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Un ponte tra Hong Kong, Macao e Shenzhen: la nuova Silicon Valley cinese vale 1000 miliardi

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su StartupItalia!

Cinquantacinque chilometri di piloni, asfalto e cemento armato possono cambiare le gerarchie dell’economia mondiale, trasformando un’area altamente industrializzata – ma politicamente disomogenea – nella nuova Silicon Valley. Manca il silicio, ma c’è la tutta la potenza di fuoco della Cina nel progetto che potrebbe vedere la Greater Bay Area trasformarsi nel quarto esportatore del mondo, scalzando il Giappone, con 67 milioni di persone e un’economia del valore complessivo di 1.000 miliardi di euro. Il ponte è già costruito,  taglio del nastro previsto per i prossimi mesi.

 

NUMERI DA CAPOGIRO PER IL PONTE DEI SOGNI –  Che siano infrastrutture fondamentali per l’economia è cosa nota, ed è stato evidenziato anche dopo la tragedia del ponte Morandi a Genova: ma se i territori connessi sono Shenzhen, Macao e Hong Kong, i numeri sono destinati a incidere sulle sorti del capitalismo globale.

Il piano del presidente cinese  Xi Jinping è semplice: cercare di sfruttare al massimo le sinergie fra l’industria cinese, i servizi finanziari di Hong Kong – britannica fino al 1997 – e il flusso di denaro attratto dai casinò di Macao, portoghese fino al 1999.

Entrambe le ex colonie, tornate in anni recenti  sotto la sovranità di Pechino, godono di uno status particolare nell’ambito della Repubblica Popolare.

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 “UN PAESE, DUE SISTEMI: LA SVOLTA DI DENG” – Un po’ di storia consente di comprendere meglio. Le trattative per il ritorno alla Cina, avviate nel 1979, rischiavano di arenarsi di fronte all’apparente rigidità del governo comunista. Hong Kong era amministrata secondo principi capitalisti, e l’obiettivo del Regno Unito era evitare l’azzeramento della tradizione politica e culturale occidentale che si era andata costruendo nel corso di 150 anni di dominio britannico.

La questione si risolse per mano di Deng Xiaoping, il padre delle “quattro modernizzazioni” e della via cinese al socialismo: una visione per certi versi eretica, che non escludeva il mercato, e fu la base dello sviluppo degli anni a venire. Fu Deng a coniare la formula “Un paese, due sistemi” per sigillare l’autonomia di Hong Kong e Macao, dotate di ampi margini pur rimanendo a tutti gli effetti sotto l’ombrello cinese. In pratica, Pechino decideva la politica estera e di difesa, ma ai territori era lasciata una libertà amministrativa che arrivava, addirittura, al mantenimento di una propria valuta. Uno status che le rese ponte tra Oriente e Occidente.

SHENZHEN: DA 30 MILA A 13 MILIONI DI ABITANTI – La rapida industrializzazione, che vide Hong Kong passare dai 600mila abitanti del 1945 agli attuali oltre 7 milioni, fu favorita anche dalla vicinanza della città di Shenzhen, divenuta Zona Economica Speciale sempre per volere di Deng. Il leader ne intuì il potenziale strategico.

Se la crescita demografica di Hong Kong è stata impressionante, quella di Shenzhen è stata, però, addirittura  strabiliante. La città è passata dai 30mila abitanti degli anni Settanta ai circa 13,5 milioni attuali nel corso di soli 30 anni – un primato mondiale – e ospita i quartier generali di giganti della tecnologia  come Tencent e Huawei.

I principi che regolano le Zone Economiche Speciali prevedono tassazione ridotta e policy tese ad attrarre investimenti stranieri. L’esperimento di Deng, senz’altro riuscito, è diventato caso di studio e ha creato le basi per lo  sviluppo successivo: quello che sarà innescato domani dal ponte, e da una “bretella” ferroviaria da 11 miliardi voluta dal governo per collegare Hong Kong alla rete ad alta velocità cinese. Già oggi gli scambi – merci e lavoratori pendolari – sono intensi: le nuove infrastrutture creeranno una conurbazione ancora più interconnessa.

I TIMORI DI HONG KONG PER L’AUTONOMIA – Un fenomeno che, in piccolo, ricalca gli schemi della globalizzazione. Il costo da pagare per scambi più facili è, spesso, un appiattimento della diversità culturale. Potrebbe essere così anche in questo caso.

Gli imprenditori sono ovviamente entusiasti, riporta Bloomberg. Horace Zheng – 38 anni, nome occidentale e cognome orientale – è abituato a operare su entrambi i lati del ponte, a cavallo tra capitalismo e socialismo. Vice presidente di Youibot Robotics, una startup, vuole che la Greater Bay Area “decolli”, riporta il media economico. Anche le compagnie straniere con sede nell’area sono estremamente attratte dalle opportunità commerciali.

Ma nella “società civile” a Hong Kong sono in molti a temere che la città possa essere fagocitata da Shenzhen, e quindi, metaforicamente, da Pechino. Una questione di identità culturale, ma non solo.  “E’ la vecchia tattica comunista di usare la politica economica per imporre controllo politico” dichiara, sempre a Bloomberg, Sonny Lo, professore di scienze politiche all’università cittadina. “Il ponte, la ferrovia – fino ad ora i governi di Pechino e Hong Kong si sono concentrati sull’hardware”  ha aggiunto Alvin Yeung, leader di un partito di opposizione, il Civic Party. “Ma il software che rende Hong Kong unica conta di più – aggiunge – Lo stato di diritto, la libera circolazione dei capitali, che dall’altra parte del ponte mancano”.

Hong Kong gode di una propria Legge Fondamentale (Basic Law), una sorta di Costituzione, modellata sulla base della common law britannica. Nonostante il potere di interpretazione della Carta sia esplicitamente lasciato all’Assemblea Nazionale del Popolo, il testo configura un sistema profondamente diverso da quello socialista. La giustizia è amministrata sulla base del diritto britannico, e le corti possono fare riferimento, come precedenti per orientarsi nella risoluzione delle controversie, alle decisioni di altri ordinamenti di common law. La diversità è stata tollerata dai gerarchi comunisti: ma, evidentemente, solo in ottica transitoria.

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2047, LA FINE DEL SOGNO DI UN’ENCLAVE OCCIDENTALE IN ORIENTE – “Nel lungo periodo saremo tutti morti” ripeteva Keynes. Ma la Cina, paese dalla tradizione millenaria, è abituata a ragionare in una prospettiva che agli occidentali, avvezzi alla democrazia e alle brevi alternanze che porta in dote, risulta incomprensibile. E lo è perfino ai cinesi di Hong Kong, formati in scuole e università di matrice britannica. L’illusione di una enclave occidentale in Oriente, con cui sono cresciuti, e con cui speravano di morire, potrebbe finire presto.

E’ la stessa Legge Fondamentale a rendere chiara la visione di Pechino. “Il sistema socialista e le sue politiche non saranno applicate nella Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong, e il precedente sistema e stile di vita capitalista resterà invariato per 50 anni” recita l’articolo 6 della Carta. Non dice “per almeno 50 anni”:  il termine è già fissato senza possibilità di dubbio, ed è il 2047. Il nuovo ponte  è un monito: ricorda al mondo che, nell’ottica del governo cinese, la transizione della città al socialismo è data per scontata.

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Quando la Sardegna cavalcava l’onda di Internet (e perché può ancora farlo)

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su StartupItalia

 

Una finestra affacciata sul mare, l’odore di sale che entra dai battenti aperti.  La brezza che spira a rinfrescare l’aria, le navi attraccate pronte a partire per chissà dove.

Benvenuti in Sardegna, dove la rivoluzione digitale italiana prese avvio 30 anni fa.  A innescarla, un mix (ripetibile?) di politica lungimirante, imprenditori capaci di rischiare, menti geniali attratte da una cornice da urlo che, probabilmente, ha giocato un ruolo nelle scelta di spostare la propria vita qui. Una storia ben nota nell’ambito dell’innovazione, ma poco conosciuta all’esterno; a volte, persino agli stessi sardi.

Oggi il clima è diverso da quello di un tempo. Sull’isola, le startup innovative sono solo 165 (1,85% del totale nazionale, dati Infocamere, aprile 2018): come in Liguria, meno che in Calabria (190) e poco sopra l’Umbria (153). Regioni, però, che non possono vantare la stessa tradizione.  Quelle che esistono sono di tutto rispetto, come Moneyfarm. Ma è indubbio che, negli anni, qualcosa sia andato perso.

Un tempo il web era una prateria sconfinata e tutta da scoprire; oggi i competitors sono numerosi, agguerriti e dotati di capitali astronomici.  Ma sognare  è lecito. Le competenze sono rimaste sul territorio, i voli low-cost rendono più facile muoversi da e per il continente, e la potenza delle connessioni veloci consente di lavorare e tenere riunioni in remoto senza difficoltà. Abbiamo ricostruito la storia del digitale in Sardegna per ricordare che c’è stato un tempo in cui l’immaginazione era l’unica risorsa. Pane, amore e fantasia. Vediamo come è andata.

 

 

ARRIVANO RUBBIA E GLI SCIENZIATI DEL CERN – Il nostro mentore in questo viaggio che sembra un gioco di incastri, tanto è ricco di rimandi, citazioni e risonanze è di quelli che c’erano. Mario Mariani oggi fa il venture capitalist e ha creato un acceleratore che funziona a pieno regime, The Net Value; ma negli anni Novanta, quando il web era un affare da università, respirava l’aria densa dell’innovazione assieme ai protagonisti dell’epoca.

Lo raggiungiamo al termine di un consiglio di amministrazione. “C’è stato un momento, in quel periodo, in cui alcune delle migliori menti del web mondiale erano di stanza a Cagliari – ricorda, ripercorrendo a ritroso la parabola –  Tutto nacque con la creazione del CRS4, e con la Regione che sigla un accordo con IBM per portare sull’isola un super computer. Di quelli che, allora, si vedevano solo nei film”.

A dirigere il CRS4 viene chiamato il fisico e premio Nobel Carlo Rubbia, che porta con sé un parterre di ricercatori ambiziosi e di talento. “Alcuni di loro stavano lavorando con il padre del web,  Tim Berners Lee – racconta Mariani – Lo dico per dare l’idea del livello delle competenze che si stavano radunando in città”. Stava nascendo Internet come la conosciamo adesso. E la Rete, da lì a pochi anni, avrebbe plasmato il mondo.

IL POTERE DELL’ECOSISTEMA –  La parola chiave è ecosistema. Ciò che è accaduto a Cagliari negli anni ’90, ciò che ha reso il capoluogo di una delle regioni più povere d’Italia l’epicentro del web nel nostro paese ha il volto di due persone estremamente note sull’isola.

Il primo è quello di un politico lungimirante, Antonello Cabras. Fu lui ad avere  l’intuizione di stringere il famoso accordo con IBM.

“Trent’anni fa qui nessuno sapeva cosa fosse l’informatica – prosegue Mariani – E lui, invece, cosa fa? Una joint venture con il colosso americano”. Il super-elaboratore fornito dalla società statunitense viene allacciato a Internet, che ai tempi collegava solo università e centri di ricerca, e utilizzava comandi vicini al linguaggio macchina. Mancava qualunque interfaccia utente, il “lato umano”, insomma, quello con cui abbiamo imparato a familiarizzare e che ha consentito una diffusione capillare della tecnologia.

Tutto nasce dall’intuizione di portare una forte discontinuità a Cagliari: un centro di ricerca di altissimo livello in una terra allora poverissima”. Rubbia fa da catalizzatore, dal Cern e da tutto il mondo in tanti rispondono al richiamo del luminare: e la cavalcata può cominciare.

IL FIUTO PER GLI AFFARI –  Mentre da una parte attorno al CRS4 si raccoglie una comunità di scienziati di talento, a pochi chilometri di distanza qualcosa si muove. Strade differenti che, improvvisamente, si intersecano.

Il secondo protagonista di questa storia è molto conosciuto anche fuori dalla Sardegna. Ha sempre fatto l’editore, e ai tempi è proprietario di Radiolina e Videolina,  rispettivamente la prima radio e televisione locali sarde. Si chiama Nicola, ma ai più è noto come Nichi. Di cognome fa Grauso.

 

Nicola Grauso

All’epoca con l’editoria si poteva guadagnare. Dotato di fiuto, senso del rischio, disposto a mettere sul piatto molto di quello che aveva per seguire l’intuizione del web, Grauso decide di informatizzare la redazione dell’Unione Sarda, il quotidiano di sua proprietà, introducendo la videoscrittura. I giornali, in quegli anni, erano ancora composti “alla vecchia maniera”: Grauso, invece, dota tutti i redattori di pc da tavolo e word processor, e fornisce i grafici di un software per impaginare. Ma, soprattutto, crea una rete locale aziendale – oggi la chiameremmo intranet – per condividere i contenuti all’interno dell’ufficio.

A gestire la transizione tecnologica è chiamato un olandese, arrivato in città per amore di una donna: è Reinier van Kelij, un dottorato in tasca e la voglia di vivere vicino alla sua compagna.

L’UNIONE SARDA: NASCE IL PRIMO GIORNALE ONLINE EUROPEO –  “La città è il luogo in cui si può trovare una cosa mentre se ne cerca un’altra” scriveva il sociologo urbano Ulf Hannerz. Da un accumulo di energie concentrate nello stesso spazio-tempo può nascere un’esplosione. Basta una scintilla, e lo stato di grazia in cui tutto appare possibile si sostanzia in mille progetti.  Concreti. “Stato nascente” lo definisce un altro sociologo, Francesco Alberoni. Il lavoro diventa febbrile, i limiti sembrano inesistenti; arriva un momento in cui l’entusiamo lascia il posto alla realtà, e anche in questo caso sarà così. Ma è in questo modo che nascono le rivoluzioni.

“Van Kleji conosce Pietro Zanarini, uno dei ricercatori che dal Cern di Ginevra era venuto a lavorare in città – e vive ancora qui tra l’altro” prosegue Mariani. “Un po’ per scherzo,  i due si chiedono:  perché non proviamo a realizzare un programma che pubblichi sul web in automatico gli articoli dei giornalisti dell’Unione Sarda?”.  La rete aziendale c’era: il magazine era già online, in un certo senso. Il problema era portarlo fuori dalle mura della redazione.

L’unico giornale che all’epoca aveva un’edizione online era a San Francisco. Siamo tra il ’90 e il ’92. Senza dir nulla all’editore, viene acquistato il dominio http://www.unionesarda.it. I due si mettono al lavoro, e nel giro di qualche tempo mettono a punto il software  – un antenato di quelli che oggi chiameremmo CMS – per condividere il quotidiano non ancora stampato.

Fanno tutto di nascosto, si diceva. “Ma dopo tre mesi la voce si sparge: i nostri connazionali nelle università di tutto il mondo leggevano l’Unione Sarda e si informavano sul web sui fatti italiani. E’ paradossale – ammette  – Vivevano negli Usa, ed erano in grado di conoscere le notizie del Belpaese prima di chi stava qui, perché la prima edizione, fresca di stampa arrivava in edicola solo alle cinque, mentre con il collegamento internet la condivisione era immediata”. Tutto scontato, con gli occhi di oggi; ma, per capire la portata della novità, bisogna tornare a un mondo in cui i cellulari erano nati da poco e fare un’interurbana era un salasso.

GRAUSO, LA FEBBRE COMINCIA A SALIRE – “Grauso, letteralmente, impazzisce per questa novità, e fonda quella che a mio parere è la prima vera startup in Europa” prosegue Mariani. Nasce Video On line (VOL), provider che fornisce accesso alla rete e ha base in Sardegna.

Grauso pensa a un sistema aperto, differente anche da quello di America On Line (AOL), e comincia a vendere l’abbonamento ai propri servizi distribuendo gratis il floppy disk per connettersi assieme ai propri giornali. “La sua genialità? Fu capire che un giorno tutti avrebbero fatto lo stesso”.

“Essendo molto intelligente ” – e anche molto ricco – “Grauso prende a corteggiare le migliori menti del web mondiale, a partire da Nicholas Negroponte. Li aggancia e li porta in Sardegna con il suo jet privato, dove trovano un humus decisamente fertile per portare avanti il proprio lavoro”. E si sa, il talento attira il talento.

Dalla Silicon Valley a Boston, l’imprenditore è instancabile nel suo inseguimento. Sceglie i nomi, li punta, e li convince a collaborare con VOL. Tutte le migliori menti del settore arrivano a Cagliari. “Ad esempio i canadesi, i migliori nell’ambito dei motori di ricerca. Ben prima di Altavista e Google c’era Fulcrum”.

Mariani stesso si innamora del web, e lascia il posto fisso in Regione per lavorare nell’azienda, settore marketing. “Vendevamo i domini  alle piccole e grandi imprese” ricorda. Qualche nome? Agip o  Corriere della Sera, entrambi agli inizi della propria avventura digitale.

Tra le idee geniali che nascono in quel periodo, quella di Luca Manunza: un’interfaccia che consente di leggere l’email senza essere esperti di codice. Era nata la webmail. Peccato che Manunza, in pieno spirito hacker, metta il codice sorgente in Rete a disposizione di tutti. Sei mesi dopo, dall’altra parte del mondo, nasce Hotmail. Ma questa è un’altra storia.

 

UN DISTRETTO WEB IN SARDEGNA –  In poco tempo VOL cresce verticalmente e raggiunge 70mila abbonati: Tin, la divisione creata da Telecom per cavalcare l’onda del web, ne ha solo 2mila, per intenderci, in gran parte dipendenti. “Insomma, Telecom non sapeva fare web” chiosa Mariani con una battuta, ma non troppo: tanto è vero che l’operatore telefonico se ne accorgerà, e comprerà l’azienda da Grauso.

A Cagliari ci sono ormai centinaia di persone che lavorano su internet. A questo punto entra in gioco un terzo personaggio, destinato a incidere profondamente sul destino dell’isola. Ma facciamo  un passo indietro.

Renato Soru viveva in Repubblica Ceca e si occupava di investimenti immobiliari.  Aveva lavorato in finanza, e in quell’ambiente aveva utilizzato i terminali di Bloomberg, imparando a conoscerne le potenzialità.

Di passaggio in città, una sera incontra Grauso, che gli mostra la sua  VOL. Il progetto  gli piace, e, forte delle licenze software di cui l’imprenditore era in possesso e di uno staff già formato, decide di  “esportare” il provider in Repubblica Ceca. Czech on line è un successo clamoroso, che ripaga abbondantemente l’investimento. Due anni dopo Soru realizza la propria exit e coi soldi ricavati fonda Tiscali.

L’Europa mette fine al monopolio di Telecom, Grauso ha appena venduto VOL, le strade si incrociano ancora: molte competenze sono “libere” sul mercato, pronte a raccogliere la nuova sfida lanciata da Soru. Anche quella volta, Mariani c’è. “La  nuova compagnia si chiamava Telefonica della Sardegna e nasceva, letteralmente, con tre persone in una stanza sedute attorno a un tavolo: Renato Soru, me e Paolo Susnik“.  I primi anni sono sfolgoranti: la società apre la porta all’internet gratuito – niente più abbonamento ai provider – e il titolo vola in Borsa, complice anche l’esaltazione che condurrà alla bolla delle dot com. Nel periodo di massimo splendore Tiscali assomma un migliaio di dipendenti, tra cui 250 ingegneri, ed è presente in 15 paesi.

Internet cresce, e Cagliari e il suo circondario assumono sempre più la connotazione di un distretto web. Una concentrazione di competenze eccezionale per un territorio che, di tecnologico, fino a quel momento aveva avuto poco. Ma la ruota era destinata a girare: la parabola, arrivata allo zenit, stava per invertirsi.

IL DECLINO ARRIVA CON L’ADSL –  Il resto è storia abbastanza recente. Nei primi anni duemila qualcosa si inceppa. “Il mercato cambia con il passaggio dalle connessioni dial up all’Adsl, e il web diventa un gioco per grandi” riprende Mariani. “Tiscali fu molto brava a interpretare internet prima dell’Adsl – riflette il venture capitalist  –  non altrettanto dopo. Il modello di business era diventato completamente diverso, molto capital intensive”. Un gioco da giganti, che richiede investimenti da centinaia di milioni di euro. Soldi che in Italia non ci sono.

Tiscali, pur ridimensionata, resta un’azienda dal forte impatto sul territorio. Ma i numeri scendono, la realtà riprende il sopravvento e il baricentro dell’innovazione torna sul continente.

L’impatto di quella stagione epica in cui il centro del web in Italia era nel capoluogo sardo continua, però, a sentirsi. Manca il grande nome, quello che fa titolare i giornali; ma in città, e in Regione, è tutto un fiorire di piccole – e in qualche caso medie – imprese ad alto tasso di tecnologia. Come Moneyfarm, che di recente ha vinto un round da 46 milioni di euro ed, all’inizio, è stata incubata in Net Value, l’acceleratore di Mariani.

“La verità – commenta lui – è che quella stagione è passata, ma le competenze sono rimaste qui. Molti manager e dipendenti che hanno vissuto quegli anni in prima persona hanno gemmato, e messo in piedi le proprie aziende”. Che non sono forse grandi, ma sono molte, e diffuse sul territorio; anche nelle altre province.

La Sardegna, terra tradizionalmente di emigrazione, sta tornando ad essere attrattiva? Presto per dirlo. Ma qualcuno, nonostante il boom sia alle spalle,  comincia a pensarci.

Come Antonella Arca, che, laurea in ingegneria informatica, dopo dieci anni all’estero tra Spagna e Inghilterra ha staccato di nuovo il biglietto per Cagliari per fondarci la propria startup, Make tag. La tecnologia software sviluppata attira l’attenzione di Paola Marinone, founder della più grande Buzzmyvideos: Arca vende, e realizza – a 34 anni – la sua prima exit. Ma, ed è la cosa più importante, comincia a pensare al business in maniera diversa; in maniera, cioè, che possa avere un impatto sul territorio.

 

 

“Volevo contribuire allo sviluppo della mia regione – spiega  –   mettendo in gioco la rete di contatti costruita negli anni, e qualche vecchia conoscenza”. Nasce così il Digital Creativity Summer Camp, organizzato dall’Università di Cagliari della prorettrice Maria Chiara Di Guardo in collaborazione con Arca, Marinone e The Net Value.  L’evento ha portato in città a fine giugno più di 50 professionisti del digital provenienti da tutta Europa. Per quattro giorni i partecipanti hanno seguito corsi di altissimo livello tenuti da docenti come Neil Maiden, della City University di Londra,  e Joshua Kerievsky, fondatore di Industrial Logic. Tutto gratuito. “Con queste iniziative e il Contamination lab vogliamo creare un ponte tra innovazione e imprese – precisa Di Guardo – e attivare un network che alimenti l’ecosistema di Cagliari”. Lo schema per puntare a un Rinascimento? Quello collaudato: portare in città persone di talento, cercando, possibilmente, di trattenerle. Molte cose sono cambiate in questi anni, e non tutte in negativo. La disponibilità di voli a basso costo per tutte le principali capitali europee, ad esempio, e le connessioni ad alta velocità, che consentono di lavorare in remoto.

”E’ il mio modo di restituire qualcosa alla città” riflette  Arca. “La parte commerciale di un’impresa ha bisogno di una sede in città più grandi; ma il software può essere sviluppato ovunque. Molti vanno all’estero, magari in Oriente; e allora perché non in Sardegna, dove l’ecosistema e le competenze ci sono da anni?“.

Mariani conferma. “Qui non è raro ricevere un finanziamento regionale per la propria impresa innovativa. Le startup hanno un palcoscenico globale: in un’epoca come la nostra, l’insularità non è un limite insuperabile. Venire a Cagliari o a Milano, per un cliente di  Londra, è praticamente la stessa cosa. Insomma, avere sede qui può essere un limite per chi lavora con l’Italia; ma per le startup, che per definizione propongono un modello replicabile e scalabile, direi di no”. Col vantaggio che in Sardegna c’è il mare, e la qualità della vita è alta.

La conclusione di questa storia fatta di andate e ritorni di fiamma l’abbiamo chiesta proprio a Grauso. La voce al telefono è calma, cortese. Poche parole, stile laconico. Formidabili quegli anni, Grauso. Cosa conta per ripetere quell’esperienza? “Una cosa sola –  risponde – La visione.”

@apiemontese

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Zuck, 33 anni e sentirsene il doppio

Il volto magro, consunto. Le spalle più larghe di un tempo. Lo sguardo triste, spento, anche quando cerca di sorridere. Mark Zuckerberg, il ceo di Facebook, ha solo 33 anni. Ma è già un uomo vecchio. Pare che la voglia di vivere l’abbia persa per strada. Non che sia mai stato un campione di vitalità; ma il ragazzo statunitense dalla felpa con cappuccio aveva, se non altro, la freschezza dei 20 anni e dell’aver raggiunto il successo quando i coetanei finiscono l’università.

Dieci anni dopo, molta acqua è passata sotto i ponti. Il giovane un po’ naif è diventato un adulto, e ha scoperto che essere il terzo uomo più ricco del mondo  – ha di recente superato Warren Buffet – ha un prezzo salato: una vita sotto pressione, il fucile puntato addosso. E il non potersi fidare di nessuno, forse nemmeno della propria moglie, sposata non senza un corposo accordo prematrimoniale che prevede tutto, anche il “quality time” che la coppia deve passare assieme.

Viene da chiedersi, a guardarlo, se ne valga la pena. E se l’ex studente di Harvard non sia avviato sulla strada che fu di Bill Gates. Prima squalo, poi munifico benefattore, forse per restituire un po’ di quanto ricevuto in sorte. E cercare, dopo tanta fatica, un po’ di serenità.

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5 motivi per cui la neutralità della Rete è una cosa seria

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su StartupItalia!

 

Da lunedì la norma federale sulla net neutrality (la neutralità della rete) in vigore dal 2015 e voluta dall’amministrazione Obama non è più in vigore negli Stati Uniti. L’abrogazione da parte della Federal Communications Commission ha allarmato attivisti e opinione pubblica oltroceano. Con qualche ragione.

Il testo, in sostanza, andava a regolare il mercato che –  questo l’assunto – lasciato a se stesso avrebbe condotto al monopolio di pochi giganti in grado di dettare le condizioni: una sorta di monopolio de facto.

Ma la FCC, guidata dal presidente Ajit Pai, a dicembre ha votato a maggioranza per l’abrogazione. Impedisce l’innovazione, sostiene Pai. Dal suo punto di vista, non aveva senso stabilire un principio universale; è, piuttosto, preferibile intervenire sui singoli casi di fallimento del mercato.

I CINQUE PUNTI ESSENZIALI DELLA NET NEUTRALITY – Cosa cambierà per i cittadini USA? Probabilmente nulla, nell’immediato.

I singoli stati stanno provando a introdurre norme di tutela in 29 di essi, anche se l’iter non è concluso e in pochi casi si è arrivati all’adozione. Col sostegno dei democratici, molti enti locali proveranno a reintrodurre una regolamentazione.  Ma le grandi compagnie probabilmente aspetteranno che l’attenzione dei media cali per agire, e hanno senz’altro gli strumenti per farlo, che si tratti di mezzi economici o di possibilità di lobbying.

Se pensate di non saperne abbastanza, in 5 punti proviamo a riassumere perchè la neutralità della rete è importante. Per le startup, ma anche per voi.

  1. E’ quella che ha garantito lo sviluppo delle applicazioni che ci hanno cambiato la vita. Nonostante molte delle compagnie che si oppongono alla norma siano nate nel contesto di un “web libero” perché mancavano monopolisti (pensiamo ai social media, ma anche blog, strumenti di file sharing etc ), oggi il loro atteggiamento è mutato. Il problema è che le startup, che per dimensioni non sono in grado di competere con le big companies, potrebbero essere tagliate fuori dal mercato. In che modo? Vedi il punto 4.
  2. Nessuna discriminazione di contenuto (no blocking). Net neutrality significa che tutto ciò che è legale può stare in Rete allo stesso costo. Punto. Piaccia o non piaccia, non ci sono differenze. La regola è una, e vale per tutti. Nessuna app o contenuto poteva essere bloccato negli USA, fino a pochi giorni fa, se non da un giudice. E adesso? La musica potrebbe cambiare.
  3. Nessun rallentamento basato sul tipo di contenuto (no throttling). Anche qui parliamo, naturalmente, di contenuti legali. Non può esserci discriminazione basata sulla natura di siti e applicazioni; discriminazioni che, ovviamente, studiate in maniera strategica potrebbero distorcere il mercato e penalizzare la concorrenza. Si potrebbe, ad esempio, privilegiare alcune tipologie di servizi sulla base di fusioni o accordi strategici. Che i piccoli non hanno la forza di negoziare. Un esempio? L’acquisizione di Time Warner (che controlla Hbo e Cnn) da parte di At&t, secondo gestore wireless del paese. Un giudice federale è stato chiamato a decidere, dando via libera martedì.  Adesso, At&t potrebbe decidere di penalizzare i concorrenti in coda sulle affollate autostrade del web, sgomberando le corsie per sé.  Non solo: la sentenza potrebbe aprire la strada a operazioni simili tra colossi.
  4. Nessuna corsia preferenziale a pagamento (paid prioritization). E’ quello che temono molte startup. Vuoi andare veloce? Paga. In un settore, come l’e-commerce, dove un rallentamento di pochi secondi mina in maniera irrecuperabile l’usabilità, la velocità potrebbe diventare patrimonio esclusivo dei più grandi. I nomi? Provate a immaginarli.
  5. No ai pacchetti più costosi per usare certi programmi. Abolita la norma, una strategia di marketing potrebbe diventare quella di far pagare di più pacchetti che comprendono l’uso di certe applicazioni. Un po’ come avviene con la tv via cavo, avverte il New York Times. Vuoi usare Facebook e Twitter? Devi pagare per un’offerta speciale. Sembra fantascienza, ma meglio fermarsi a riflettere.ì

Infine una buona notizia: in Europa le cose stanno diversamente. Il quadro normativo tracciato dall’articolo 3 del Regolamento 2015/120 ci mette al riparo. Molte legislazioni nazionali hanno introdotto (o stanno introducendo) leggi anche più severe a tutela della neutralità della Rete. Può bastare a dormire sonni tranquilli? Per il momento, diremmo di si. Ma mai abbassare la guardia.

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Toni Servillo nei panni di Berlusconi
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Loro 1/2: l’Italia di Berlusconi ritratta da Sorrentino

Scenografico, avvolgente. Malinconico. E’ il Sorrentino di Loro, ultima opera del cineasta italiano premio Oscar nel 2014 con La Grande Bellezza. E senza quel film, come senza Il Divo, non avrebbe potuto nascere questo lavoro, che affresca la corte berlusconiana di stanza a Roma negli anni attorno al 2008.

Sembra passato un secolo, ma si tratta solo di un decennio. Mascherati –  ma non troppo – sfilano Tarantini, la D’Addario, Sabina Began (l’Ape Regina), Nicole Minetti, Noemi Letizia, Sandro Bondi, Daniela Santanché, nomi entrati nell’immaginario collettivo a colpi di intercettazioni pubblicate e scoop giornalistici.

Non ci sono rivelazioni, tutto ciò che si vede è ampiamente noto. E’ un punto di vista, quello di Sorrentino, che non tralascia la grandezza dell’uomo Berlusconi, la sua genialità, pur evidenziandone i limiti.

Il primo episodio è francamente piuttosto lento e noioso, un’introduzione  per larghi tratti ripetitiva. Sesso, droga, e le miserie umane dei governanti, una sfilata di corpi che si trascina senza sorprese. La seconda parte è, invece, il cuore dell’opera, decisamente più valida e con un approfondimento psicologico degno di nota.

Girato magistralmente dal punto di vista tecnico, la fotografia di Bigazzi conferisce ai paesaggi della Sardegna una intensità nuova mentre la colonna sonora, come sempre, è all’altezza. Toni Servillo si è calato nel personaggio del tycoon milanese fino a imitarne la postura, i gesti, le manie, insomma, ha fatto quello che ci si aspettava da un interprete del suo spessore.

Discorso a parte merita, invece, la sceneggiatura. Non si tratta di un film politico, di un’invettiva. E’, piuttosto, un’opera dal sapore storico, quasi una biografia. Come spesso capita in Sorrentino, la trama è liquida, diffusa, e l’insieme conta più della somma delle parti.

Pur evidenziandone i limiti, si diceva,  il regista non tralascia la genialità dell’uomo Berlusconi, il suo talento. La sua solitudine. L’ex premier appare un uomo stanco, circondato da una pletora di yesmen pronti a tradirlo, incapace di trovare un interlocutore con cui confrontarsi, tranne – forse – gli amici Confalonieri e Doris.

Veronica Lario è ben interpretata da Elena Sofia Ricci. Il rapporto di coppia tra i due è descritto con la delicatezza che si deve a un amore che, probabilmente, è stato tale agli inizi, e poi si è perso nella vita frenetica del capitano d’azienda, del presidente di calcio, del leader politico. Veronica, la donna legata a un uomo di cui conosce e accetta le debolezze, perennemente scontenta eppure incapace di staccarsi, rassegnata, e forse anche irretita da una vita fatta di case vacanza e viaggi in Cambogia. Fino a Noemi.  Silvio, incapace di uscire dalla torre d’avorio di un narcisismo che lo condanna all’isolamento, un analfabeta dei sentimenti. Sembra quasi di conoscerli, i due ormai quasi ex coniugi, mentre in cucina scrivono l’epitaffio del loro rapporto. L’interpretazione di Servillo e Ricci dà sostanza a ciò che tante volte si è letto sui giornali, e riesce a caricarsi dei sentimenti ambivalenti che segnano il decorso di ogni storia.

Bravo Riccardo Scamarcio nel ruolo di Tarantini, brava la Smutniak nel ruolo di Sabina Began. Un altro film  di Sorrentino da guardare a notte fonda, in silenzio. Non adatto alla televisione.

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Un anno alla Brexit
brexit, esteri, politica

Brexit a metà strada: il rischio per Londra è restare sola

 

Questto articolo è stato pubblicato originariamente su Londra, Italia

Un anno dall’avvio delle trattative, quasi due dal referendum. E dodici mesi esatti all’addio ufficiale fissato per il 29 marzo 2019. La Brexit, l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione non è ancora avvenuta. Parliamo, allo stato dei fatti, di una eventualità probabile ma non ancora certa. Ma le ricorrenze  simboliche offrono lo spunto per  qualche valutazione.

E’ stato un errore votare Leave e orchestrare una campagna per allargare la Manica? Nigel Farage e Boris Johnson risponderebbero che no, non lo è stato.  Ma tipi come Farage e Johnson sono pronti a negare l’evidenza. E, mancando la controprova, trovano sempre qualcuno disposto a dar loro credito.

I numeri, pur non essendo catastrofici, non depongono a favore dell’esito elettorale: l’economia tiene, ma su una curva più bassa rispetto al passato. La sterlina non è risalita, e le aziende straniere continuano a portare via da Londra i propri uffici, giocando d’anticipo. I fondi europei che verranno a mancare aiutavano proprio le campagne, i territori che si sono dimostrati più ostili a Bruxelles.  Nessuno ha spiegato quale sia il piano adesso, ammesso che esista.

La verità è che nessuno si aspettava la Brexit (52% degli elettori a favore in occasione del referendum del 23 giugno 2016): la vittoria del Leave ha sorpreso persino gli stessi promotori.

Non  se la aspettava David Cameron, che concesse il referendum – pensando di vincerlo – per mantenere un’avventata promessa elettorale. Con le stelle all’alba, tramontò la sua carriera politica.

Non se lo aspettava Nigel Farage, che pensò bene di fare un passo indietro all’indomani del successo: perché un conto è desiderare l’impensabile, e un conto è ottenerlo.

Non se lo aspettava nemmeno Theresa May, che, da sostenitrice del Remain, si trovò a gestire la transizione ripetendo il mantra “Brexit means Brexit“.

Non se lo aspettava nessuno, e invece è accaduto. Come è stato possibile?

La causa sta nel grave errore politico di Cameron, che concesse la consultazione. L’ex premier mostrò qui tutta la propria inesperienza. L’uso disinvolto dei media –  vi dice niente Cambridge Analytica?  – , le fake news e le campagne di stampa orchetrate da politici senza scrupoli e più interessati al proprio tornaconto che all’interesse nazionale fecero il resto.

Si parla di  rispettare la volontà del popolo: ma le questioni di geopolitica sono, da sempre, gestite dai governi, al limite dai sovrani, e mai dal demos; quando si ricorre ai plebisciti, agganciandoli al diritto all’autodeterminazione dei popoli, lo si fa per conflitti di matrice etnica, religiosa, e sempre con maggioranze di ben altra portata. Nel caso della Gran Bretagna, che,  pearaltro, in seno all’UE ha sempre goduto di amplissima autonomia, è stato il 2% dei voti a risultare determinante.

Ma il caso della spia russa avvelenata sul suolo britannico – con ogni probabilità su mandato del Cremlino – ha mostrato a Londra cosa significa rischiare di restare isolati.

In un contesto europeo, la solidarietà ai britannici sarebbe stata scontata e doverosa. Oggi non lo è più. E’ una questione di buoni o cattivi rapporti; insomma, di interesse. E’ arrivata, certo, ma grazie al lavoro sottotraccia dei funzionari; e chi la ha mostrata, lo ha fatto in primis per indebolire il leader russo Putin, tornato prepotentemente sullo scenario globale.

Sessantacinque milioni di abitanti, poche risorse naturali, un’economia basata essenzialmente su servizi. Il Regno Unito è esposto al vento. Poco interessante per l’America, poco interessante per l’Europa.  Per dirla con gli economisti, ciò che prima era gratis, oggi ha un prezzo, e vedremo quale.

A Brexit avvenuta, Londra dovrà reinventarsi un ruolo e uno status che, una volta fuori dall’UE, non avrà più. Potrebbe volerci molto tempo. Potrebbe anche non accadere mai.

La politica internazionale in un mondo multipolare funziona ancora – piaccia o meno – come ai tempi del Congresso di Vienna. Un gioco di diplomazie. E non si decide mai esclusivamente in base ai dati economici; si agisce, piuttosto, guardando agli interessi di potenza, che a volte impongono di rinunciare a benefici immediati per ottenere sicurezza a lungo termine. Spiegare questo ai cittadini infiammati dalla propaganda pro-Brexit era obiettivamente impossibile. Ecco perché quella di farli votare è stata la scelta sbagliata.

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economia

Cashless society: il contante in Italia continua ad aumentare

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su StartupItalia!

Mentre la Svezia punta a diventare un paese completamente cashless entro il 2023, in Italia il contante in circolazione continua ad aumentare. A rilevarlo è  The European House Ambrosetti, che in un’anticipazione del rapporto 2018 sugli strumenti di pagamento digitale fornisce le cifre del fenomeno.

 

 

 

 

 

I dati mostrano un’Italia parecchio indietro rispetto ai  paesi sulla stessa curva socio-economica. Dai 127, 9 mld di contante in circolazione del 2008 si è passati ai 197,7 del 2017, con un aumento del 3,8% nel 2017. Una percentuale pari all’11,6% del Pil (superiore al 10,1% di media nell’Eurozona). Molto distante dall’Ungheria, worst performer con il 19,2%, ma altrettanto dalla Svezia, che guida la classifica con l’1,5%.

 

 

 

 

 

 

L’Italia è anche il paese dell’Unione Europea dove il valore dei prelievi da Atm è aumentato maggiormente nel periodo 2008-2016, con un +8,9%.  Esplodono, invece, i pagamenti mobile, che arrivano al 3,9% del totale ma incidono pochissimo – solo lo 0,05% – sul totale delle transazioni.

 

 

 

Si spende, però, spende di più rispetto al passato utilizzando la tecnologia: è aumentato il valore totale dei pagamenti con strumenti cashless, per un valore di 177, 8 miliardi di euro, un incremento medio, sempre a partire dal 2008, del 5,4% l’anno.

 

 

 

 

 

 

Ma nel Belpaese le carte di pagamento continuano a essere usate poco: lo dimostra il basso numero di transazioni pro-capite, 43,1 all’anno contro le quasi oltre 300 della Danimarca e Svezia, le quasi 300 del Regno Unito e le quasi 200 della Francia. Media Ue a 116,6, peggio di noi solo Grecia, Romania e Bulgaria. “Non è un problema di infrastrutture, abbiamo anche diverse eccellenze nel settore. Il problema, non neghiamolo, sta nel retail ed è spesso legato al sommerso”, spiega Lorenzo Tavazzi, direttore Area Scenari di The European House – Ambrosetti (leggi l’intervista completa in coda).

 

Idee per migliorare? Tutti i paesi che crescono di più hanno una visione sulla cashless society, notano da Ambrosetti. Non c’è da stupirsi, a questo punto, che l’Italia sia una delle 35 economie più dipendenti dal contante.

 


Lorenzo Tavazzi (TEH-A): “Il contante ci costa 10 miliardi all’anno”

“Non è un problema tecnologico, le infrastrutture ci sono” spiega il direttore Area Scenari di The European House – Ambrosetti. Che punta il dito contro retail e scarsa consapevolezza.

Lorenzo Tavazzi, lei ha coordinato il gruppo di lavoro che ha stilato il rapporto sull’uso degli strumenti di pagamento elettronico 2018 di European House Ambrosetti. Pare che in Italia non piacciano.

Non è che non piacciano. I dati dimostrano che vengono utilizzati, e con buoni tassi di crescita. Anche il mobile cresce, a dire il vero; ma ci sono molti  casi in cui il contante è prioritario e che ci fanno restare indietro rispetto ai competitor.

E’ un problema di infrastrutture? 

Non è un problema tecnologico, le infrastrutture in questo caso ci sono, e abbiamo anche diverse eccellenze nel settore; nonostante questo, il nostro è un paese ancora sostanzialmente cash based.

Per quale motivo, allora, si ricorre così spesso al contante?

Ci sono aspetti differenti, a partire da quelli culturali e legati alle abitudini del quotidiano. In Italia a nessuno viene in mente di pagare un caffè o il taxi con la carta di credito; all’estero è il contrario. Le faccio un esempio: pochi giorni fa sono stato in Svezia per una settimana senza usare denaro contante nemmeno una volta. Dappertutto è possibile pagare con strumenti elettronici. Un paese come il nostro, che vuole attrarre turisti, non può sottovalutare questo gap. I cinesi sono estremamente abituati a pagare con metodi alternativi: ma quando arrivano da noi, sin dal momento in cui prendono il carrello in aeroporto, devono preoccuparsi di trovare un euro in moneta…

Non nascondiamolo, spesso chi paga un caffè senza contanti è guardato male…

Il problema è nel retail, inutile negarlo, ed è spesso legato al sommerso. Pagare in contanti rende il pagamento non tracciabile.

Spesso i commercianti lamentano il costo delle commissioni.

Le società che si occupano di pagamento elettronico forniscono un servizio che va retribuito. Un costo deve esserci, chiaramente modulato nell’ambito di un quadro di regolamentazione. Ma la Commissione Europea ha svolto un’azione molto puntuale al riguardo. Manca, forse, un’azione di comunicazione efficace: non si colgono i costi nascosti del pagamento con carta, perché non sono immediatamente visibili.

A cosa si riferisce?

La moneta cartacea ha costi alti, stimati in circa 10 miliardi di euro all’anno solo nel nostro paese: parliamo di stampa, gestione, ciclo di vita della banconota, che necessariamente è breve. Prenda la cartamoneta, gli euro che circolano: è tendenzialmente nuova, perché ogni banconota è una piccola opera d’arte e di ingegno, continuamente migliorata per la necessità di evitare contraffazioni. Per non parlare dell’usura, e del costo, questa volta sociale, delle rapine. Ma trattandosi, come dicevo, di costi sistemici, non sono avvertiti dal cittadino o dal commerciante, che si accorge, invece, del ricarico dovuto alla commissione bancaria. Non dico che questi costi non possano essere ulteriormente ridotti: dico che non è un argomento in grado di smontare il ragionamento complessivo.

Il cahless, dal suo punto di vista, ha solo vantaggi. Lei crede davvero in una società completamente priva di contante?

No, ma credo sia necessario trovare un certo equilibrio rispetto al contesto moderno in cui viviamo, e superare la negligenza che evidentemente c’è da noi, soprattutto in alcuni settori. Non parlo di sparizione del contante, ma di un bilanciamento che tenga conto del fatto che siamo inseriti in un ecosistema, anche internazionale, molto avanzato. Diminuendo l’uso di contante si ottiene una riduzione dei costi sistemici e una modernizzazione generale del paese. Digitalizziamo processi burocratici anche importanti, lasciando, però, il collo di bottiglia dei pagamenti: pensiamo alle marche da bollo, che fino a poco tempo fa si potevano acquistare solo dal tabaccaio. Potrei citare anche degli studi che mostrano come gli strumenti elettronici incentivino il ciclo dei consumi, ma per amor di verità, al di là della mia opinione personale, ammetto che l’argomento è dibattuto. Quello sui costi, però, è un ragionamento oggettivo.

Idee operative?

Diverse iniziative sono state già prese da un punto di vista squisitamente normativo, e altre ne verranno. Ma è chiaro che serve una strategia chiara e coerente; alcuni paesi, come la Svezia, ce l’hanno e stanno preparandosi a diventare una cashless society. Per arrivarci, però, serve un obiettivo condiviso da tutti gli attori istituzionali, cui far seguire azioni adeguate.  Non è avvenuto, ad esempio, quando il limite per i pagamenti cash è stato portato a 3mila euro. In futuro le idee dovranno essere più chiare.

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