esteri, giornalismo, guerra

Il controdocumentario su Naza è una bufala che peggiora la posizione di Israele

Dopo Naza e The Bibi Files, su impulso di chi sosteneva fossero di parte ho guardato il contro-documentario realizzato da Israele. In breve: va visto per cultura e per capire in che tempi viviamo, ma non aggiunge molto a quanto si sa. Anzi, peggiora la posizione dello Stato ebraico. Vediamo.

Innanzitutto, il titolo: il lavoro è disponibile sul sito Nazadocumentary.com, in maniera da facilitare la confusione con l’originale premiato a Venezia. E, infatti, molte persone sono finite su questo sito per sbaglio, anche se i motori di ricerca mi pare indirizzino correttamente sull’originale. Per sbagliarsi serve conoscere il nome e digitarlo.

In secondo luogo, l’ambientazione (i tetti di Tel Aviv, girato di notte, con ufficiali di spalle che raccontano la propria esperienza) richiama, senza alcun dubbio, volutamente Naza: tutto molto simile, sempre per generare confusione, ma anche per mettere i due racconti sullo stesso piano a livello valoriale. Lo dico da giornalista: non è così. Niente di quanto viene detto da ufficiali dell’esercito israeliano in un lavoro prodotto dal governo, neanche una virgola, viene registrato e diffuso senza approvazione preventiva a parte dei vertici politici e delle forze armate. Significa che tutti gli interventi sono concordati. Nella migliore delle ipotesi funziona così: viene scelto un ufficiale con un pensiero ben definito che non sia un invasato – un tipo presentabile, insomma – , gli si dice che c’è da fare un’intervista per riparare ai danni di Naza, gli presentano le domande, e gli fanno provare le risposte prima di accendere le telecamere. Se c’è allineamento con i desiderata del potere, bene; se c’è qualche dettaglio che non aiuta la causa di Tel Aviv, si chiede di non citarlo, o lo si taglia nel montaggio. Non molto giornalistico.

Terzo: per girare Naza (l’originale) ci sono voluti due anni, tempo richiesto per cercare gli intervistati, convincerli a parlare, superare le procedure di sicurezzaa – in Israele si è iper controllati, e non è facile registrare su un tetto di Tel Aviv una ventina di interviste senza dare nell’occhio e garantendosi immunità – . Oltre al fatto che bisogna garantire la sicurezza del materiale girato, e, credetemi, anche questo non è semplice: non pensate di uscire dal palazzo e tornare a casa con un hard disk esterno o una chiavetta o – peggio – archiviare tutto sul cloud. Una perquisizione personale o domestica porterebbe al sequestro del materiale, mentre il monitoraggio costante del web  renderebbe facile azzerare tutto sul cloud (e Israele ha la capacità di craccare pressochè qualunque sistema, ammesso che non siate stati voi ad aprirgli la porta cliccando sul link sbagliato – ma questo è un altro discorso). Lavorare su un certo tipo di contenuti per due anni non è facile in Israele, e questo aspetto da solo meriterebbe un film a parte.

Il contro-documentario, al contrario, è stato prodotto in appena tre settimane, senza alcun tipo di problema organizzativo: i generali hannno scelto gli ufficiali più adattti, allestito il set, filmato la chiacchierata, e tutti sono tornati a casa sereni. Punto. Il risultato è l’impressione che il prodotto finale sia artefatto; la parola inglese che rende l’idea è staged, cioè, più o meno, recitato.

D’altra parte, va detto, non penso che l’obiettivo sia convincere gli intellettuali o i giornalisti di inchiesta: l’idea è offrire un prodotto da contrapporre a chi promuove Naza sui social, e prendere all’amo chi non dispone di strumenti culturali adeguati a comprendere quanto sopra. Per la legge dei grandi numeri, in un certo numero di casi funziona.

Veniamo ai contenuti.

I membri dell’Idf (l’esercito israeliano) raccontano il proprio vissuto. Dicono che nelle moschee, negli ospedali, nelle case private hanno trovato armi nascoste, e fanno vedere i filmati. Il punto è che si tratta di un esercito regolare (quello ebraico) che combatte contro dei miliziani: è normale che nella guerriglia casa per casa avvenga questo.

Arriviamo al cuore della vicenda.

Si rimarca  che prima di sparare a un bersaglio vengono messi in atto molti controlli, personali e giuridici, da parte dell”Idf per evitare di colpire innocenti e ridurre i Naza (cioè i “danni collaterali”, questo il significato dell’acronimo). Beh, la risposta è semplice: si cerca di far passare norme elementari di diritto internazionale (ius in bello, per gli amanti del latino, ben codificate da oltre un secolo) per opere di carità. Non è così che può funzionare. Non solo.

Naza mostra come spesso (non sempre) si accetti il rischio di colpire dei civili. Questa la forza del film premiato a Venezia, e avviene spesso, per racconto di molti di coloro che quei pulsanti li premevano. È il disaccoppiamento tra la morte e il rischio implicito nel causarla, fino a ieri ineludibile. Oggi basta la chiamata di un bambino al cellulare del papà per identificarne la posizione e farlo saltare in aria da cento chilometri di distanza, comodamente seduti di fronte a un joystick. Che si possa essere “chirurgici” è, passatemi il termine, una stronzata che viene dagli americani e dalle loro imprese di inizio millennio.

E arriviamo a un terzo livello di lettura. L’equivoco generale, e il presupposto del controdocumentario, è che Israele abbia diritto di bombardare Gaza e di condurre una guerriglia casa per casa dopo il 7 ottobre: non è così. Se non si concorda su questo, ogni altro discorso diventa inutile. Lo Stato ebraico ha reagito in maniera sproporzionata, radendo al suolo Gaza e configurando quello che può essere definito un genocidio. Farlo raccontare a soldati che sono mandati a rischiare la vita non ha senso: non hanno la lucidità mentale per parlarne. Traduco: è chiaro che sei incazzato se ti sparano addosso, ma il problema è chi ti ha mandato lì, e, soprattutto, chi abbia interesse a proseguire una guerra perenne.

E qui si arriva ai Bibi files: il problema è Nethanyahu, la sua corruzione, e la necessità da una parte di vendicare il fratello morto in combattimento (incapacità di regolare gli istinti, direbbero gli psicologi), dall’altra quella di scappare dai processi alzando il livello dello scontro ogni giorno di più, e mantenendo il paese in una guerra infinita.

La conclusione è che il controdocumentario rende l’idea di uno Stato che usa la propaganda come strumento di lotta, è sin troppo emotivo nella gestione di un conflitto, e non si pone problemi di sorta nel costruire una verità alternativa e artefatta, una postverità – come fanno i regimi -. Israele è una democrazia, ma questo lavoro è una caduta di stile difficile da digerire anche per chi ha ammazzato 75 mila persone e mutilate molte di più. Servirà, probabilmente, a dare uno strumento alla propaganda sionista: ma non passerà alla storia, statene certi.

ps. Qui non si nega la brutalità del 7 ottobre. Chi scrive non è antisemita. Sono stufo di doverlo dire, ma forse è uno scotto da pagare.

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cinema, esteri, guerra

I file di Bibi dicono molto della guerra a Gaza

Dopo Naza, sono andato a vedere The Bibi Files (e lunedì ho i biglietti per Palestina 1936, mi dichiaro). Breve commento per chi non sapesse del documentario o fosse indeciso sul da farsi: vale la pena di andarci.

Se Naza mostra la brutalità dell’esercito, Bibi Files ripercorre i processi di Nethanyahu mostrando come il personaggio, nel proprio agire politico, sia condizionato dalle personalissime vicende familiari. Prima dalla morte del fratello (ucciso nella famosa operzione Entebbe in Uganda), poi dall’amore per la bella vita condiviso con la moglie Sara. I politici sono persone, non entità platoniche, e accade a tutti: ma quando la scappatoia dai processi è mantenere il Paese in uno stato di guerra continuo, il problema è più grosso.

Ho apprezzato il fatto che non ci sia alcun cedimento al complottismo (“il 7 ottobre l’hannno voluto loro”, “lo sapevano” et similia). Né alcuna diminuzione dell’impatto di quel tragico giorno su Israele e la sua gente.

C’è, però, ed è chiaramente spiegata, l’ascesa dei ministri “terroristi ebrei” Ben Gvir e Smotrich: la definizione non è mia, ma di un ex capo dello Shin bet, il servizio di sicurezza interno di Tel Aviv. Stiamo parlando di un uomo che non può essere sospettato di simpatie per i jihadisti, che ha condotto interrogatori con i metodi che si usano in Medio Oriente, e che ovviamente ne sa parecchio su tutti quelli che contano qualcosa in Israele. Se si è esposto in questo documentario che Nethanyahu sta cercando di bloccare prima delle elezioni, un motivo ci sarà.

La lista dei cinema dove si può vedere la recuperate facilmente. Dura un’ora e mezza, ed è investita bene. Detto questa, che nelle sale ci siano diverse opere che raccontano quello che sta succedendo lo ritengo un segnale positivo, in una congiuntura che non lascia spazio a facili ottimismi.

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cinema, esteri, guerra

Perché vedere Naza

Torno ora da vedere Naza, il documentario sulle “vittime collaterali” (“Naza”, nel linguaggio militare israeliano) dei bombardamenti su Gaza. La prima cosa che mi viene da dire è: andateci, è ancora per qualche giorno nelle sale in italiano ma è disponibile anche gratis sul sito del Guardian. Si tratta di un lavoro potente di denuncia, non a caso premiato a Venezia per l’impatto che ha.
Una ventina di membri dell’IDF, l’esercito israeliano, raccontano come, per uccidere un membro di Hamas, Tel Aviv accetti il rischio di far morire sotto le macerie venti, trenta, cinquanta innocenti.
Un sistema basato sull’intelligenza artificiale permette di mappare il territorio incrociando dati sulla posizione dei cellulari, ascolto di conversazioni e qualsiasi cosa riusciate a immaginare, anche la voce di bambini che dicono “Papà è tornato”. Festa grande, e bum, la casa salta in aria.

Naza mostra la banalità del male, il disaccoppiamento tra la morte e rischio di causarla, implicito in ogni combattimento fino a ieri, e oggi venuto meno. Roba da Olocausto. (Accade anche in Ucraina, con i droni pilotati da joystick, peraltro).

Alla fine della proiezione, la gente è uscita mestamente in fila. Si faceva fatica ad alzare lo sguardo. Diversi piangevano, qualcuno aveva le lacrime trattenute a fatica. Nessuno ha parlato. C’è poco altro da aggiungere.

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cronaca, giornalismo, politica

Abbuffate all’italiana

Galeotte furono le vongole sgusciate e chi le cucinò. Altro che Paolo e Francesca: settecento anni dopo Dante, al posto dell’eterea pulzella c’è finito il tentacolare oste del “Cefalù”.

L’intervista di Paolo Mieli rilasciata al Corriere è tutta da gustare, ma difficile da associare a un direttore. Balbetta, si giustifica, distingue (“me ne voleva parlare, ma gli dissi di non dirmi il nome”, “lui parlava ma io mi limitavo a stare zitto e pensare ai fatti miei”, “figuriamoci se con tutte le cose che ho da fare potevo dare retta a lui”, cito a memoria, ma il senso è questo). E poi le vongole. Croce e delizia. Si perse la primogenitura per un piatto di lenticchie, si può ben rischiare lo status e quell’aplomb serioso da storico per un piatto di spaghetti.

Perché Mieli frequentava il ristorante del faccendiere Lavitola? Per i gustosi mitili, racconta. “Nessun altro me li faceva trovare sgusciati nel piatto”, ricorda.

Il direttorissimo narra delle pericolose battaglie con l’amato spaghetto. Nella tensione della tenzone, tra tovaglioli macchiati e camicie con schizzi di sugo, non si tratta di un dettaglio da poco. Tanto cruenta deve essere stata la pugna che, fino all’epifania di Lavitola, è possibile che non gli sia mai venuto in mente di chiedere agli chef il prezioso favore di fargli trovare un piatto solo da gustare.

E che favore.

Se dovessero sgusciare tutte le vongole che cucinano, i ristoranti di pesce dovrebbero assumere una persona ad hoc, forse chiudere.

E poi. “Arrivavo in taxi, ma al ritorno Lavitola mi accompagnava a casa”. Ah.

Un trattamento da re: sarei curioso, ora, di vedere il conto.

Purtroppo non finisce qui.

Il teatro dell’assurdo della vicenda Ranucci prosegue passando dalle mangerecce dichiarazioni di Mieli a quelle di Alessandro D’amato, caposervizio di Open che accettò di lavorare a una mailing list per lanciare la candidatura del giornalista di Report. Committente, Lavitola. D’Amato, esploso il bubbone, decide di raccontare tutto sul suo giornale. Per aggiungere particolari, spiega. Carino. Sembra però più un “mettiamo le mani avanti che non si sa mai”.

Poi ne parla anche col Corriere. Che gli chiede: Ranucci era a conoscenza del progetto elettorale? Riposta: non l’ho mai saputo. Ah.

Ora, mentre Mieli al Cefalù ci andava in taxi, mi viene il dubbio che D’Amato no. Forse a Open non pagano bene i giornalisti, se devono cacciarsi in guai del genere, con personaggi come “Valterino” (ipse dixit) per arrivare a fine mese.

Però la pena per la situazione del giornalismo italiano, la consapevolezza che spesso si fa fatica a campare (e fanno fatica anche quelli bravi davvero, non solo chi ha sbagliato mestiere) non esime del tutto uno che di professione fa il cronista dal fare attenzione.

Ma non fidatevi del mio riassunto.

Andate a leggervi gli originali e fatevi la vostra idea, oltre a quattro risate. Tanto, a questo punto, se mi diceste che non avete fiducia nella stampa capirei. Abbondantemente. Buono spaghetto con le vongole a tutti.

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esteri, medio oriente, politica, reportage

Reportage / Tra Israele e West Bank

Dieci giorni tra Israele e West Bank possono essere utili a farsi un’idea più realistica del grado di complessità di queste terre tormentate. Difficile sintetizzare i punti di vista – spesso, ma non sempre, contrapposti – incontrati. Difficile anche scrollarsi di dosso il mal di testa e la voglia di chiudere gli occhi quando si torna a casa la sera dopo aver avvicinato il dolore di entrambi i popoli.

Molti di quanti abitano in Terrasanta non hanno mai varcato i confini dei due Stati (considero tale anche i Territori) , e sanno poco o nulla di cosa c’è dall’altra parte: fucili puntati, pistole, posti di blocco, fermate dell’autobus blindate, cancelli chiusi, passaporti, e code che possono diventare infinite, e fermano non solo il flusso umano, ma anche quello della conoscenza di un altro che, così, diventa alieno pur trovandosi solo a pochi chilometri di distanza.

Al cronista, invece, è concesso – con qualche difficoltà – di attraversare i confini; e dunque il suo ruolo è (dovrebbe essere) quello di provare a portare qualche elemento di oggettività in un dibattito sempre più polarizzato: anche perché quanto arriva all’estero sono quasi sempre le posizioni più estreme.

Personalmente, sono tornato da questo viaggio con più domande che risposte. E spero che la visione di questo documento ne ponga qualcuna anche al pubblico. Tra le poche certezze che mi porto dietro, il fatto che la contabilità dei morti e del dolore non serva più a nulla: troppe le vittime, troppe le madri in lacrime, troppa la violenza. E’ necessario tirare una linea. E c’è un altro punto: la pace dipende dai leader. La popolazione seguirà. Ma i governanti di oggi sono cinici guerrafondai, più attenti al proprio particulare interesse che a quello della propria gente. La popolazione è manipolabile, soprattutto nell’era dei social network, e, come ha detto qualcuno in un’intervista che ho letto di recente, un abitante di Bergamo ha visto più immagini di Gaza di un israeliano medio.

Condividerò qui molto di quello che ho visto, con i link a YouTube Instagram (dove ho caricato i video e le foto) e agli articoli. Buona lettura.

VIDEO

Reportage: il quadro generale tra Israele e West Bank. Una pace ancora lontana (guarda su YouTube)

La disperazione del Masafer Yatta, la terra di No other land (guarda su YouTube)

Minacce e abusi sulla popolazione del Masafer Yatta (guarda su YouTube)

Una serata coi ventenni del Masafer Yatta (guarda su YouTube)

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politica

Giorgia Meloni and Donald Trump, an Italian-American History X

Giorgia Meloni and Donald Trump, an Italian-American History X. The title of the movie comes to mind when thinking about the “special relationship” between the two. Not because of the topic: the film was about racism. But due to the title itself, describing in single line the life of a guy like many who threw away his life.

The facts: Meloni and Trump had a strict relationship in the first phases of Trump’s presidency. The Italian prime minister used to talk widely about her ability to influence the tycoon; she thought she could use the guy as the Trojan horse to sit at the table of international politics.

But, in the last months, the dialogue between the two got tense. Until the G7 in Evian, where she was photographed chatting with the commander in chief. Her satisfaction was evident.

What she later discovered is that Trump is not a safe bet: after a few hours, he told the media that she asked for a photo opportunity.
I personally don’t think she actually begged for it; but, Trump being Trump, he put it bluntly: she was seeking visibility. And that’s only human.

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milano

La Fondazione fiera Milano continua a ignorare le regole

Avendo cominciato dalla cronaca locale nel lontano 2004, di battaglie dei cittadini contro le amministrazioni ne so qualcosa. Ma non mi ero mai trovato dall’altra parte della barricata: e devo ammettere che è un’esperienza forte, per il senso di impotenza che si prova.

In breve: il cantiere per la nuova sede della Rai in via Gattamelata continua, da un anno e mezzo, a creare enorme disturbo a chi vi abita davanti. Si è cominciato ad aprile 2025 con la demolizione di un padiglione di Fieramilanocity: lavorazioni che andavano procedevano sette giorni su sette senza alcun limite di orario, nonostante i limiti comunali esistano e siano chiari. La storia la trovate qui, compresa quella delle minacce delle maestranze a chi chiedeva il rispetto delle più elementari norme di tutela della salute pubblica.

Dopo parecchi mesi di mail, chiamate alla polizia, riunioni, e con alla mano una raccolta di settanta firme, siamo riusciti a ottenere il rispetto dei nostri diritti. Per qualche settimana.

La demolizione è finita, ma, dopo un periodo di rumore gestibile, si è ripreso a battere, questa volta per le fondamenta e “palificazioni”. Come prima: camion che arrivano alle sei di mattina, lavorazioni che cominciano poco dopo con martelli pneumatici, gru, macchinari per le fondamenta, svuotamento di cassoni di terra. La deroga di cui la Fondazione fiera Milano, committente del cantiere, pur è in possesso, parla delle sette e mezza come orario di inizio, ed è già molto. Che senso ha cominciare prima sulla pelle dei cittadici che abitano a venti metri di distanza e con questo cantiere avranno a che fare per tre anni?

Al riguardo, segnalo che del cronoprogramma dei lavori (che dovrebbe essere esposto in bella vista per dare certezza a noi che abitiamo di fronte su quando finirà l’incubo) non si vede traccia, nonostante la mia richiesta e la segnalazione alle autorità.

Ho – ovviamente – provato a scrivere alla Fondazione fiera Milano, alla presidente del municipio 8 Giulia Pelucchi (Pd) e alla polizia locale. La risposta della Fondazione è stata ridicola: negare che i mezzi fossero loro. Ma io e i vicini abbiamo i video.

Pelucchi e polizia locale, dal canto loro, non hanno dato segni di vita – possibile?

Dulcis in fundo, la Fondazione fiera Milano, invece di rispondere nel merito, mi ha mandato un invito a un concerto che si terrà nei prossimi giorni. Forse immaginano che la musica serva a coprire i rumori del cantiere. Peccato che i musicisti, a differenza di camion e macchinari, non attacchino alle sei e mezza del mattino.

Qui il link ai video del cantiere.

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giornalismo

What Condé Nast’s ceo Roger Lynch thinks about the company’s future

Roger Lynch, ceo of Condé Nast, has explained something about the future of the company a few days ago. He did so in an interview by TBPN. I discovered the video and this article by Danny Goodwin of Search Engine Land thanks to my friend and colleague Maurizio Martorana. This comes weeks after the announcement Wired Italia’s going to be shut down, generating questions about the whys of the decision. Let’s summarize what Lynch says.

1)  32:40   He doesn’t rely any more on SEO. In his words: “Last year, I told our teams: assume there’s no search. You have to have your businesses planned as if search is zero.” “We don’t expect it to be zero… We expect it to be a single-digit percentage of our traffic. Very low.”

2)    This is due to increasingly intrusive ads by Google, which privileges paid content.

3)    He says that Condé will still privilege human generated content. “We’re gonna always have human created content”, he states (though in a previuos email the role of artificial intelligence was stressed)

4)    In his decisions where and what to cut, Lynch will privilege the brands with “strong direct audiences, subscription potential, clear authority in a niche or category”. “Today, you need to be really nailing a specific niche where you have a loyal audience that’s willing to pay and and … If you have a brand where you’re investing in the journalism, if you have to make significant investments in journalism, supporting that just with advertising is a tough place to be.”

5) Journalism still has sense, according to Condé ceo (I admit I agree). “If you want to spend six months investigating stuff, Substack is not the medium for that: the New Yorker is”.  So, he’s open to investigations. “The subscribers reward us for that kind of journalism. When we come out with these pieces, we see the numbers of the subscriptions spike. I don’t think it works so well on Substack. Other things work well on Substack”.

6) at minute 17:50 he tells a curious story about Milan’s offices and the company’s brands playing one against the other

7) at minute 20:50 he speaks about the strongest and weakest brands in the company’s portofolio (even at 38:00)

8) at 21:00 speaks about Condé having no political interests to pursue (almost total editorial freedom – rare not only in Italy – I can confirm)

9) 27:34 speaks about the role of the events, pivotal in today’s publishing. “Less events, more cultural. […] I think we found a strategy”.

10 ) 39:50 about new hirings and AI

In a nutshell: no intermediation by search engines, more events, niches, integration. Amen.

An era is gone. Condé will try to disintermediate, away from search engines and platform, to build loyalty from customers on its own properties.

In a world made of too many breaking news (let me laugh while saying it), the bet might be, according to Lynch,  getting back to the past: try to be one of the few newspapers and magazines that the average reader reads and trusts.

This is good news. Even because I’ve never liked Seo writing, incidentally.

#wireditalia #journalism #condenast

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giornalismo

Why Ai is not good for most of the journalists

What’s the real impact of Ai on the newrooms? I’m not talking of the publishesrs’ aspirations. I’d like to tell you what’s the impact on a real daily routine. Starting from something just happened.

I was trying to imagine the text for some slides to illustrate an article I wrote.

Being overwhelmed, I decided to ask Chatgpt to help me summarizing 6 key points. Obviously ready to edit and integrate them. Since I was the one who had wrote the article, it wouldn’t have taken long.

Well, the result was far worse than I expected.

It completely missed the target, focusing on one particular topic without considering the others at all.

I can imagine this is due to sort of numeric reasons: so called artificial intelligence is really not very much more than a very performing statistic machine, and my article got in depth on gepolitics more than on other topics.

But, as a normal reader could have easily argued, that was not its main sense.

There are a number of reasons that can push a journalist to overextend one part of the article compared to the others: not least, limited information about certain aspects.

Nevertheless, sometimes the news is a couple of lines, while the rest is mere context. And the sense of the piece is made by the combination of the title, graphic elements, and proportionof the paragraphs. I’ll tell you most: sometimes, what’s omitted is of the greatest importance.

Well, I’m afraid that AI compete with humans in doing this.

**

The problem here is that a lot of journalists use AI this way, asking to summarize paper and report to pitch the editors with. And, since thery weren’t the one who wrote the articles, the results are traigc. Adobe acrobat itself proposes something similar when you open the pdfs, so why shouldn’t you?

But what’s the point if the outcome is absolutely unreliable?

In my career I saw a young journalist relying on Ai to comply his/her (I won’t even say the sex for privacy reasons) boss’ request, without regard to the mistakes. Once, one would have negotiated an adequate pace: now you keep the job, and cheat.

When I catched this person, and asked if he/her was using ChatGpt, I was surprised by the answer. “Yes, why you asking?”.

Long story short: AI in journalism is too much of a temptation given the performance requested by today’s rat race. Only senior and well paid professionals can (maybe…) use it properly, and just for proper purposes; for the others is dangerous, above all for the young. Because they don’t learn, and not only how to do this job: they don’t learn how to negotiate their load, to take responsibilities, and to tell the truth.

(photo by Tyler Franta on Unsplash)

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giornalismo

What does it mean for a magazine to “transition away from publishing” / part 2

As some of you might know, in the last days Condé Nast communicated the intention to “transition away from publishing” Wired Italia. Whether this is true or just a negotiation tactic, it triggered a lot of considerations about the state of today’s journalism in our relatively small bubble of avid news readers. Being personally involved, moreover, as a long-time contributor pushed me towards doing the effort of getting in depth both in public and private chats.

In a previous post, I considered the possibility of Condé Nast turning the now-magazine in an event-first editorial product.

Someone, like Matteo Cerri (an Italian publisher, not involved in the matter) fundamentally agrees with this vision, based on a classic corporate economic concept. It was unavoidable (I summarize) given the editorial market and the fact that the Ai allows to make a newsmagazine with a tiny fraction of the personnel. That, moreover, can be rerouted on other projects (like live interviews) in which the human role is still fundamental. A sort of Ted X under Wired’s brand. In the end, who the hell would accept being interviewed by an avatar?

This would probably still be journalism (being a good interviewer is not easy; and the price for impreparation is irrelevance), but of another kind. And, maybe, less valuable for the society itself. We’d loose our “boots on the ground” approach, in favor of a “drone approach” (Sun Tzu’s Art of war is still base to a number of marketing courses: so, I’m not inventing anything with this comparison).

***

Consequentially, and that’s another topic I often discussed in private chats and public conversations, we fatally get to a question: can we really treat the press just like any other industry? Sure, it has more or less always been like this for publishers; but the role of democracies’ watchdog is too important to be underrated or equalized to beauty farms or pet food.

Acting as a devil’ lawyer, I used to answer that nobody has found the recipe to conjugate business and social impact, yet. But, in reality, there’s already someone who’s trying to make business differently: the so-called B-Corps.

Which (with some limits I’m not going to discuss here) have a community-oriented approach.

But what is a B-Corp? Briefly put, these companies consciounsly renounce to a part of their profits – or, to say it in another way, to the maximum optimization and efficiency – to pursue an impact on the people and the planet.

So, if a publisher like Condé Nast considers closing Wired Italia for economic reasons, and we had to find a reason to ask them to think again about it, we could say that it already has a number of other incredibly performing outlets in its bouquet.

Like, for example, Vogue Italia; and – with all due respect to fashion and pop culture – we’re not talking of the same impact in terms of democracy.

I explain: Wired Italia started talking about digital surveillance, algorithms’ ethic, Big Tech’s malpractices, and even climate tech and renewables when these topics just deserved a small article at the bottom of traditional media: it shaped the debate, paving the way to others. And there’s no need to further underline the importance of these topics in today’s world. Vogue Italia can well sustain the burden of a less profitable (but, as far as I know, not unprofitable) news outlet like Wired Italia.

Even companies operating on average economic sectors are considering the switch towards a B-Corp minded way of doing business. Why in the world can’t a liberal publisher like Condé do the same?

***

Here comes another consideration.

In this “transitioning away from publishing process” involving artificial intelligence, what’s happening to the content already published? Will it be sold with some sort of agreeements to actors like Open AI? Stop guessing. It already happened.

You can find here Open AI’s version, and here Condé Nast’s. I quote from the latter.

“I’m pleased to share with you that we are entering a multi-year partnership with OpenAI to expand the reach of Condé Nast’s content”, wrote ceo Roger Lynch in August 2024.

“As we all know, generative AI is rapidly changing ways audiences are discovering information. It’s crucial that we meet audiences where they are and embrace new technologies while also ensuring proper attribution and compensation for use of our intellectual property. This is exactly what we have found with OpenAI. 

Over the last decade, news and digital media have faced steep challenges as many technology companies eroded publishers’ ability to monetize content, most recently with traditional search. Our partnership with OpenAI begins to make up for some of that revenue, allowing us to continue to protect and invest in our journalism and creative endeavors.

Throughout the process OpenAI has shown that they too are very committed to this mission. They have been transparent and willing to productively work with publishers like us so that the public can receive reliable information and news through their platforms. 

This partnership recognizes that the exceptional content produced by Condé Nast and our many titles cannot be replaced, and is a step toward making sure our technology-enabled future is one that is created responsibly. It is just the beginning [….]”

So the incredibly valuable content written by Wired journalists’ over the course of the years might be already used to train those very AI systems cannibalizing them.

Condé is not alone. Stated Open AI: it joined “a growing list of publishers including Associated Press, Axel Springer, The Atlantic, Dotdash Meredith, Financial Times, LeMonde, NewsCorp, Prisa Media, TIME, Vox Media and others, in our mission to integrate journalism more deeply with AI services”. “We’re committed to working with Condé Nast and other news publishers to ensure that as AI plays a larger role in news discovery and delivery, it maintains accuracy, integrity, and respect for quality reporting“, added Brad Lightcap (COO at OpenAI).

Quite every editorial group had to come to terms with AI. And it’s not clear if anyone’s found yet a way to maintain the journalists employed giving them an additional tool or it’s simply impossible.

Yes, it’s just the beginning.

Ps You can sign this petition to save Wired Italia, if you want.

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