politica

May si dimette senza Brexit mentre il Regno Unito va alle urne

Voleva essere come la Thatcher, forse non ci è riuscita ma ha avuto un compito ingrato. Theresa May ha annunciato oggi le sue dimissioni, fra le lacrime.  Nonostante i tentativi della signora, il Regno Unito vota ancora una volta per eleggere i propri rappresentanti in seno all’UE. E quel che sarà, sarà.

Le si può rimproverare una certa spocchia (il mantra “Brexit means Brexit” ripetuto ossessivamente) e un atteggiamento spavaldo durante le negoziazioni. Per il resto, pochi avrebbero saputo fare meglio al suo posto; e pochi, soprattutto, avrebbero accettato l’incarico, accuratamente evitato dai più navigati compagni di partito. Non è andata meglio tra i laburisti, che non hanno mai preso posizione; Dante condannava gli ignavi alla sorte peggiore, probabilmente non a torto.

E’ finita come nessuno immaginava: niente uscita, per il momento, e il ritorno di Farage, lontano dai radar e che oggi appare il gigante che non è.

In tre anni il Regno Unito ha mostrato le proprie debolezze: confuso, allo sbando, è l’ombra di se stesso. Ma l’uscita che doveva servire da apripista, ha, forse, avuto il merito di aver portato il dibattito sull’Europa per la prima volta realmente sulla bocca di tutti. Fino a qualche anno fa, il malcontento c’era, ma non si poteva votarlo, e le campagne elettorali per Strasburgo erano versioni scialbe di quelle nazionali.

Oggi sappiamo che essere nell’Unione non è scontato, e che chi ci crede deve dirlo forte. Buon voto a tutti.

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economia, inchieste, libri, salute, startup

Bad Blood: Theranos è tutto ciò che una startup non deve fare

Theranos, ovvero tutto quello che non bisogna fare se decidete di fondare una startup, e qualcuno crede in voi. La storia è quella di Elizabeth Holmes, bionda studentessa di Stanford – vengono tutti da lì, pare – che si ritira al secondo anno per perseguire il sogno di diventare ricca creando una società biomedicale. La chiama Theranos, crasi tra therapy e diagnosis, e l’idea è quella di produrre un apparecchio dalle dimensioni contenute in grado di eseguire oltre 200 test ematici in pochi minuti, prelevando una sola goccia di sangue e direttamente a casa. Tenete a mente il discorso delle dimensioni, perché l’idea ossessiva di miniaturizzare qualcosa che veniva già fatto in maniera affidabile in laboratorio sarà la causa del disastro.

Rimpicciolire i componenti poneva, infatti, problemi ingegneristici che si sono presto rivelati insormontabili. Holmes, aiutata dal compagno di vent’anni più grande, non si scoraggia, e prova in tutti i modi ad andare avanti. Anche perché l’innata capacità persuasiva, i grandi occhi chiari e la voce profonda – provate ad ascoltarla su Youtube, anche se pare fosse una posa – hanno sin da subito incantato decine di investitori. Nella compagine c’era gente scafata come Rupert Murdoch, ma anche l’italiano John Elkann. Non solo. Il consiglio di amministrazione era composto da nomi di peso della politica a livello mondiale.  Qualche esempio? Henry Kissinger sedeva in prima fila, ma c’era anche l’ex segretario di Stato ai tempi di Reagan George Shultz, uno dei principali attori della distensione tra le superpotenze degli anni ’80.

 

 

Holmes aveva creato la scatola perfetta, ma all’interno il contenitore era vuoto.  E quando i soldi hanno cominciato ad arrivare, arrestare la reazione a catena  (“Se ci investe lui, di sicuro funziona, quindi ci investo anch’io”) è diventato difficile come nei più tragici incidenti nucleari. Soprattutto se il propellente era costituito dall’ambizione e dall’avidità di una ragazza con pochi scrupoli.

E’ durata oltre dieci anni la parabola di Theranos, senza mai arrivare al “go to market”. Nel frattempo, meno che trentenne, Holmes è diventata miliardaria in dollari, guadagnandosi le copertine delle principali riviste di business.

Ma oltre le mura dell’ufficio di Palo Alto e le porte a vetri blindate sorvegliate  da gorilla con l’orecchino, aleggiava un senso di terrore. Dipartimenti aziendali che non potevano comunicare tra loro, email controllate, licenziamenti all’ordine del giorno. Chi provava a manifestare dubbi – in fondo si parlava di macchinari biomedicali, e c’era di mezzo la salute delle persone – sulle pratiche aziendali veniva allontanato e minacciato. Un’ossessione per la privacy che sconfinava nella paranoia, e serviva per nascondere il vuoto.

Incurante di tutto, la società stringeva accordi, tra cui quello con una catena della grande distribuzione per eseguire test di prova su pazienti nei punti vendita. Test che, in diverse occasioni, hanno prodotto risultati inattendibili, causando stress notevoli a chi vi si sottoponeva e si scopriva malato pur essendo perfettamente sano.

Tutto ciò non sarebbe, forse, mai venuto alla luce se non fosse stato per l’inchiesta di John Carreyrou, reporter del Wall Street Journal vincitore di due premi Pulitzer. Carreyrou ha condotto un lavoro di indagine meticoloso che ha portato alla pubblicazione di una serie di articoli in grado di sgonfiare rapidamente il fantoccio.

Una bella storia dal punto di vista giornalistico, raccontata perfettamente nel libro che ne è seguito (“Una sola goccia di sangue” ma l’originale inglese “Bad Blood” rende meglio l’idea). Una storia che mostra cosa significhi fare informazione sul serio, ma anche essere un editore. Il già citato Rupert Murdoch era tra gli investitori di Theranos, con una cifra monstre di oltre cento milioni di dollari. Avuta notizia dell’inchiesta, Holmes provò a contattarlo per fermare tutto: ma il tycoon australiano si rifiutò di intervenire, lasciando alla redazione le valutazioni. Perse una caterva di quattrini, ma preservò la credibilità del giornale.

Bad blood è un’inchiesta da manuale che ogni giornalista dovrebbe leggere, ma anche un libro che svela il peggio della Silicon Valley e dell’ecosistema delle startup. Il mito di Steve Jobs, il potere assoluto del marketing, le iniezioni di venture capital da centinaia di milioni di dollari su progetti che non hanno alcuna solida base industriale ma solo una supposta visionarietà. Un sistema sbilanciato in avanti e che sfugge ai controlli riservati alle società quotate in Borsa, perché oggi le startup riescono a finanziarsi privatamente tramite fondi di investimento fino a diventare giganti da un miliardo di dollari e oltre prima di andare sul mercato azionario, ed essere controllate sul serio.

L’epilogo lo lasciamo alla sorpresa del lettore. Pare che ci sia un film in lavorazione per trasportare la pellicola sul grande schermo; ma chiunque sia interessato al mondo delle imprese innovative deve leggere il libro. Il confine tra ambizione ed etica non è mai stato tracciato in maniera definitiva, ma, nella propria inchiesta, Carreyrou fissa una serie di limiti oltre cui non è prudente spingersi. Un monito per chiunque faccia impresa. Soprattutto se avrà la fortuna di avere gli dei del successo dalla propria parte.

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brexit, giornalismo

Derry, Irlanda del nord: viaggio sul confine che non c’è

Ieri sera Lyra McKee, una giornalista di 29 anni,  è stata uccisa a Derry, in Irlanda del Nord, nel corso di scontri tra la polizia e manifestanti. A 21 anni dal Good Friday Agreement del 1998, che segna la tregua della guerra civile in Ulster. Poche settimane fa ero stato proprio lì, a Derry, per attraversare il confine e cercare di capire cosa significhi vivere in quelle zone. Perché quando si parla di Brexit si parla sempre di economia; ma il primo problema che si porrà sarà quello della frontiera con l’Irlanda, dove un sanguinoso conflitto che ha fatto oltre 3600 morti e spaccato Belfast con un muro simile a quello di Berlino è stato a fatica pacificato.

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internet, media

Direttiva Copyright: le ragioni per sostenerla

La direttiva sul diritto d’autore su cui oggi vota il Parlamento Europeo è stata osteggiata dalle principali piattaforme che ospitano contenuti (da Google a Facebook ). Persino Wikipedia ha deciso di “chiudere” per un giorno nel nostro paese dopo aver calato il sipario in Germania, Repubblica Ceca, Slovacchia e Danimarca.

Mi sembra una protesta perniciosa. Siamo appena usciti dalla preistoria della Rete, un luogo magico dove, all’inizio tutto era possibile, un po’ come nel Far West. Compreso guadagnare cifre favolose, con idee tutto sommato semplici. Agli albori si lasciava fare, un po’ perché non c’erano gli strumenti per controllare, un po’ perché ingabbiare le energie avrebbe bloccato la transizione digitale, che era in grado di cambiare il mondo e renderlo un posto migliore e più semplice dove vivere.

Chi scrive rimpiange spesso i vecchi tempi, quelli in cui si poteva uscire senza cellulare e le notizie non ci inseguivano martellandoci con notifiche e vibrazioni: ma non certo quelli in cui per conoscere la data di un appello all’università bisognava sobbarcarsi una mattinata di viaggio, per scoprire poi che il professore si era dimenticato di appendere il foglio con la data; o quelli in cui per fare un bonifico bisognava fare la fila in banca e sprecare mezza giornata.

Come sostenevano già i Greci, conosciamo il bene perché abbiamo sperimentato il male. Negli anni Novanta non eravamo in grado di apprezzare una serata di chiacchiere al tavolino di un bar proprio come oggi, esasperati dall’onnipresenza dei gingilli a transistor che ci appesantiscono tasche e borse, facciamo fatica a ricordare quanto era più complicato vivere prima.

Era ora di darsi delle regole, e l’Unione Europea – che non è l’America e per questo non vive nel mito della frontiera, ci sta provando. Come scrive Martina Pennisi sul Corriere la  direttiva sul copyright sarà una riforma perfettibile, ma è un passo in avanti nella direzione giusta: quella per cui il controllo del web (risorsa strategica) torna sempre più sotto l’ombrello della politica, e quindi della gente, e non resta nelle mani dei signori – sempre loro, e sempre cinici- dell’economia.

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Brexit, cosa cambia per gli imprenditori italiani in UK?

Questo articolo è stato pubblicato in origine su StartupItalia, ed è stato ispirato da un servizio girato per Videodrome. 

Undici giorni alla (potenziale) Brexit, 660mila italiani nel Regno Unito, tre storie di imprenditori che ce l’hanno fatta. Il referendum del 2016 ha interrotto un sogno, quello dell’Eldorado oltremanica, che forse non è mai stato così bello come appariva in Italia, ma per tanti ha funzionato.

Sono molti, moltissimi i nostri connazionali emigrati a Londra in cerca di fortuna. Per tanti la capitale britannica è stata solo una meta di passaggio. Per quelli che ce l’hanno fatta e sono rimasti, invece, è diventata casa. Ma cosa accadrà?

 

Brexit, tutto comincia con David Cameron

La vicenda della Brexit ricorda, non nascondiamolo, la politica nostrana. Una consultazione richiesta per calcolo elettorale da David Cameron, una sconfitta inaspettata, la frettolosa ricerca di qualcuno che volesse assumersi l’onere di gestire le trattative.

La scelta ricadde su Theresa May, tiepida remainer – e quindi una che non voleva andarsene  dall’Europa– e fan di Margaret Thatcher: pianse quando la Lady di ferro andò a Downing Street, la prima donna a varcare quella porta da premier voleva essere lei.

Nei palazzi del potere si sapeva da subito che l’uscita era un errore. Ma Londra sperava che l’Europa balbettasse, come spesso accaduto. Non in questo caso, forse per la prima volta. Se parlassimo delle “esternalità” positive della vicenda Brexit, non è affatto un risultato trascurabile, anzi.

Diciamoci la verità: Londra era entrata in Europa più per frenare l’integrazione che per favorirla. Partecipando alle votazioni, e con il sistema di governo dell’Unione basato sull’unanimità, è sempre stata in grado di imporre freni, oltre a godere di uno status privilegiato che comportava persino il mantenimento di una propria moneta, la sterlina.

Da fuori sarà molto più difficile frenare il processo di integrazione. Senza contare che, tra le opzioni sul tavolo per mantenere i vantaggi commerciali del mercato unico, c’è un accordo sul modello di quello che consente l’accesso alla Norvegia. In quel caso, Downing Street perderebbe, però, il diritto di dire la propria. I britannici si trovano, inoltre, a dover gestire la questione della frontiera irlandese. Sangue e attentati si sono fermati nel 1998, quando l’accordo del Good Friday sospese le ostilità: il rischio è che i tafferugli riprendano.

 

Brexit, tre storie di italiani a Londra

Ma cosa rischiano gli italiani che hanno messo radici nel Regno Unito? Poco, secondo il console generale Marco Villani, che cita rassicurazioni istituzionali. “I diritti dei cittadini europei non verranno toccati, anche in caso di no-deal” spiega il diplomatico, che abbiamo intervistato nell’ufficio londinese di Farringdon Street. Ma molte posizioni stanno “emergendo” solo ora: gli iscritti all’AIRE (l’Anagrafe Italiana per i Residenti all’Estero) aumentano costantemente, forse per cercare di guadagnare un appiglio utile in caso di problemi a ottenere il settled status, la condizione che garantisce il diritto di restare in UK. “Ma dubito che questa mossa abbia qualche effetto” precisa.

Se restare non sarà un problema per chi lavora stabilmente, il contraccolpo potrebbe riguardare il commercio. Silvestro Morlando, che gestisce quattro pizzerie street food (“Sud Italia”) in altrettanti mercati di Londra, lo sa. “Lavoriamo con materie prime italiane, e dobbiamo cercare la soluzione prima ancora di vedere il problema” racconta mentre serve le sue specialità a Liverpool Street. I prodotti tricolore che oggi passano senza problemi alla dogana, domani potrebbero essere tassati. Per non parlare delle normative alimentari, che adesso sono allineate e in futuro potrebbero differire notevolmente.

Un approccio creativo al problema dell’import arriva da Maia Chiara Rossi, che nel suo Macaroni Liberation Front propone un menu anti-Brexit rivisitando ricette italiane con ingredienti british. E’ questa la ricetta giusta per gettare il cuore oltre l’ostacolo? “In realtà c’è anche un altro problema: la mancanza di personale – confessa – Se prima i ragazzi facevano la fila per portarci il curriculum e lavorare, oggi si fa quasi fatica a trovare chi è disposto a farlo, e tra l’altro chi viene chiede uno stipendio maggiore. Per noi che facciamo tutto in regola si tratta di un aumento dei costi importante”.

Brexit, Londra non è più attraente come una volta

 

Londra è meno attraente rispetto a un tempo per i ragazzi che vogliono venire a vivere e lavorare qui” conferma Paolo Malaguti, imprenditore fintech con la sua Credit Vision. Dal suo uffcio al 39mo piano a Canary Wharf si vede l’EMA, l’Agenzia Europea dei Medicinali. Il primo pezzo di Europa a lasciare la Gran Bretagna, un paio di anni fa, e a volare in Olanda, al termine di un lungo e doloroso testa a testa tra Amsterdam e Milano. Molte aziende stanno seguendo l’esempio dell’agenzia europea e hanno già lasciato il Tamigi. E guardando lo skyline viene da chiedersi se fra un anno i loghi sui tetti dei giganteschi grattacieli della nuova City resteranno al proprio posto. Malaguti è convinto che poco o nulla cambierà per la finanza. “Londra è cambiata rispetto a quando sono arrivato nel 2005, ed è molto meno attraente per i ragazzi che vogliono venire a vivere e lavorare qui. Il paese è diventato più insulare, per così dire. Ma continuerà a restare un hub finanziario globale”.

Socraticamente, l’unica sicurezza è che di certezze non ce ne sono. I voti di Westminster dei giorni scorsi hanno scongiurato un no-deal, la temuta uscita senza accordo, e dato incarico al governo May di chiedere una proroga a Bruxelles. Che potrebbe anche concederla: ma a patto, pare, che il Regno Unito elegga i propri rappresentanti in seno all’Unione nelle elezioni di maggio.

A quel punto, la telenovela si allungherebbe di un nuovo, estenuante capitolo.  Dopo tre anni, il pubblico comincia ad annoiarsi. E il ricordo di quella che era la Gran Bretagna, con il suo proverbiale understatement, a sbiadire.

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sport

Un’altra vita dopo il tennis: Andrea Gaudenzi, manager tra musica e tecnologia

Quest’articolo è stato pubblicato originariamente su StartupItalia.

Anno 2009: esce Open, autobiografia di Andrè Agassi, scritta a quattro mani con il giornalista premio Pulitzer J.R. Moehringer. Da allora il genere non sarà più lo stesso. Solo tre gli italiani citati nel volume. Il primo, e l’unico, per cui il fuoriclasse di Las Vegas spende qualche parola, è Andrea Gaudenzi.

Romagnolo verace, braccio veloce, mente sveglia, Gaudenzi ha scelto di raccontarsi a StartupItalia. Perchè la vita non finisce su un campo da tennis.

Esempio raro nel mondo dello sport professionale, la sua è la storia di una svolta. Terminata la carriera con la racchetta, il giocatore – arrivato al numero 18 del ranking mondiale – ha dovuto e saputo reinventarsi come manager e imprenditore. 

Talento naturale per gli affari e spirito di iniziativa non gli mancavano; ma Gaudenzi deve molto, per sua stessa ammissione, al campo da gioco. Una scuola di vita che ne ha forgiato il carattere. Ecco cosa fa ora, e come ci è arrivato.

L’intervista

Gaudenzi, partiamo dalla carriera sportiva. Giocatore di tennis professionista: risultati importanti, fama. Cosa è successo dopo?

Ho cominciato presto a giocare. Sono andato al Centro federale a Roma a 13 anni, ma da subito i miei hanno insistito perché non abbandonassi la scuola. Li devo ringraziare: sapevano che ci sarebbe stato un “post carriera”. Così, quando da junior ho vinto Roland Garros, non ho giocato né Australian Open né Winbledon: dovevo sostenere l’esame di maturità.

Nel 2003 la carriera finisce. Mai pensato di fare il coach?

Non mi piaceva l’idea di continuare nel mondo del tennis, almeno non come allenatore. Così, mentre giravo il mondo giocando, mi sono laureato in giurisprudenza a Bologna. La settimana dopo l’ultimo torneo mi sono iscritto a un MBA (Master in Business Administration, ndr) Sono sempre stato stato versato con i numeri e la tecnologia.

I primi passi sono nel mondo corporate. 

In realtà ho cominciato nello sport marketing mettendo in piedi un’agenzia che gestiva calciatori; poi ho pensato di fare un’esperienza in azienda, e ho lavorato per 5 anni in Bwin seguendo i contratti di sponsorizzazione con Milan, Real Madrid. Nomi importanti. Si è creato un forte legame con la componente business del lavoro, che ancora oggi è quella che preferisco. Mentre ero lì,  l’azienda ha comprato Giocodigitale. Fondata da Carlo Gualandri,  che ha realizzato una delle exit di maggior successo in Italia, è stata tra le prime realtà nel campo degli internet games. Ho lavorato due anni su integrazione ed espansione, arrivando a essere a capo di tutti i mercati dell’azienda. A quel punto ero pronto per un’esperienza da imprenditore.

Il grande salto. 

Bwin mi ha finanziato una startup nel campo del social gaming: si chiamava Real Fun Games. Un’esperienza durata 4-5 anni da cui ho imparato tantissimo. A quel punto Carlo Gualandri ha avuto un’altra idea: si tratta di Soldo, che si occupa di servizi finanziari. E’ una società basata a Londra, ma il team di sviluppo lavora a Roma. Altri due anni intensi. Infine incontro Max Ciociola, che con la sua capacità di seduzione mi porta in Musixmatch, dove lavoro ora.

Dal gaming ai testi delle canzoni. Qual è il legame?

Musixmatch è una data company in ambito musicale che si interfaccia da una parte con publisher come Warner e Sony che detengono i diritti delle canzoni e dall’altra con le piattaforme che la diffondono come – ad esempio – Spotify ed Apple Music. Abbiamo creato un database con i testi ma non solo: ci sono traduzioni, dati di sincronizzazione e moltissimi altri metadati. Infine, abbiamo sviluppato una parte di AI per analizzare mood e sentiment delle liriche.

 

 

Per farci cosa?

Oggi le playlist e le opzioni di recomendation sono proposte su base audio: l’algoritmo inquadra una canzone come “happy”se il tempo è veloce. Di solito il sistema non tiene in considerazione il significato delle parole, la poesia che c’è dietro la musica. Noi, invece, lo facciamo. Riusciamo a proporre canzoni in linea con l’umore del momento: per cui se si tratta di sofferenza amorosa, ecco arrivare una canzone che tratta il tema; se si parla di rapporti di amicizia adolescenziali, si scelgono i testi che parlano di litigi fra teenager, e via dicendo. Essere in grado di estrarre questi dati ha un grosso valore per le aziende che devono ingaggiare pubblico, perché significa offrire servizi estremamente graditi agli utenti, playlist personalizzate e via discorrendo.

E pare siate stati bravi a farlo.

A oggi, in tre anni, siamo orgogliosi di avere relazioni con le società di tecnologia più capitalizzate al mondo, Apple, Facebook, Google e Amazon. Ma ci sono ovviamente anche altri clienti, ad esempio Shazam. Siamo diventati leader nel nostro mercato.

Da imprenditore, è entrato anche nel capitale della società?

Si tratta di informazioni confidenziali. C’è parte di equity, comunque. E da qui a un mese entrerò nel board assieme a Massimo, Gianluca e ai soci di venture capital che ci hanno finanziato.

 

 

Nel suo profilo leggo, però, che non ha chiuso del tutto con il tennis. 

Si, è vero. Sono nel board di ATP Media, società che detiene e commercializza i diritti dei tornei Master Thousand 500 e 250: in pratica tutto il tennis tranne il Grande Slam.

Siamo sempre nell’ambito del marketing.

Esattamente. Negli ultimi 15 anni il movimento è cresciuto molto grazie a giocatori come Federer, Nadal, ma fino a poco tempo fa la maggior parte introiti arrivavano dalla distribuzione e vendita dei diritti lineari ai broadcaster come Sky ed ESPN. Oggi la distribuzione digitale consente di raggiungere direttamente i consumatori. ATP ha pensato di cavalcare l’onda e sviluppare Tennis TV, un’app su cui sono disponibili tutti i contenuti in tempo reale. Ma c’è anche un archivio digitalizzato che parte dal 1990 e arriva fino a oggi.

Facile chiedere se c’è anche lei.

C’è semifinale Muster-Gaudenzi del ’95, sì.

Alla fine è tornato al tennis.

Il mio non è un ruolo esecutivo, sono solo 4 board meeting all’anno, ma metto a disposizione la mia esperienza nel mondo del business e della tecnologia, e naturalmente la conoscenza dell’ambiente. E’ anche l’occasione per rivedere vecchi amici e assistere a qualche torneo, come ad esempio gli US Open.

 

 

Il vissuto da atleta l’ha aiutata nel mondo degli affari?

Credo fortemente che un ragazzo che ha fatto sport a livello agonistico, non necessariamente da professionista, abbia una marcia in più. Lo sport educa alla disciplina, al sacrificio e al raggiungimento di obiettivi: qualità utili anche nel mondo del business. Quello che manca è riuscire a dare a questi giovani un’educazione di livello in parallelo alla carriera sportiva. In Italia e Europa siamo indietro da questo punto di vista. Oggi è possibile solo negli Stati Uniti, dove puoi riuscire anche a giocare a tennis ad alto livello anche se frequenti un college; e infatti negli ultimi anni abbiamo avuto nella top ten giocatori usciti dalle università. Provare a fare il salto nel professionismo mentre si studia: se non ci riesci, pazienza, ma almeno entri nel mondo del lavoro con un titolo.

Lei, ad ogni modo, fa parte di quelli che hanno studiato. Cosa ha provato una volta appesa la racchetta al chiodo? Tutto facile?

Ripartire in un altro settore è stato difficile. Avessi continuato nel tennis, avrei avuto un nome, un pedigree, sarei stato qualcuno. E invece a 30 anni ho dovuto prendere il mio zainetto, lo scooter e frequentare un MBA 8 ore al giorno, quando io ne passavo cinque al giorno ad allenarmi all’aria aperta. Insomma, ricominci in un mondo dove non sei nessuno.

E dove magari era visto come “quello che gioca a tennis”.

Esattamente. Ti dicono “Cosa ci fai qui, non farmi perdere tempo”. Purtroppo è la mentalità che c’è in Europa. Negli USA hanno grande rispetto per il passato agonistico; da noi c’è la tendenza ad associare lo sportivo alla mancanza di istruzione. Ma chi ha giocato ha risolto problemi, ha girato il mondo sin da giovane, ha allenato la mente e parla le lingue: sono soft skills che nella nostra mentalità non vengono apprezzate a sufficienza. Del resto è chiaro: se forziamo i ragazzi che vogliono provare una carriera professionistica a lasciare la scuola, diventa difficile integrarsi nel mondo del lavoro a carriera finita. Ed è difficile anche rimettersi a studiare a 30-35 anni perché di tempo ne è passato troppo…

C’è un episodio che ricorda di quei tempi?

Una volta avevo un appuntamento a Roma. Arrivo in aereo, solo per sentirmi dire che la persona che dovevo vedere era impegnata e non poteva ricevermi. “Richiami la mia segretaria” mi ha detto, e ha chiuso la comunicazione. Sono tornato indietro con il primo volo. Non ci ero abituato. Da giocatore, c’era una macchina ad aspettarmi all’arrivo, l’autista che mi portava in un hotel a cinque stelle. Il cambio di passo e di vita è stato duro, per non parlare dell’abitudine a stare otto ore al giorni di fronte a un pc…

Comprensibile. Il suo percorso da sportivo a imprenditore mi fa venire in mente un parallelo con quello che compie chi a 35- 40 anni decide di cambiare carriera. Può succedere che un’azienda entri in crisi e ci si trovi a doversi reinventare, ma anche che si decida di dedicarsi a un’attività più in linea con le proprie aspirazioni. Quanto è difficile cambiare carriera in Italia? 

Molto. L’approccio anglosassone è che se hai provato a fare qualcosa e hai fallito, il tentativo ha un valore in sé. Fai bella figura a raccontrlo in un colloquio. “Come è andata?” “Malissimo abbiamo dovuto chiudere dopo tre anni”. Ma prendersi un rischio è considerato un grosso valore. In Europa, e in Italia in particolare, tendiamo a guardare un po’ più in superficie. Se è andata bene, se hai avuto successo sei ok, altrimenti sei uno “sfigato”. Il fatto è che siamo attaccati concettualmente, e culturalmente, al posto fisso di lavoro.

Ricette per un ventenne di oggi?

Buttarsi, seguire i propri sogni. Fare quello che piace. E poi avere umiltà. Prima di lanciarmi come imprenditore ho tracorso qualche anno in un’azienda per vedere come funziona, imparare. È stata una grande scuola. Se devo pensare a un’altra qualità, direi la capacità di accettare la sconfitta. In questo lo sport aiuta. Da tennista, a parte Federer e Nadal, si perde più o meno tutte le settimane. Nella vita da imprenditore è lo stesso: passi dalle stelle alle stalle, un giorno va bene e quello dopo è un dramma, oggi vendi, domani hai finito i soldi, devi chiedere capitali, i clienti non arrivano. Devi imparare a gestire l’ignoto, a non avere un futuro definito.

Conta la forza mentale, la resilienza di cui si parla spesso in questi anni.

Si, assieme a ottimismo e fiducia in se stessi. Se va male, non è un problema, ci hai provato. In Italia lo vediamo come un dramma, ma la paura che ci paralizza nasce da lì.

Chiudiamo con il tennis. Lei ha battuto Federer e Sampras, come tiene a sottolineare nel curriculum. Qual è stato l’avversario più duro contro cui ha giocato?

Nettamente Agassi. Ma solo quando era in forma. Sampras era capace di mantenere costante il rendimento; Agassi aveva periodi in cui era impossibile giocarci per quanto era bravo, e altri in cui poteva perdere contro chiunque. Io ho avuto lo sfortuna di trovarmelo di fronte 4 volte, e sempre quando era numero uno del ranking. Avevo l’impressione di giocare contro un rullo compressore, lui giocava a ping pong e io dietro che correvo…

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Da Harvard a Palermo, storia degli occhiali che aiutano chi soffre di ictus e dislessia

Questo articolo è stato pubblicato su StartupItalia.

Fare ricerca, fare impresa, farlo al Sud. La storia di Massimilano Oliveri, neuroscienziato specializzato ad Harvard, comincia nella città natale, Palermo. Oliveri ha sviluppato un protocollo riabilitativo in grado di potenziare la plasticità cerebrale del paziente con metodi non invasivi e innovativi. “L’idea nasce dalla ricerca scientifica nell’ambito delle neuroscienze – racconta a StartupItalia – Se indossiamo degli occhiali con lenti prismatiche, cioè lenti che deviano il campo visivo verso destra o verso sinistra, gli oggetti non vengono percepiti nella reale posizione, ma spostati. Noi abbiamo scoperto che questo errore viene rilevato dal cervello, che poi mette in atto dei meccanismi di compensazione: dopo poche prove il soggetto si adatta e non commette più l’errore”.

“Questo processo – continua il medico, che è professore ordinario all’Università di Palermo – porta ad attivare delle specifiche aree cerebrali e a potenziarne la plasticità. Abbiamo, quindi, provato a verificare se ciò  si traduceva in un beneficio per i pazienti con patologie neurologiche, o condizioni meno gravi come le dislessie: se si aveva, cioè, un beneficio cognitivo. E abbiamo riscontrato, ad esempio, miglioramenti dei disturbi spaziali e del linguaggio nei pazienti con ictus, mentre i bambini con dislessia e difficoltà di lettura potevano diventare più veloci a leggere. Ma migliorava anche chi soffre di deficit di attenzione”.

Il risultato si ottiene ruotando le lenti in modo tale da andare a potenziare l’attivazione delle aree del cervello coinvolte nel disturbo. “Gli occhiali restano gli stessi, modifichiamo solo l’inclinazione delle lenti; con il nostro programmatore abbiamo, inoltre, costruito un software di esercizi – quelli che chiamiamo serious games –  da svolgere mentre si indossa il device per ottenere il beneficio clinico”.

 

 

Rivolto a un pubblico professionale

Il prodotto si chiama MindLenses ed è rivolto a un pubblico professionale di psicologi, psichiatri, logopedisti, neurologi ma anche a strutture come ospedali e cliniche. Il trattamento prevede 10 sessioni da 30-40 minuti ciascuna da svolgersi in due settimane sotto la guida di un operatore. Sia la scelta degli esercizi che quella delle lenti avvengono sulla base della tipologia di danno che il cervello ha subito: sarà il medico o lo psicologo a prescrivere.

Restorative Neurotechnologies è nata a dicembre 2018 dopo una lunga fase di ricerca scientifica. E’ una costola di Neuroteam, società spin off dell’Università di Palermo, che ha ricevuto 110 mila euro da SocialFare Seed ed è stata selezionata per un percorso di accelerazione. Cominciato a settembre, il percorso è terminato il 24 gennaio con la presentazione della società agli investitori. I prossimi passi prevedono l’ottenimento la certificazione ministeriale di dispositivo medico di classe 1 e l’ingresso sul mercato. A giugno partirà un nuovo studio clinico su pazienti colpiti da ictus; saranno coinvolti diversi ospedali italiani, e l’obiettivo è ottenere dati spendibili per accedere al mercato estero e cominciare un iter che potrebbe portare alla mutuabilità del trattamento.

La società, si diceva, ha sede a Palermo, con un ufficio operativo a Torino, città di adozione. Che effetto fa fare impresa al Sud, Oliveri? “Le startup hanno rivoluzionato il concetto di impresa, che ormai non è legato al classico capannone, ma sempre più spesso alla conoscenza. Non è solo possibile, ma ormai anche frequente creare un’azienda innovativa qui. Ma se il terreno per la ricerca, la costruzione e l’implementazione si trova anche al Sud, per gli investimenti bisogna essere disposti a cercare in giro per l’Europa”.

 

Sicilia: un’isola in fermento

La Sicilia, prosegue Oliveri, è terra vivace anche dal punto di vista dell’innovazione. “C’è fermento in diversi settori. Chiaramente molte aziende gravitano attorno all’agroalimentare, ma negli ultimi tempi si sta diffondendo anche il biomedicale. Ha cominciato la zona orientale, dove più forte è la tradizione imprenditoriale, ma negli ultimi anni anche la Sicilia occidentale ha ottenuto un track record di tutto rispetto grazie all’incubatore dell’Università di Palermo”.

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Ha contato specializzarsi all’estero per avviarsi sulla strada del trasferimento tecnologico? “L’esperienza statunitense ha influito, certo.  Il trasferimento tecnologico comincia ad essere diffuso anche in Italia, ma siamo lontani da certi livelli. I ricercatori che cercano di entrare sul mercato sono visti – non dico con diffidenza – ma come soggetti un po’strani, quasi facciano un altro lavoro. In realtà si resta studiosi anche quando si fa impresa, perché per sviluppare certi prodotti bisogna continuare a rimanere sul campo. Oltre, naturalmente, a trovare collaboratori in grado di fare business”.

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