isola: la gente avrebbe potuto agitarsi), ma è un difetto che gli si perdona volentieri.

“Sicko” va visto per ricordarci che, nonostante sia migliorabile nella gestione degli sprechi, nella formazione e selezione del personale e nello spadroneggiare della politica, il nostro modello sociale e sanitario è ancora di gran lunga superiore a quello a stelle e strisce. La salute, in Europa, è garantita a tutti, non solo a chi è ricco. Vale la pena di rifletterci ogni tanto.

(L’articolo originale è stato pubblicato su tiSOStengo del 12 ottobre 2016)

Standard
esteri, londra, politica

La Gran Bretagna divisa lascia: è Brexit

Erano le sei ora italiana quando è stato chiaro che aveva vinto il Leave. Le colpe di Cameron, il nazionalismo di Farage, il personalismo di Boris Johnson, persino il maltempo: tutto ha giocato contro la permanenza. Dopo una lunga notte passata a coprire il referendum in diretta per Londra, Italia, le analisi vanno a farsi benedire e le parole sgorgano dal cuore. Riporto integralmente il pezzo che ho scritto a caldo per il quotidiano della capitale britannica come documento, o forse solo per condividere una delle emozioni più forti che mi è capitato di provare durante la mia carriera di giornalista.

“Sarà Brexit. Mentre si contano gli ultimi voti, il risultato vede il Leave raccogliere il 51,8% dei consensi, mentre il Remain si ferma al 48,2%. Il paese si è spaccato ma la maggioranza ha deciso, puntando sull’uscita di Londra dall’Unione Europea. La sterlina crolla su se stessa. Il Regno Unito, guidato da un leader che prima ha voluto il referendum e poi lo ha perso, si ritrova praticamente privo di un governo. Se, anzi quando, David Cameron lascerà il passo, sarà molto probabilmente Boris Johnson a succedergli.

Lungi dall’essere un esempio, come tante volte è stata, la Gran Bretagna mette in luce i limiti della democrazia diretta ponendo fine al sogno europeo. Ai sudditi di Sua Maestà, si sa, piace scommettere, ma questa volta l’azzardo potrebbe costare caro. Le conseguenze arriveranno a cascata. Chi ha il patrimonio in pounds si trova da un giorno all’altro impoverito, mentre l’instabilità dei mercati non gioverà a nessuno, a partire dal Vecchio Continente. La Brexit ha creato un precedente, e adesso si sa che si può uscire dall’Unione, e come farlo. E pazienza se è il risultato di uno sforzo che definire populista è riduttivo, dove qualcuno degli attori (Nigel Farage, leader dell’Ukip) è arrivato ad accusare gli immigrati del troppo traffico sulle strade dopo essersi presentato con sei ore di ritardo a un convegno. Si apre una fase nuova. Londra ha scritto una pagina di Storia, un’altra volta. Con l’alba tramonta l’Unione Europea come l’abbiamo conosciuta. Sarebbe cambiata comunque, ma in questa maniera è tutta un’altra cosa.

Il pensiero va ai nostri connazionali che hanno puntato sul Regno Unito per rifarsi una vita, in maggioranza giovani, ma non solo. Londra ha accolto tutti, ha dato una possibilità anche a chi era avanti negli anni, e adesso tutto questo, semplicemente, rappresenta il passato. Senza visto, niente lavoro. Semplice. Un po’ come da noi. E improvvisamente ci scopriamo – ma chi a Londra ci vive lo sapeva da tempo –  immigrati. Trattati con sufficienza, poco integrati, anche se fondamentali. Trattenere i migliori, gli altri si arrangino. E’ accaduto in una fredda notte d’inizio estate. Forse è giusto così. Ma adesso lasciateli provare a immaginare un futuro lontano dal paese in cui avevano riposto i sogni”.

 

Standard
politica

Bedori e il bello della politica

Come tutti, ho assistito alla breve parabola di Patrizia Bedori. Candidata milanese del Movimento 5 stelle, designata  a novembre tramite le Comunarie dove ha raccolto ben 75 voti (ma nel 2013, con la stessa cifra si finiva in Senato), si è ritirata nei giorni scorsi esausta per la pressione dei media. “Non è il mio mondo” ha commentato.

Devo dire che ho apprezzato la scelta. Avere il coraggio di fare un passo indietro e rinunciare a tanta visibilità non è da tutti. Resistere alla sirene velenose di chi ti spinge ad andare avanti non perché ti senta adeguato alla sfida, ma per principio, per “non darla vinta” ai cattivi di turno merita apprezzamento.

Bedori è stata brava, non ha colpe. Le ha invece ha il suo partito, che ha organizzato primarie risibili e non ne ha accettato il risultato, arrivando in pratica a sconfessarla. Pare che Casaleggio fosse tra i più ostili, ma democrazia è rispettare l’esito delle votazioni anche quando non ci piace. O almeno, così si dice. Continua a leggere

Standard