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La Fondazione fiera Milano continua a ignorare le regole

Avendo cominciato dalla cronaca locale nel lontano 2004, di battaglie dei cittadini contro le amministrazioni ne so qualcosa. Ma non mi ero mai trovato dall’altra parte della barricata: e devo ammettere che è un’esperienza forte, per il senso di impotenza che si prova.

In breve: il cantiere per la nuova sede della Rai in via Gattamelata continua, da un anno e mezzo, a creare enorme disturbo a chi vi abita davanti. Si è cominciato ad aprile 2025 con la demolizione di un padiglione di Fieramilanocity: lavorazioni che andavano procedevano sette giorni su sette senza alcun limite di orario, nonostante i limiti comunali esistano e siano chiari. La storia la trovate qui, compresa quella delle minacce delle maestranze a chi chiedeva il rispetto delle più elementari norme di tutela della salute pubblica.

Dopo parecchi mesi di mail, chiamate alla polizia, riunioni, e con alla mano una raccolta di settanta firme, siamo riusciti a ottenere il rispetto dei nostri diritti. Per qualche settimana.

La demolizione è finita, ma, dopo un periodo di rumore gestibile, si è ripreso a battere, questa volta per le fondamenta e “palificazioni”. Come prima: camion che arrivano alle sei di mattina, lavorazioni che cominciano poco dopo con martelli pneumatici, gru, macchinari per le fondamenta, svuotamento di cassoni di terra. La deroga di cui la Fondazione fiera Milano, committente del cantiere, pur è in possesso, parla delle sette e mezza come orario di inizio, ed è già molto. Che senso ha cominciare prima sulla pelle dei cittadici che abitano a venti metri di distanza e con questo cantiere avranno a che fare per tre anni?

Al riguardo, segnalo che del cronoprogramma dei lavori (che dovrebbe essere esposto in bella vista per dare certezza a noi che abitiamo di fronte su quando finirà l’incubo) non si vede traccia, nonostante la mia richiesta e la segnalazione alle autorità.

Ho – ovviamente – provato a scrivere alla Fondazione fiera Milano, alla presidente del municipio 8 Giulia Pelucchi (Pd) e alla polizia locale. La risposta della Fondazione è stata ridicola: negare che i mezzi fossero loro. Ma io e i vicini abbiamo i video.

Pelucchi e polizia locale, dal canto loro, non hanno dato segni di vita – possibile?

Dulcis in fundo, la Fondazione fiera Milano, invece di rispondere nel merito, mi ha mandato un invito a un concerto che si terrà nei prossimi giorni. Forse immaginano che la musica serva a coprire i rumori del cantiere. Peccato che i musicisti, a differenza di camion e macchinari, non attacchino alle sei e mezza del mattino.

Qui il link ai video del cantiere.

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Why Silvia Salis can’t be Meloni’s opponent

So now Italy would deserve an inexperienced head of government just because Giorgia Meloni has been in charge for four years. Bloomberg just crowned Silvia Salis, mayor of Genoa, as anti-Meloni. That’s, with all due respect, close to ridiculous.

Salis (40 years old, center-left) is simply not the right person for the job. She might be able to win elections, but I’m not sure – to say the least – whether she can run a G7 country. She’s not experienced. Nobody knows what she thinks. And, moreover, she’s backed by Matteo Renzi, the most Machiavellic politician Italy has had since ages, doing business with people like Mohamed Bin Salman and floating from left to right at his pleasure. With his 2%, he barely makes it to Parliament; but, nevertheless, ends being decisive all the times. Salis might be his horse to remain in the game, and that wouldn’t be good for the country.

Italy needs strong reforms (justice, labor market, healthcare, above all) which might only be pursued by a leader with knowledge of the matters and of the deep state, whose interest is often not changing anything. Meloni herself has a good and long cursus honorum: young Salis would be manipulated by her mentors, if not by the apparatus.

Italy should not resign itself to have an inexperienced leader in charge. The centre-left should build, instead, a strong candidature alternative to Meloni. Otherwise, we’ll be facing another five years of nothing.

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What Giorgia Meloni should do after losing the referendum

Giorgia Meloni lost today the referedum on the justice reform the Italian Parlament already approved. The law was aimed, among other things, to separate judges’ and prosecutors’ careers, which in Italy follow the same path. A modification in the constitutional prescriptions long desired by Silvio Berlusconi. The referendum was held because Meloni did not have the 2/3 majority requirend to avoid the public consultation.
Heavily politicised, the vote nevertheless won’t lead to the resignation of the head of the government. Visibly saddened, she was quick to confirm she’d respected the people’s vote, but she’d stayed in charge.

Was it all wrong? No. It’s not too far from the truth to say that a big portion of the “nos” were because the reform project came from a political party and coalition long accused of being post fascist, and to have an ongoing project to turn the Italian political system towards an authoritarian regime. Meloni was never able to get herself free from these allegations. She also mistakenly decided to go alone with her coalition, without even trying to involve the oppositions. Another point must be stressed: the text came from the government, with the Parliament just called to approve.
Nevertheless, some of the provisions of the constitutional modification touched a nerve.
If Meloni were the statewoman she wants to be (and she’s never been), she’d take the chance to at least provoke a debate involving the other parties to amend the text and get to a shared version. But she’ll probably won’t do that.
That’s how things tipically work in Italy: every time starting from scratch, an everlasting stall which exposes the country to subtle authoritatian fascination.
If Meloni had won the vote, she’d been launched towards a second term, with less interventions from the judges. A perfect plan: what happened Trump by chance, Meloni could have reached intentionally. This way, things have gotten complicated. And this might be the end of her dream not only to be the first woman in Palazzo Chigi, but also the first to serve two mandates.
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L’emozione per la morte di Bossi spiegata a chi non c’era negli anni Ottanta al Nord

[testo con lieve editing tratto da un post pubblicato su Facebook il 21 marzo 2026]

Nel marzo 2012 sono andato, da cronista, a una manifestazione della Lega. Per le vie di Monza sfilava il corteo dei militanti e dei simpatizzanti. Non ricordo perché fosse stata convocata. Era la prima volta che mi ci trovavo per lavoro, e volli seguirla dall’inizio alla fine. Non sapevo che sarebbe stata una delle ultime: di lì a qualche settimana sarebbe scoppiata la storiaccia del cerchio magico, e Umberto Bossi fatto fuori dal partito che aveva fondato. Promoveatur ut amoveatur, dicevano a Roma. Si promuove (a presidente eterno, nel suo caso) per rimuovere chi è troppo ingombrante.

Ieri sera Umberto Bossi è morto. Tanti spendono parole di stima, anche chi gli era stato avversario. Posso provare a rispondere a chi si chiede perché.

Bossi è stato, per i padani, qualcosa di molto vicino a quello che Berlinguer fu per i comunisti. Padani che, peraltro, inventò lui, assieme a qualche appassionato di storia locale. Un semidio, un modello.

La potenza di una manifestazione della Lega stava nei simboli che era riuscito a creare, e di cui era riuscito ad appropriarsi. Il “Sole delle Alpi”, il Va’ pensiero verdiano, aria diffusa a tutto volume dagli altoparlanti da quattro soldi nei cortei, ma che era in grado di incutere una solennità che tracimava nel terrore con la sua imponenza. Altro che il punk incazzato ai cortei dei centri sociali: nulla come l’opera scuote l’animo.

Anni prima, era il 2003, mi trovai a passare, per caso, con un amico per il centro di Monza durante un altro corteo leghista. Ero un giovane studente di scienze politiche di ritorno da Milano.

Sulla strada incontrammo una quarantenne nordafricana, Khadija, che aspettava il pullman per Lissone (il paese accanto) mentre i manifestanti si avvicinavano. Finì che la portammo a casa noi. La poverina non aveva capito il contesto, e noi – da parte nostra – avemmo paura di lasciarla sola, mano a mano che il volume delle note di Verdi aumentava e centinaia di camicie verdi, ringalluzzite dal numero, si facevano più vicine. La piazza incute terrore nel singolo che non le appartiene.

Khadija ci ringraziò come poté, con una tazza di tè, confusa, e cercando di capire che cosa avessimo visto che a lei sfuggiva. Le spiegammo che quel corteo era contro gli immigrati, cioè contro quelli come lei e che, insomma, non si sa mai. Se non altro, volemmo evitarle l’esperienza di essere insultata. A noi tutto questo era chiaro, ma lei, non parlando bene l’italiano, si era persa il dettaglio. E aspettava tranquilla la corriera.

A Bossi va certo reso l’onore delle armi, ma bisogna ricordare che l’uomo fu anche questo.

Sul territorio, le ronde dei leghisti negli anni Novanta e Duemila facevano paura. Faceva paura anche (forse soprattutto) leggerne sul giornale, perché legittimavano la minaccia, e promettevano la violenza. Anche quella verbale. E l’aggressività non risparmiava i bambini.

Un figlio di immigrati meridionali, come me, si sentiva facilmente dare del terrone a scuola negli anni Ottanta, senza capire di che cosa, esattamente, si parlasse. Un po’ come Khadija. La dignità politica, a questo becerume, l’aveva data Bossi. In quegli anni, dodicenni imberbi si professavano leghisti scimmiottando i padri e il leader, le cui gesta vedevano in televisione. I fratelli più grandi, in qualche caso beoni che a malapena avrebbero avuto cittadinanza in un bar, si sentirono rappresentati in Parlamento e poterono alzare la voce fregandosene di darsi un contegno.

Bossi fu anche questo. Eppure, nonostante tutto, nonostante la bestialità delle sue uscite, non fu solo questo.

Fu, per esempio, il primo a parlare apertamente delle due Italie (che sono una triste realtà) e del malaffare romano. Della necessità per il Sud di assumersi la responsabilità del proprio fallimento senza piangere sempre miseria. Del buono che c’è nel decentralizzare i poteri quando possibile e compatibile con il contesto.

E, oltre l’apparenza, mi pare aver sempre avuto un certo cuore, e la schiena piuttosto dritta.

Lasciatemelo dire: tutto il contrario di chi venne dopo. Il riferimento è a quella macchietta da social che risponde al nome di Matteo Salvini.

Poche immagini per rendere l’idea. Bossi non sarebbe mai andato in televisione a sgranare il rosario durante il Covid per raccattare quattro voti. Non avrebbe mai citofonato in una casa privata chiedendo, con aria da chierichetto: scusi, lei spaccia? Il Bossi degli anni Ottanta me lo immagino prenderlo a calci nel culo, lo spacciatore. In canottiera, magari, e assieme ai suoi compari. E farsi pure qualche giorno in guardina, la migliore pubblicità per la sua base.

Quello che ancora chiamiamo Senatùr (ma ha passato più tempo alla Camera) è un altro pezzo di storia dell’Italia che se ne va. Forse non la parte migliore, ma la sua memoria resterà, in qualche zona del paese più che altrove.

Di Salvini, invece, e della Lega di oggi, non rimarrà nulla. Forse è per questo che la morte del fondatore varesino dei lumbard ha generato emozione anche in chi, da vivo, ne aveva condiviso poco o nulla. 

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economia, esteri, politica, unione europea

EU and India toward an historic agreement. Thank Trump for it

The EU and India concluded negotiations today on one of the most ambitious free trade agreements ever for both. All along the economic aspects, renewed collaboration is expected on key topics, like security (even cybersec) and defence, classified information, climate, disaster management, startups.

It doensn’t look the timing is casual, obviously.

Donald Trump openly menaced the EU with tariffs from the United States in the last months while the agreement will cut them for a variety of goods exchanged between the Old continent and India. And when it comes to defence, there’s not much to add to the bullying over Greenland, counterbalanced by the search of new alliances.

Some figures. The EU and India already trade over €180 billion worth of goods and services per year, supporting close to 800,000 EU jobs, as referred by Bruxelles. The deal is expected to double EU goods exports to India by 2032 by eliminating or reducing tariffs in value of 96.6% of EU goods exports to India. Overall, the tariff reductions will save around €4 billion per year in duties on European products.

Bruxelles is reacting in a polite way, as usual. But it’s reacting, it’s doing it fastly, and that’s important. Please note that negotiations started in 2007, and were suspended in 2013 (in the same period, a diplomatic crisis involved 2 Italian troops accused of killing a fisherman). At the time, India was looking for a role on the international arena, to accreditate itself as a mid sized power, and wat way too assertive, so to speak.

Things have changed, in the meantime, and talks have been relaunched in 2022, accelerating last October. The country now is the most populous in the world, and the 4th largest economy. Not only. It hasn’t to struggle with demographic issues as China, burdened by an older population and the outcomes of the one-child policy of the 20th century. Moreover, the upper classes speaks English and uses Latin alphabet; it’s a democracy and its legal system is understandable and modelled on the British, and there’s still a deep tie with London.

In brief, India might be one of the countries to monitor in the next years.

It also has problems: a variety of languages, poverty, internal conflicts between Induists (largely dominant) and Muslims. Narendra Modi, the prime minister, can be tough in his repression. But Delhi’s constitution and institutions have proved resilient over time.

A few would have predicted this only 10 years ago.

Now the agreement needs to be finalized. On the EU side, the negotiated draft texts will be published shortly. The texts will go through legal revision and translation into all official EU languages. The Commission will then put forward its proposal to the Council for the signature and conclusion of the agreement. Once adopted by the Council, the EU and India can sign the agreements. Following the signature, the agreement requires the European Parliament’s consent, and the Council’s decision on conclusion for it to enter into force. Once India also ratifies the Agreement, it can enter into force.

It’s going to take time. But that of today is a good base (more info here). In the press release Trump is never mentioned, but is clearly present when Ursula von der Leyen comments “We have sent a signal to the world that rules-based cooperation still delivers great outcomes”. How will he react?

This deal might be considered a sign of hope in a future in which bullying lets diplomacy go ahead. Peace has been always built on trades – and even though globalization had plenty of excesses and lead us to deep inequalities, the world needs to correct its flaws while maintaing its most positive impact – a stable world.

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esteri, politica

It’s a long way to the top (for the Global south)

There’s another remarkable aspect in the mess provided by Trump this last year to the world. That, after 12 months since the commander in chief had taken office, the West finally seems to have pulled off the mask.

One remarkable example – and the first, maybe, at this level – was the unexpected, surprising speech given by Canadian prime minister Mark Carney at the World Economic Forum in Davos, a ski resort in Switzerland.

Said Carney: “[…]We knew the story of the international rules-based order was partially false. That the strongest would exempt themselves when convenient. That trade rules were enforced asymmetrically. And we knew that international law applied with varying rigour depending on the identity of the accused or the victim”. “This fiction was useful. And American hegemony, in particular, helped provide public goods: open sea lanes, a stable financial system, collective security and support for frameworks for resolving disputes”.

To conclude: “Let me be direct: We are in the midst of a rupture, not a transition. Over the past two decades, a series of crises in finance, health, energy and geopolitics have laid bare the risks of extreme global integration. But more recently, great powers have begun using economic integration as weapons. Tariffs as leverage. Financial infrastructure as coercion. Supply chains as vulnerabilities to be exploited. You cannot ‘live within the lie’ of mutual benefit through integration when integration becomes the source of your subordination”. Welcome to the era of geo-economics.


That’s, more or less, what antagonist movement keep saying since decades; but never in life I would’ve thought I’d be seeing such a speech pronounced by a Western leader in front of a bunch of rich capitalists and head of states.

Canada is under threat by the US, obviously; and looking for allies among middle-sized powers, as Carney remarked. But, still, it looks sort of a tipping point.

There’s more.

This morning I read an opinion piece on the BBC website authored by senior correspondent Allan Little. The journalist recalls a lecture he gave to the young students of Columbia University in New York just months after 9/11 2001.

One of them, a Pakistani just gotten to the US, took him apart during a coffee break for a chat. He paralleled the US to the Roman Empire.

“If you are lucky enough to live within the walls of the Imperial Citadel, which is to say here in the US”- the aspiring journalist stated with lucidity – “you experience American power as something benign. It protects you and your property. It bestows freedom by upholding the rule of law. It is accountable to the people through democratic institutions.

“But if, like me, you live on the Barbarian fringes of Empire, you experience American power as something quite different. It can do anything to you, with impunity… And you can’t stop it or hold it to account”.

Impressive.

To corroborate these words, Little then draws a picture of all the interventions in the so called Global South performed by Washington over the last couple of centuries. And there’s not much to be proud, apart from the intervention in WW1 and 2.  

He concludes he’d been wrong at the time in describing the White House’s role to the students gathered to listen to him.

Same thing here: this is the BBC, British public television, not a socialist party house organ. Whilst provided with an enviable reputation as being independent, I would’ve never actually thought that the broadcaster would so openly admitted what the West – UK included – did over time to the rest of the world (well, the article didn’t mention the Iraqi invasion, but nobody’s perfect). There’s an explanation:  Britain endend up being another of Trump’s targets for its defence on Greenland, and – as Canada – is looking for allies. But, nevertheless, this is sign of the times.

None of this would have happened without the New York tycoon’s turned president impulsive actions and excessive beaviour. Is it a sign of hope for the so called Global South? Well, in a way.

On the other hand, though, all this debate about the Arctic made me think that the world is still focused on the Northern emisphere. We’re getting closer than ever to a conflict over a piece of land and  ship routes situated in the same part of the world that for ages dominated, colonized and exploited the rest of the globe. Even China recently described itself as an “Arctic power”, and is buying icebreakers.

Less than a year ago I was speaking to a top executive of a big German electronic brand. Asked which areas worldwide were supposed to make a jump forward, economically speaking and based on their projections, he answered – quite obviously – : South-east Asia. I replied: what about Africa? And South America? “No way”, he did.

The West might be pulling off the the mask. But, to quote the AC/DC, a rock band, “it’s a long way to top if you wanna rock’n roll”.

(photo: BBC website)

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ambiente, città, cop, esteri, politica

Qualche considerazione finale sulla Cop30 di Belém

Belém (Brasile) – Niente riferimento alla tabella di marcia per la transizione dalle fonti fossili, ma un impegno a triplicare i fondi per l’adattamento. E la dimostrazione che, nonostante tutto, la diplomazia climatica può fare a meno degli Stati Uniti. E’ una conclusione agrodolce quella della Cop30. Belém poteva essere storica, e non lo è stata. Ma almeno non ha rappresentato un tracolllo rispetto alle scorse edizioni di Baku e Dubai. Raccolgo qui qualche considerazione.

  1. Che cosa vogliono i paesi che bloccano il negoziato? Il mondo va verso la transizione energetica, innegabilmente. Nessuno, neanche gli Stati che si basano sul petrolio o sul gas (petromonarchie del Golfo, Russia) può illudersi di fermare o invertire il processo. E allora cosa vogliono? Influenza. Al potere ci si abitua: e il petrolio ha dato ampi margini a territori desertici che altrimenti sarebbero stati ignorati. In Medio Oriente stanno investendo per garantirsi rendite post petrolio, e il tempo in finanza è un fattore chiave: quindi rallentare ha senso per incamerare più risorse. Ma agire da veto-player, piccoli attori che sfruttano le falle dei meccanismi negoziali per bloccare tutto e avere visibilità (pensate ai partitini decisivi per costituire le maggioranze) è anche un modo per affermare la propria diplomazia e il proprio ruolo, anche di ponte culturale, senza tornare piccoli e insignificanti.
  2. Tutto è legato nel mondo di oggi. L’ambiente è il tema principale per noi che frequentiamo le conferenze del clima. Ma la realtà è che è usato come merce di scambio su altri tavoli. Per ottenere concessioni tariffarie, per esempio – non a caso si è parlato tanto di commercio in questa Cop. Non è solo clima, dunque: quando una delegazione riceve ordini per negoziare su una certa posizione, bisogna sempre guardare al contesto geopolitico. Esempio: l’Ucraina non può essere a favore delle fonti fossili (gradite alla Russia, che le esporta). Ma non può dirlo, perché il principale alleato è l’America di Trump. Queste situazioni sono la regola, non l’eccezione. L’India ha un problema demografico e di povertà: negozia sull’ambiente per ottenere altro. Lo stesso Brasile scambia l’Amazzonia con altro. Vicende come quella dei marò insegnano che per avere visibilità ci si attacca a questioni-simbolo. Vale anche per il clima.
  3. Esistono questioni globali, come l’Amazzonia, polmone verde del mondo, che appaiono molto diverse a livello locale. Se per il mondo salvare la foresta tropicale è una priorità, per paesi che hanno bisogno di crescere – e il Brasile sta cercando di diventare una media potenza – , tutto fa brodo: è l’economia dello sviluppo che chiede di chiudere un occhio, forse anche due, per superare la fase di decollo e raggiungere la massa critica. Lo abbiamo fatto anche noi in Italia, lo sta facendo la Polonia, lo ha fatto la Cina – ricordiamoci le Olimpiadi di Pechino con l’aria nera per lo smog, ed era solo il 2008.  Funziona così. Fare finta di scordarselo è ipocrita; non saperlo è ignoranza.
  4. Passare all’elettrico è necessario. Ma ha i suoi costi. Alti. Anche qui, la differenza tra questione globale e impatto locale. L’estrazione del litio e delle terre rare, necessarie per la transizione, sta devastando interi territori. Se ne parla poco, pochissimo. Ma dall’Amazzonia si vede. Qui vicino, in Cile, Argentina, e poi in Africa e nella stessa Cina, questi materiali sono il nuovo petrolio, inteso anche come potere di distruzione. Quanto si può scaricare su paesi e persone il costo di un modello di sviluppo globale basato sullo spreco?  Nei prossimi anni, risolto il tema del clima, il problema sarà questo.
  5. La Cina non vuole essere leader di nulla. Essere avaguardia comporta responsabilità, quantomeno morali.  Che Pechino non vuole. Se fa la transizione, la fa per interesse. Nessuno , in politica, agisce per idealismo: ma la saggezza millenaria insegna ai governanti cinesi che è meglio pensare ai fatti propri. Anche perché, nelle conferenze del clima, la Cina è ancora considerata un paese in via di sviluppo, come era quando le regole furono scritte, nel 1992. Diventare leader significa uscire da quelle tabelle, e quindi pagare di più.
  6. Il processo negoziale ha funzionato per trent’anni, ma va riformato. Il problema è come. Non siamo più nel mondo della globalizzazione, dove si rincorreva l’illusione di un governo mondiale. Molte delle cose positive di questa cop30 sono avvenute nei tavoli laterali. L’aveva previsto l’amico Jacopo Bencini. Il fondo per le foreste tropicali dei primi giorni,  il consenso per una conferenza sulle fonti fossili (aprile 2026, Santa Marta, Colombia, paese che l’ha lanciata con la pasionaria Irene Velez Torres). La roadmap per la transizione, che ha aggregato consenso da parte di 84 paesi, lanciata dal Brasile, che porterà avanti l’idea nei prossimi mesi. Tutto bello. Ma il vantaggio dell’Onu è che offre una cornice strutturata. Le procedure sono noiose, ma salvano. E’ la differenza tra un’azienda e una startup: di queste ultime, dopo un anno sopravvive una su dieci. Dopo cinque? Ancora una su dieci. Di quelle che rimangono. E quelle che resistono, se crescono di scala, si danno delle regole. Una conferenza organizzata così può avere un paio di edizioni: ma come deciderà? Cosa succederà in caso di impasse? Chi darà le carte? L’Onu ha risposte per tutte queste domande, risposte condivise e frutto di un processo di creazione di conoscenza e cultura negoziale quasi secolare, e sicuramente secolare se guardiamo anche all’esperienza della Società delle Nazioni. Il tentativo è apprezzabile, ma non si può abbandonare le Nazioni Unite pensando di farne a meno: ben vengano le iniziative collaterali, anche come stimono a un processo di riforma. Ma non illudiamoci.
  7. Le piccole isole, che l’anno scorso avevano inscenato un drammatico walk out, quest’anno si sono sentite poco. Era la cop della foresta. Ma loro rischiano di finire sott’acqua. Peccato.
  8. La sospensione della plenaria (richiesta da Panama) non deve diventare una norma. Colpi di mano della presidenza devono essere evitati il più possibile, perché ormai ci sono paesi che, anche grazie ai nuovi media, anche se piccoli godono di visibilià e influenza, al punto da prendere la parola e bloccare tutto. Soluzione: niente forzature alla Al Jaber. Si ascoltano tutti. Sarà più lunga, ma per decenni ai piccoli è stata data solo l’illusione di contare. Oggi non è più così: stanno nascendo nuove alleanze, e si sentono spalleggiati. Vanno inclusi.
  9. Si può fare a meno degli Stati Uniti, nella diplomazia climatica. Certamente, se Washington avesse appoggiato la roadmap, la si sarebbe fatta – questo per dire il peso specifico. Non è solo questione di Trump: un passo del genere non lo avrebbe supportato neanche Biden. Però il multilateralismo ha retto. Mi è piaciuto anche il ruolo delle città in questa conferenza, più visibili: è un aspetto su cui lavorare.
  10. Una relazionalità esasperata alle conferenze del clima. Biglietti da visita, strette di mano, salamelecchi. Nessuno si salva, neanche chi scrive. Ma forse è il momento di tornare a pensare un po’ più al nostro lavoro, e un po’ meno a noi stessi. Da Belèm è tutto, appuntamento in Turchia.
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Un leader che resterà nella storia

A pochi giorni dai terribili attacchi di Hamas, il 24 ottobre 2023, nel momento in cui la sola retorica della vendetta dominava i media e le dichiarazioni della politica, un unico leader ebbe il coraggio di contestualizzare e ripetere che, per quanto tragico, quanto accaduto “didn’t happen in a vacuum“. Era il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres. Un funzionario (non un politico) che sarà ricordato a lungo per l’audacia nel prendere posizioni scomode e scagliarsi contro lo status quo. Non solo in questo caso.

Con le sue affermazioni (che gli attirarono la reazione rabbiosa di Israele), Guterres consentì di fatto alla stampa di uscire dall’angolo e cominciare a raccontare un’altra versione della storia, più aderente alla realtà. La stessa che ha portato alle manifestazioni di solidarietà con il popolo martoriato di Gaza delle settimane scorse. Non è un mistero che i giornali (con poche, lodevoli eccezioni) siano pavidi di fronte al potere, agli investitori, ma anche – negli ultimi anni – al politicamente corretto. Molto di quello che leggiamo riflette la preoccupazione di non disturbare. Onore, dunque, ad Antonio Guterres, uomo vero in un mondo di pagliacci.

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Qualche pensiero sulla partecipazione

Era un’esperienza legata alle grandi battaglie civili, e il riferimento in Italia sono sicuramente i radicali di Marco Pannella; negli anni è diventata una moda alimentare, non sempre con l’ausilio del buonsenso. Ma, prima ancora, era un’esperienza mistica, i cui riverberi si sentono nel Ramadan musulmano e nella quaresima cristiana. Atti politici, di penitenza, o di benessere. Ma il digiuno resta, prima di tutto, l’assenza di cibo. Una mancanza non autoinflitta. Cattivi raccolti, tempo inclemente, grande freddo o caldo: il piatto resta vuoto. Non solo. Più spesso che no è stato usato come arma di guerra. Gaza non è il primo caso:  in Somalia, per esempio, durante la guerra civile all’inizio degli anni Novanta. Ma la storia non manca di ammonimenti. Si imprime la fame nel corpo e nella mente di una popolazione per fiaccarne la resistenza, per risvegliare gli istinti animaleschi che la cività ha sopito; per riportarla all’homo homini lupus (l’uomo è lupo per l’uomo), sintesi filosofica di Hobbes per qualcuno insuperata.

Quando mia moglie (che lavora in un ospedale) mi ha proposto di aderire al digiuno per Gaza di medici e operatori sanitari il 28 agosto – la campagna era aperta anche ai cittadini comuni -, ho subito accettato: apprezzavo che lo spunto arrivasse da una persona con un pensiero preciso su molte questioni del nostro tempo, ma che di solito tende a tenere per sé le proprie considerazioni quando si tratta di dimostrazioni pubbliche. Credo, invece, che ci sia bisogno di atti politici. Così, senza pensarci troppo, abbiamo cominciato queste 24 ore. Proverò a lasciare qui qualche ricordo.

Il primo è l’acuirsi dei sensi. Il corpo è sveglio, lucido, concentrato. Sin troppo. Si torna sempre con la testa al cibo, ma è come se la mente diventasse più affilata, come se sgombrasse il campo da tutto quanto è superfluo – forse il cibo è la metafora del sovraccarico interiore – . Mi ha fatto venire in mente l’esperienza del Ramadan, il digiuno dal tramonto all’alba dei musulmani, portato avanti un mese all’anno. Per domare la mente e i morsi della fame è necessario tornare alla motivazione, che, in questa maniera, viene accarezzata con costanza. Mi è diventato più semplice capire come l’atto del privarsi del cibo in nome di una ricerca spirituale possa aumentare la fede. Si tratta, in un certo senso, di un investimento emotivo, che lega chi lo pratica al suo oggetto. Tornare ogni volta, tante volte al giorno, con il pensiero alla motivazione consente di vincere la tentazione di mangiare o bere: e rinsalda, così, il proposito con la ripetizione. In tempi vacui, in cui l’attenzione mediamente non dura più di otto secondi per l’influsso dell’ecosistema digitale e visuale in cui siamo immersi, in tempi in cui è possibile parcellizzare anche il lavoro quotidiano in micro-unità da prendere e lasciare quando ci fa comodo, è sempre più raro trovare il senso della continuità. Una sorta di flusso, concetto che mima lo stato mentale sperimentato dai mistici, dove la mente è così concentrata da toccare il sublime. La sto facendo troppo lirica, forse, e le mie sono state solo ventiquattro ore: ho fatto poco. Ma ha permesso, anche a me che non salto mai un pasto, di avvicinarmi a un concetto che mi era sconosciuto.

Altra scoperta: la forza viene dalla disciplina. A volte qualcuno ti chiede come stai. Fa molto piacere, perché aiuta. Ma, inspiegabilmente, si sente un’energia diversa. Forse dovuta al fatto che il corpo non ha risorse impegnate nella digestione, e quindi ne restano di più per il resto; forse per il potere che ha la mente di favorire la secrezione di ormoni del benessere quando ci sentiamo motivati e partecipi di qualcosa di più grande di noi; forse perché, se riusciamo a vincere tante piccole battaglie, cominciamo a intravedere la possibilità di vincerne anche qualcuna più rilevante.

Non lo so. Sta di fatto che il digiuno ha rinforzato la mia motivazione a sostenere la causa di Gaza. E questo non me lo sarei aspettato: credevo fosse un atto dimostrativo, un sacrificio rivolto all’esterno; invece il suo valore è stato anche, e per una buona metà, quello di rinsaldare il mio personale proposito di fare qualcosa per quella terra martoriata; e, in generale, per le cause che mi stanno a cuore. Trovare del tempo, soprattutto. Come diceva Seneca duemila anni fa, quanto la vita era meno frenetica di oggi: non ne abbiamo poco, ne sprechiamo molto. Riuscire a riportare la mente costantemente e tranquillanente su un obiettivo aiuta. Lo yoga lo fa con il respiro. E, come spesso accade, ha ragione.

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Fin qui la componente individuale. Ce n’è chiaramente un’altra, che distingue l’atto del digiunare per una causa da quello di ricerca interiore, di fede o di penitenza: la dimensione politica.

In questo senso, è necessario comunicare quello che si fa. Nell’epoca dei social network, è un’attività quotidiana per tutti. Eppure, ho visto che tanti hanno mostrato sincero apprezzamento, e sostegno quando ho scritto un post, come richiesto dalla campagna. Ho avuto la sensazione che, se un atto politico arriva da una persona che conosciamo o stimiamo, questo riesca a superare il filtro razionale che mettiamo di fronte alle notizie del telegiornale. Una persona a noi nota che racconta di aver fatto un digiuno per Gaza spinge a riflettere più dei resoconti degli inviati. Sto probabilmente scoprendo l’acqua calda; chi organizza campagne di comunicazione lo sa benissimo, e per questo arruola personaggi pubblici; ma fa un certo effetto sapere di avere questo potere. E non è solo di chi, lavorando nei media, ha più visibilità: è – ovviamente con gradazioni differenti – di tutti. Il concetto è che se si conosce una persona, la si ritiene credibile, e quindi ci si concede lo spazio mentale per una riflessione. Che in qualche caso porta a ripetere il gesto e a innescare una reazione a catena; più spesso resta solo un pensiero. Ma è già abbastanza.

Arriviamo al concetto di partecipazione. Come prevedibile, i commenti sui social non sono stati tutti positivi. C’è chi la ritiene una mera operazione di self marketing (difficile convincerli del contrario: ma comunque, come detto, aderivo a una campagna, e l’ho fatto, peraltro, non senza timore); altri lo ritengono inutile. Questi ultimi, a mio parere, meritano una risposta tratta proprio da questa breve esperienza. Anche qui non scopro niente di nuovo. In sintesi: la partecipazione politica è sempre positiva, in qualunque forma. L’importante è che non tracimi nella violenza. Dalla lettera al giornale al post sul social network, dalla presenza alla maniestazione, al sit-in e ovviamente al voto: tutto conta. Ci sono, chiaramente, azioni più efficaci di altre; ma ogni cosa è meglio dell’inazione. Il politico misura la temperatura alla realtà con il termometro del consenso, e sulla base di questo – che per lui si traduce in possibilità di rielezione – prende le proprie decisioni. Persino i leader autoritari stanno attenti a non esagerare, a non far “venire la febbre”, passatemi l’espressione, al popolo, perché percepiscono che, se le masse si svegliano dal torpore, hanno il potere di rovesciare qualsiasi regime (per sostituirlo con cosa? è la domanda che segue; e anche quella che, non avendo risposta, spesso blocca sul nascere qualunque atto rivoluzionario).

Da quanto sopra discende che constatare una partecipazione pubblica e coordinata a un’azione dimostrativa preoccupa chi decide; e quindi serve, eccome. Oggi gli strumenti digitali permettono molto; se poi si uniscono alla presenza fisica, questa ibridazione amplifica ancora di più. L’idea non è solo quella di mettere in piedi un teatrino social, ovviamente, anche se molti campaigner si accontentano dei like: è quella, più strutturale, di portare gli individui a riflettere, in maniera che orientino le proprie scelte elettorali e di consumo verso obiettivi in linea con i propri valori, senza lasciare la scelta al caso o al mercato con il suo potere di condizionamento. Qui si può trovare la scala della partecipazione, così come disegnata dalla scienza politica sulla base di molti anni di osservazioni. L’essenziale è ricordare che l’atto deve essere pubblico.

Vale la pena ricordare un paio di cose, al riguardo. All’inizio della guerra a Gaza (chiamiamolo pure per quello che è: un genocidio) era molto difficile, per giornalisti e cittadini, mettere le cose in prospettiva. Pur senza negare l’orrore del 7 ottobre e i massacri di Hamas, mantenere lucidità veniva di per sé associato ad antisemitismo; e in questo modo, irretendo chi avrebbe voluto protestare, si giustificava qualunque eccesso. Se l’inerzia è cambiata e oggi ci si può esprimere liberamente  si deve a quei pochi che, sin da subito, hanno con coraggio e non senza timore operato dei distinguo, rischiando pesanti accuse – e anche il lavoro, in certi casi – ; e al segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, che un mese dopo il massacro precisò, dopo aver espresso solidarietà agli israeliani, che it didn’t happen in a vacuum (non è successo senza contesto). Quello che dice Guterres, ogni volta che si pronuncia, è notizia per qualunque giornale: e così anche chi era timoroso si è sentito autorizzato a riportarne le parole, e a sdoganare un concetto fondamentale per capire quello che sta accadendo in Medio oriente.

La seconda cosa è che i politici sono abili con la comunicazione: e che oggi, domani e per sempre, un governo e lo stesso Nethanyhahu potrebbe infilare quelli che non si sono espressi di fronte al genocidio di Gaza nel conteggio di chi non era contrario: e questo è intollerabile.

Chiudo con un’ultima considerazione. Ancora una volta ho visto che la migliore risposta all’aggressività è ignorarla; e, se proprio si vuole rispondere, argomentare abbassando i toni. Inutile lasciarsi trascinare: anzi, è degradante. Spero che questo lungo flusso di pensieri possa stimolarne altri.  

(Nella foto, medici di un ospedale marchigiano in digiuno. Altre potere trovarle sotto l’hashtah #digiunogaza)

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L’inchiesta urbanistica e il ruolo dei centri sociali

Qualcuno potrebbe pensare che la scarcerazione di Manfredi Catella e degli altri soggetti coinvolti nell’inchiesta sull’urbanistica milanese decisa dal tribunale del Riesame (contrariamente alla richiesta della procura) possa significare che finirà tutto in una bolla di sapone. Non è così. Si dispone la carcerazione preventiva se c’è pericolo di fuga, di reiterazione del reato o di inquinamento delle prove. Quando al primo, pare sia possibile escluderlo; il danno di immagine sarebbe troppo grande per Catella, che è l’unico che avrebbe i mezzi per vivere all’estero. Per gli altri, fuggire semplicemente non è un’opzione praticabile. Reiterazione del reato? Da escludere. Pare siano ormai tutti lontani dagli incarichi che ricoprivano, almeno da quelli che scottano. Quanto all’inquinamento delle prove, evidentemente i giudici hanno ritenuto che i pubblici ministeri abbiano acquisito elementi sufficienti a dimostrare le accuse. Ci sono centinaia di pagine di chat private agli atti. E il collegamento con quanto effettivamente avvenuto (delibere, permessi, costruzioni) è materiale pubblico.

Quindi tornano a piede libero, ovviamente da osservati speciali. E già qualche giornale ha ripreso a scrivere del ras dell’edilizia milanese con toni compiacenti, suggerendo che quindici giorni ai domiciliari siano un mero incidente di percorso, roba che può succedere. Non è così.

Giova ricordare che nei tribunali non si fa giustizia; si applica la legge, peraltro recentemente depotenziata. Se nessuno subirà condanne penali – ed è tutto da vedere -, ci saranno ancora le cause civili. Ma, soprattutto, va sottolineato un fatto: l’inchiesta della procura ha scritto la parola fine su una stagione che pareva destinata a durare per sempre, tanto era ben oliata la macchina del marketing. E ci vorranno almeno quindici anni – speriamo – perché qualcuno ci riprovi. Costruttori, ex assessori e architetti coinvolti se ne dovranno fare una ragione: indietro non si torna.

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E qui veniamo ai giorni nostri.

Giovedì 21 agosto la polizia ha sgomberato il centro sociale Leoncavallo, un pezzo di storia milanese, in un quartiere – quello di Greco – bigio e preda dei palazzinari.

Il Leoncavallo negli anni scorsi è stato l’unica realtà a protestare – assieme a tutta la galassia antagonista – contro il caro casa e la speculazione edilizia meneghine. Pochi i politici, e non certo il Pd, che governa Milano da un decennio con Beppe Sala. Nonostante le lacrime di coccodrillo di queste settimane.

Milano non ha mai (sottolineo: mai) fatto una manifestazione contro quanto accadeva in città. Si è limitata a non presentarsi alle urne, per non esporsi, e perché comunque l’aumento dei valori immobiliari stava bene a molti. Salvo poi indignarsi quando il lavoro sporco l’ha fatto qualcun altro.

Ma il merito di scoperchiare la pentola va solo alla procura.

Ne risulta, in maniera evidente, che il centro sociale è stato in grado di leggere la realtà meglio di tanti, inclusi quelli che pontificano a posteriori. Abbiamo già scritto che ci sono stati degli eccessi, negli anni; ma l’esperienza del Leoncavallo e il suo passato (e presente) di luogo di elaborazione politica lontano dal mainstream meritano, anche solo per questo, rispetto e tutela. E, di grazia, una sede.

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