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È giusto che i manager pubblici siano pagati poco?

Non mi appassiona la vicenda dello stipendio di Tridico. Scandaloso trovo, anzi, il fatto che il presidente di un istituto (l’INPS) che è il primo centro di spesa italiano guadagnasse molto, molto meno rispetto ai dirigenti di prima fascia delle amministrazioni pubbliche. Chi può lamentarsi che i migliori restino nel privato se li paghiamo poco? E che il pubblico non funzioni? La retroattività mi sembra inopportuna, chiaramente, e lo sarebbe anche se dalle verifiche ne emergesse la correttezza dal punto di vista tecnico.

Ma, come spesso accade, si sta strumentalizzando una vicenda su cui sarebbe opportuno, invece, discutere in maniera aperta e schietta, da paese moderno. Perché il tema è lo stesso del taglio allo stipendio dei parlamentari: se vogliamo che a scrivere le leggi della Repubblica (o meglio, a votarle) siano persone preparate, va dato atto che la competenza costruita in anni di studio e di professione va ricompensata. E non facciamone una questione di spirito di servizio: a nessuno piace rinunciare ai quattrini. Detto, per inciso, da un giornalista freelance di sinistra.

Ma il punto, per gli scontenti e pure per la sinistra, è proprio questo: con l’invidia sociale si passano le serate al bar, ma si resta poveri. Meglio offrire a chi ha voglia di rimboccarsi le maniche una strada chiara da seguire per migliorare la propria condizione: la ragionevole certezza che l’impegno sarà ricompensato. E che certe nomine non siano solo, come appare spesso ora, un terno al lotto, questione di fortuna.

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Referendum, sfonda il sì: il 70% vuole il taglio dei parlamentari

Settanta per cento: la vittoria del sì è stata schiacciante. Adesso, per favore, andiamo avanti con le riforme.

Camera e Senato saranno molto diversi nella prossima legislatura. Se sarà un bene, come speriamo, o un male, sarà il tempo a dirlo, ma il popolo si è espresso, ed è stato un voto trasversale agli schieramenti. Con un’affluenza alta (54,3%) che non lascia dubbi sul valore politico della consultazione, tantopiù durante una pandemia, si apre una stagione potenzialmente foriera di cambiamenti.

Da oggi il Movimento Cinque Stelle, nato nel 2009 due anni dopo il primo Vaffa Day contro la Casta, ha un posto nei libri di storia e nei manuali di diritto pubblico.

C’è chi li ama a prescindere e chi, sempre a prescindere, li odia. Sbagliando in entrambi i casi.

Li seguo dagli inizi. Quando nel 2010 Crimi (che oggi fa il reggente) si candidò alle regionali in Lombardia, il partito valeva il 3%. Altri tempi. Provo a dare un’idea, per chi non ricordasse.

Quelle elezioni le vinse – per la quarta volta consecutiva – Roberto Formigoni, ciellino di ferro il cui regno al Pirellone pareva intramontabile. Andò diversamente. La sua giunta cadde nel 2012 travolta dagli arresti, lui stesso oggi sconta una condanna a cinque anni. Frequentazioni pericolose. Un assessore in odore di ‘ndrangheta per voto di scambio, un altro nel giro delle bonifiche, e ci fermiamo per non annoiare. E poi le tangenti, le vacanze nei resort di mezzo mondo. Tutto tra una camicia sgargiante e l’altra, tra un sorriso e una stretta di mano (meglio se amica), tutto mentre la piovra ciellina avvolgeva – e avvolge – il sistema sanitario lombardo. 

Andò peggio al suo avversario. Filippo Penati oggi non c’è più, portato via da un tumore. Pochi mesi dopo quella sfortunata campagna, l’ex sindaco di Sesto San Giovanni e uomo di fiducia di Bersani fu travolto dall’inchiesta sul presunto Sistema Sesto. Tangenti in quella che era la Stalingrado d’Italia. L’accusa sosteneva che in città non si lavorasse senza pagare: lui negò sempre. Alla fine fu prescritto, ma i magistrati ravvisarono situazioni vischiose, almeno sotto il profilo etico. 

La Lega era quella di Bossi, anche lui destinato a cadere in disgrazia nel giro di un paio d’anni. A tradirlo, il proverbiale Cerchio Magico  e il figlio, con lo scandalo delle spese pazze in regione e le lauree in Albania.

Furono le elezioni di Nicole Minetti, più nota per il ruolo nella vicenda Ruby, le forme e i flirt che per l’attività in aula. I tempi in cui il Parlamento italiano, lo stesso che dalla prossima legislatura sarà ridotto nell’organico, votava credendo a Silvio Berlusconi: Ruby fu liberata perché un’informativa dei servizi segreti la segnalava come nipote di Mubarak (anche lui, nel frattempo, passato a miglior vita).

Ecco: se dieci anni dopo questa Italietta da quattro soldi sembra un circo equestre indegno di un paese civile, si deve in buona parte a un movimento di mezzi matti che decisero che il paese si poteva cambiare a colpi di blog, tenendo alta l’attenzione. Non solo sugli scontrini. Chi parlava di ambiente nel 2009?

Non so se ci siano riusciti. L’Italia resta corrotta e schiava di correnti e mafie. Un paese dove un uomo come Nicola Gratteri può essere lasciato solo. E certo, ci sono state esagerazioni: un amministratore capace val bene qualche cena a scrocco. Ad avercene, però. Il problema è che al ristorante senza pagare il conto, fino a poco fa, ci andavano tutti. Ma proprio tutti.

I grillini hanno mostrato eccessi, accolto chi crede alle scie chimiche e no vax, pareggiato sostanzialmente un’elezione politica (quella del 2013) e stravinto quella successiva (nel 2018) promettendo di abolire la povertà e governando con un brutto ceffo come Salvini. Ma si sono evoluti, nel frattempo, e restano i controllori dell’establishment e della casta. Questo, i partiti tradizionali, non sono mai riusciti a farlo. E c’è un motivo: non hanno voluto. 

Oggi i sondaggi dicono che il Movimento di Di Maio si attesta attorno al 12-15%, che mi pare la loro soglia fisiologica. Viene da pensare che moderando i toni, imparando a parlare coi giornalisti e a fare compromessi si perdano voti, e forse è davvero così. Ma si aiuta il paese.
Chi sperava di levarseli di torno dovrà attendere.

C’è da augurarsi che, adesso, si apra una stagione di riforme della nostra Costituzione, figlia di un Ventennio lontano e inadeguata ai tempi. Il risultato di oggi non modifica  in nulla l’architettura dello Stato: per fare un paragone, è come dare una mano di vernice alla macchina. Il motore si cambia modificando le attribuzioni delle due Camere, rendendone, cioè, diversi i compiti. Si può, a mio avviso, anche pensare di toccare la figura del presidente del Consiglio.

Riforme spezzettate in più fasi corrono il rischio di essere disorganiche, è vero. Riforme ad ampio spettro, d’altro canto, rischiano di essere figlie della parte politica al governo, e per questo indigeste e parziali.

Sarebbe bello coinvolgere i cittadini, abituarli a dibattere su questi argomenti. Che si cominciasse, cioè, a fare educazione civica sui media, oltre che nelle scuole. Come notavano alcuni osservatori, il dibattito su questo referendum ha coinvolto in misura ampia intellettuali ed esperti; i partiti sono rimasti un passo indietro, consapevoli di essere divisi all’interno. A me sembra un buon segno, dopo tante campagne elettorali sguaiate.  

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Referendum: perchè voterò sì

Fra pochi giorni (20 e 21 settembre) si voterà per il referendum sul taglio dei parlamentari. La proposta di riforma della Costituzione prevede la riduzione dei deputati da 630 a 400 e dei senatori da 315 a 200. Una sforbiciata non da poco. Provo a spiegare perché sono favorevole e voterò sì.

Le obiezioni di chi è contrario cominciano con la perdita di rappresentatività del parlamento: se il rapporto tra elettori ed eletti (qui trovate qualche dato) si annacqua non sarà un male per la democrazia? In realtà, in  Italia è tra i più alti in Europa (qui qualche dato). Il risultato? Confusione. Incompetenza. Poltrone elargite come ricompensa per i servigi prestati al ras di turno. Ogni partito ha bisogno di mandare a Roma un mix di “schiacciabottoni” buoni a pigiare il pulsante indicato dal capogruppo e personale politico competente, che scrive le leggi. Per carità, un po’ di disciplina ci vuole; ma ridurre lo spazio per figure francamente impresentabili potrebbe finire per aumentare la qualità media di chi deve rappresentarci. Che è preoccupantemente bassa. E poi: che rappresentatività si ha con le liste bloccate e i nomi paracadutati in collegi elettorali sicuri ma che si troano in regioni dove non hanno mai messo piede?

La seconda obiezione è che non si tratta di una riforma organica: bisognerebbe, cioè, rivedere le attribuzioni delle due Camere, le quali fanno oggi esattamente le stesse cose, palleggiandosi i provvedimenti, col risultato che a decidere è spesso il governo o lo stesso presidente del Consiglio, mentre l’Italia è una repubblica parlamentare. È vero. Quella tentata da Renzi nel 2016, però, era una riforma ad ampio spettro, e naufragò ugualmente (assieme a lui). Il punto, a quanto pare, non è questo.

La terza è che, con meno parlamentari, si ridurrà lo spazio per i partiti più piccoli. Naturalmente è vero, e a rilevarlo, come è normale che sia, sono loro stessi. Ma non è detto sia uno svantaggio. D’istinto, al maggioritario preferisco un sistema elettorale proporzionale, proprio perché dà spazio a tutti: ma ridurre la proliferazione di micro-feudi poco personali sarebbe, a mio avviso, un ottimo risultato. Anche perché questi piccoli potentati sono schegge impazzite: oscillano da destra a sinistra a seconda delle convenienze senza alcuna responsabilità. Più grande significa meglio piantato a terra.

La quarta obiezione riguarda il funzionamento del Parlamento stesso: le commissioni, in cui si svolge gran parte del lavoro, non riusciranno ad assolvere il proprio compito. Ma – me lo auguro – proprio da questa pressione i parlamentari restanti troveranno lo slancio per produrre le riforme che mancano, e distinguere finalmente le funzioni di Camera e Senato.

Insomma, quella che ci prepariaamo a votare non è una riforma completa, ma un primo passo. E una vittoria del sì sarebbe una chiara indicazione per chi verrà dopo sul fatto che l’Italia è pronta a compiere gli altri. Una gradualità che forse può addirittura aiutare a comprendere la questione – e i suoi risvolti – a chi non mastica di diritto costituzionale.

Ho, però, la sensazione che, al di là delle argomentazioni di facciata, molti opinion leader appoggino il no per un solo motivo: negare ai Cinque Stelle una vittoria storica, che li consegnerebbe ai libri di testo. Non solo: i pentastellati sono in crisi, e dal 36% di tre anni fa si attestaerebbero oggi tra il 12% e il 15% (a spanne). Un successo del genere sarebbe un’arma formidabile di propaganda da usare in campagna elettorale. Ma qualcuno spera di disfarsene.

Per alcuni influencer mi pare diventata una questione di principio contro il partito di Di Maio. Non conta il fatto che nel 2013 abbiano fatto irruzione (col botto) nella scena politica nazionale e nel 2018 abbiano stravinto le elezioni gestendo discretamente la crisi Covid. Non conta il fatto che siano stati loro a dare voce a chi chiedeva trasparenza, taglio dei costi, via i corrotti dalle liste. C’era chi lo faceva anche prima, si dirà; ma nessuno ha mai superato il 7 %. Loro sono arrivati al 30. Non conta che si tratti di una forza politica che da oltranzista che era – ricordate lo streaming con Bersani ? – ha imparato la moderazione e il compromesso, probabilmente dopo la morte di Casaleggio. E non conta nemmeno che in un paese lacerato e distrutto nei valori, preda della rabbia e dell’odio, come la morte del povero Willy ha mostrato, privo di una destra moderata, far fuori loro significherebbe lasciare campo libero a Salvini.

Ora, molte cose mi separano dai Cinque Stelle. Li ho spesso criticati, e chi mi legge lo sa, ma in loro riconosco un’evoluzione. Non posso essere sospettato di avere simpatie leghiste; ma, ciononostante, devo ammettere che la Lega (quella di Bossi) ha avuto il merito di portare maggiore attenzione ai livelli di governo più vicini al cittadino. Regioni e comuni hanno tratto beneficio dalla presenza sulla scena di quel partito. Si tratta chiaramente di un giudizio storico, che prescinde dall’opinione sugli atteggiamenti sguaiati. Ma pur sempre di un giudizio che riconosce loro un ruolo.

Vincere il referendum, si pensa, sarebbe il momento della legittimazione per i Cinque stelle, che finora non hanno mai firmato atti destinati a restare. E qualcuno spera di impedirglielo affossandone la riforma-bandiera. Mi sembra, francamente, una stupidaggine. 

C’è poi chi spera di far cadere il governo, e avere Draghi come presidente del Consiglio. Non credo sia una buona idea (qui spiego perchè): Draghi è un tecnico alla Monti, non se ne conoscono le idee, e ancora una volta la politica si deresponsabilizzerebbe. Di questo, perdonatemi, non abbiamo bisogno. Buon voto a tutti. 

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Perché Draghi premier non è una buona idea

Non è un deus ex machina. Mario Draghi è un grande banchiere, un uomo di polso e di esperienza che ha saputo guidare con mano ferma l’euro fuori dalla crisi del 2012. Ma mitologicizzarlo (neologismo voluto) come l’uomo che salverà l’Italia nella fase post pandemica è un errore. Innanzitutto, perché Draghi è un tecnico, non un politico.

Già nel 2011 a Mario Monti toccò l’ingrato compito di governare l’Italia. Gli fu chiesto, e l’assolse come poteva, con rigore professoriale e assumendosi la responsabilità di scelte impopolari assieme a Elsa Fornero. Scelte necessarie (la riforme delle pensioni lo era, esodati a parte).

Per tutta risposta, l’ex rettore della Bocconi fu bistrattato da molte forze politiche negli anni a venire, anche da chi l’aveva sostenuto. Dai populisti e dagli altri, almeno da quelli che amano farsi trovare sempre dove spira il vento.

Non è strano. La storia  insegna da secoli che i tecnici al potere (tecnocrazia) sono spesso impopolari, quando non rischiano di far danni. Possono essere utili in certe fasi, ma il rigore del cattedratico va temperato con le virtù della mediazione e del compromesso, la sensibilità nel sapere leggere i tempi, la capacità di comunicare al popolo le decisioni assunte. 

Ora, Draghi non ha mai avuto bisogno di comunicare, e conosce, probabilmente, sin troppo bene quali sono i problemi dell’economia italiana per perdere tempo. Non è un mistero: sono noti a tutti gli economisti, non conta la scuola di pensiero

C’è un Sud che viene trascinato e non è in grado di partecipare alla spinta, ci sono corruzione, evasione fiscale, criminalità infiltrata nella pubblica amministrazione, nepotismo, assenteismo, clientelismo. Parole che un politico conosce bene, sa maneggiare; lemmi, insomma, di fronte a cui non si scompone, ma che sono in grado di instillare un senso di profondo fastidio nel tecnico abituato a ragionare nell’empireo delle proprie conoscenze, e a rivolgersi a una platea che parla (bene) la sua lingua. In compenso, nel nostro paese mancano ricerca, innovazione, merito, sburocratizzazione, meno sussidi e più mirati. Agire è necessario, ma, oltre a mano ferma, serve gradualità. 

Per questo Draghi, a mio avviso, non accetterà mai di fare il presidente del Consiglio: si troverebbe con le mani legate al momento di intervenire, non potrebbe incidere, e, se lo facesse, finirebbe a fare da parafulmine fino alla fine della legislatura. A meno che, ovviamente, non possieda un lato nascosto e un’ambizione che ancora non gli conosciamo, capaci di renderlo immune al fuoco di fila a cui sarebbe sottoposto anche da parte di chi oggi lo invoca. 

Veniamo, così, a un altro fatto. Qualcuno nei giorni scorsi si è meravigliato di vederlo al meeting di CL a Rimini. Il fatto è che di Mario Draghi sappiamo, certo, molto; eppure, alla fine, quasi nulla. Nonostante abbia passato i settant’anni e sia rimasto a lungo sotto i riflettori, il suo understatement è proverbiale. Lo imponeva il ruolo, non meno del carattere.

Ma chi è il Draghi privato cittadino? Quali sono i valori in cui si riconosce? Che tipo di figure ammira, e che cosa pensa degli ultimi quarant’anni di vita del paese, quelli, cioè, su cui esporre un pensiero significa sbilanciarsi?

L’ex presidente della Banca Centrale Europea è stimatissimo all’estero, e questo potrebbe aiutare; ma non illudiamoci che non sia un rigorista alla Monti. Non potrebbe essere altrimenti, dato il suo percorso, anche distinguendo tra “debito buono” e “debito cattivo”, come ha fatto nel corso dell’intervento a Rimini.

Lui, per il momento, sembra non pensarci, a salire a Palazzo Chigi. E forse le speculazioni sul suo nome sono solo il tentativo di destabilizzare il governo in carica. Il solito giochetto. Troppo facile, così.

Non ci sono, purtroppo, sostituti all’altezza per il presidente del Consiglio al momento. Non lo è certo Zingaretti, men che meno il leader della Lega. Conte, dal canto suo, gode del non trascurabile vantaggio di avere imparato dal nulla a fare il premier in due anni, grazie a talento innato e  una robusta dose di applicazione. Ha affrontato bene l’emergenza; quello che gli manca, al momento, è la visione. Dovrà dimostrare, ricostruendo, di essere un leader vero, ma cambiare in corsa senza alternative non è utile. 

All’Italia serve un presidente dotato di pensiero ad ampio spettro, capace di canalizzare il disagio del paese e che disponga di una solida rete di relazioni e conoscenze, di quelle che si sviluppano in anni di politica e lui ha solo da poco cominciato a costruire.

Perché, come diceva Rino Formica, “la politica è sangue e merda” e alla fine le cose funzionano meglio se chi è al comando è capace di sporcarsi le mani. E Draghi, nei suoi abiti impeccabili, nelle sue espressioni più british di quelle dei britannici (non dimentichiamo che a Downing Street siede Boris Johnson) mi sembra inadatto a prendervi parte, se non come arbitro.

Servirebbe, insomma, una figura alla Renzi. Carisma, strategia, polso. Peccato che l’ex segretario del PD abbia dimostrato più volte un narcisismo superiore al senso dello Stato,e non sia, quindi, un papabile. Persino un Berlusconi avrebbe potuto andar bene, e chi scrive non è mai stato un fan del Cavaliere; ma ha superato ampiamente i limiti di età.

Rebus sic stantibus, se davvero si vuole cambiare cavallo, meglio cominciare a studiare soluzioni effettivamente praticabili. Sono convinto che Draghi non ci starà a fare l’agnello sacrificale di cui la partitocrazia ha bisogno per riprodursi tal quale.

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Dalla Brexit alla pandemia, così nasce la nuova Europa

C’è un filo rosso che accomuna il voto britannico del 2016 con il risultato ottenuto ieri notte dal Giuseppe Conte, oltre 200 miliardi di euro ripartiti tra prestiti a lunghissima scadenza e aiuti a fondo perduto.

Nel giugno di quattro anni fa, l’Unione era sul ciglio di un baratro. La pressione dei migranti ai confini, i postumi della recessione mai completamente smaltiti se non nelle grandi città, la proposta di soluzioni che un tempo – dieci anni fa – si sarebbero dette xenofobe e oggi sono state nobilitate con il nome di sovranismo la tenevano alle corde. Personalità interessate alla propria carriera politica più che al bene comune (Farage, Salvini, Le Pen, tra gli altri) avevano guadagnato consensi crescenti. Pensando di poter gestire il problema affrontandolo di petto, David Cameron concesse il referendum su Brexit, convinto di vincerlo.

Ma, dopo una campagna elettorale giocate sulle menzogne, a prevalere fu il Leave.


Sin da subito Londra fece la voce grossa. “Brexit means Brexit” andava ripetendo Theresa May, convinta che un consesso, come era quello di Bruxelles, sempre incapace di trovare l’accordo su poche, ma nodali, questioni relative all’integrazione continentale (politica estera e fiscale, su tutte) non sarebbe stato in grado di raggiungere una visione comune sull’uscita del Regno Unito. Divide et impera, dicevano i Romani. Che era la cifra della presenza britannica nelle istituzioni continentali.

May si sbagliava. Fu nel no alle smargiassate di Londra che cominciò a prendere forma l’embrione di una nuova di Europa. Un’entità in cui le differenze nazionali continuano a esistere, ma sono bilanciate da una volontà altrettanto forte di cooperare che finalmente ha trovato modo di manifestarsi.

I semi gettati negli anni precedenti stavano giungendo a maturazione.  Oggi, negli uffici che ospitano la classe dirigente continentale, sempre più spesso le scrivanie che contano sono occupate da membri a pieno titolo dalla “generazione Erasmus”, quella che ha potuto approfittare dell’Unione per viaggiare, studiare e arricchirsi; il tutto mentre un’altra coorte di giovani, quella dei nati a cavallo del millennio, sta arrivando al voto. E si tratta di ragazzi che la lira (o il franco, il marco, il peso) non l’hanno mai conosciuto. Così come non hanno mai conosciuto la frontiera con la Francia o con l’Austria: per loro è naturale muoversi e oltrepassare distrattamente valichi che hanno significato sangue e terrore per secoli.


Londra, la terra promessa


Nel momento più duro della crisi 2008-2012, Londra esercitò un fascino eccezionale su chi cercava una seconda chance. Furono moltissimi i connazionali che si trasferirono in riva al Tamigi in cerca di fortuna, a volte trovandola, a volte no. Molti furono i delusi. La comunità tricolore rese la capitale britannica la terza città italiana, con oltre mezzo milione di abitanti.

Per questo il maldestro tentativo di distacco dall’Unione portato avanti da Downing Street ci coinvolse tanto: tutti avevano un parente o un amico che aveva attraversato la Manica. E fu così che, per la prima volta, il dibattito europeo entrò quotidianamente in un palinsesto televisivo che lo relegava ai margini.
A forza di sentir parlare di Brexit, la popolazione cominciò a conoscere pregi e difetti dell’Unione e a farsi un’idea propria. Grazie agli oppositori alla Salvini, ma anche alle difese appassionate.

Pur non volendo, Londra offrì un contributo fondamentale alla causa europea: tra ripensamenti, elezioni, leader da fumetto, manifestazioni di protesta, ci mise ben tre anni per lasciarsi alle spalle il Continente. La fuga dall’Europa venne percepita dai più per quello che era: un’operazione politica orchestrata da leader piccoli, che avevano sfruttato il malcontento popolare per diventare grandi. Ma certi treni passano una volta sola.


Il recovery fund


Per questo, al dibattito sul Recovery fund le opinioni pubbliche sono arrivate molto più preparate rispetto a qualche anno fa. E l’esempio della Gran Bretagna, ancora una volta, è servito: fuori dalla Ue, e con una crisi da coronavirus devastante (peggiorata dalle incertezze del premier Boris Johnson) Londra non potrà avvalersi del mutuo supporto cui avrebbe avuto diritto.

Raramente la sorte ha giocato contro un paese in maniera così sfacciata. L’Europa, che si era mostrata compatta parlando con la voce del capo negoziatore Michelle Barnier e stava per approvare il bilancio 2021-2027, aveva margine di manovra grazie alla vastità di un territorio colpito in maniera molto disomogenea dalla pandemia, e che per questo poteva redistribuire risorse laddove necessario. Perché fu subito chiaro che il recupero sarebbe stato lungo e che da questa prova i Ventisette sarebbero usciti assieme. L’alternativa era che il banco saltasse definitivamente.

Questo spauracchio ha pesato sicuramente nelle trattative. Si è discusso allo sfinimento, ma, una volta verificato che la frattura non è solo tra paesi “cicale” e paesi “formiche”, ma tra realtà colpite in maniera più o meno forte dal virus, la conclusione è stata più o meno questa: chi vuole andarsene, da oggi è libero di farlo. Le conseguenze, il Regno Unito insegna, sono sotto gli occhi di tutti. Per questo era inevitabile che si arrivasse a un compromesso, fatta la tara al posizionamento elettorale di leader come l’olandese Rutte, pronto a incassare la cedola dell’opposizione alle elezioni del 2021.


Il futuro e il piano di riforme


Ora si tratta di fare buon uso dei denari ottenuti. Conte, che si è dimostrato un abile politico nei cinque mesi (e non nei cinque giorni) di trattative con gli altri paesi, dovrà dimostrare di avere un piano serio di investimenti strutturali, di riforme (tra cui quella del lavoro e l’abolizione della sciagurata quota 100), misure per la riqualificazione della popolazione e la diffusione di competenze informatiche e inglese. È anche il momento per parlare di Europa, finalmente, in una chiave positiva.

L’Italia ha incassato il capitale di fiducia guadagnato piegandosi nel 2012. E, checché se ne dica, la riforma in un sistema pensionistico come il nostro era indifferibile. Ma a prendersene la responsabilità e gli oneri fu la sola Elsa Fornero, cui, invece, andrebbe tributato un grazie.
In sintesi: quella di oggi è un’occasione irripetibile per trasformare il piombo della pandemia in oro, un’occasione che l’Italia – e non solo – non può permettersi di perdere.

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coronavirus, cronaca, politica, salute

Sierologico o tampone? La guerra sotterranea della lobby delle analisi

Sempre più scienziati chiedono di effettuare tamponi a tappeto per imprimere una svolta alla lotta al coronavirus. La situazione è al limite soprattutto al Nord, dove i reparti sono pieni, i medici si ammalano uno dopo l’altro e gli ospedali sono diventati bombe biologiche. Ma, anche nel mezzo di un’emergenza di portata storica, conviene tenere gli occhi aperti.

Nei giorni scorsi le agenzie hanno battuto la notizia di un laboratorio di Afragola (Campania) che prometteva test per il Covid19 alla modica cifra di 120 euro. L’annuncio, postato su Facebook, parlava non di tamponi, ma di test sierologici. Non è un dettaglio, e vedremo perché.

Grazie a quest’ultima tecnica, è possibile individuare gli anticorpi eventualmente presenti nel sangue del paziente: una “traccia”, per così dire, che il virus è passato e l’organismo ha cercato di combattere l’infezione. Seguiva numero di telefono per appuntamenti.

Il cronista (precario, tra l’altro) che ha scoperchiato il caso ha passato la notizia all’ANSA. Pochi giorni dopo è stato sentito dai carabinieri: i test sierologici per il coronavirus ,infatti, non sono validati, non hanno ottenuto, in parole povere, dagli organi competenti il via libera che ne certifica l’affidabilità. Proporli alla popolazione sotto l’onda emotiva di una pandemia potrebbe comportare profili di illiceità, nonostante i distinguo per tutelarsi da azioni legali. Oggi solo poche strutture sono autorizzate a condurre analisi del genere. C’è poi il tema del prezzo: esiste una quota di persone disposta a pagare molto denaro per sapere con certezza se è positiva o meno. L’affare è dietro l’angolo.

Meglio monitorare la situazione, dicevamo. In attesa di accertare se ci siano state violazioni, riporta il “Fatto Quotidiano”, il centro diagnostico campano è stato diffidato dall’Asl dal continuare la “promozione” delle analisi sui social media.

La materia è tanto tecnica che persino molti medici non specializzati in immunologia hanno difficoltà a orientarsi. Proviamo a spiegare.

Le mani sui rimborsi regionali

L’unica metodica attendibile per fare diagnosi, fino a oggi, risulta essere il tampone, divenuto tristemente noto nelle ultime settimane. Si tratta di un test molecolare con cui, in sostanza, si va alla ricerca dell’RNA del virus. Più lungo nelle tempistiche, più costoso, ma decisamente più affidabile del test sierologico; e, soprattutto, validato dall’OMS (l’Organizzazione Mondiale della Sanità). Per chi non credesse ai “burocrati” di Ginevra, aggiungiamo che così la pensa anche il noto virologo Roberto Burioni, che ne ha parlato sul proprio sito Medical Facts.

Insomma, sembra una storia di quelle tipiche del nostro Sud. E lo è, infatti.  A Milano, come da copione, le cose si fanno in grande.

La diagnostica medica è un settore attorno a cui ruotano denari e interessi, tra vendita di prestazioni specialistiche e, soprattutto, rimborsi regionali. Per il momento, sono pochi i soggetti autorizzati a eseguire i tamponi necessari per cercare il Sars-Cov-2, tutti pubblici.

I laboratori privati di analisi grandi e piccoli si dichiarano pronti da settimane, ma non hanno ancora ottenuto il via libera dalla politica.

Per aprire la serratura, rimasta chiusa fino a questo momento, senza rischiare di incappare in profili penali (come potrebbe accadere nel caso campano) bisogna  procedere per gradi e passare da Palazzo. Significa disporre di risorse non comuni. Capitali economici e relazionali, impiegati con strategia.

Si può cominciare, ad esempio, mettendo assieme un parterre di imprenditori del ramo, startupper e soggetti con conoscenze a diversi livelli, dalla politica alla finanza all’editoria.

Si prosegue, poi, creando gruppi Whatsapp per giornalisti, fornendo presunte anteprime, e annunciando interviste già concordate con importanti testate. Basta ottenerne una per innescare la reazione a catena. Se sono di più, e al codazzo si aggiungono le televisioni, tanto meglio.

A questo punto, si può procedere a diffondere le paginate pubblicate da un importante quotidiano nazionale per convincere i cronisti scettici di essere rimasti indietro. Si sa, il terrore delle redazioni è “prendere un buco”. Qualcuno, nella fretta, ci casca sempre, e riprende la notizia.

Non può mancare la petizione. Siamo pur sempre nell’era degli influencer. Per preparare il terreno e guadagnare credibilità grazie a uno dei numerosi strumenti disponibili online basta  far sottoscrivere a importanti (e ignari) nomi della scienza una raccolta firme in cui si parla, genericamente, della necessità di eseguire test a tappeto per combattere la diffusione del contagio. Senza specificare, in quella sede, se si tratta di tamponi o di sierologici.

Da giorni sul web circolano appelli dai toni enfatici, a prima vista condivisibili. Le petizioni, rivolte al Governo e al Comitato tecnico scientifico creato nelle scorse settimane, chiedono screening di massa per arginare il contagio. Leggiamo l’elenco dei firmatari: molti sono noti, altri lo sono diventati in questi giorni. Professori, personaggi della cultura, imprenditori. E, ovviamente, direttori di centri diagnostici, che hanno tutto l’interesse a “liberalizzare” gli esami. Ma attenzione: nessuno degli appelli specifica che tipo di analisi si chieda di effettuare sulla popolazione.

Ottenuto l’appoggio dei grandi sponsor, il più è fatto: non resta, a questo punto, che usare la petizione per supportare l’offerta alle autorità politiche… di collaborazione disinteressata. E di test sierologici estensivi, ovviamente.

Test contro test: una guerra tra laboratori

Ecco come si crea nuovo business ai tempi del coronavirus, partendo da un’idea semplice: se la politica non apre le porte spontaneamente, e in fretta, la strada buona è metterla sotto pressione sfruttando l’onda emotiva e creando un movimento di opinione. Se poi i giornali si inseguono l’un l’altro convinti di perdere lo scoop del momento, c’è il rischio che la mossa riesca. Anche se in gioco c’è la salute pubblica, e l’operazione potrebbe rivelarsi del tutto inutile dal punto di vista della lotta al virus, dato che gli esami sono inaffidabili. Ma tant’è.

Così, sottotraccia e lontano dai riflettori, si sta combattendo una guerra tra laboratori: quelli disposti ad assumersi il rischio di proporre un esame non ancora validato con un’operazione spericolata, e quelli che si limitano a suggerire il “vecchio” tampone. Più costoso, ma più attendibile, nonostante un percentuale di falsi negativi che può sfiorare il 30%.

Ma vediamo meglio la differenza.  “I test sierologici – spiega ai colleghi in una chat riservata un medico e professore universitario esperto nelle materie di riferimento – non hanno valenza diagnostica, ma di solo accertamento della positività anticorpale. Il che, in corso di epidemia, serve a poco o a nullla“. Sapere che una persona si è infettata senza conoscere se è ancora contagiosa può avere una valenza statistica a posteriori, insomma, ma non certo preventiva.

L’isolamento dei soggettiprosegue infatti il medicosi basa sull’infettività, non sul fatto che in qualche momento della loro vita abbiano incontrato il virus e generato anticorpi (che, per quel che ne sappiamo finora, possono essere rivolti contro qualsiasi coronavirus)”. Cioè: oggi come oggi, il test potrebbe confondere il Sars-CoV-2 con un’infezione diversa.

L’OMS aggiunge: “Alla data odierna, i test basati sull’identificazione di anticorpi (sia di tipo IgM che IgG) diretti contro il virus Sars-CoV-2 non sono in grado di fornire risultati sufficientemente affidabili e certi per la diagnosi rapida in pazienti che sviluppano il Covid 19” scrive in una nota. Insomma, “non possono sostituire il classico test basato sull’identificazione dell’RNA virale” anche se l’organizzazione avverte di stare conducendo studi su oltre 200 test rapidi. I risultati saranno disponibili nelle prossime settimane.

Pressione sui decision maker

Sull’affare dei test sierologici si sono fiondati in tanti. In Toscana, secondo quanto riportato dall’agenzia Impress, il presidente della Regione Enrico Rossi avrebbe firmato un’ordinanza per effettuare test sierologici su 7.800 sanitari. I casi positivi dovranno poi essere confermati con tampone. Ma l’inaffidabilità del primo esame rende il meccanismo traballante.

Inutile negarlo, il morale è allo stremo. Ma la domanda è se abbia senso, per un ente pubblico, inseguire gli umori della popolazione, e farlo battendo una strada la cui efficacia non è stata ancora riconosciuta nemmeno dal Comitato Tecnico Scientifico creato ad hoc dal Governo per fronteggiare l’emergenza.

Nel gioco delle parti, anche in piena crisi, ognuno agisce pro domo sua. Ma la politica dovrebbe fare gli interessi di tutti. Difficile immaginare che decisioni – operative e di spesa – tanto delicate siano prese sulla base della semplice emotività. E, magari, di campagne stampa martellanti che soffiano sul fuoco della paura.

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brexit, esteri, politica

Boris Johnson è sempre più solo

A quattro settimane dalla possibile Brexit, Boris Johnson è sempre più solo. Il leader conservatore, diventato primo ministro a luglio, non se la passa bene. Appena insediato, ha perso i primi sei voti del proprio cammino in aula. Dopo aver chiuso il parlamento (e aver espulso 20 storici membri del partito che avevano osato votargli contro) è stato bacchettato dalla Corte Suprema, che lo ha costretto a riaprirlo. Il premier ha dovuto scusarsi privatamente con la Regina che, a quanto pare, sarebbe estremamente irritata perché costretta ad avallare l’improbabile serrata – per prassi il sovrano si limita a ratificare – salvo poi essere corretta da una “semplice” giudice. Stiamo pur sempre parlando di Sua Maestà.

Non è l’unica tegola caduta a Downing Street in poco più di due mesi. Il fratello minore di BoJo si è dimesso da parlamentare e sottosegretario convinto che, con l’oltranzismo sul no-deal, il familiare stia rispondendo al proprio ego più che all’interesse nazionale.

Scotta anche il fronte della vita privata. Nei giorni scorsi si è sparsa la voce che una ex modella e imprenditrice americana, Jennifer Arcuri, avrebbe avuto una storia con Johnson ai tempi in cui questi era sindaco della capitale britannica, ottenendo prestiti e altri vantaggi.

Per finire, Charlotte Edwardes, giornalista oggi al Times, lo accusa di averle toccato una gamba sotto al tavolo durante una cena privata nella redazione dello Spectator, dove entrambi lavoravano alla fine degli anni Novanta. In Gran Bretagna le molestie sessuali sono prese molto sul serio. L’ex sindaco di Londra, peraltro, era il direttore del settimanale. Lei non denunciò per timore di ritorsioni.

Raramente si è visto un fuoco di fila di tali proporzioni su un premier. Ma si tratta dei media e dell’intellighenzia. Nonostante i guai, i sondaggi lo danno ancora abbastanza popolare tra la gente.

Il platinato successore di Theresa May non commenta. Si è limitato a far sapere che non si dimetterà, per non concedere spazio a un’ennesima proroga della Brexit. Per recuperare consenso, rilancia con misure di politica interna, a partire dalla promessa di 40 nuovi ospedali da costruire nei prossimi dieci anni. L’impegno riprende un tema usato durante la campagna per il Leave, quando si ripeteva che i soldi risparmiati abbandonando Bruxelles sarebbero finiti nelle casse (al collasso) del servizio sanitario nazionale.

Mancano quattro settimane al 31 ottobre, e tutto lascia pensare che i colpi di scena non siano finiti.

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politica

May si dimette senza Brexit mentre il Regno Unito va alle urne

Voleva essere come la Thatcher, forse non ci è riuscita ma ha avuto un compito ingrato. Theresa May ha annunciato oggi le sue dimissioni, fra le lacrime.  Nonostante i tentativi della signora, il Regno Unito vota ancora una volta per eleggere i propri rappresentanti in seno all’UE. E quel che sarà, sarà.

Le si può rimproverare una certa spocchia (il mantra “Brexit means Brexit” ripetuto ossessivamente) e un atteggiamento spavaldo durante le negoziazioni. Per il resto, pochi avrebbero saputo fare meglio al suo posto; e pochi, soprattutto, avrebbero accettato l’incarico, accuratamente evitato dai più navigati compagni di partito. Non è andata meglio tra i laburisti, che non hanno mai preso posizione; Dante condannava gli ignavi alla sorte peggiore, probabilmente non a torto.

E’ finita come nessuno immaginava: niente uscita, per il momento, e il ritorno di Farage, lontano dai radar e che oggi appare il gigante che non è.

In tre anni il Regno Unito ha mostrato le proprie debolezze: confuso, allo sbando, è l’ombra di se stesso. Ma l’uscita che doveva servire da apripista, ha, forse, avuto il merito di aver portato il dibattito sull’Europa per la prima volta realmente sulla bocca di tutti. Fino a qualche anno fa, il malcontento c’era, ma non si poteva votarlo, e le campagne elettorali per Strasburgo erano versioni scialbe di quelle nazionali.

Oggi sappiamo che essere nell’Unione non è scontato, e che chi ci crede deve dirlo forte. Buon voto a tutti.

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brexit, politica

Brexit, l’UE approva il testo dell’accordo. Ecco cosa succede ora.

Questo articolo è stato pubblicato sul magazine Londra, Italia.

Diciotto mesi per scriverlo, solo 38 minuti per approvarlo. I rappresentanti dell’Unione Europea hanno firmato la bozza di accordo su Brexit domenica mattina, in un summit-lampo a Bruxelles. Ora che il compromesso è stato approvato dai governi, si tratta di “venderlo” al Parlamento britannico.

Non è un caso che i media locali usino proprio questo verbo: per Theresa May si tratta del “miglior accordo possibile”, ma il testo soddisfa pochi, e il rischio è che Westminster respinga la bozza, oltre cinquecento pagine accompagnate da un documento politico di una ventina di cartelle sul futuro delle relazioni tra l’isola e il continente.

Bruxelles ha fatto capire che non c’è possibilità di brandire un rifiuto come clava per spuntare condizioni migliori. I timori della vigilia – le riserve della Francia sulla pesca, e della Spagna su Gibilterra – sono stati superati dall’atteggiamento compatto dei Ventisette.

COSA ACCADE ORA? –  Se i deputati approveranno, il 29 marzo 2019  comincerà il periodo di transizione, che terminerà a dicembre 2020. Dal 2021, a cinque anni di distanza dal referendum, il Regno Unito sarà fuori.

Le riserve nel Parlamento britannico vengono dai laburisti, che sperano di far cadere il governo May e insediare  il leader Jeremy Corbin dopo nuove elezioni –, e dai deputati nordirlandesi, a cui l’esecutivo è appeso,  e che temono una frontiera “dura”con l’EIRE. Ma c’è anche una fronda di Conservatori, piuttosto agguerrita e capeggiata dall’ex ministro Boris Johnson.

 

La decisione del Parlamento londines è attesa per una data compresa tra il 10 e il 12 dicembre. La premier partirà nelle prossime ore per un tour di due settimane:  girerà il paese per spiegare che non si poteva fare meglio e che il Regno Unito ha riguadagnato il controllo dell’immigrazione, tema caro ai Leavers. In una lettera inviata alla nazione, May sottolinea come la libertà di movimento sia finita “una volta per tutte”:  “invece di un sistema di immigrazione basato sulla provenienza geografica – scrive –  ne avremo un altro basato sulle abilità e il talento che una persona porta in dote al paese”.

Dal punto di vista economico, la missiva  ricorda che con l’uscita si risparmierà molto denaro pubblico, pronto per essere reinvestito in progetti di lungo termine come ad esempio quello relativo all’NHS, il martoriato sistema sanitario britannico.

Ma dietro le quinte si lavora a un piano B per evitare il peggio in caso di rifiuto: secondo il Telegraph, nelle stanze del governo si pensa a un accordo alternativo che ricalchi il modello norvegese. Il paese nordico non fa parte nell’Europa politica, ma è nello Spazio economico europeo. La Norvegia, però, non partecipa ai tavoli dove le regole vengono decise. Se così fosse, e fatta la tara alla demagogia, sarebbe stato forse meglio restare nell’Unione, con le ampie libertà che un’Europa traballante aveva, da sempre, garantito al Regno Unito.

@apiemontese

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politica

Controesodo, incentivi anche per chi non ha una laurea. Il ddl alla Camera

Questo articolo è uscito sul magazine Londra, italia.

C’era un’epoca, circa vent’anni fa, in cui l’Erasmus era considerato una perdita di tempo, una sorta di vacanza studio a spese dei genitori a base di feste e party ad alto tasso alcolico. I docenti avevano capito bene: era esattamente così. Ma quelle vecchie cariatidi  di facoltà – nel ’68 si sarebbe detto “matusa” -, rinchiusi nei propri studi spesso inaccessibili,  non avevano compreso una cosa: i mesi spesi tra una festa e l’altra, dormendo tre ore a notte e frequentando lezioni come zombie avrebbero  lasciato un’eredità importante: la capacità di parlare le lingue, di apprezzare con culture diverse, l’autonomia – per chi non viveva già da solo. Era nata la prima generazione di europei. Complice il boom dei voli low-cost, nel giro di qualche anno, all’alba del millennio, non era più strano avere la fidanzata a Parigi o andare a trovare gli amici per un weekend in Spagna. Con buona pace di mamma e papà.

Il problema è che molti di quei giovani all’estero ci sono tornati. Per restarci. Li chiamano “talenti”, e sarebbero una risorsa importante per il paese che li ha formati, cresciuti e poi visti volare via. Circa due milioni di italiani hanno lasciato la Penisola negli ultimi dieci anni, duecentomila ogni dodici mesi, e i dati censiscono solo gli iscritti all’AIRE.

Ma esiste una quota importante di sommerso, persone che, per un motivo o per l’altro non hanno mai fatto questo passo, creandosi, tra l’altro, problemi con il fisco. C’è chi ha preferito restare in incognito per pagare meno tasse, ma anche chi, semplicemente, non voleva perdere il medico di base, come ha rivelato un’indagine di Gruppo Controesodo, community destinata a chi vuole tornare sui propri passi, ma aspetta l’occasione buona per farlo.

LEGGE BIPARTISAN – Per fermare l’emorragia, il Governo è intervenuto con una legge bipartisan già nel 2010, promettendo incentivi e sgravi fiscali per i lavoratori altamente qualificati che facevano rientro in Italia: la cosiddetta legge sul Controesodo, che, peraltro, ha avuto un’applicazione poco costante.

La 238/10 – questa la denominazione ufficiale – abrogata per due anni, è stata poi ripristinata nel 2015. In questi giorni è in corsia alla Camera una proposta a cura del giovane deputato PD Massimo Ungaro che mira a rivederne alcuni articoli, e ad armonizzare le stratificazioni che col tempo si sono accumulate.

Il progetto è dare un incentivo a tutti coloro che vogliono tornare ma non ne vedono ancora le condizioni, – spiega Ungaro a Londra, Italia – anche a chi non ha una laurea. La migrazione in passato serviva ad alleggerire la pressione demografica, ma, con i tassi di natalità ai minimi e le risorse migliori che se ne vanno, un incentivo è necessario”.

Tra i punti chiave della proposta, una sanatoria per chi si è “dimenticato” di iscriversi all’AIRE. La proposta di legge è stata presentata a metà ottobre, ed è in attesa di essere calendarizzata.

Basta una legge? Forse no. “Lo Stato deve fornire un ecosistema” ammette lo stesso Ungaro, expat da dieci anni. Difficile pensare a un controesodo se il contesto nazionale continuerà ad essere caratterizzato da burocrazia e corruzione, mali atavici che a chi ha vissuto altrove pesano anche di più. E il profumo del basilico, adagiato fresco sopra a un piatto di pasta, spesso non basta a dimenticare l’amaro del rientro.

@apiemontese

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