cronaca, sport

Suarez, ma era proprio necessario?

Luis Suarez, il calciatore del Barcellona, arriva in Italia a fare l’esame di lingua, necessario per ottenere la cittadinanza. Lo sostiene, e supera, all’Università per Stranieri di Perugia il 7 settembre.

Ma c’è un problema: secondo le intercettazioni della Guardia di Finanza le domande sarebbero state concordate. Semplice il perchè: lui non sa una parola di italiano. “A Perugia si sono fatti ammaliare dai nomi” il commento degli inquirenti, guidati da tre mesi da Raffaele Cantone, per un lustro a capo dell’Autorità Nazionale Anticorruzione. Uno che non poteva lasciar perdere.

Insomma, il calciatore da dieci milioni all’anno, quello destinato al grande club (la Juventus), quello al cui passaggio persino l’aeroporto emette un comunicato stampa non si poteva proprio bocciare. E così, a essere bocciato, è il nostro sistema universitario, che di pubblicità del genere, a livello internazionale, non ha proprio bisogno. Si dice che da noi i professori respingano troppo poco: a meno che, ovviamente, tu non sia ricco e famoso. In questo caso ti passano anche il compito. 

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politica

Referendum, sfonda il sì: il 70% vuole il taglio dei parlamentari

Settanta per cento: la vittoria del sì è stata schiacciante. Adesso, per favore, andiamo avanti con le riforme.

Camera e Senato saranno molto diversi nella prossima legislatura. Se sarà un bene, come speriamo, o un male, sarà il tempo a dirlo, ma il popolo si è espresso, ed è stato un voto trasversale agli schieramenti. Con un’affluenza alta (54,3%) che non lascia dubbi sul valore politico della consultazione, tantopiù durante una pandemia, si apre una stagione potenzialmente foriera di cambiamenti.

Da oggi il Movimento Cinque Stelle, nato nel 2009 due anni dopo il primo Vaffa Day contro la Casta, ha un posto nei libri di storia e nei manuali di diritto pubblico.

C’è chi li ama a prescindere e chi, sempre a prescindere, li odia. Sbagliando in entrambi i casi.

Li seguo dagli inizi. Quando nel 2010 Crimi (che oggi fa il reggente) si candidò alle regionali in Lombardia, il partito valeva il 3%. Altri tempi. Provo a dare un’idea, per chi non ricordasse.

Quelle elezioni le vinse – per la quarta volta consecutiva – Roberto Formigoni, ciellino di ferro il cui regno al Pirellone pareva intramontabile. Andò diversamente. La sua giunta cadde nel 2012 travolta dagli arresti, lui stesso oggi sconta una condanna a cinque anni. Frequentazioni pericolose. Un assessore in odore di ‘ndrangheta per voto di scambio, un altro nel giro delle bonifiche, e ci fermiamo per non annoiare. E poi le tangenti, le vacanze nei resort di mezzo mondo. Tutto tra una camicia sgargiante e l’altra, tra un sorriso e una stretta di mano (meglio se amica), tutto mentre la piovra ciellina avvolgeva – e avvolge – il sistema sanitario lombardo. 

Andò peggio al suo avversario. Filippo Penati oggi non c’è più, portato via da un tumore. Pochi mesi dopo quella sfortunata campagna, l’ex sindaco di Sesto San Giovanni e uomo di fiducia di Bersani fu travolto dall’inchiesta sul presunto Sistema Sesto. Tangenti in quella che era la Stalingrado d’Italia. L’accusa sosteneva che in città non si lavorasse senza pagare: lui negò sempre. Alla fine fu prescritto, ma i magistrati ravvisarono situazioni vischiose, almeno sotto il profilo etico. 

La Lega era quella di Bossi, anche lui destinato a cadere in disgrazia nel giro di un paio d’anni. A tradirlo, il proverbiale Cerchio Magico  e il figlio, con lo scandalo delle spese pazze in regione e le lauree in Albania.

Furono le elezioni di Nicole Minetti, più nota per il ruolo nella vicenda Ruby, le forme e i flirt che per l’attività in aula. I tempi in cui il Parlamento italiano, lo stesso che dalla prossima legislatura sarà ridotto nell’organico, votava credendo a Silvio Berlusconi: Ruby fu liberata perché un’informativa dei servizi segreti la segnalava come nipote di Mubarak (anche lui, nel frattempo, passato a miglior vita).

Ecco: se dieci anni dopo questa Italietta da quattro soldi sembra un circo equestre indegno di un paese civile, si deve in buona parte a un movimento di mezzi matti che decisero che il paese si poteva cambiare a colpi di blog, tenendo alta l’attenzione. Non solo sugli scontrini. Chi parlava di ambiente nel 2009?

Non so se ci siano riusciti. L’Italia resta corrotta e schiava di correnti e mafie. Un paese dove un uomo come Nicola Gratteri può essere lasciato solo. E certo, ci sono state esagerazioni: un amministratore capace val bene qualche cena a scrocco. Ad avercene, però. Il problema è che al ristorante senza pagare il conto, fino a poco fa, ci andavano tutti. Ma proprio tutti.

I grillini hanno mostrato eccessi, accolto chi crede alle scie chimiche e no vax, pareggiato sostanzialmente un’elezione politica (quella del 2013) e stravinto quella successiva (nel 2018) promettendo di abolire la povertà e governando con un brutto ceffo come Salvini. Ma si sono evoluti, nel frattempo, e restano i controllori dell’establishment e della casta. Questo, i partiti tradizionali, non sono mai riusciti a farlo. E c’è un motivo: non hanno voluto. 

Oggi i sondaggi dicono che il Movimento di Di Maio si attesta attorno al 12-15%, che mi pare la loro soglia fisiologica. Viene da pensare che moderando i toni, imparando a parlare coi giornalisti e a fare compromessi si perdano voti, e forse è davvero così. Ma si aiuta il paese.
Chi sperava di levarseli di torno dovrà attendere.

C’è da augurarsi che, adesso, si apra una stagione di riforme della nostra Costituzione, figlia di un Ventennio lontano e inadeguata ai tempi. Il risultato di oggi non modifica  in nulla l’architettura dello Stato: per fare un paragone, è come dare una mano di vernice alla macchina. Il motore si cambia modificando le attribuzioni delle due Camere, rendendone, cioè, diversi i compiti. Si può, a mio avviso, anche pensare di toccare la figura del presidente del Consiglio.

Riforme spezzettate in più fasi corrono il rischio di essere disorganiche, è vero. Riforme ad ampio spettro, d’altro canto, rischiano di essere figlie della parte politica al governo, e per questo indigeste e parziali.

Sarebbe bello coinvolgere i cittadini, abituarli a dibattere su questi argomenti. Che si cominciasse, cioè, a fare educazione civica sui media, oltre che nelle scuole. Come notavano alcuni osservatori, il dibattito su questo referendum ha coinvolto in misura ampia intellettuali ed esperti; i partiti sono rimasti un passo indietro, consapevoli di essere divisi all’interno. A me sembra un buon segno, dopo tante campagne elettorali sguaiate.  

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giornalismo

Nasce Domani, nuovo quotidiano di De Benedetti

Nasce Domani, un’altra prima volta nell’editoria italiana. E’ uscito oggi il primo numero del quotidiano(online e cartaceo) diretto da Stefano Feltri. Nessuna parentela con il Vittorio di Libero, e se leggete l’editoriale di apertura è abbastanza chiaro. Il campo è quello del centrosinistra progressista e aperto, in America direbbero liberal (e in America Feltri ci è stato, occupandosi di economia con Luigi Zingales, docente della materia e partner di Oscar Giannino nella sfortunata lista Fermare il declino nel 2013). Feltri è stato vicedirettore del Fatto Quotidiano dal 2015 al 2019, ma ha lavorato anche nella squadra di Lilli Gruber per Otto e mezzo dal 2012 al 2014.

“La storia della democrazia liberale si intreccia a quella del libero mercato” scrive il direttore nell’editoriale di apertura. Tanta attenzione alle disuguaglianze, (“non solo di reddito e patrimoni ma anche e soprattutto di opportunità nella vita privata e in quella pubblica”) e alla crisi climatica.

Il modello di business sarà basato essenzialmente sulle vendite, in edicola e online, con un ruolo minore per la pubblicità. La versione online comprenderà contenuti in forma ridotta ma comunque fruibili per i non abbonati, con il riassunto delle notizie in punti, mentre ai sottoscrittori sono riservati i contenuti premium.

Editore, dichiarato apertamente, Carlo De Benedetti, “ma dopo la fase di avvio le azioni passeranno a una fondazione che garantirà risorse e autonomia” scrive Feltri.

Gli investitori pubblicitari del primo numero sono Enel, Trenitalia, Ferrarelle, Edison, Leonardo, Intesa San Paolo: il meglio del capitalismo italiano, significa che i contatti ci sono. 

L’ambizione è quella di non dare solo le notizie di ieri, ma fornire una visione del mondo su quelle di domani (in gergo sociologico, si chiama agenda setting). Tra le pagine, un servizio dedicato ai guai della Lega, gli incendi in California, un commento sulla tragica storia di Willy, la nuova enciclica di Francesco. Le inchieste sono garantite dal vicedirettore Emiliano Fittipaldi e da Giovanni Tizian, cronista de l’Espresso.

Domani mi sembra un quotidiano certamente di sinistra, un po’ ecumenico, forse, ma ambizioso, sicuramente rivolto a chi ha voglia di leggere e approfondire e che trarrà linfa dai lettori. Se non lo compreranno, facile immaginare che la baracca chiuderà in fretta. Non glielo auguriamo, ovviamente, anche perché il direttore dichiara che i giornalisti che collaborano sono assunti. Che dire: non è facile provarci di questi tempi: apprezziamo lo sforzo e auguriamo in bocca al lupo.

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politica

Referendum: perchè voterò sì

Fra pochi giorni (20 e 21 settembre) si voterà per il referendum sul taglio dei parlamentari. La proposta di riforma della Costituzione prevede la riduzione dei deputati da 630 a 400 e dei senatori da 315 a 200. Una sforbiciata non da poco. Provo a spiegare perché sono favorevole e voterò sì.

Le obiezioni di chi è contrario cominciano con la perdita di rappresentatività del parlamento: se il rapporto tra elettori ed eletti (qui trovate qualche dato) si annacqua non sarà un male per la democrazia? In realtà, in  Italia è tra i più alti in Europa (qui qualche dato). Il risultato? Confusione. Incompetenza. Poltrone elargite come ricompensa per i servigi prestati al ras di turno. Ogni partito ha bisogno di mandare a Roma un mix di “schiacciabottoni” buoni a pigiare il pulsante indicato dal capogruppo e personale politico competente, che scrive le leggi. Per carità, un po’ di disciplina ci vuole; ma ridurre lo spazio per figure francamente impresentabili potrebbe finire per aumentare la qualità media di chi deve rappresentarci. Che è preoccupantemente bassa. E poi: che rappresentatività si ha con le liste bloccate e i nomi paracadutati in collegi elettorali sicuri ma che si troano in regioni dove non hanno mai messo piede?

La seconda obiezione è che non si tratta di una riforma organica: bisognerebbe, cioè, rivedere le attribuzioni delle due Camere, le quali fanno oggi esattamente le stesse cose, palleggiandosi i provvedimenti, col risultato che a decidere è spesso il governo o lo stesso presidente del Consiglio, mentre l’Italia è una repubblica parlamentare. È vero. Quella tentata da Renzi nel 2016, però, era una riforma ad ampio spettro, e naufragò ugualmente (assieme a lui). Il punto, a quanto pare, non è questo.

La terza è che, con meno parlamentari, si ridurrà lo spazio per i partiti più piccoli. Naturalmente è vero, e a rilevarlo, come è normale che sia, sono loro stessi. Ma non è detto sia uno svantaggio. D’istinto, al maggioritario preferisco un sistema elettorale proporzionale, proprio perché dà spazio a tutti: ma ridurre la proliferazione di micro-feudi poco personali sarebbe, a mio avviso, un ottimo risultato. Anche perché questi piccoli potentati sono schegge impazzite: oscillano da destra a sinistra a seconda delle convenienze senza alcuna responsabilità. Più grande significa meglio piantato a terra.

La quarta obiezione riguarda il funzionamento del Parlamento stesso: le commissioni, in cui si svolge gran parte del lavoro, non riusciranno ad assolvere il proprio compito. Ma – me lo auguro – proprio da questa pressione i parlamentari restanti troveranno lo slancio per produrre le riforme che mancano, e distinguere finalmente le funzioni di Camera e Senato.

Insomma, quella che ci prepariaamo a votare non è una riforma completa, ma un primo passo. E una vittoria del sì sarebbe una chiara indicazione per chi verrà dopo sul fatto che l’Italia è pronta a compiere gli altri. Una gradualità che forse può addirittura aiutare a comprendere la questione – e i suoi risvolti – a chi non mastica di diritto costituzionale.

Ho, però, la sensazione che, al di là delle argomentazioni di facciata, molti opinion leader appoggino il no per un solo motivo: negare ai Cinque Stelle una vittoria storica, che li consegnerebbe ai libri di testo. Non solo: i pentastellati sono in crisi, e dal 36% di tre anni fa si attestaerebbero oggi tra il 12% e il 15% (a spanne). Un successo del genere sarebbe un’arma formidabile di propaganda da usare in campagna elettorale. Ma qualcuno spera di disfarsene.

Per alcuni influencer mi pare diventata una questione di principio contro il partito di Di Maio. Non conta il fatto che nel 2013 abbiano fatto irruzione (col botto) nella scena politica nazionale e nel 2018 abbiano stravinto le elezioni gestendo discretamente la crisi Covid. Non conta il fatto che siano stati loro a dare voce a chi chiedeva trasparenza, taglio dei costi, via i corrotti dalle liste. C’era chi lo faceva anche prima, si dirà; ma nessuno ha mai superato il 7 %. Loro sono arrivati al 30. Non conta che si tratti di una forza politica che da oltranzista che era – ricordate lo streaming con Bersani ? – ha imparato la moderazione e il compromesso, probabilmente dopo la morte di Casaleggio. E non conta nemmeno che in un paese lacerato e distrutto nei valori, preda della rabbia e dell’odio, come la morte del povero Willy ha mostrato, privo di una destra moderata, far fuori loro significherebbe lasciare campo libero a Salvini.

Ora, molte cose mi separano dai Cinque Stelle. Li ho spesso criticati, e chi mi legge lo sa, ma in loro riconosco un’evoluzione. Non posso essere sospettato di avere simpatie leghiste; ma, ciononostante, devo ammettere che la Lega (quella di Bossi) ha avuto il merito di portare maggiore attenzione ai livelli di governo più vicini al cittadino. Regioni e comuni hanno tratto beneficio dalla presenza sulla scena di quel partito. Si tratta chiaramente di un giudizio storico, che prescinde dall’opinione sugli atteggiamenti sguaiati. Ma pur sempre di un giudizio che riconosce loro un ruolo.

Vincere il referendum, si pensa, sarebbe il momento della legittimazione per i Cinque stelle, che finora non hanno mai firmato atti destinati a restare. E qualcuno spera di impedirglielo affossandone la riforma-bandiera. Mi sembra, francamente, una stupidaggine. 

C’è poi chi spera di far cadere il governo, e avere Draghi come presidente del Consiglio. Non credo sia una buona idea (qui spiego perchè): Draghi è un tecnico alla Monti, non se ne conoscono le idee, e ancora una volta la politica si deresponsabilizzerebbe. Di questo, perdonatemi, non abbiamo bisogno. Buon voto a tutti. 

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politica

Perché Draghi premier non è una buona idea

Non è un deus ex machina. Mario Draghi è un grande banchiere, un uomo di polso e di esperienza che ha saputo guidare con mano ferma l’euro fuori dalla crisi del 2012. Ma mitologicizzarlo (neologismo voluto) come l’uomo che salverà l’Italia nella fase post pandemica è un errore. Innanzitutto, perché Draghi è un tecnico, non un politico.

Già nel 2011 a Mario Monti toccò l’ingrato compito di governare l’Italia. Gli fu chiesto, e l’assolse come poteva, con rigore professoriale e assumendosi la responsabilità di scelte impopolari assieme a Elsa Fornero. Scelte necessarie (la riforme delle pensioni lo era, esodati a parte).

Per tutta risposta, l’ex rettore della Bocconi fu bistrattato da molte forze politiche negli anni a venire, anche da chi l’aveva sostenuto. Dai populisti e dagli altri, almeno da quelli che amano farsi trovare sempre dove spira il vento.

Non è strano. La storia  insegna da secoli che i tecnici al potere (tecnocrazia) sono spesso impopolari, quando non rischiano di far danni. Possono essere utili in certe fasi, ma il rigore del cattedratico va temperato con le virtù della mediazione e del compromesso, la sensibilità nel sapere leggere i tempi, la capacità di comunicare al popolo le decisioni assunte. 

Ora, Draghi non ha mai avuto bisogno di comunicare, e conosce, probabilmente, sin troppo bene quali sono i problemi dell’economia italiana per perdere tempo. Non è un mistero: sono noti a tutti gli economisti, non conta la scuola di pensiero

C’è un Sud che viene trascinato e non è in grado di partecipare alla spinta, ci sono corruzione, evasione fiscale, criminalità infiltrata nella pubblica amministrazione, nepotismo, assenteismo, clientelismo. Parole che un politico conosce bene, sa maneggiare; lemmi, insomma, di fronte a cui non si scompone, ma che sono in grado di instillare un senso di profondo fastidio nel tecnico abituato a ragionare nell’empireo delle proprie conoscenze, e a rivolgersi a una platea che parla (bene) la sua lingua. In compenso, nel nostro paese mancano ricerca, innovazione, merito, sburocratizzazione, meno sussidi e più mirati. Agire è necessario, ma, oltre a mano ferma, serve gradualità. 

Per questo Draghi, a mio avviso, non accetterà mai di fare il presidente del Consiglio: si troverebbe con le mani legate al momento di intervenire, non potrebbe incidere, e, se lo facesse, finirebbe a fare da parafulmine fino alla fine della legislatura. A meno che, ovviamente, non possieda un lato nascosto e un’ambizione che ancora non gli conosciamo, capaci di renderlo immune al fuoco di fila a cui sarebbe sottoposto anche da parte di chi oggi lo invoca. 

Veniamo, così, a un altro fatto. Qualcuno nei giorni scorsi si è meravigliato di vederlo al meeting di CL a Rimini. Il fatto è che di Mario Draghi sappiamo, certo, molto; eppure, alla fine, quasi nulla. Nonostante abbia passato i settant’anni e sia rimasto a lungo sotto i riflettori, il suo understatement è proverbiale. Lo imponeva il ruolo, non meno del carattere.

Ma chi è il Draghi privato cittadino? Quali sono i valori in cui si riconosce? Che tipo di figure ammira, e che cosa pensa degli ultimi quarant’anni di vita del paese, quelli, cioè, su cui esporre un pensiero significa sbilanciarsi?

L’ex presidente della Banca Centrale Europea è stimatissimo all’estero, e questo potrebbe aiutare; ma non illudiamoci che non sia un rigorista alla Monti. Non potrebbe essere altrimenti, dato il suo percorso, anche distinguendo tra “debito buono” e “debito cattivo”, come ha fatto nel corso dell’intervento a Rimini.

Lui, per il momento, sembra non pensarci, a salire a Palazzo Chigi. E forse le speculazioni sul suo nome sono solo il tentativo di destabilizzare il governo in carica. Il solito giochetto. Troppo facile, così.

Non ci sono, purtroppo, sostituti all’altezza per il presidente del Consiglio al momento. Non lo è certo Zingaretti, men che meno il leader della Lega. Conte, dal canto suo, gode del non trascurabile vantaggio di avere imparato dal nulla a fare il premier in due anni, grazie a talento innato e  una robusta dose di applicazione. Ha affrontato bene l’emergenza; quello che gli manca, al momento, è la visione. Dovrà dimostrare, ricostruendo, di essere un leader vero, ma cambiare in corsa senza alternative non è utile. 

All’Italia serve un presidente dotato di pensiero ad ampio spettro, capace di canalizzare il disagio del paese e che disponga di una solida rete di relazioni e conoscenze, di quelle che si sviluppano in anni di politica e lui ha solo da poco cominciato a costruire.

Perché, come diceva Rino Formica, “la politica è sangue e merda” e alla fine le cose funzionano meglio se chi è al comando è capace di sporcarsi le mani. E Draghi, nei suoi abiti impeccabili, nelle sue espressioni più british di quelle dei britannici (non dimentichiamo che a Downing Street siede Boris Johnson) mi sembra inadatto a prendervi parte, se non come arbitro.

Servirebbe, insomma, una figura alla Renzi. Carisma, strategia, polso. Peccato che l’ex segretario del PD abbia dimostrato più volte un narcisismo superiore al senso dello Stato,e non sia, quindi, un papabile. Persino un Berlusconi avrebbe potuto andar bene, e chi scrive non è mai stato un fan del Cavaliere; ma ha superato ampiamente i limiti di età.

Rebus sic stantibus, se davvero si vuole cambiare cavallo, meglio cominciare a studiare soluzioni effettivamente praticabili. Sono convinto che Draghi non ci starà a fare l’agnello sacrificale di cui la partitocrazia ha bisogno per riprodursi tal quale.

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coronavirus, economia, esteri, politica

Dalla Brexit alla pandemia, così nasce la nuova Europa

C’è un filo rosso che accomuna il voto britannico del 2016 con il risultato ottenuto ieri notte dal Giuseppe Conte, oltre 200 miliardi di euro ripartiti tra prestiti a lunghissima scadenza e aiuti a fondo perduto.

Nel giugno di quattro anni fa, l’Unione era sul ciglio di un baratro. La pressione dei migranti ai confini, i postumi della recessione mai completamente smaltiti se non nelle grandi città, la proposta di soluzioni che un tempo – dieci anni fa – si sarebbero dette xenofobe e oggi sono state nobilitate con il nome di sovranismo la tenevano alle corde. Personalità interessate alla propria carriera politica più che al bene comune (Farage, Salvini, Le Pen, tra gli altri) avevano guadagnato consensi crescenti. Pensando di poter gestire il problema affrontandolo di petto, David Cameron concesse il referendum su Brexit, convinto di vincerlo.

Ma, dopo una campagna elettorale giocate sulle menzogne, a prevalere fu il Leave.


Sin da subito Londra fece la voce grossa. “Brexit means Brexit” andava ripetendo Theresa May, convinta che un consesso, come era quello di Bruxelles, sempre incapace di trovare l’accordo su poche, ma nodali, questioni relative all’integrazione continentale (politica estera e fiscale, su tutte) non sarebbe stato in grado di raggiungere una visione comune sull’uscita del Regno Unito. Divide et impera, dicevano i Romani. Che era la cifra della presenza britannica nelle istituzioni continentali.

May si sbagliava. Fu nel no alle smargiassate di Londra che cominciò a prendere forma l’embrione di una nuova di Europa. Un’entità in cui le differenze nazionali continuano a esistere, ma sono bilanciate da una volontà altrettanto forte di cooperare che finalmente ha trovato modo di manifestarsi.

I semi gettati negli anni precedenti stavano giungendo a maturazione.  Oggi, negli uffici che ospitano la classe dirigente continentale, sempre più spesso le scrivanie che contano sono occupate da membri a pieno titolo dalla “generazione Erasmus”, quella che ha potuto approfittare dell’Unione per viaggiare, studiare e arricchirsi; il tutto mentre un’altra coorte di giovani, quella dei nati a cavallo del millennio, sta arrivando al voto. E si tratta di ragazzi che la lira (o il franco, il marco, il peso) non l’hanno mai conosciuto. Così come non hanno mai conosciuto la frontiera con la Francia o con l’Austria: per loro è naturale muoversi e oltrepassare distrattamente valichi che hanno significato sangue e terrore per secoli.


Londra, la terra promessa


Nel momento più duro della crisi 2008-2012, Londra esercitò un fascino eccezionale su chi cercava una seconda chance. Furono moltissimi i connazionali che si trasferirono in riva al Tamigi in cerca di fortuna, a volte trovandola, a volte no. Molti furono i delusi. La comunità tricolore rese la capitale britannica la terza città italiana, con oltre mezzo milione di abitanti.

Per questo il maldestro tentativo di distacco dall’Unione portato avanti da Downing Street ci coinvolse tanto: tutti avevano un parente o un amico che aveva attraversato la Manica. E fu così che, per la prima volta, il dibattito europeo entrò quotidianamente in un palinsesto televisivo che lo relegava ai margini.
A forza di sentir parlare di Brexit, la popolazione cominciò a conoscere pregi e difetti dell’Unione e a farsi un’idea propria. Grazie agli oppositori alla Salvini, ma anche alle difese appassionate.

Pur non volendo, Londra offrì un contributo fondamentale alla causa europea: tra ripensamenti, elezioni, leader da fumetto, manifestazioni di protesta, ci mise ben tre anni per lasciarsi alle spalle il Continente. La fuga dall’Europa venne percepita dai più per quello che era: un’operazione politica orchestrata da leader piccoli, che avevano sfruttato il malcontento popolare per diventare grandi. Ma certi treni passano una volta sola.


Il recovery fund


Per questo, al dibattito sul Recovery fund le opinioni pubbliche sono arrivate molto più preparate rispetto a qualche anno fa. E l’esempio della Gran Bretagna, ancora una volta, è servito: fuori dalla Ue, e con una crisi da coronavirus devastante (peggiorata dalle incertezze del premier Boris Johnson) Londra non potrà avvalersi del mutuo supporto cui avrebbe avuto diritto.

Raramente la sorte ha giocato contro un paese in maniera così sfacciata. L’Europa, che si era mostrata compatta parlando con la voce del capo negoziatore Michelle Barnier e stava per approvare il bilancio 2021-2027, aveva margine di manovra grazie alla vastità di un territorio colpito in maniera molto disomogenea dalla pandemia, e che per questo poteva redistribuire risorse laddove necessario. Perché fu subito chiaro che il recupero sarebbe stato lungo e che da questa prova i Ventisette sarebbero usciti assieme. L’alternativa era che il banco saltasse definitivamente.

Questo spauracchio ha pesato sicuramente nelle trattative. Si è discusso allo sfinimento, ma, una volta verificato che la frattura non è solo tra paesi “cicale” e paesi “formiche”, ma tra realtà colpite in maniera più o meno forte dal virus, la conclusione è stata più o meno questa: chi vuole andarsene, da oggi è libero di farlo. Le conseguenze, il Regno Unito insegna, sono sotto gli occhi di tutti. Per questo era inevitabile che si arrivasse a un compromesso, fatta la tara al posizionamento elettorale di leader come l’olandese Rutte, pronto a incassare la cedola dell’opposizione alle elezioni del 2021.


Il futuro e il piano di riforme


Ora si tratta di fare buon uso dei denari ottenuti. Conte, che si è dimostrato un abile politico nei cinque mesi (e non nei cinque giorni) di trattative con gli altri paesi, dovrà dimostrare di avere un piano serio di investimenti strutturali, di riforme (tra cui quella del lavoro e l’abolizione della sciagurata quota 100), misure per la riqualificazione della popolazione e la diffusione di competenze informatiche e inglese. È anche il momento per parlare di Europa, finalmente, in una chiave positiva.

L’Italia ha incassato il capitale di fiducia guadagnato piegandosi nel 2012. E, checché se ne dica, la riforma in un sistema pensionistico come il nostro era indifferibile. Ma a prendersene la responsabilità e gli oneri fu la sola Elsa Fornero, cui, invece, andrebbe tributato un grazie.
In sintesi: quella di oggi è un’occasione irripetibile per trasformare il piombo della pandemia in oro, un’occasione che l’Italia – e non solo – non può permettersi di perdere.

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economia, sostenibilità, startup

WeTransfer punta sulla sostenibilità e sfida Microsoft. L’intervista al Ceo Willoughby

È uno dei servizi più popolari al mondo, “uno di quelli – racconta il ceo – a cui gli utenti sono più fedeli”. Sono in pochi a non aver mai inviato un file con WeTransfer, magari ingannando l’attesa con uno dei quadri presenti in home page. Nata in Olanda nel 2009 dall’idea di due ragazzi stanchi di spedire chiavette USB in giro per la città con i corrieri, di acqua sotto i ponti, in un decennio, ne è passata parecchia. La rivoluzione tecnologica, e non solo. Nuovi stili di vita, abitudini consolidate messe in soffitta, Greta Thunberg in prima pagina su tutti i giornali e una pandemia che sta cambiando il mondo.

Contestualizziamo. Dieci anni fa, il climate change era un’argomento buono a riempire i buchi quando le redazioni non avevano di meglio da scrivere. I freelance erano figure mitologiche, i grandi gruppi del coworking erano di là da venire. Ai tempi, attaccata al portachiavi di molti faceva bella mostra una pen drive. Nei negozi – sembra preistoria – si vendevano ancora i cd. Il cloud c’era già, ma se ne parlava poco. Per trasferire contenuti di grosse dimensioni esistevano le “gigamail”, certo, ma bastavano a malapena per qualche foto; chi voleva di più doveva ricorrere a servizi professionali, quindi a pagamento. Un costo quasi mai giustificato.

La realtà di oggi è profondamente mutata. La “nuvola” ha mandato in soffitta i vecchi device, mentre gli smartphones sempre più potenti, le connessioni veloci e una serie di nuovi software consentono di lavorare in mobilità. La storia di WeTransfer è quella di un’azienda nata intercettando un bisogno del mercato ma capace di  adeguarsi al cambiamento incessante, e che per sopravvivere alla giungla digitale ha scelto di puntare su un asset estremamente potente: la community.

Quella dei grafici, dei liberi professionisti, dei freelance. In una parola, il popolo dei creativi. Quello che era un semplice servizio di trasferimento file ha cambiato pelle di anno in anno, e oggi, oltre e oltre al core business, propone un ecosistema di prodotti, tra cui un digital magazine focalizzato sui nuovi artisti internazionali che vanta collaborazioni con Bjork e la Nelson Mandela Foundation e un tool, Paste, che prova  a sfidare il monopolio di PowerPoint.

Abbiamo incontrato il ceo Gordon Willoughby, ex di Amazon, che ci ha spiegato come, nonostante la recente certificazione B-Corp, quello di WeTransfer resti “proper business”. “Non siamo una charity o una ONG” ha sottolineato. Ma la scelta di spostare l’attenzione dal mero conto economico alle persone, a sentir lui, paga. Anche nel tech.

Gordon Willoughby (ceo WeTransfer): “La nostra community? Meglio di Apple”

 

StartupItalia: Cominciamo dalla fine, cioè dalla notizia più recente. WeTransfer ha recentemente ottenuto la certificazione B-Corp. Perché avete scelto di intraprendere questo percorso?

Gordon Willoughby: A dieci anni dalla fondazione ci siamo chiesti: che tipo di business vogliamo essere nei prossimi dieci? Da qui, la scelta di puntare a diventare B-Corp è stata logica, anche se si tratta di sottoporsi a un processo molto rigoroso che prende in esame 5 o 6 aree, senza limitarsi a quella finanziaria.

StartupItalia: Pensa che essere sostenibili sia cool? Suggerirebbe lo stesso percorso ad altre compagnie tech?

Gordon Willoughby: Non definirei il nostro percorso come “cool”: direi, piuttosto, che è necessario. C’è una crisi climatica in corso: diventare B-Corp non significa essere una charity né una ONG ma diventare sostenibili. Il problema è come continuare a fare business in senso stretto, ma farlo pensando al bene comune.

StartupItalia: Ci sono altre società tech che hanno fatto la stessa scelta?

Gordon Willoughby: Pensiamo di essere una delle più grandi tech company a diventare B-Corp. Siamo l’esempio del fatto che anche nel nostro settore è possibile.

StartupItalia: In che modo l’adesione a questi standard si rifletterà sulla vostra attività? Non è un mistero che il traffico di dati sia molto inquinante per una serie di fattori che vanno dai consumi elettrici al raffreddamento dei data center. Insomma: al di là dello storytelling, come farete ad essere davvero sostenibili?

Gordon Willoughby: La squadra di B-Corp che certifica le aziende ha valutato l’impronta ecologica di WeTransfer guardando al complesso delle nostre attività, non solo, quindi, alle emissioni di anidride carbonica. Ad esempio, il consumo di acqua all’interno dell’azienda: adesso abbiamo un water management system che prima neanche immaginavamo. Ma c’è anche un altro tema importante: quello della filiera. Preferire fornitori sostenibili abbatte le emissioni, e la nostra supply chain è improntata a questo. Per questo usiamo data center di un’azienda che ha intrapreso un percorso in questo senso.

StartupItalia: C’è altro?

Gordon Willoughby: Facciamo ricorso moderato a viaggi di lavoro e pendolarismo. Il telelavoro ha funzionato meglio e molto più facilmente di quanto immaginassimo. E, diciamocelo, è anche più popolare tra i dipendenti. Insomma, stiamo diventando una remote company: dopo la crisi Covid, ci aspettiamo che i dipendenti vadano in ufficio non più di due giorni a settimana.

StartupItalia: Per sempre?

Gordon Willoughby: È una sperimentazione che durerà sei mesi, ma speriamo di mantenere questa policy per sempre dopo averne verificato i risultati. Inoltre, abbiamo cominciato a comprare prodotti locali e valutiamo nell’ottica della sostenibilità anche l’hardware che acquistiamo, dai laptop agli smartphone aziendali.

StartupItalia: Credete che rispettare questo tipo di vincoli avrà un impatto dal punto di vista finanziario?

Gordon Willoughby: Lo scorso settembre, quando sono andato dal board a proporre di diventare B-Corp, ho affermato tre cose. Innanzitutto, che è la scelta giusta da fare: molti dei nostri users fanno parte della comunità dei creativi, sono estremamente consapevoli della crisi climatica e vogliono davvero comportarsi in maniera responsabile: quindi questo percorso rende il nostro brand più forte.

StartupItalia: Quali sono le altre due?

Gordon Willoughby: La seconda è che una società responsabile dal punto di vista ambientale è più attrattiva per potenziali dipendenti: ci aiuta a trovare nuove persone di talento e a trattenere quelle che già abbiamo. E questo, in città molto competitive come Londra, New York, Los Angeles, è un punto decisivo per molti dei candidati a cui facciamo colloqui. Infine, credo che questo atteggiamento crei una investment proposition più attraente.

StartupItalia: Lasciamo per un momento da parte la sostenibilità. Qual è, se dovesse individuarlo, il main asset di WeTransfer?

Gordon Willoughby: Penso sia il brand e quello che rappresenta per i nostri utenti. Cerchiamo di produrre dei tool che rendano più semplice il lavoro di chi li usa e credo che questo sia il nostro valore principale: il fatto che la gente pensi a WeTransfer come a un mezzo per facilitare la propria creatività.

StartupItalia: Quindi il vostro asset principale è la community?

Gordon Willoughby: In un certo senso, sì. Abbiamo un legame molto stretto con la user base. Una delle cose che mi ha attratto verso WeTransfer da Amazon, dove lavoravo prima, è stata proprio la community, come la chiama lei.  Abbiamo uno tra i net promoter score (l’indice che valuta la fedeltà in una relazione impresa-cliente, ndr) più alti tra tutte le tech company, tra 70 e 80 punti, il che ci posiziona sopra a società come quella di Bezos ma anche a Netflix o Apple. Questo comporta enormi vantaggi, tra cui il fatto che la community è molto aperta nei riguardi di tutte le iniziative che decidiamo di intraprendere.

StartupItalia: Quanto vale WeTransfer?

Gordon Willoughby: È una private company, quindi non è quotata…

StartupItalia: Chi sono i vostri competitors al momento?

Gordon Willoughby: In generale, nessun’altra società fa quello che facciamo noi, perché abbiamo in portafoglio cinque prodotti che coprono tutto il flusso di lavoro creativo. Quindi, se le lo consente, risponderei separatamente. Dal punto di vista del trasferimento dati, potrei dire DropBox, anche se il servizio che forniamo non è esattamente lo stesso. Se guardiamo al nostro digital magazine, che si focalizza su idee in grado di ispirare, penso ad aziende come Monocle. Se guardiamo a Paste, lo strumento per presentazioni, non c’è un competitor diretto: è pensato in maniera nativa per essere collaborativo, mentre gli altri sono stati progettati in un’ottica di lavoro individuale. Ma è la combinazione ciò che ci rende unici.

(In realtà il competitor di Paste è Power Point: Willoughby non lo dice,  forse per non peccare di presunzione, ma lo aggiungiamo noi, ndr).

StartupItalia: A proposito del magazine: vi definireste un editore?

Gordon Willoughby: Ovviamente con il nostro magazine produciamo contenuti. Ma vendiamo anche pubblicità, se intende questo. Il core business di WeTransfer resta free, e il servizio gratuito è completamente pagato dall’advertising business: il che è un grande vantaggio. Abbiamo anche tre milioni di utenti premium: abbastanza unico, come business model.

StartupItalia: Il servizio base di WeTransfer resterà gratuito per sempre?

Gordon Willoughby: Sì, abbiamo intenzione di mantenerlo tale.

StartupItalia: Mi descriva l’utente medio di WeTransfer.

Gordon Willoughby: Sin dall’inizio ci siamo focalizzati sulla comunità creativa in senso lato. All’interno di questa, direi che sono i freelance e le piccole aziende. Ci sono anche alcune grandi compagnie che utilizzano il nostro servizio, ma il nostro pubblico è in massima parte quello cui accennavo poco fa. Abbiamo circa 60 milioni di utenti al mese: fotografi, videomaker, architetti, ma anche ingegneri civili, creativi in una maniera differente. Ma ci sono anche gli sviluppatori, che trasferiscono grandi pacchetti di codice.

StartupItalia: E riguardo all’età?

Gordon Willoughby: Direi che si assesta tra i 30 e i 35 anni.

StartupItalia: Nel giro di un decennio abbiamo completamente abbandonato i CD e le chiavette USB. Quali sono le tendenze nel settore del data transfer?

Gordon Willoughby: Al momento vediamo 2 trends. Il primo è un’enorme espansione dei contenuti digitali creati, cui si accompagna un aumento della complessità: con il passaggio da 4K a 8K i file diventano sempre più grandi. Il secondo, come suggerisce uno studio di Mc Kinsey, è che, solo in America, nei prossimi dieci anni ci saranno dieci milioni di freelance in più.

StartupItalia: Quindi?

Gordon Willoughby: Anche se non siamo una enterprise company, quello che vediamo è che molte grandi aziende stanno cominciando a operare in maniera simile ai freelance, con numerosi piccoli gruppi di progetto, multifunzione e multipaese. Il che significa che il workflow sta cambiando per tutti, e sta diventando simile a quello dei liberi professionisti. Dicevo, anche se non siamo enterprise company, stiamo entrando in quel settore perché il loro modo di lavorare sta cambiando, e lo sta facendo proprio nella nostra direzione.

StartupItalia: Lo smart working è il tema del momento. Pensa che il modello di compagnia basata su un headquarter appartenga al passato?

Gordon Willoughby: Gli head office sopravviveranno. Quello che è cambiato è che diventeranno sempre più posti in cui incontrarsi, e sempre meno posti dove la gente si siede davanti a uno schermo per lavorare.

StartupItalia: Ultima domanda: pensa che qualcuno nel futuro possa essere interessato a rilevare WeTransfer, ad esempio Microsoft, o a una exit?

Gordon Willoughby: Uno dei più grandi punti di forza di WeTransfer è di essere finanziariamente sostenibile. Direi che al momento non è all’orizzonte.

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giornalismo, lavoro

Cosa c’è dietro le breaking news

Volete sapere cosa c’è dietro all’informazione dozzinale, quella “di consumo”, quella che per gran parte del tempo leggete e leggiamo?
Benissimo, ve lo racconto.
Sono passati quasi dieci anni. Lavoravo per un grande gruppo italiano di informazione locale online, e avevo appena aperto la sede che, nel piano di business, era prevista per la mia città. Se non ricordo male, doveva essere la trentottesima.

Quella che segue è la cronaca della routine di chi lavora per queste redazioni virtuali. Non posso dire “vive”, in queste redazioni, perché di uffici non se ne parla. Al massimo un coworking, autofinanziato.

Il telelavoro che oggi va di moda era usato a mani basse già all’inizio degli anni Dieci dai pionieri delle news online, quanto il web era un far west e ci aveva pensato la crisi ad abbassare le pretese salariali.

Il mio contratto a progetto per lavorare da casa ammontava a mille euro al mese. So, e lo sapevo anche allora, che nella categoria molti agognano un “fisso” del genere. Ma erano pochi, questi denari, per quello che ci veniva richiesto.

Coworking ante litteram

Non c’era una redazione, dicevamo, ma lavorare da casa era impossibile per ovvi motivi. Così, cerco in ufficio in coworking (siamo nel 2012, non era ancora di moda). Ho la gran fortuna di trovare alcuni colleghi con una scrivania libera. Furono onesti: pagavo solo cento euro al mese per un desk  in centro dotato di connessione internet ultra veloce (lavoravano con i video e avevano investito nella fibra ottica). Il valore aggiunto è stato che, nel tempo, siamo diventati anche amici.

Nota: Il salario reale è già sceso, quindi, a 900 euro.

Testata online, dicevamo. Non era l’unica del territorio. Ce n’erano altre tre o quattro (oggi molte di più).

La giornata del proletario digitale  cominciava alle 9 di mattina, quando bisognava accendere Skype per dimostrare al cerbero che ci controllava da quel di Roma di essere online e operativi. Un caporale frustrato e addestrato a frustrare, evidentemente trattato malissimo dai padroni della baracca e che si rifaceva su chi poteva. Altro che contratto a progetto. Da quel momento, cominciava la corsa.

Piccola digressione per chi non è del mestiere. Come fa un quotidiano ad avere le notizie? Manda in giro una squadra di cronisti, che chiamano tutti i giorni le fonti di polizia, vanno in Comune, a Palazzo di giustizia, si recano sul posto quando ci sono incidenti.
Ma se per avere le notizie c’è bisogno di cronisti, come fa una testata scritta e impaginata da una sola persona a stare al passo?
Semplice: le copia.

Copy-right, ovvero copiare come diritto

Ora, quella di copiare i dispacci delle agenzie di stampa è una prassi comune nell’editoria. Sono fatte apposta, ed è normale, a patto di modificare il pezzo prima di pubblicarlo. Non a caso, una delle prove dell’esame di giornalismo è la sintesi:  rifare l’articolo in maniera preso dalla concorrenza in modo che al lettore sembri originale. Noi ce ne accorgiamo, ma il pubblico no. 

Fare un quotidiano sulla città di Milano, a patto di avere accesso alle agenzie di stampa, non è difficile. Basta selezionare, sintetizzare, e il gioco è fatto. Ci sono così tante notizie dai grandi centri della vita politica, economica e amministrativa che il problema è solo scegliere quelle che interessano. Ma le agenzie costano parecchio, e non sono un investimento alla portata di tutti.

La difficoltà vera sta nel farlo in provincia, da dove l’ANSA, l’AGI, l’Adn Kronos trasmettono poco. I giornali locali, con la loro rete di collaboratori malpagati, ci provano, a fare il loro mestiere. Colleghi giovani (e purtroppo anche padri e madri di famiglia) girano per il territorio a caccia di notizie, consumando suole, benzina e la risorsa più importante per un giornalista, il tempo.

Il nostro caso era diverso. L’investimento era scarso, e si riduceva, sostanzialmente al costo del sottoscritto. E fare un quotidiano in provincia senza investire significa copiare le notizie da chi se le va a cercare onestamente. Ci si basa sulle economie di scala, sul fatto di essere un grande gruppo e disporre di un solido team informatico, che, oltre a creare un sito ben indicizzato, fornisce tutti i dettagli e la formazione sulle procedure SEO per aiutare il ranking. Ragazzi, parliamo del 2012, non di oggi. Otto anni sono un secolo nel digitale. Certe competenze, allora, erano davvero all’avanguardia.  Una sorta di franchising, funzionava più o meno così.

Il controllo delle 9

Sveglia puntata alle 9, il cerbero da Roma decideva di fare un controllo sul collaboratore di turno.
La modalità era questa: cliccare sulle tre o quattro testate online della zona e confrontarle con la home page del sito che ti era stato affidato.  Dovevano esserci tutte. Tolleranza massima dieci minuti, altrimenti avevi preso un “buco”.

Se la concorrenza scriveva, dovevi farlo anche tu. Chi era scrupoloso provava a verificare, ma il diktat era uscire, subito, copiando. Solo che quando la fonte è l’ANSA , puoi andare tranquillo. Se riprendi, invece, la notizia di un collega pagato due euro al pezzo, il rischio di prendere una cantonata e sputtanarti la firma è altissimo.

La corsa all’ultimora qualche volta fregava anche chi aveva più mezzi di noi, che pure eravamo una Spa. Ricordo quando il giornale più noto della zona scrisse che uno stimato sindaco era passato a miglior vita. Era domenica, pomeriggio inoltrato, forse dicembre: mi prese un colpo, non lo avevamo scritto e io mi trovavo, per giunta, fuori casa. Verificai al telefono, lo ammetto, più nella speranza di non dover rientrare che per scrupolo: il poveraccio era ancora vivo. La soffiata era sbagliata, i colleghi non avevano controllato. Da allora conservo lo screenshot della homepage e i commenti sulla pagina facebook di quella testata, a testimonianza del tipo di figure cui vai incontro se non stai più che attento a questo tipo di, chiamiamoli così, dettagli.

Dieci pezzi al giorno, più bonus

Per contratto bisognava scrivere non meno di dieci pezzi al giorno, con il corredo di SEO, foto, e titolazione. Il fatto che fossimo all’inizio degli anni Dieci faceva sì che il sistema editoriale che usavamo non fosse il semplicissimo e funzionale WordPress cui siamo abituati ma un software (in gergo si dice CMS) proprietario, che per i grassetti e i corsivi dei titoli usava ancora l’HTML. Un inferno impaginare i pezzi.

Poi c’erano i collaboratori. Io ero il capo della redazione, quindi avevo ampia libertà editoriale. Dopo qualche mese mi assegnarono un budget di meno di mille euro per pagare qualche collega. Alla mia “bravura” il fatto di strappare il prezzo più basso.

I pezzi che loro inserivano nel gestionale li dovevo editare e impaginare io, titolare, farci la SEO. In aggiunta al resto, e all’attività di pubblicazione dei contenuti sui social media aziendali, che al tempo erano Facebook e Twitter. C’era da uscire pazzi. Anche perché se “sbagliavi” una Url (il “nome” web della pagina, ndr) potevi star certo che qualcuno se ne sarebbe accorto. E sarebbero cominciati i guai. 

Scegliere le persone con cui lavorare, mi resi conto, non è facile.
Confermo una cosa: se hai bisogno di qualcuno, e non hai tempo da perdere, il primo tentativo è chiedere ai colleghi se hanno un nome da segnalarti.

Dopo parecchie prove ed errori, persone raccomandate che non erano all’altezza e altre su cui mi ero sbagliato io, cominciai a capire che era meglio puntare sulla qualità. Il livello delle collaborazioni a volte era veramente basso: qualcuno mi fece trovare un pezzo sulle previsioni del tempo annunciando sole per il weekend; peccato avesse sbagliato giorno, e quel fine settimana il meteo prevedesse pioggia. O, (era la stessa persona) quando diede per perdente un sindaco donna che, invece, aveva appena vinto le elezioni. Cose del genere, che, a mio avviso, non puoi scusare neanche se paghi poco.
Insomma, non ci volle molto a capire che, con questo andazzo, dovevo fare il lavoro due volte.
Decisi per una strategia diversa: prenderne uno solo valido, pagarlo bene. Almeno da quel punto di vista mi trovai coperto.

Le visite, prima di tutto

Furono mesi brutti, brutti. Probabilmente il mio periodo peggiore dal punto di vista lavorativo e personale. Ero nauseato, schifato. Non mi piaceva andare alle conferenze stampa perché, con questo andazzo, non attiravi certo simpatie. Era una corsa continua contro il tempo: provavo a fare le cose per bene, a uscire dall’ufficio per avere foto e video originali, a fare pezzi miei con interviste e approfondimenti che dessero dignità al giornale. Mi era spesso riconosciuto anche dai capi, ma non era questo che serviva all’azienda, e, dopo qualche lode,  partiva la quotidiana reprimenda. Il canovaccio: non ce ne frega niente della qualità, devi puntare sulla quantità. Cioè copiare. Ma non è facile farlo in una città di centomila abitanti, dove tutti ti conoscono e tu conosci tutti. Ci perdi la faccia.

Decisi di tenere duro, finire i 18 mesi del praticantato giornalistico e poi andarmene.

Al lavoro ci passavo dalle 10 alle 14 ore al giorno, non esistevano weekend. Solo la domenica mi limitavo a controllare tre o quattro volte la concorrenza, a “muovere” la homepage ogni tanto per farla sembrare aggiornata limitando gli interventi a casi clamorosi.

Le “visite”, cioè il traffico generato, erano un’ossessione: avevamo una progressione geometrica da rispettare (da quelle dipende la pubblicità) ed era scritta nel contratto. Gli obiettivi fissati erano così alti che avresti avuto sempre torto, anche nella migliore delle ipotesi (state attenti a cosa firmate: non è bello trovarsi sempre in difetto). La SEO me la sognavo di notte. E poi i titoli urlati: roba da non mettere più il naso fuori di casa dalla vergogna. Mi rifiutavo di sbattere nomi in prima pagina e di fare clickbait selvaggio. Ci sono dei limiti.

Era un rapporto destinato a finire. Decisi (a malincuore) di avviarmi verso la conclusione. Non è facile lasciare un lavoro fisso nel mondo del giornalismo; poi, nel 2013 la crisi mordeva ancora forte. Ma dovevo andarmene, ci stavo rimettendo la salute. 
Tenendo duro avevo imparato a fare il mio mestiere e, se non altro, mantenevo l’orgoglio di non aver ceduto troppo ai compromessi. Ma ero esausto.

Tra i lati positivi, i miei coworker erano tutti collaboratori di grandi testate, e per osmosi, in quei 18 mesi appresi molto più di quanto avrei mai potuto fare da solo. Il che non è poco. Inoltre, mi ero guadagnato la possibilità di fare l’esame di stato e passare al professionismo.

Ma andarmene mi spiaceva, perché essere al timone di un giornale locale conferisce un certo status: ti invitano a cene, inaugurazioni e compagnia cantante, la tua opinione comincia a contare nella comunità e questo, per chi fa il mio mestiere, è una lusinga a cui è difficile rinunciare, soprattutto a 30 anni appena compiuti. Il più delle volte alle cene ci arrivavo in ritardo e morto di fatica, ma questo è un altro discorso.

E poi, c’era il timore del “dopo”. Dopo aver dato tu le direttive, tornare a fare il “semplice” giornalista non è affare da poco. C’era la fila di sempre per un posto in redazione, c’erano le invidie, le antipatie, le gerarchie da rispettare, insomma, la vita di provincia, che a me non era mai andata a genio. Il rischio di finire di nuovo a scrivere della raccolta differenziata dai comuni con meno di 10mila abitanti era alto.

Così, dopo l’ennesima convocazione a Milano (dove, intanto, l’editore aveva nominato un coordinatore di tutto il nord Italia) me ne andai. C’è una frase che mi porto dietro, di quell’ultimo incontro: “Gli standard si sono alzati. Il collega di xxx (una città emiliana esce alle due di notte su un incidente stradale e fa pure le foto. Sappiti regolare”. Buon divertimento, collega. Io mollo.

Questione di scelte

A distanza di molti anni, riconosco che fu la scelta giusta; ma allora non potevo saperlo ed ero divorato dai dubbi. Chi è rimasto è ancora inchiodato a un lavoro da proletario digitale che, più che il giornalismo, ricorda le catene di montaggio. Non ha acquisito competenze spendibili, non è specializzato in niente, e fuori dal gruppo che lo ha assunto e nutrito dovrebbe ricominciare da zero. Con dieci anni in più, e la reputazione sputtanata. Parlo soprattutto delle province. Si è trattato, in poche parole, di mera sussistenza senza un domani.

Qualcuno ha fatto la mia scelta, quella di lasciare, non so con quali motivazioni ma posso immaginarle.

Quello che ho imparato (allora, e in seguito) è che ognuno di noi ha un carattere più o meno adatto a determinate dinamiche: c’è chi tutta questa roba riesce a farsela scivolare addosso, e chi, invece, ci si rode il fegato. Io non potevo andare avanti. Oggi faccio il freelance, libero di svolgere la professione e di contrattare il valore del mio lavoro e del mio tempo come meglio credo. Non è una vita per tutti, è un punto di arrivo più che di partenza, ma ha i propri lati positivi ed è, comunque, la modalità che mi si addice. 

Se volevate sapere cosa c’è dietro le breaking news, eccovi serviti. Vi ho raccontato della cronaca locale, ma per la politica internazionale, lo sport, la cultura, la faccenda non cambia: se la concorrenza esce con la notizia, bisogna scrivere, non importano le verifiche. Conta solo la SEO, e arrivare primi.

Ho aspettato otto anni per questo pezzo. I tempi non erano maturi. Non lo ero neanche io, non avevo le spalle abbastanza larghe e il giusto distacco. In quel periodo, c’era il mito del lavoro da casa. Un mito, appunto, tale forse solo per i pendolari. Con il virus abbiamo capito quanto possa essere frustrante l’isolamento. Nel dibattito pubblico, poi, non era ancora entrato il concetto di fake news. Insomma, la gente prendeva per buono quello che leggeva senza farsi troppe domande, e l’idea di pagare meglio i giornalisti per avere un’informazione migliore era lontano mille miglia.

Di acqua sotto i ponti, da allora, ne è passata parecchia. Personalmente sono fiducioso in un modello diverso, sostenibile e basato sulla qualità. Il resto, poi, lo fanno i lettori, scegliendo le fonti più affidabili e decidendo di sostenerle economicamente. In fondo, fino a poco fa il giornale lo compravamo tutti i giorni, no?

Ps: dopo questa esperienza, per dinsitossicarmi decisi di passare tre mesi senza news online. Il racconto lo trovate qui, ed è datato marzo 2014. Ma molte considerazioni sono ancora attualissime. 

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economia, milano

Milano deserta, Sala e lo smart working

Stimo Beppe Sala sin da quando, di ritorno da Londra e alla ricerca di un inserimento in Italia, lavorai ad Expo in ruoli non propriamente dirigenziali. Sei mesi dietro le quinte mi diedero modo di vivere da vicino tutta la parabola dell’esposizione milanese: partita male, con cielo plumbeo e poca gente tra i viali, a forza di marketing e passaparola chiuse con code oceaniche all’ingresso dei padiglioni (proverbiale quello del Giappone) e un affollamento che fece gridare alcuni alla truffa. Cos’era accaduto? La macchina era stata lanciata a tutta velocità grazie a promozioni speciali, interventi social, post nei blog, attività di ufficio stampa, oltre, naturalmente a un ricchissimo calendario.

Non si andò lo stesso in pareggio, ma, considerando il punto da cui si era partiti (inchieste su infiltrazioni mafiose, cerimonia inaugurale con cantieri ancora aperti) non era il caso di lamentarsi. L’organizzazione, dopo alcuni balbettii, fu perfetta: se non lo fosse stato, non avrebbe potuto reggere quel tipo di impatto senza implodere. Di questo, a Sala, ho sempre dato atto.

Facile che alle elezioni comunali del 2016, quelle per il dopo-Pisapia, sembrasse lui il candidato naturale.
Accettò, e vinse. Milano era rinata: profondamente modificata nella struttura e nella mentalità, era diventata una città internazionale. Dico città non a caso: chi parla di metropoli probabilmente non ne ha mai conosciuto davvero una, con i problemi che sono molto diversi da quelli di una realtà con un milione e mezzo di abitanti.

Come politico, il mio giudizio su Sala cambiò parzialmente lungo il corso degli anni. Pur riconoscendone l’abilità nel tessere relazioni oltreconfine e attrarre capitali, dal mio punto di vista il primo cittadino commise lo stesso errore di Expo: quello di lanciare Milano a velocità supersonica, come se il domani fosse lì da mangiare in un solo boccone, spesso lasciando indietro chi non stava al passo.

Nei giorni scorsi si è spesso scritto del sentimento di malcelata invidia e persino di odio nei confronti della Lombardia e del capoluogo: il problema parte dal fatto che, per quanto sia importante per il paese dal punto di vista economico e di immagine, Milano non ha mai rappresentato la fotografia dell’Italia. Mentre all’ombra del Duomo il business prosperava come mai prima (ricordiamo che nel 2009 ci furono gli scontri in via Padova, nel 2013 i “forconi” in Piazzale Loreto) e in città arrivavano i migliori “talenti” da tutto il paese, il livello della competizione si alzava, assieme ai prezzi delle case e al biglietto del tram. Il centro si trasformò sempre più in una vetrina per i grandi marchi del commercio internazionale; il problema è che i negozi la sera chiudono, e fare un giro in Duomo dopo cena offre uno spettacolo desolatamente triste.

Le misure anti-inquinamento (ultima l’area B) divennero una bandiera. Ilproblema delle polveri sottili c’è, senza dubbio; ma è assurdo pensare di risolverlo ex abrupto, con normative che vanno a colpire i più poveri: quelli, cioè, che non cambiano l’auto da 15 anni e magari se la porterebbero dietro per altri 15 (cosa inquina di più? Sarebbe interessante approfondirlo). La norma, si dirà, prevede eccezioni per chi usa la vettura per lavoro: ma sostenerlo significa non riconoscere che oggi con i contratti sempre più precari, il lavoro a chiamata e altre amenità non è facile ottenere documenti e giustificativi scritti che domani potrebbero servire come pezze d’appoggio per cause in tribunale. Siamo tutti “collaboratori” di qualcosa, e le norme che valgono per i dipendenti spesso non funzionano per gli autonomi.

Sulla scia delle creazioni di Stefano Boeri, la vera superstar di questi anni, Palazzo Marino decise (non sto scherzando) di puntare sul verde sui tetti: basta alzare lo sguardo per rendersi conto che, in effetti, l’obiettivo è stato raggiunto. Intanto una stanza non costa meno di 600 euro, vivere da soli è impossibile per i giovani e moltissimi appartamenti sono comprati da fondi di investimento, rimanendo sfitti.

Del caso-Milano finì a occuparsi anche l’Economist, che non è certo un giornale di sinistra. Insomma, quella della Madunina era diventata una città-stato che faceva comodo citare quando si voleva parlare bene dell’Italia, e i cui i amministratori si beavano di raccontare al mondo a colpi di storytelling.

Il punto è che questo è un osservatorio privilegiato. A Milano ci vivo, e posso confermare che da qui non si ha la percezione che la crisi del 2008, nel resto d’Italia, non è mai passata del tutto. La distruzione creatrice di Schumpeter funziona nei contesti fortemente urbanizzati, ricchi di possibilità e di scambi; ma l’Italia è un territorio in massima parte formato da piccole realtà, dove la fine di determinate rendite di posizione (che, giusto o sbagliato che fosse, mantenevano un equilibrio) non ha coinciso con un modello di sviluppo basato su presupposti nuovi. Qui entrano in gioco il “familismo amorale” che caratterizza la Penisola, la corruzione, i favori, il voto di scambio (tutta roba da cui peraltro il Nord non è immune). Insomma, ciò che ha portato il Movimento di Grillo a stravincere le elezioni e la Lega a prendere valanghe di voti, incredibile dictu, dai “terroni” del Sud.

Per farla breve: Milano è lo scolaro troppo bravo e stronzo, quello a cui riesce tutto e ride mentre annaspi. Non è il De Rossi di De Amicis, impassibile nella propria torre d’avorio, nemmeno un rigo di sudore, sempre perfetto nel proprio algidismo: è, piuttosto, il “bauscia” che arriva sempre davanti a te, e te lo fa notare, quello che all’improvviso mette la freccia (quando se ne ricorda) e ti supera sgommando in un mare di polvere. E hai voglia a dire che non è giusto prendersela, che non si fa così, che l’invidia è da parvenu: chi ha memoria della vita tra i banchi ricorderà che questo tipo di soggetti non attirava simpatia.

Chiedetelo a Torino, schiacciata dall’onnipresente tentativo del capoluogo lombardo di fagocitare tutto quanto possibile, in barba ai rapporti di buon vicinato. Del resto, come diceva Sala fino a tre mesi fa, #milanononsiferma. Di fronte a niente, nemmeno al virus.

Sarà per questo che mi sono sorpreso di leggere la lettera del sindaco al Corriere della Sera. Spedita nei giorni scorsi, devo ammettere che condivido le sue parole.

In sostanza, afferma l’amministratore, il telelavoro (smart working è una parola grossa) è una conquista della civiltà, ma va perseguito per gradi e con attenzione, avendo cura di preparare il resto del sistema economico a un’inevitabile transizione.

Ciò che Sala intende è che, con i lavoratori a casa, le città si svuotano. Anche Milano. Fate un giro per i viali. Sembra fine luglio, poche auto, poche persone, molti ristoranti chiusi per pranzo, molti altri che, semplicemente, non riapriranno mai. Per non parlare dei negozi di abbigliamento, che hanno chiesto di posticipare i saldi nella speranza che arrivino soldi e animo.  Una città che lavora da casa, per quanto affascinante e meno inquinante, pone moltissimi problemi per il tessuto sociale.

Il miglior modo per distruggere una città a parte una bomba è una legge sugli affitti” ammoniva un economista. Intendeva dire che con l’equo canone i proprietari non avrebbero più fatto manutenzione; e questo nel giro di 20 anni avrebbe portato in rovina i palazzi. Le strade da trovare, secondo lui, erano altre.  

Riprendo la citazione perché l’immagine è evocativa. Basta uscire di casa per vedere insegne già annerite, piante non tagliate di fronte alle serrande. Cartelloni pubblicitari sgualciti. E immaginarsi le persone che in quei locali hanno investito, scommettendo su una crescita che appariva senza fine.

La desertificazione di Milano si può combattere solo sfidando la paura del futuro, questo è chiaro. Ma non c’entra solo il pensiero positivo, e non basta una missiva per incentivare a sobbarcarsi costi che ormai appaiono inutili

Molte aziende, forzate alla digitalizzazione, si sono accorte che il modello del telelavoro può funzionare dal punto di vista organizzativo se si trasforma in smart working (la distinzione c’è, e non è secondaria). In più, offre un importante vantaggio: permette di affittare sedi più piccole, riducendo i costi fissi. La turnazione dei dipendenti ha permesso a Microsoft di spostarsi da Segrate all’avveniristica sede di Porta Garibaldi, vicino al cuore dell’innovazione finanziaria meneghina. Questione di status. Molti potrebbero fare lo stesso.

Chiudo il ragionamento. Le aziende agiscono, per definizione, nel proprio interesse. Se c’è risparmio, cercano di perseguirlo, e Sala, che di mestiere faceva il dirigente, lo sa bene. È nobile, ma assurdo in termini economici, chiedere loro di sprecare denaro. A incentivare comportamenti virtuosi per la comunità scoraggiando gli altri deve pensarci la politica (cioè lui) individuando correttamente il cuore del problema: che non è diffondere statistiche in doppia cifra, ma garantire la miglior qualità di vita possibile.

Le città devono tornare a chi le abita: anche se non ha RAL da 60mila euro l’anno, e non è cool. Chi guadagna molto, soprattutto se è giovane, tende ad andarsene quando le condizioni non soddisfano più. Lo ha mostrato la legge sul rientro degli expat: il problema è la retention, perché chi è tornato resterà qui solo fino a che godrà dell’esenzione fiscale pressoché totale su redditi già altissimi. Lo stesso fanno gli yuppie stranieri, alla ricerca del prossimo place to be sullo scacchiere globale.

A restare in trincea sono quelli che non se lo possono permettere, di spostarsi. Quelli che non hanno “talento”, competenze o fortuna abbastanza da poter decidere di cambiare contesto ogni cinque anni sulla base delle tendenze di mercato, e al massimo passano da Porta Romana alla Barona. O a Cinisello Balsamo.

Sono quelli che la sera vanno a prendere il bianchino al bar, che conoscono almeno un poco il dialetto (io, figlio di meridionali, il milanese non lo capisco quasi). Quelli legati alla memoria storica, che protestano se l’androne del palazzo viene rifatto ignorando l’estetica, spesso sacrificata alla funzionalità e all’innovazione. Quelli che, quando c’è una pandemia, sono inseriti nel quartiere e danno una mano ai vicini, dal momento che li conoscono da trent’anni.

Credo davvero, e non lo scrivo da ora, che Milano avesse bisogno di rallentare. Per questo apprezzo le parole di Sala. La città deve ripartire da chi la abita, ma spetta a lui, prima di tutto, trovare una sintesi e proporre un nuovo modello di sviluppo realmente inclusivo, confrontandosi con lo scenario internazionale, certo, ma anche tenendo a mente che l’Italia è ciò che è proprio in virtù delle imperfezioni. Basta attraversare il confine a Chiasso, per rendersi conto di quanto siamo fortunati.

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Coworking, fine di un’era?

Il vento era cambiato da tempo, ma la pandemia ha aggravato la crisi di una delle stelle più brillanti della sharing economy. WeWork, gigante statunitense degli spazi condivisi, si trova nell’occhio del ciclone.  Ma questa volta a rischio non ci sono solo i conti. C’è la credibilità di un modello basato sulla condivisione. Una tendenza che coinvolge tante supernovae della sharing economy, gonfiatesi a dismisura e poi messe in ginocchio dal tempo, e ora dalla crisi: da Uber ad Airbnb, da Lyft a Blablacar.

Dopo l’IPO fallita a settembre, con conseguenti dimissioni del ceo Alan Neumann, il problema, adesso,  per WeWork sono i clienti inferociti. Provati dal lockdown che ha azzerato le attività economiche e impedito di frequentare fisicamente gli spazi, sempre più spesso chiedono dilazioni e provano a terminare in anticipo i contratti delle loro scrivanie. Ma di fronte alle richieste di clemenza WeWork si sarebbe dimostrata insensibile. Gli utenti imbufaliti hanno raccolto le proprie storie su un sito dall’evocativo nome Wefeedback. La protesta comprende anche una petizione  e un video.

“È spregiudicato che WeWork ci faccia pagare [le postazioni] al Warner Center” lamenta Jill Letendre, imprenditrice californiana. “Il coworking  è stato aperto il 16 marzo, ma dopo soli tre giorni il governatore ha emanato l’ordinanza che ci imponeva di restare a casa.  La società ci ha chiesto 5mila dollari anche se non abbiamo mai messo piede nell’edificio” accusa la donna.

 

 

WeWork continua a emettere fatture regolarmente, e ha persino minacciato di trascinarci in tribunale e trattenere il deposito se non paghiamo la membership per intero – rincara la dose Rodolfo Vengoechea, dalla Colombia – Ma il nostro staff non può usare l’ufficio perché siamo in quarantena da marzo per decisione del governo”.

Il cortocircuito nasce dal fatto che il colosso statunitense non è proprietario di buona parte degli edifici in cui opera, ma affitta gli spazi e quindi paga a propria volta un canone.  WeWork  si lega ai proprietari degli stabili mediamente per 15 anni  ma li concede agli utenti con contratti brevi e flessibili. Questo ha reso il business poco prevedibile, ma  molto interessante per gli investitori nonostante le perdite: l’azienda era capace, infatti, di ricavare valori molto alti da ogni metro quadro, ben al di sopra delle quotazionei di mercato. Non solo. Le proiezioni erano estremamente ottimistiche: nelle città USA dove la società newyorchese è presente, riporta il Guardian, ogni persona con un lavoro da scrivania era considerato un potenziale membro della community. All’estero le stime erano ancora più larghe.

La risposta di WeWork

Stiamo interagendo individualmente con i singoli membri della nostra community per capire il modo migliore per supportarli in questo periodo” ha commentato a StartupItalia da Londra un portavoce della multinazionale, evitando di scendere nei particolari. Anche perché non sempre si opta per la linea dura. Le politiche variano a seconda degli utenti, delle situazioni, e forse anche dei paesi: se da Stati Uniti e Colombia arrivano molte lamentele, in Perù l’approccio della compagnia sembra meno radicale. “Ci hanno fatto alcune concessioni – racconta Luis Rafael Zegarra Leon – Non emetteranno fattura per il mese di aprile, mentre a maggio pagheremo il 50%”.

Il problema, come nota il Commercial Observer, è di reputazione. “Per anni, il gigante del coworking si è presentato alle piccole imprese non solamente come uno spazio di lavoro fuori casa, ma come il modo per unirsi a una community di società con la stessa mentalità. Adesso, proprio quella community ha cominciato a rivoltarsi contro a WeWork spinta dalla frustrazione per il modo in cui l’azienda ha affrontato la pandemia”.  Il ceo Sandeep Mathrani ha detto in un’intervista a CNBC che il 70% dei clienti ha pagato l’affitto ad aprile, mentre la società avrebbe pagato l’80% dei propri canoni a livello globale.

Le difficoltà si riflettono nella caduta della valutazione della società: stimata in 47 miliardi di dollari a gennaio 2019, nel pieno del boom dei coworking, si era  pesantemente ridimensionata a 7,3 miliardi già nel settembre passato, quando i conti vennero fatti prima dell’IPO.  Nei giorni scorsi Softbank, banca giapponese principale investitore della società fondata da Alan Neumann insieme al governo saudita, ha ridimensionato ulteriormente la cifra portandola a 2,9 miliardi. Un calo del 94% nel giro di meno di 18 mesi.

Non è tutto. L’istituto guidato da Masayoshi Son ha cancellato ad aprile l’offerta di 3 miliardi di dollari per ricomprare azioni della società annunciata nell’ottobre scorso. Le motivazioni addotte dai nipponici riguardano il cambiamento di alcune condizioni, tra cui la spada di Damocle dell’antistrust, una mancata joint venture in Cina, cause legali pendenti e, ovviamente, lo spettro del coronavirus. Argomentazioni che non sono bastate a Neumann: coinvolto nell’accordo, l’ex ceo dai capelli lunghi e lo stile news age ha trascinato Softbank in tribunale nel Delaware, paradiso fiscale americano.

WeWork: cosa aspettarsi dal futuro

Il business dei coworking è finito?In realtà, è ancora presto per darlo per morto. La decisione di molte società hi-tech di non riaprire i propri uffici potrebbe avere un impatto significativo sul sistema. Festina lente, ammonivano i Romani, affrettati lentamente. Il New York Times parla addirittura di una corsa al ritardo, come se far tornare i dipendenti a Menlo Park o Mountain View fosse l’estrema vergogna per aziende iper moderne che vendono servizi cloud o di comunicazione per connettersi a distanza.

Ma c’è dell’altro. I remuneratissimi geni dell’informatica potrebbero non voler tornare indietro, dopo aver scoperto che si può lavorare da casa – o da qualche spiaggia remota -. Se l’azienda non accetta, possono sempre passare dalla concorrenza. Che, per inciso, sarebbe ben felice di accoglierli, in un risiko dagli effetti imprevedibili. Del resto, gli affitti in città come San Francisco hanno raggiunto livelli insostenibili anche per chi percepisce stipendi sopra i 100mila dollari: perché continuare a sprecare denaro?

Per non parlare degli effetti sull’inquinamento dovuti alla riduzione del traffico. Esistono già molti esempi di startup e aziende affermate che lavorano da remoto. Trello, che sviluppa un tool di project management, ne è un esempio. Ma anche aziende giovani scelgono questa formula, come l’italiana Punch Lab.

 

 

Facendo la tara alle opinioni degli estremisti di una o dell’altra fazione, non è detto, insomma, che connettersi da casa sia la soluzione migliore per tutti. Un tema quasi antropologico. Il letto, la tentazione costante rappresentata dal frigorifero, i rumori dei bambini, potrebbero incentivare i giovani professionisti a scegliere, almeno qualche giorno alla settimana, di uscire e lavorare da un caffè. O da un coworking. Del resto, se persino Steve Jobs, che non faceva molto per essere empatico, riconosceva che il confronto vis a vis aiuta la creatività, non è difficile immaginare come la vita d’ufficio, tanto odiata fino a pochi mesi fa, possa in un futuro non troppo lontano addirittura essere rimpianta. Le precauzioni e l’insofferenza domestica possono aiutare a vincere il pregiudizio verso gli spazi condivisi di prossimità.

Non è facile prevedere lo scenario di settore per i prossimi anni. Quello che pare certo è che la bolla si sta sgonfiando e le valutazioni cominciano a essere più realistiche. Appare difficile, almeno a breve, pensare di tornare all’affollamento delle sale tipico del periodo del boom. Una modalità che, peraltro, rispondeva ad esigenze sociali, più che lavorative: concentrarsi in spazi riempiti come pollai era difficile, e la produttività scendeva alla stessa velocità con cui aumentava il mal di testa.

Discorso diverso per le offerte premium, che potrebbero, invece, diventare molto più attraenti, con più spazio a disposizione per utrente e, soprattutto, postazioni riservate in grado di garantire la sicurezza sanitaria. Il networking, vero valore aggiunto, continuerà: ma  la mascherina lo renderà probabilmente meno cool. 

Ad essere penalizzate saranno le società con contratti di locazione onerosi e di lunga durata in corso: la difficoltà a rimodulare i costi fissi  (e, di conseguenza, offerta e modello di business) potrebbe schiacciare ogni tentativo di ripresa. Per uscire dal pantano, i colossi avranno bisogno di manager all’altezza, capaci di individuare le variabili giuste su cui puntare. E, soprattutto, del vero asset strutturale: il supporto della propria community. Alienarsi le simpatie di chi negli spazi ci lavora potrà forse servire a migliorare i conti nel breve periodo e a garantire ossigeno alle stanche casse delle società: ma riduce la narrazione della condivisione a mera finzione. Un peccato per chi ci ha creduto, dal momento che quella della sharing economy è una delle innovazioni più disruptive della storia, capace di scardinare modelli di business e potentati economici che resistevano da secoli. Si tratta, in sostanza, di salvarne il buono.

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