il filosofo coreano Byung-Chul Han
cultura

La società senza dolore

“Proprio nella società palliativa avversa al dolore si moltiplicano i dolori silenti, confinati ai margini, che persistono nella loro assenza di senso, di linguaggio e d’immagini. Alla base del dolore vi sono svariate forme di violenza. Le repressioni, ad esempio, rappresentano una violenza della negatività. Ma la violenza non emana solo dagli altri. La violenza è anche un eccesso di positività che si esprime in forma di sovraprestazione , sovracomunicazione, sovrastimolazione. La violenza della positività conduce a dolori opprimenti. Sono infatti algogiche quelle tensioni soprattutto psichiche che caratterizzano la società della prestazione neoliberista. Esse recano tratti auto-aggressivi. Il soggetto di prestazione si infligge violenza da solo. Si sfrutta volontariamente fino a crollare. Il servo prende la frusta dalle mani del signore e si frusta per diventare signore, sì, per essere libero. Il soggetto di prestazione fa guerra a sé stesso. Le pressioni interiori emerse in questo modo lo spingono alla depressione. Provocano anche dolori cronici. [..]L’eziologia dei dolori cronici ha molte facce. Le fratture, gli stravolgimenti e le contrazioni nel tessuto sociale provocano o rafforzano i dolori cronici. Non ultima, è l’assenza di senso nella società attuale a rendere insopportabili i dolori cronici. Essi rispecchiano la nostra società svuotata di senso, il nostro tempo senza narrazione in cui la vita è diventata nuda sopravvivenza. Qui gli analgesici o le indagini interiori possono fare ben poco. Ci rendono solo ciechi dinanzi alle cause socioculturali del dolore ”. (Byung-Chul Han, La società senza dolore, Einaudi, 2021).

Il saggio di Byung-Chul Han analizza come il dolore sia scomparso dalla società contemporanea. Ma senza dolore non c’è rottura, non c’è crescita; c’è, piuttosto, un continuo ritorno dell’Uguale. In cambio, siamo tormentati da miriadi di acciacchi spesso cronici di cui non riusciamo a liberarci e di cui non intravediamo il senso. Analizzarsi serve a poco, anche adattarsi, alla lunga, può non pagare; l’unica soluzione, se non per annullare, per rendere sopportabile il dolore, è quello di dargli un senso. E di coglierne le cause socioculturali inscritte nel dna di una società della prestazione che ci porta a compiacerci nell’autoinfliggerci umiliazioni.

Mi chiedo spesso il perché di questa tendenza a godere nell’essere giudicati, umiliati, senza un accenno di ribellione. In nome di cosa, di quale fine ulteriore. Perché, dopo anni passati sui banchi di scuola, non sempre con voglia, si desideri trascorrere la serata guardando alla televisione dilettanti che si sfidano nel canto, cuochi della domenica che competono ai fornelli, persino – pare sia successo su RaiTre – scrittori che duellano a colpi di aggettivi. Una forma di sublimazione? Rivedersi, dietro al filtro dello schermo, nel cuoco umiliato dal grande chef o nella coetanea trasandata “rimessa a posto” dal sedicente esperto di stile (che finisce per conciare tutti nello stesso modo) aiuta ad allontanare l’ossessione della prestazione, come se non ci riguardasse? E invece ci riguarda, quando abbassiamo la testa di fronte all’ennesimo sopruso, sperando che prima o poi il nostro valore venga riconosciuto. Ci riguarda, quando facciamo i conti con acciacchi perenni che potrebbero addolcirsi se avessimo imparato a mandare al diavolo il despota di turno… Ci riguarda quando perdiamo la parte migliore della vita che, trascorsa così, di riduce a mera sopravvivenza. (Riflessioni al rientro da un viaggio, seduto in piscina di fianco a un paio di quarantenni-manager che parlano di fatturati, ordini e altre stronzate mentre dovrebbero starsene zitti a prendere il sole).

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politica

Perché la vergogna di Genova non è la morte di Giuliani

Se a vent’anni avessi corso contro una camionetta dei carabinieri assediata dalla folla, incappucciato e brandendo un estintore, dico, se fossi stato io a correre con quell’arnese contro una jeep finita in un cul de sac e un coetaneo impaurito mi avesse sparato per difendersi, allora mia madre, mio padre e i miei amici avrebbero dovuto darmi del pirla, non chiamarmi eroe. Quella del G8 era una piazza bella, con rivendicazioni giuste, che vent’anni dopo sono state fatte proprie dalle destra, mentre la sinistra non disdegna di strizzare l’occhio alle multinazionali. Gente come Giuliani l’ha rovinata.

Era un ragazzo, certo, ma, spiace dirlo, è stato vittima di sé stesso, non di Placanica. La vergogna del G8 non è stata la sua morte, in conseguenza di una escalation violenta che che lui per primo ha contribuito a innescare; sono stati i black bloc, che hanno messo a ferro e fuoco la città, e il blitz alla Diaz, con le coperture politiche che hanno impedito a lungo di fare giustizia. Il resto è retorica buona per raccattare qualche applauso, o qualche voto. (Qui c’è un’intervista recente a Mario Placanica, “Sparai al G8 a Carlo Giuliani, da 20 anni vivo una prigione infinita).

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politica

Chi rappresenta il PD?

(Questo post è stato pubblicato su Facebook il 5 marzo 2021)

Zingaretti si è dimesso, e a me, pensando alla successione, viene da chiedere: che cos’è la sinistra oggi? È quella degli statali, degli insegnanti, dei dipendenti pubblici? Forse. È quella dei boschi verticali e delle ztl? Può darsi. Oppure è quella delle fabbriche e delle periferie? Non più, dato che nei sobborghi trionfa la Lega. Sicuramente, non è quella delle partite Iva, dei precari. Il partito è pieno di correnti, ma, interagendo qui su Facebook con chi ha la bontà di commentare i miei post, mi rendo conto che la politica capitolina è solo lo specchio della realtà. Che è polverizzata.

A nessuno piace rinunciare al vessillo con cui si è cresciuti, alle bandiere, ad alcuni temi cari – dall’antifascismo ai diritti civili. Ma sull’economia – quella che per molti è la misura della serenità, e che spesso ci fa votare per questo o quello – noi di sinistra la pensiamo tutti in maniera profondamente diversa. Tutelare i privilegi è di destra o di sinistra? E quali sono, questi privilegi, nel duemilaventuno? Avere un lavoro fisso lo è? Le malattie pagate sono un benefit? Una pensione? E ancora: la meritocrazia è di destra o di sinistra? E fare impresa? E aprirsi un’attività autonoma quando non c’è lavoro?

Lo capisco, che a Roma ci sia confusione. Ce n’è anche nella testa di di noi semplici cittadini che crediamo ancora di appartenere a quella famiglia politica, nel momento in cui ci guardiamo attorno e, invece, ci riconosciamo in concetti che, fino a poco tempo fa, pensavamo appartenere ad altri. Non invidio chi verrà dopo Zingaretti. La digestione delle categorie del Novecento è ancora lunga.

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economia, politica

Porte girevoli

Se riuscite a recuperarlo, leggete questo articolo di Stefano Feltri su Domani. Il tema sono le carriere che troppo facilmente dalla politica proseguono verso il settore privato. L’ultima caso è quello di Marco Minniti, ex ministro dell’Interno e sottosegretario con delega ai Servizi Segreti, fino a due giorni fa parlamentare . Minniti si è dimesso ed è passato però da pochi giorni a Leonardo (ex Finmeccanica, molto attiva nel comparto militare), dove guiderà una fondazione attiva nella promozione dei rapporti tra Mediterraneo e Medio Oriente, insomma, più o meno le stesse aree del mondo su cui aveva lavorato da politico. Riporto un estratto, che sintetizza la questione. “I Cinque Stelle hanno imposto il tema della ‘casta’, convinti che conquistare una ‘poltrona’ fosse il punto di arrivo di una carriera, la garanzia di uno stipendio alto e privilegi. Ma dai tempi dei Vaffaday del M5s le cose sono cambiate: ora un passaggio in parlamento o al governo è una fase transitoria per accumulare relazioni e informazioni che poi verranno ben remunerate dal settore privato“. Non è l’unico. Non è ora di affrontare il fenomeno apertamente e provare a regolarlo, come si sta cercando di fare con le lobby?

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coronavirus, economia

Populismo e investimenti

Non solo investimenti. Nel mezzo della discussione sull’uso del Recovery Fund, fanno bene Tito Boeri e Roberto Perotti, autori di questo articolo uscito su Repubblica, a sottolineare che il piano Marshall partì solo tre anni dopo la fine della guerra. In altre parole: va bene investire, ma le categorie più svantaggiate vanno aiutate. Adesso.

Si può essere populisti parlando di sussidi a pioggia; ma lo si diventa, e giova ricordarlo, anche insistendo unicamente su prospettive ventennali, per forza di cose attraenti solo per le elite (è il caso di chiamarle così) dallo stipendio garantito, mentre metà del paese non arriva alla terza settimana del mese.

Riporto un estratto dell’articolo di Boeri, che povero certo non è ma è stato presidente dell’INPS e quindi conosce bene la situazione. “La teoria e il buon senso ci dicono che la risposta corretta a uno shock temporaneo come una pandemia, combinato con un massiccio impoverimento delle categorie più deboli, sono sussidi alle persone e alle imprese, ben concepiti. Le ingenti risorse del Recovery Fund sono invece dedicate quasi esclusivamente a investimenti pubblici per la ricostruzione, come se la guerra fosse finita. A differenza che nel caso del Piano Marshall, avviato tre anni dopo la fine delle ostilità, oggi siamo ancora lontani dalla vittoria finale. Si parla molto anche di una riforma radicale e simultanea di tutte le tasse. Obiettivo condivisibile, ma ci si dimentica che questo strumento non ha alcun effetto sulla povertà: non cambia niente per chi già in partenza non paga le tasse o ne paga pochissime, perché troppo povero. Ciò di cui abbiamo bisogno è una riforma altrettanto onnicomprensiva degli ammortizzatori sociali“.

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libri, musica

Guns N’Roses: 3 (+1) autobiografie

Los Angeles, anni Ottanta. Sesso, droga, rock and roll. O forse, droga, sesso, e rock. La California è tra le capitali del glam. Lacca, capelli lunghi, movenze sensuali, a far da contraltare a riff durissimi e chitarre distorte. Ogni tanto, qualche melodia da accendino. Band come i Motley Crue ei Poison dettano legge nei club della città e tra gli appassionati. Poi arrivano loro, e spazzano via tutto quello che c’era prima.

La storia della musica è piena di band capaci di creare la propria leggenda e distruggerla. Ma quella dei Guns n’ Roses è più unica che rara, per la rapidità con cui la parabola si è avviata e per come la rotta si è, all’improvviso, invertita. Altri hanno avuto un declino simile in termini strettamente musicali, ma sono riusciti a mantenere in piedi la baracca per convenienza, sfornando ogni tanto qualche gemma senza mai tornare ai fasti del decennio che li aveva lanciati (ogni riferimento ai Rolling Stones e agli Aerosmith è voluto). I Guns sono stati, a modo loro, onesti, e, incapaci di fingere per soldi. Si sono sfasciati dopo meno di due lustri, e ci hanno lasciato con molti, forse troppi rimpianti.

Questo pezzo è il resoconto di un paio di settimane passate a leggere le autobiografie dei membri di quella che, nel giro di pochi anni, diventò la band più popolare del pianeta, capace passare da stamberghe infestate da topi a lussuosi hotel a cinque stelle, voli in Concorde e perfino un jet privato affittato per il tour più lungo della storia del rock, quello di Use Your Illusion.

Tre i volumi finora usciti: quello del bassista Duff McKagan (“It’s so easy and other lies”), di Slash (chitarra solista, titolo omonimo) e Steven Adler (batterista, “My Appetite for destruction”), cui ho aggiunto il libro di Mick Wall, leggendario giornalista musicale (“Last of the Giants”).  

Il primo suggerimento, se, come me, siete fan della band, è: comprate questi libri, ne vale la pena. Pur parlando dello stesso periodo, sono estremamente diversi per stile di scrittura, gerarchia data agli avvenimenti, e, in qualche caso, versioni.

Quello che emerge, alla fine, è il quadro di un complesso rovinato dalla droga, in cui alla personalità dispotica del cantante-icona non faceva da contrappunto un alter ego dal carattere abbastanza forte. Il duo mediatico Axl-Slash, tandem che ricalcava le accoppiate Lennon-McCartney, Jagger-Richards, Tyler-Perry, era, appunto, un’invenzione dei giornali. Nella realtà, le cose stavano diversamente.

Ma andiamo con ordine. I cinque ragazzi si incontrano per le strade di Los Angeles. Slash e Steven erano nati ad Hollywood: amici di infanzia, due scavezzacollo che alternavano BMX e skateboard. Duff era un musicista punk di Seattle (patria del grunge), molto attivo e inserito nel circuito underground. Polistrumentista, ottimo organizzatore, giunse in California per scappare dalla piaga della droga che stava uccidendogli tutti gli amici. Axl e Izzy, compagni di scuola a Lafayette, piccolo centro dell’Indiana, puntarono a Ovest alla ricerca della grande occasione.

Dopo aver militato in varie band, si trovarono a suonare assieme un po’ per caso, e crearono l’alchimia giusta vivendo in cinque in una stanza (soprannominata Hellhouse: il nome dice molto), provando di continuo e facendo all’unisono tutto quanto che potete immaginare, ragazze comprese.

Erano poveri: nessun piano B, e, messa così, farcela era un dovere, anche perché nessuno, a parte Izzy, aveva un diploma.

Dopo tre o quattro annidi live incendiari riuscirono a incidere un disco, Appetite For Destruction, che non ebbe successo immediatamente. Ma che, quando cominciò ad essere passato da Mtv, cambiò la vita dei cinque, e la storia della musica. Al crocevia tra punk e metal: ecco dove si poneva Appetite, riprendendo i Led Zeppelin (stranamente mai citati tra le influenze) ma anche tutte le band del primo punk e mischiandoli con i ritmiche potenti e veloci alla Motorhead .

Ok, la storia si trova su Wikipedia e potete leggervela tranquillamente. Dicci qualcosa di nuovo, chiederete.

Va bene. Axl, innanzitutto: perfezionista, con una diagnosi di disturbo maniaco depressivo, non drogato in senso stretto, piuttosto, uno che usava sostanze ogni tanto ma era ben conscio di non potersele permettere, ammesso di non voler impazzire. Era il leader della band, capace di passare da estrema empatia e sensibilità a una freddezza glaciale. Voce eccezionale, sapeva benissimo di essere il marchio di fabbrica del gruppo, e che senza di lui l’esperienza sarebbe finita in un battito di ciglia, e decise di approfittarne con atteggiamenti dispotici, pose da rock star e una tendenza ad arrivare in ritardo ai concerti (una, due, tre ore) che sarà tra i motivi principali dell’abbandono degli altri componenti. Fin qui il negativo. Quello che non molti sanno, e che risulta dalla lettura dei libri, è che Axl era anche il più determinato di tutti al successo, folle abbastanza da immaginare un futuro come grande band internazionale, e il più dotato di un gusto pop, in sintonia con MTV. Non a caso, era un grandissimo fan di Elton John e dei Queen. Le sue crisi, i suoi problemi con le donne – non superò mai, pare, la fine della storia con la supermodella Stephanie Seymour, quella di November Rain, per intenderci – erano il pane quotidiano per chi gravitava nella galassia Guns; ma Rose era anche capace di atti di umanità sconosciuti ai compari (fu l’unico ad andare a trovare il batterista Steven Adler ricoverato per overdose).

Slash era molto diverso. Gran chitarrista, capace, a 23 anni, di scrivere e suonare parti da veterano per solidità e impatto, musicalmente non era (e non è) dotato di gran visione d’insieme: resta un maniaco delle sei corde, dei riff e degli assoli, a prescindere da tutto quello che ci ruota attorno. Lui fa il suo, per il resto rivolgersi altrove. Insomma: Slash da solo non poteva essere l’anima di una band capace di arrivare alle grandi platee, ma, al massimo, di un cult per amanti del genere: non è un grande songwriter, i suoi pezzi spesso sono amati dai musicisti ma difficilmente colpiscono il pubblico (ad esempio: Locomotive, Garden of Eden, Coma).

Figlio di una coppia di artisti attivi nel music business che contava (la madre disegnava vestiti e per un certo periodo frequentò David Bowie, amico di famiglia,  il padre copertine di dischi), aveva una fascinazione per l’eroina e, naturalmente, per il Jack Daniel’s. Leggendone l’autobiografia, si comprende molto del carattere del nostro. Inglese di nascita ma naturalizzato americano, è dotato di un senso dell’umorismo tipicamente british, che gli permette di vivere con un certo distacco le situazioni in cui si trova. Slash alterna timidezza (il cappello e i riccioli neri calati sugli occhi, l’amore un po’ puerile per i dinosauri e i serpenti) ad atteggiamenti da vero rocker. I riff potentissimi mostrano un lato esplosivo e inaccessibile che il musicista esprime a colpi di chitarra, mai a parole, neanche nelle interviste. È il principe del “vivi e lascia vivere”: perso nel suo mondo, aiutato in questo dalle sostanze, è un animale da strada, un jeans, una maglietta e un pullmino per girare l’America. Molto professionale (Wall racconta di non aver mai visto un musicista capace di sbronzarsi in quelle maniera e arrivare puntuale alle prove alle dieci del mattino), il suo evitare ogni responsabilità e confronto fu ciò che consentì ad Axl di credere che tutto gli fosse concesso all’interno della band. L’inizio della fine, come racconterà lui stesso. Il suo libro è godibile e pieno di aneddoti sulla nascita delle canzoni che hanno reso famosi i Guns. Amico d’infanzia di Steven, legò, però, molto con Duff, suo compagno di debauche: i due, evidentemente, si trovavano, e non a caso hanno suonato ancora assieme nel supergruppo Velvet Revolver. In sintesi, l’autobiogragfia di Slash è un titolo godibile e onesto, che non può mancare nella vostra libreria rock, anche se a volte si ha l’impressione che sorvoli artatamente su determinati episodi.

Diverso il discorso per My Appetite for Destruction, il libro di Steven, il cui pregio è offrire un punto di vista alternativo ed estremamente naif, e proprio per questo sincero. Il batterista dei Guns era un ragazzotto semplice con un’infanzia difficile (sbattuto fuori di casa a dodici anni) che, una volta raggiunto il successo, pensò solo a goderselo oltre ogni limite. E, per essere ripreso da una band come i Guns, facile intuire di cosa stiamo parlando. Adler (o chi per lui) non scrive bene, il suo periodo nei Guns dura poco, ma vale la pena di sentire la sua versione perché era l’unico a sfidare Axl Rose, e proprio per questo odiato dal cantante. Origini italiane, gran donnaiolo, non era un batterista tecnico, ma dotato di uno swing che rese Appetite For Destruction (l’unico disco in cui suonò, oltre al debole Lies) quello che è. Slash lo riconosce: il contributo di Steven e del suo approccio disincantato è molto, molto più importante di quanto si creda: in una parola, fondamentale per dare velocità e grip ai pezzi. Purtroppo il biondino non seppe regolare i conti con la droga: buttato fuori dal gruppo, trascorse vent’anni e forse più tra overdose ricorrenti, ictus, infarti, buttando letteralmente via la propria vita. Adesso pare sia pulito, ed è quello che ci auguriamo. A volte il volume è una mezza lagna, perché il nostro non ha mai superato l’estromissione dalla band e cerca di arruffianarsi il lettore con pietismi vari. La verità è che Steven ne ha combinate un sacco e una sporta, come quando Erin Everly, fidanzata di Rose, quasi morì di overdose a casa sua. Lui sorvola, ma in rete c’è il racconto di un membro degli Hanoi Rocks (presente quel giorno) che lo smentisce. Insomma, la sua versione va presa con le pinze.

Del quarto membro, Izzy Stradlin, si è sempre scritto poco. Schivo, poco interessato alla notorietà, lasciò i Guns nel 1991 nel corso del tour di Use Your Illusion: “pulito” da un paio d’anni, viveva separato dagli altri per non lasciarsi tentare, ed era insofferente – anche lui – ai ritardi di Rose. Perdita enorme: Izzy era, probabilmente, il miglior songwriter della band, capace di quella visione di insieme necessaria a trasformare idee incoerenti in una canzone. Dotato di uno stile essenziale – suonava la chitarra da cinque anni all’uscita di Appetite – era complementare a Slash, di cui non si limitava a doppiare le parti; era, piuttosto, capace di scrivere linee di chitarra che valorizzavano i riff durissimi del collega, di per sé a volte troppo duri e poco digeribili, aggiungendo armonie e facendo da collante. Vero cuore pulsante dei Guns, Izzy era anche un individuo sostanzialmente equilibrato, che avrebbe potuto mandare avanti la baracca ancora per anni, se solo le condizioni fossero state diverse. Tra i suoi pezzi, Dust n’ bones, You ain’t the first, Double Talking Jive, Think About You, 14 Years. Le canzoni avevano swing, ma la sua influenza si nota soprattutto in quelle degli altri. Uno così, più attento al collettivo che a sé stesso, non ha prezzo in una band. Si stufò, se ne andò. I suoi dischi da solista (con gli Ju Ju Hounds) non sono male, ma non li promosse mai. Sostanzialmente, se ne fregò; accontentandosi, da milionario, di vivere la propria vita e fare musica. Chapeau.

L’ultima storia, la più incredibile, però, è quella di Duff McKagan. Polistrumentista, come già ricordato, decise di imbracciare il basso ritenendosi saggiamente poco competitivo rispetto ai guitar heroes che bazzicavano la California del tempo. Già da questo si capisce il personaggio: estremamente pragmatico, energetico, pieno di contatti e idee, Duff era la seconda anima della band, uno a cui piaceva davvero suonare, e che sapeva che per farlo non basta chiudersi in un garage ma bisogna sbattersi e smazzarsi il lavoro organizzativo e promozionale del caso. Amante del punk, della vodka e della coca, arrivò a un passo dalla morte nel 1994 per una pancreatite acuta. Troppo alcol. Sul letto di morte scattò la scintilla. Duff fu capace di riprendersi ( gli davano poche settimane di vita), iniziò a dedicarsi alla bicicletta e alle arti marziali, allenandosi duramente tutti i giorni in palestra. E iniziò a studiare. Prese prima il diploma, poi, non contento, si iscrisse all’università. Il racconto di quegli anni è impagabile: da una parte la voglia di imparare, dall’altra il fatto di non avere metodo, qualcosa che si apprende da giovani, e lui aveva già trent’anni suonati. Sport e disciplina pagarono: si laureò in economia, frequentando i corsi con ragazzi molto più giovani, e che, soprattutto, erano fan! Essere uno dei tanti agli esami – racconta – , quando la sera prima ti hanno accompagnato al concerto con una limousine e scortato dalla polizia, non è stato facile, ma in questo modo il nostro affrontò i propri demoni e vinse la sua personale battaglia.

La storia prosegue. Una volta abbandonata la droga, Duff continuò a suonare, prima da solo, poi con Slash nei Velvet Revolver. Ma non è tutto. McKagan si è costruito, negli anni, una bella famiglia, sposando la modella Susan Holmes, da cui ha avuto due figlie oggi ventenni, e si è arricchito con investimenti azionari azzeccati. Quanto? Pare che, una volta sobrio, non sapendo come far fruttare i propri soldi, abbia scelto di scommettere su un paio di – all’epoca – promettenti aziende di Seattle, la sua città. I nomi? Amazon e Starbucks. Quando si dice avere fiuto. Il suo è il libro scritto meglio dei tre, un testo da cui traspare una personalità pragmatica ma affascinante, quella di un ragazzo innamorato della musica e della vita, che nella band aveva avuto – dipendenze a parte – il ruolo di risolvere i problemi e tornare coi piedi per terra. Oro colato.

L’ultimo volume è “Last of the giants”, di Mick Wall. Una leggenda nell’ambito musicale, con esperienza in molti dei più importanti magazine anglosassoni, Wall offre un punto di vista distaccato e necessario per mettere in prospettiva i racconti dei Gunners. Da amico della band, con cui spesso usciva, Wall ne visse gli esordi, fino a scatenare le ire di Axl Rose, che se la prese con lui (ed altri colleghi) nella canzone Get in the ring. Il giornalista non manca di ricordare di essere stato immortalato dal cantante di Lafayette. Le pagine, ricchissime di dettagli e documentate, lasciano molto spazio alle questioni legate al music business, con interviste ai vari manager e produttori della band. Estremamente professionale e dotato di una scrittura piacevolissima, non essendo parte in causa, l’autore indaga a fondo la psicologia dei musicisti con quella che mi è parsa una franca lucidità. II testo di Wall ha anche un altro pregio: arriva fino al 2016, l’anno della reunion, e racconta le avventure recenti di tutti i membri dedicando al tema ampio spazio.

Siamo all’epilogo. Nel 2016, dopo vent’anni, i Guns si sono riuniti per un tour mondiale. Ero scettico, e non andai alla data italiana. Sbagliai: chi c’era racconta meraviglie. Axl, riemerso dalle nebbie, è un bambino felice (e puntuale sul palco). Guardare YouTuber per credere. Slash è migliorato moltissimo tecnicamente: anche se questo gli ha tolto forse un po’ di quella rozzezza che nel rock non sta mai male, il suo live è poderoso. Di Duff abbiamo già detto: un musicista vero, intelligente e bravo a fare la sua parte senza i protagonismi che lo renderebbero uno dei tanti narcisisti inutili e un po’ ridicoli.

Di dischi nuovi non se ne parla. I Guns di oggi sono una macchina da concerti, ma va bene così. Resta il rimpianto di cosa avrebbero potuto fare se si fossero drogati meno, se avessero avuto la capacità di affrontare i propri demoni. Forse, nulla di valido. Persa la freschezza degli esordi, già gli Use Your Illusion furono due dischi iperprodotti; un filone che, sviluppato, avrebbe rischiato di portare la band a essere la parodia di sé stessa. Rispecchiavano le manie di grandezza di Axl, non condivise dagli altri. Che, però, avevano un orizzonte troppo limitato e settoriale per poter veramente compiere il salto di qualità. Insomma, l’alchimia creatasi nei primi cinque anni si era dissolta in fretta. Ma che musica. Ci resta Appetite for Destruction, un disco che, come tutti i classici, non invecchia mai. E la fotografia di una decade, gli Ottanta, i cui eccessi sfociarono fatalmente nella depressione dei Novanta. Molti ci lasciarono la pelle. I Guns, se non altro, sono ancora qui a raccontarlo.

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esteri, politica

Non si può evitare di scegliere sul populismo

Washington è sotto assedio. L’America, ancora una volta, è davanti a tutti. In questo caso, mostrando al mondo il peggio di sé.

Sono anni che politica e opinione pubblica si interrogano se le tesi dei sovranisti – termine che nobilita idee per molti versi troglodite – nonostante tutto vadano rispettate.

Brexit è stato il primo esempio, ora l’America mostra cosa significa lasciare crescere indisturbato il populismo, per giunta in un paese dove anche la circolazione delle armi è pressoché libera.

La tenuta di un sistema democratico evoluto si basa su pesi e contrappesi, che muovono, però, da un assunto di base: la buona fede di chi sta al governo, il suo senso del limite, il rispetto delle istituzioni che si trova a rappresentare. Trump ha ignorato tutto questo, fomentando la rivolta dopo aver perso le elezioni.

Schiere di sostenitori privi di una cultura che non fosse quella costruita sui social media, ma legittimati nella propria ignoranza dalla prima carica dello Stato, hanno invaso la capitale prendendo d’assalto il Congresso. Pistole sono spuntate tra i banchi, si è sentito anche almeno uno sparo. Ci sono state delle vittime. Mentre l’inquilino uscente della Casa Bianca, eletto nel 2016 – ormai è praticamente certo, con l’intervento della Russia –  si dissociava blandamente.

Restano ancora due settimane prima del passaggio di consegne, abbastanza per fare danni gravi. Il miliardario newyorkese, abbandonato anche dai principali sostenitori in parlamento, si rivolge direttamente al popolo frustrato dal Covid, da capo delle forze armate e in un paese stanco e ben dotato di pistole e fucili.

La tenuta del sistema è a rischio: l’esercito risponde a lui, e, come minimo, lo Stato maggiore non sa che pesci prendere, scisso tra l’ubbidienza alle regole, e la necessità di intervenire per preservare le istituzioni. I ritardi nella reazione ai disordini ne sono la prova.

No, populismo e sovranismo non possono crescere indisturbati. Si dice: se non si dà loro rappresentanza, se non si consente loro di entrare nell’agone politico, si mantengono queste energie al di fuori della dialettica parlamentare, con il rischio di rivolte. Ma Trump ha mostrato, molto più di personaggi come Boris Johnson, cosa può accadere se in una grande democrazia, dotata di arsenali atomici, influenza e tecnologie in grado di distruggere il mondo, al comando si ritrova un uomo pervaso da un narcisismo oltre il patologico, incurante delle conseguenze delle proprie azioni e attento solo al proprio interesse.

Le nazioni si danno un governo sulla base di un contratto sociale: i cittadini cedono allo Stato il monopolio della forza, convenendo che un soggetto terzo e imparziale meglio garantisca le condizioni minime del vivere civile. Altrimenti, l’unica legge resterebbe quella del più forte. Uno Stato, oltre che un insieme di norme e burocrazie, di tasse e imposizioni, come spesso viene percepito oggi, è innanzitutto un accordo basato sulla fiducia reciproca, un patto per temperare gli istinti di prevaricazione in nome di un bene più grande.

Personaggi come Trump una volta ersi muovevano al di fuori del sistema. Tra i filtri, c’era anche la stampa democratica, che selezionava le notizie prima di divulgarle, amplificandole. Ma cosa accade nell’era dei social media e delle fake news, dove non c’è intermediazione e, al contrario, il dibattito pubblico ha perso ogni credibilità?

Trump mostra i limiti del sistema democratico. Peraltro noti. Già Churchill affermava che la democrazia è il sistema di governo peggiore, eccetto tutti gli altri. Cina e Russia, intanto, sogghignano e stanno alla finestra: da loro non sarebbe mai potuto accadere.

In situazioni del genere cresce il fascino di soluzioni autoritarie, in cui si cedono quote maggiori di libertà in nome di stabilità e sicurezza. E’ la nemesi della democrazia, ma questi due termini sono non a caso gli stessi evocati dai capipopolo a tutte le latitudini: sono loro a creare il problema, aizzando folle ignoranti e frustrate, sono loro a offrire la soluzione.

Non è più possibile evitare una scelta. Per difendere la democrazia come la conosciamo è necessario che chi si riconosce in questi valori, al di là delle appartenenze politiche, lo affermi con forza, e isoli personaggi del genere dal principio delle carriere politiche.

Si prepara un’era di instabilità. La pax americana seguita al crollo del Muro di Berlino si è risolta in un mondo multipolare, dove il balance of threaths, l’equilibrio del terrore fondato sulla paura di un olocausto nucleare, è l’unica garanzia per il mondo. Come nella Guerra Fredda, ma qui gli attori sono cinque o sei, allora erano solo due.  Politici dotati di arsenali atomici e lontani dall’equilibrio possono scatenare conflitti di proporzioni inenarrabili. Einstein diceva “Non ho idea di quali armi serviranno per combattere la terza Guerra Mondiale, ma la quarta sarà combattuta coi bastoni e con le pietre”. L’ideale democratico non può commettere suicidio concedendo a forze antisistema di crescere fino a questo punto. Ora, forse, è più chiaro che ne va del futuro di tutti.

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cronaca

Pece che si scioglie

Ieri sera ho riguardato i filmati che avevo girato a marzo a Milano, durante il primo lockdown. Ricordavo con angoscia una città deserta, come sopravvissuta a una bomba nucleare, tanto da tenerli nascosti per nove lunghi mesi senza trovare il coraggio di tirarli fuori. E invece.

Non lo avrei creduto, ma i fotogrammi di piazza Duomo vuota, dei Navigli puntellati da rarissimi passanti non mi hanno fatto un grosso effetto.

Mi è sembrato normale.

Ecco la forza dell’abitudine, dello spirito di adattamento, la potenza che ci portiamo dentro. A volte ci incarta; altre, invece, ci aiuta a sopravvivere. Ciò che pochi mesi fa appariva impensabile è diventato una seccatura: fastidiosa, certo, ma tutto sommato accettabile. Passerà, ci diciamo, e andiamo avanti un altro giorno.

Il virus ci ha colpiti, scioccati, ha liberato le ansie che nel nostro vivere di corsa riuscivamo, con fatica, a tenere a bada; e ci ha costretti a confrontarci col buio che ci portiamo dentro, con il lato oscuro delle nostre vite, relazioni, con quello dei nostri lavori.

Ma guardare in faccia l’abisso rende tutto un po’ meno pauroso. E la pece si diluisce e si dilegua poco alla volta, come allungata dall’acqua del tempo. Buon Natale, ovviamente. Ma, soprattutto, buon anno a tutti.

 

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Vaccino Covid, cosa significa per Londra arrivare primi

L’approvazione del vaccino Pfizer-BioNTech da parte dell’ente di vigilanza britannico, primo al mondo, ha un impatto pratico (ovviamente, quello legato alla protezione della popolazione) ma anche un significato politico molto più ampio. Il vaccino sarà disponibile dalla prossima settimana. Da Europa e USA, invece, non ci sono notizie sui tempi.

Il Regno Unito è tra i paesi più colpiti dal coronavirus dal punto di vista economico, in parte anche per le scellerate decisioni del premier Boris Johnson nelle fasi iniziali. Johnson sottovalutò i rischi puntando a un’immunità di gregge molto costosa in termini di vite umane per garantirsi una ripresa precoce, salvo poi, ammalarsi egli stesso, e correggersi nel giro di qualche settimana. La pandemia ha toccato Londra nel momento peggiore: pochi mesi prima, il paese aveva sbattuto per l’ennesima volta la porta in faccia all’Unione Europea e chiuso la telenovela Brexit, che durava da oltre tre anni.

Un problema serio, perché l’economia non beneficerà del generoso Recovery Fund messo in piedi da Bruxelles.

Oggi il Regno Unito è un paese solo, con le mani libere, ma che viaggia in mare aperto senza scialuppe. Avere approvato per primi il vaccino significa cominciare a distribuirlo subito e poter, quindi, sperare in un recupero più rapido. Ma non solo: significa anche guadagnare le copertine dei notiziari, e soprattutto: siamo qui, non siamo morti. Siamo sempre uno dei paesi più avanzati al mondo dal punto di vista tecnologico. Venite da noi, ce la possiamo fare.
Oltre che di impatto per gli investitori esteri, l’annuncio rinvigorisce il morale sul fronte interno.

Che basti, non è detto. I prossimi anni saranno duri, e a Downing Street lo sanno bene. Inoltre, l’attendismo delle agenzie del farmaco europea e americana sull’approvazione è un segnale chiaro: meglio andare sul sicuro che rischiare un nuovo disastro, in termini di vite umane e di immagine internazionale. Ma la tentazione, per Londra, è stata troppo forte: dopo una serie di sconfitte a cui il paese non era abituato, quello di oggi è il primo colpo messo a segno da tempo. O l’ennesimo flop di un leader nato per stupire, forse non per governare.

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Due o tre riflessioni sul giornalismo digitale al tempo del Covid

La crisi pandemica ha avuto qualche effetto positivo, oltre alla tragedia globale delle vittime del Covid. Non sembri blasfemo, a volte è necessario cercare di guardare il bicchiere mezzo pieno per affrontare tempi difficili, pur evitando di gli eccessi dell’ottimismo a priori (che, osservava qualcuno, è un’arma di difesa essenzialmente tragica: vi si ricorre quando ogni tentativo razionale di spiegare un fenomeno è andato a farsi benedire).

Parlo di giornalismo, perché è il settore che conosco meglio.
Qualche premessa. Internet, non è una scoperta, ha cambiato completamente l’approccio all’informazione. Innanzitutto, non si parla quasi più di articoli ma, genericamente, di “contenuti”. Un calderone dove si può infilare tutto, dal tweet griffato alla foto d’autore allo screenshot rubato dal cellulare di un passante che lo ha pubblicato sui social media senza curarsi di impostare la privacy. Ciò è dovuto in buona parte al fatto che la metrica fondamentale con cui si valutano le performance di un sito web è quella delle pagine visitate: e dato che ogni “contenuto”, con un adeguato lavoro di “cucina” redazionale, può equivalere a una pagina, si assiste a una frammentazione che, peraltro, ben si sposa con i ritmi e le esigenze di una vita sempre più frenetica.

Il concetto di informazione si è lentamente imbastardito inglobando quello – uso un termine inglese tipico dell’ambito business non a caso – di entertainment, intrattenimento. Cellulare alla mano, dieci applicazioni aperte contemporaneamente, più un paio di giochini, si salta da una finestra all’altra con l’unica guida di ciò che colpisce di più l’attenzione; che, a questo punto, diventa essenzialmente visuale. A quel punto, ci si ferma per dieci secondi, esattamente il tempo per leggere un titolo, o un tweet, notare un brand di pubblicità, e il gioco ricomincia.

In questo modo, si è progressivamente persa la visione di insieme. Direi a livello sociale. Il cervello è una macchina che si atrofizza se non usata, e chi scrive appartiene alla generazione a cui veniva vietata la calcolatrice. Insomma, ricordo come si fa una divisione a mano.

Sostanzialmente, il pubblico si è abituato da anni a assumere la realtà in microdosi: poco efficaci per curare una malattia, chiamiamola così, quale l’ignoranza. Ogni argomento viene spezzettato. È come assumere un frammento di pastiglia al giorno: quale cura funzionerebbe?

In un’epoca non troppo lontana, non era raro incontrare ferrovieri con la quinta elementare e una cultura sindacale e di diritto del lavoro da far presumere ben più blasonati studi. I cretini laureati, dal canto loro, ci sono sempre stati; ma, francamente, ne giravano meno.

Torniamo a noi. Il modello di business per le aziende editoriali – che, va detto, non sono opere di carità – si è dovuto adeguare. Anche perché, e qui ritorniamo all’attenzione, per catturare l’interesse del lettore ha assunto sempre più importanza il ruolo della “firma”. Leggere un articolo di Gramellini, di Mattia Feltri, o degli altri bravi colleghi che scrivono in prima pagina vale il prezzo del biglietto, come si suol dire. Queste grandi star del giornalismo portano lettori e si fanno pagare di conseguenza, incidendo non poco sui bilanci.

Chiaramente, l’esempio più illustre è quello di Vittorio Feltri, capace di creare un personaggio e persino un giornale a propria immagine e somiglianza. Alzi la mano chi ha letto un articolo di Libero oltre agli editoriali: pochi. E, in certi casi, non sono neanche scritti male. Il punto, però, è un altro: quel quotidiano si compra più che altro per la figura del direttore. Il resto conta poco, e lo si cerca, di solito, altrove. Non parliamo degli epigoni, da Sallusti a Belpietro: una progenie che si limita più che altro a riprenderne le pose.

Nelle redazioni si è creata così una divisione estremamente netta tra grandi firme strapagate (ci sono anche dei giovani, anche se pochi) e redattori ordinari, con stipendi quasi proletari. Mi riferisco ai nuovi assunti: perché gli anziani godono ancora dei contratti sottoscritti quando le vacche erano grasse per tutti (e la ricchezza meglio distribuita). Ah, i diritti acquisiti. Questi contratti pesano ancora parecchio sui bilanci, anche se gli intestatari, bontà loro, non scrivono quasi più. Il resto dei lavoro lo fanno i freelance, i quali, in molti casi, sono pagati in visibilità e buonanotte al secchio. O poco più.

In queste condizioni, chi ha potuto è corso a cercare gloria altrove. Non in altri giornali, perché la situazione dell’editoria è la stessa ovunque. Mi riferisco a uffici stampa, pr, ma anche posizioni da segretaria in aziende. Ho visto personalmente colleghi dotati cambiare mestiere esasperati per la mortificazione e la frustrazione di non arrivare alla fine del mese dopo 30 anni di onorata carriera, trascorsi anche in testate nazionali.

In un mercato lasciato a se stesso, si è creata la solita polarizzazione. Capita anche nelle aziende. Negli anni Sessanta, un amministratore delegato guadagnava trenta volte un operaio. Oggi diverse centinaia. Chi resta, a queste condizioni, spesso lavora di fretta (“breaking news” è un’espressione inflazionata) e senza maestri, sapendo, peraltro, che l’errore è concesso, perché sul web basta poco per correggerlo. Così, capita che sul primo quotidiano nazionale un omicidio venga definito “killing”, senza che alcun caporedattore lo segni in rosso. Linguaggio da Instagram. Peraltro, il termine inglese sarebbe murder, o manslaughter.

Benvenuti nell’informazione digitale anno domini 2020.
Concludo. In questa accozzaglia, farsi un’idea è diventato sempre più difficile. Se prima bastava leggere un articolo lungo, scritto da un giornalista che teneva alla propria firma e che si era preparato a dovere per cominciare a capire qualcosa, oggi il lettore medio compone il quadro giustapponendo pezzi presi da ogni dove. Un po’ come il personaggio della Nausea di Sartre, che voleva farsi una cultura leggendo il volumi della biblioteca dalla a alla z: quello che conta non è la quantità. E’ la gerarchia.

E veniamo al Covid. La cosa positiva è che la pandemia, dopo uno sbandamento iniziale, ha rimesso in primo piano la competenza, marcando la differenza tra prodotti editoriali di serie a e altri di serie b.

Cominciano ad apparire (e a guadagnare spazio) firme meno blasonate ma più preparate dei tuttologi da prima pagina. Mi viene in mente Sandro Modeo del Corriere. Questo articolo nasce dopo aver letto l’ennesimo suo bel pezzo.

Modeo (ma non è l’unico) scrive articoli lunghi, documentati, precisi ma caratterizzati dallo sforzo di rendere comprensibili concetti ostici. Anche sul web, nel regno dell’effimero.

Si sta (finalmente) superando il concetto che l’articolo lungo non renda. Al contrario. Il longform è quello che ci vuole per spiegare al lettore che l’informazione di qualità va pagata, così come, peraltro, è sempre stato fino a 20 anni fa. E non con i dati. Oggi come oggi, superata la fase in cui abbonarsi al digitale costava parecchio, con pochi euro alla settimana è possibile accedere ai contenuti premium. Credetemi: dopo aver provato, non tornerete più indietro.

I nomi storici hanno cominciato a perdere i lettori più attenti (che spesso fa rima con fedeli) a vantaggio di realtà più piccole ma in grado di guadagnarsi credibilità senza rincorrere l’ultima idiozia, ogni giorno, a tutte le ore, si tratti di Salvini o dei testi sierologici. Niente di nuovo, in fondo: una mensilizzazione, potremmo dire, di una parte del web.

Sono anche nate (o meglio, si sono evolute) forme più raffinate di introiti. Dai branded content (che hanno una propria dignità, quando fatti bene: guardate l’esempio della serie Cocainomics del Wall Street Journal, sponsorizzata da Netflix prima del lancio di Narcos) alle testate che stanno in piedi grazie ai bandi. A volte li emettono soggetti privati, a volte sono aziende, come Google, che ha lanciato numerosi progetti e sta cercando di rifarsi una reputazione dopo essere finita nel mirino dei regolatori e di una parte sempre più consistente di pubbloco. Come sempre, per il lettore, la cosa più importante è sapere con esattezza chi ci mette i soldi: e tenere presente che è difficile parlare male di chi ti finanzia.

Insomma: alla pandemia dobbiamo la prima, e più importante, crepa in quella che era la vera barriera alla transizione digitale: la reticenza del lettore a pagare per i contenuti, a fare il gesto di inserire i dati della propria carta di credito per avere notizie che, credeva, avrebbe potuto avere gratis. Il problema non è solo questo: più spesso di quanto sembri, è una questione di pigrizia (nessuno ama alzarsi a cercare i codici nel portafoglio quando vuole solo leggere un articolo in santa pace), senza contare la paura di frodi informatiche. La nuova abitudine al commercio elettronico sta travolgendo molte resistenze ataviche.

Inoltre, la pandemia – che riguarda proprio tutti, mettendo a rischio il bene più prezioso, la salute – ha reso più chiara la differenza tra informazione di qualità (fatta da persone competenti, dove , come dicono gli anglosassoni, less is more e conta la gerarchia) – e l’accozzaglia di notizie confuse e prive di un reale significato proposta da molti media mainstream.

Al momento si sta ancora seminando, ma penso che manchi poco: i frutti arriveranno. C’è ancora posto per qualcuno sul treno: ma chi ha scommesso due o tre anni fa, riuscendo a restare in piedi nel frattempo, si appresta a raccogliere i risultati.

Anche le redazioni cominciano a cambiare assetto. Qualcuno va in pensione, qualcun altro, si diceva cambia mestiere.

Ogni tanto sui forum della nostra categoria un giovane chiede se fare o meno del giornalismo la propria strada. Personalmente, sconsiglierei. Ma è sempre stato così: solo chi è motivato comincia qualcosa dopo avere sentito tutto il male possibile. Aggiungerei, però, una cosa: se vuoi fare questo mestiere, ragazzo, devi studiare. Tanto. Il tempo del “sempre meglio che lavorare”, se mai è esistito, è finito. Il livello si è alzato: chi non lo ha capisce, verrà travolto. Ci sono, tra i restii al cambiamento, anche tanti padri e madri di famiglia.

La rivoluzione digitale ha impattato sull’editoria scardinando tutto quanto era vero fino a 20 anni fa. Certo, a far da guida, restano i capisaldi dell’etica professionale. Ma il problema, anche per noi che ci lavoriamo, è un altro. È che siamo solo agli inizi.

(Foto di Shutterbug75 da Pixabay)

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