[testo con lieve editing tratto da un post pubblicato su Facebook il 21 marzo 2026]
Nel marzo 2012 sono andato, da cronista, a una manifestazione della Lega. Per le vie di Monza sfilava il corteo dei militanti e dei simpatizzanti. Non ricordo perché fosse stata convocata. Era la prima volta che mi ci trovavo per lavoro, e volli seguirla dall’inizio alla fine. Non sapevo che sarebbe stata una delle ultime: di lì a qualche settimana sarebbe scoppiata la storiaccia del cerchio magico, e Umberto Bossi fatto fuori dal partito che aveva fondato. Promoveatur ut amoveatur, dicevano a Roma. Si promuove (a presidente eterno, nel suo caso) per rimuovere chi è troppo ingombrante.
Ieri sera Umberto Bossi è morto. Tanti spendono parole di stima, anche chi gli era stato avversario. Posso provare a rispondere a chi si chiede perché.
Bossi è stato, per i padani, qualcosa di molto vicino a quello che Berlinguer fu per i comunisti. Padani che, peraltro, inventò lui, assieme a qualche appassionato di storia locale. Un semidio, un modello.
La potenza di una manifestazione della Lega stava nei simboli che era riuscito a creare, e di cui era riuscito ad appropriarsi. Il “Sole delle Alpi”, il Va’ pensiero verdiano, aria diffusa a tutto volume dagli altoparlanti da quattro soldi nei cortei, ma che era in grado di incutere una solennità che tracimava nel terrore con la sua imponenza. Altro che il punk incazzato ai cortei dei centri sociali: nulla come l’opera scuote l’animo.
Anni prima, era il 2003, mi trovai a passare, per caso, con un amico per il centro di Monza durante un altro corteo leghista. Ero un giovane studente di scienze politiche di ritorno da Milano.
Sulla strada incontrammo una quarantenne nordafricana, Khadija, che aspettava il pullman per Lissone (il paese accanto) mentre i manifestanti si avvicinavano. Finì che la portammo a casa noi. La poverina non aveva capito il contesto, e noi – da parte nostra – avemmo paura di lasciarla sola, mano a mano che il volume delle note di Verdi aumentava e centinaia di camicie verdi, ringalluzzite dal numero, si facevano più vicine. La piazza incute terrore nel singolo che non le appartiene.
Khadija ci ringraziò come poté, con una tazza di tè, confusa, e cercando di capire che cosa avessimo visto che a lei sfuggiva. Le spiegammo che quel corteo era contro gli immigrati, cioè contro quelli come lei e che, insomma, non si sa mai. Se non altro, volemmo evitarle l’esperienza di essere insultata. A noi tutto questo era chiaro, ma lei, non parlando bene l’italiano, si era persa il dettaglio. E aspettava tranquilla la corriera.
A Bossi va certo reso l’onore delle armi, ma bisogna ricordare che l’uomo fu anche questo.
Sul territorio, le ronde dei leghisti negli anni Novanta e Duemila facevano paura. Faceva paura anche (forse soprattutto) leggerne sul giornale, perché legittimavano la minaccia, e promettevano la violenza. Anche quella verbale. E l’aggressività non risparmiava i bambini.
Un figlio di immigrati meridionali, come me, si sentiva facilmente dare del terrone a scuola negli anni Ottanta, senza capire di che cosa, esattamente, si parlasse. Un po’ come Khadija. La dignità politica, a questo becerume, l’aveva data Bossi. In quegli anni, dodicenni imberbi si professavano leghisti scimmiottando i padri e il leader, le cui gesta vedevano in televisione. I fratelli più grandi, in qualche caso beoni che a malapena avrebbero avuto cittadinanza in un bar, si sentirono rappresentati in Parlamento e poterono alzare la voce fregandosene di darsi un contegno.
Bossi fu anche questo. Eppure, nonostante tutto, nonostante la bestialità delle sue uscite, non fu solo questo.
Fu, per esempio, il primo a parlare apertamente delle due Italie (che sono una triste realtà) e del malaffare romano. Della necessità per il Sud di assumersi la responsabilità del proprio fallimento senza piangere sempre miseria. Del buono che c’è nel decentralizzare i poteri quando possibile e compatibile con il contesto.
E, oltre l’apparenza, mi pare aver sempre avuto un certo cuore, e la schiena piuttosto dritta.
Lasciatemelo dire: tutto il contrario di chi venne dopo. Il riferimento è a quella macchietta da social che risponde al nome di Matteo Salvini.
Poche immagini per rendere l’idea. Bossi non sarebbe mai andato in televisione a sgranare il rosario durante il Covid per raccattare quattro voti. Non avrebbe mai citofonato in una casa privata chiedendo, con aria da chierichetto: scusi, lei spaccia? Il Bossi degli anni Ottanta me lo immagino prenderlo a calci nel culo, lo spacciatore. In canottiera, magari, e assieme ai suoi compari. E farsi pure qualche giorno in guardina, la migliore pubblicità per la sua base.
Quello che ancora chiamiamo Senatùr (ma ha passato più tempo alla Camera) è un altro pezzo di storia dell’Italia che se ne va. Forse non la parte migliore, ma la sua memoria resterà, in qualche zona del paese più che altrove.
Di Salvini, invece, e della Lega di oggi, non rimarrà nulla. Forse è per questo che la morte del fondatore varesino dei lumbard ha generato emozione anche in chi, da vivo, ne aveva condiviso poco o nulla.

