milano, politica

Cherchez l’ami

Non c’è da esultare molto se vinci con il 60 % dei voti, ma alle urne si è recato meno del 50% degli aventi diritto, dato più basso di sempre a Milano. La sinistra ha tradizionalmente più potere di mobilitazione; il resto dei meneghini ha deciso che non valeva la pena perdere un quarto d’ora di vita per scegliere chi sostenere tra l’offerta politica di questo 2021.

E come dar loro torto. Con un avversario all’altezza sarebbe stato ballottaggio sicuro. Ma uno come Albertini, di prendere ordini da Salvini non ne ha voluto sapere. E infatti ha salutato, simpaticamente addossando la responsabilità alla consorte.

Con Sala vince l’idea di città internazionale ma poco attenta alla spina dorsale di lavoratori, quella delle settimane della moda ma anche del vino, del coniglio, del design, dello spritz (scegliete un sostantivo e cercatelo nel calendario: probabile che lo troviate). La città che non si ferma, quella degli Ambrogini alla Premiata multinazionale del marketing Ferragni / Fedez e dei progetti di riqualificazione tutti diversi eppure tutti uguali perché senz’anima (dov’è il rispetto delle identità dei quartieri, se fai sempre la stessa cosa da Loreto a porta Romana?).

Quella che spinge fuori i poveri per attirare manager e fondi di investimento. Quella che accontenta i proprietari immobiliari, felici degli aumenti folli dei valori perché guadagnano senza muovere un dito (si chiama rendita).

A Roma, dice il resoconto di un convegno recente, i palazzinari già esultano per la candidatura all’Expo 2030: il valore degli immobili è dato in salita, e si sono messi a fare i conti nei giorni scorsi, guarda caso poco prima delle elezioni.

Milano, naturalmente, da prima della classe le sue Olimpiadi le ha già. Quelle invernali. Peccato che nessuna città al mondo li voglia, i giochi, perché durano due settimane, costano miliardi, e di solito lasciano cattedrali nel deserto, come ben sappiamo qui in Italia. Non solo. A Milano la neve non c’è. Se il profeta non va dalla montagna, sarà la montagna a venire al Duomo, devo aver pensato a Palazzo Marino. Oppure è il solito marketing.

Insomma, chi, come chi scrive, ha il cuore che batte a sinistra (e conosce il mondo reale, non quello delle ztl) stappa una bottiglia per la fine dell’ondata sovranista. Ma tiene gli occhi aperti. Cherchez la femme, dicono i romanzi polizieschi. Qui bisogna cercare i finanziatori. “Non ho chiesto e non ho ricevuto – ha detto Sala – diciamo che godo di tanta stima e quindi ho amici e conoscenti che in trasparenza aiutano nella campagna, però l’ho fatto volontariamente, perché credo che l’indipendenza passi anche attraverso quello. Io non chiedo soldi ai partiti”. Da oggi, io direi cherchez l’ami.

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expo, milano, politica

Perché non ho votato Sala

Quando lo incrocio dal vivo a qualche evento, Beppe Sala non riesce proprio a non essermi simpatico. L’ho visto in azione a Expo, quando ha salvato praticamente da solo una manifestazione che sembrava condannata al fallimento tra ritardi, appalti truccati, infiltrazioni mafiose. È arrivato agli sgoccioli, e ha fatto quello che era necessario per condurre in porto l’esperienza: senza fare domande, e anche mettendo firme dove sarebbe stato meglio controllare. Ma un grande manager si riconosce da questo: finisce il lavoro per cui è stato assunto. Altrimenti non lo accetta.

Non solo. Ricordo bene la sensazione del primo giorno. Cielo plumbeo, viali semidedeserti, la cerimonia inaugurale con le sue scontate passerelle politiche che sembrava l’anticamera di un disastro annunciato e, finalmente, giunto a compimento.

Come è andata, invece, lo sappiamo. Expo è stato un successo. Dopo il primo mese di rodaggio, la gente ha cominciato ad arrivare. A luglio era tanta, a settembre per i viali non si camminava, a fine ottobre era impossibile vedere più di tre padiglioni in una giornata. Escluso, ovviamente, quello del Giappone, che da solo richiedeva otto ore di coda. Per saltare le file qualcuno arrivò a presentarsi con un passeggino riempito da un bambolotto.

Cosa era accaduto? Fu messa in piedi una campagna di marketing poderosa. Tra accordi con supermercati che fornivano biglietti scontati e un lavoro incessante di creazione del buzz, il passaparola, su social media e blog, la voce si sparse in fretta. Si crearono tormentoni come il già ricordato Giappone che divennero virali.

L’incremento di pubblico fu esponenziale. La macchina comunicativa aveva fatto il suo dovere. I conti erano salvi (più o meno, ma non era colpa di Sala). La manifestazione, però, però divenne invivibile. La situazione era sfuggita di mano. Tra i padiglioni, letteralmente, non si respirava per la calca. Scesero in campo le associazioni dei consumatori: perché vendere così tanti biglietti se uno poi non può vedere nulla? Avevano ragione.

Erano gli anni del renzismo, e il capo fu generoso nel ricompensare il manager , appoggiando la candidatura di Sala a sindaco di Milano. Sembrava l’uomo giusto per proseguire il discorso di una città internazionale, aperta e rampante. Fino al Covid, il capoluogo lombardo era una città da copertina, l’unico posto in Italia dove la crisi del 2008 2011 era davvero passata. Tutti volevano Milano.

Poi arrivò la pandemia. E si vide che durante la crisi, in città non erano restati i manager internazionali o gli expat strapagati che tornavano attirati unicamente dal regime fiscale favorevole. C’erano i panettieri, i baristi coi locali chiusi, gli operai, i cassieri, gli impiegati delle poste da 1200 euro al mese. Quelli che hanno fatto funzionare Milano anche quando avrebbe potuto, e in parte lo è stata, trasformarsi in un deserto.

Arrivo al punto. Qualcuno dice che c’è una scelta: o la città internazionale, “attrattiva”, o la città disegnata per chi ci vive. Terza possibilità, questa la tesi, non è data. Con Sala, Milano ha scelto la prima. E dimenticato la seconda. Affitti alle stelle, un centro senza vita, periferie dimenticate da cui il Duomo dista ben più dei sette chilometri indicati sulla mappa. Se ne accorse persino l’Economist, non certo un giornale di sinistra, con un articolo a gennaio 2020.

La speculazione edilizia ha innescato una spirale difficile da contenere. La gentrification fa sì che anche alcune periferie stiano diventando patrimonio dei ricchi mente i poveri sono confinati nei soliti quartieri (Barona, Corvetto, Quarto Oggiaro, Bovisa). La politica ambientalista del “tutto subito” (ah! ancora il marketing) ha costretto tanti a cambiare auto senza alternative valide a livello di trasporto pubblico . I negozi di quartiere stanno chiudendo uno a uno, sostituiti da catene. Gli scali ferroviari, progetto bandiera di riqualificazione , sono stati disegnati come usa adesso: tutti uguali, nonostante gli architetti siano diversi. Il solito modello internazionale buono per tutte le stagioni, a base di vetro, acciaio e boschi verticali. Persino i tram cambieranno, in peggio. Aggiungete l’Ambrogino d’oro alla Ferragni e il cocktail è pronto.

Sala ha fatto il politico come faceva il manager. Non è colpa sua, è il suo DNA. Il marketing davanti a tutto per attirare gli investitori, il resto arriverà. A Expo esagerò. A Milano è accaduto lo stesso. Lo slogan che ha sintetizzato la visione è quel “Milano non si ferma” ripetuto in piena pandemia che mostra quanto la percezione del sindaco fosse slegata dalla realtà. Fuori i bar cinesi erano chiusi e la città aveva paura: ma guai a mostrare la verità. Par condicio : anche l’aperitivo di Zingaretti è stato una cagata mostruosa, per dirla alla Fantozzi.

Sala continuerà a essermi simpatico dal vivo; meno, quando lo vedo sui manifesti in cui si alterna tra Obama e i vecchietti del circolino. Con ogni probabilità vincerà senza problemi. Più per incapacità del centrodestra di trovare candidati, per gli scandali da fan page, per il fatto che le carte ormai (purtroppo) le dà Salvini che per meriti propri. Ma io non l’ho votato. Milano ha bisogno di altro, e di pensare ai suoi cittadini prima che agli investitori e alle copertine. A quelli che ci vivono davvero, non ai bocconiani pronti a lasciarla in cerca del regime fiscale migliore, fosse anche in capo al mondo. Insomma, consideriamo le alternative. Leggiamo le interviste. Valutiamo i programmi. Ci sono ottimi candidati anche a sinistra che non hanno foto con ex presidenti ma hanno molto da dire da dare. Diamo loro una chance, anche solo di far sentire la propria voce. E buon voto a tutti.

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il filosofo coreano Byung-Chul Han
cultura

La società senza dolore

“Proprio nella società palliativa avversa al dolore si moltiplicano i dolori silenti, confinati ai margini, che persistono nella loro assenza di senso, di linguaggio e d’immagini. Alla base del dolore vi sono svariate forme di violenza. Le repressioni, ad esempio, rappresentano una violenza della negatività. Ma la violenza non emana solo dagli altri. La violenza è anche un eccesso di positività che si esprime in forma di sovraprestazione , sovracomunicazione, sovrastimolazione. La violenza della positività conduce a dolori opprimenti. Sono infatti algogiche quelle tensioni soprattutto psichiche che caratterizzano la società della prestazione neoliberista. Esse recano tratti auto-aggressivi. Il soggetto di prestazione si infligge violenza da solo. Si sfrutta volontariamente fino a crollare. Il servo prende la frusta dalle mani del signore e si frusta per diventare signore, sì, per essere libero. Il soggetto di prestazione fa guerra a sé stesso. Le pressioni interiori emerse in questo modo lo spingono alla depressione. Provocano anche dolori cronici. [..]L’eziologia dei dolori cronici ha molte facce. Le fratture, gli stravolgimenti e le contrazioni nel tessuto sociale provocano o rafforzano i dolori cronici. Non ultima, è l’assenza di senso nella società attuale a rendere insopportabili i dolori cronici. Essi rispecchiano la nostra società svuotata di senso, il nostro tempo senza narrazione in cui la vita è diventata nuda sopravvivenza. Qui gli analgesici o le indagini interiori possono fare ben poco. Ci rendono solo ciechi dinanzi alle cause socioculturali del dolore ”. (Byung-Chul Han, La società senza dolore, Einaudi, 2021).

Il saggio di Byung-Chul Han analizza come il dolore sia scomparso dalla società contemporanea. Ma senza dolore non c’è rottura, non c’è crescita; c’è, piuttosto, un continuo ritorno dell’Uguale. In cambio, siamo tormentati da miriadi di acciacchi spesso cronici di cui non riusciamo a liberarci e di cui non intravediamo il senso. Analizzarsi serve a poco, anche adattarsi, alla lunga, può non pagare; l’unica soluzione, se non per annullare, per rendere sopportabile il dolore, è quello di dargli un senso. E di coglierne le cause socioculturali inscritte nel dna di una società della prestazione che ci porta a compiacerci nell’autoinfliggerci umiliazioni.

Mi chiedo spesso il perché di questa tendenza a godere nell’essere giudicati, umiliati, senza un accenno di ribellione. In nome di cosa, di quale fine ulteriore. Perché, dopo anni passati sui banchi di scuola, non sempre con voglia, si desideri trascorrere la serata guardando alla televisione dilettanti che si sfidano nel canto, cuochi della domenica che competono ai fornelli, persino – pare sia successo su RaiTre – scrittori che duellano a colpi di aggettivi. Una forma di sublimazione? Rivedersi, dietro al filtro dello schermo, nel cuoco umiliato dal grande chef o nella coetanea trasandata “rimessa a posto” dal sedicente esperto di stile (che finisce per conciare tutti nello stesso modo) aiuta ad allontanare l’ossessione della prestazione, come se non ci riguardasse? E invece ci riguarda, quando abbassiamo la testa di fronte all’ennesimo sopruso, sperando che prima o poi il nostro valore venga riconosciuto. Ci riguarda, quando facciamo i conti con acciacchi perenni che potrebbero addolcirsi se avessimo imparato a mandare al diavolo il despota di turno… Ci riguarda quando perdiamo la parte migliore della vita che, trascorsa così, di riduce a mera sopravvivenza. (Riflessioni al rientro da un viaggio, seduto in piscina di fianco a un paio di quarantenni-manager che parlano di fatturati, ordini e altre stronzate mentre dovrebbero starsene zitti a prendere il sole).

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politica

Perché la vergogna di Genova non è la morte di Giuliani

Se a vent’anni avessi corso contro una camionetta dei carabinieri assediata dalla folla, incappucciato e brandendo un estintore, dico, se fossi stato io a correre con quell’arnese contro una jeep finita in un cul de sac e un coetaneo impaurito mi avesse sparato per difendersi, allora mia madre, mio padre e i miei amici avrebbero dovuto darmi del pirla, non chiamarmi eroe. Quella del G8 era una piazza bella, con rivendicazioni giuste, che vent’anni dopo sono state fatte proprie dalle destra, mentre la sinistra non disdegna di strizzare l’occhio alle multinazionali. Gente come Giuliani l’ha rovinata.

Era un ragazzo, certo, ma, spiace dirlo, è stato vittima di sé stesso, non di Placanica. La vergogna del G8 non è stata la sua morte, in conseguenza di una escalation violenta che che lui per primo ha contribuito a innescare; sono stati i black bloc, che hanno messo a ferro e fuoco la città, e il blitz alla Diaz, con le coperture politiche che hanno impedito a lungo di fare giustizia. Il resto è retorica buona per raccattare qualche applauso, o qualche voto. (Qui c’è un’intervista recente a Mario Placanica, “Sparai al G8 a Carlo Giuliani, da 20 anni vivo una prigione infinita).

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politica

Chi rappresenta il PD?

(Questo post è stato pubblicato su Facebook il 5 marzo 2021)

Zingaretti si è dimesso, e a me, pensando alla successione, viene da chiedere: che cos’è la sinistra oggi? È quella degli statali, degli insegnanti, dei dipendenti pubblici? Forse. È quella dei boschi verticali e delle ztl? Può darsi. Oppure è quella delle fabbriche e delle periferie? Non più, dato che nei sobborghi trionfa la Lega. Sicuramente, non è quella delle partite Iva, dei precari. Il partito è pieno di correnti, ma, interagendo qui su Facebook con chi ha la bontà di commentare i miei post, mi rendo conto che la politica capitolina è solo lo specchio della realtà. Che è polverizzata.

A nessuno piace rinunciare al vessillo con cui si è cresciuti, alle bandiere, ad alcuni temi cari – dall’antifascismo ai diritti civili. Ma sull’economia – quella che per molti è la misura della serenità, e che spesso ci fa votare per questo o quello – noi di sinistra la pensiamo tutti in maniera profondamente diversa. Tutelare i privilegi è di destra o di sinistra? E quali sono, questi privilegi, nel duemilaventuno? Avere un lavoro fisso lo è? Le malattie pagate sono un benefit? Una pensione? E ancora: la meritocrazia è di destra o di sinistra? E fare impresa? E aprirsi un’attività autonoma quando non c’è lavoro?

Lo capisco, che a Roma ci sia confusione. Ce n’è anche nella testa di di noi semplici cittadini che crediamo ancora di appartenere a quella famiglia politica, nel momento in cui ci guardiamo attorno e, invece, ci riconosciamo in concetti che, fino a poco tempo fa, pensavamo appartenere ad altri. Non invidio chi verrà dopo Zingaretti. La digestione delle categorie del Novecento è ancora lunga.

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economia, politica

Porte girevoli

Se riuscite a recuperarlo, leggete questo articolo di Stefano Feltri su Domani. Il tema sono le carriere che troppo facilmente dalla politica proseguono verso il settore privato. L’ultima caso è quello di Marco Minniti, ex ministro dell’Interno e sottosegretario con delega ai Servizi Segreti, fino a due giorni fa parlamentare . Minniti si è dimesso ed è passato però da pochi giorni a Leonardo (ex Finmeccanica, molto attiva nel comparto militare), dove guiderà una fondazione attiva nella promozione dei rapporti tra Mediterraneo e Medio Oriente, insomma, più o meno le stesse aree del mondo su cui aveva lavorato da politico. Riporto un estratto, che sintetizza la questione. “I Cinque Stelle hanno imposto il tema della ‘casta’, convinti che conquistare una ‘poltrona’ fosse il punto di arrivo di una carriera, la garanzia di uno stipendio alto e privilegi. Ma dai tempi dei Vaffaday del M5s le cose sono cambiate: ora un passaggio in parlamento o al governo è una fase transitoria per accumulare relazioni e informazioni che poi verranno ben remunerate dal settore privato“. Non è l’unico. Non è ora di affrontare il fenomeno apertamente e provare a regolarlo, come si sta cercando di fare con le lobby?

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coronavirus, economia

Populismo e investimenti

Non solo investimenti. Nel mezzo della discussione sull’uso del Recovery Fund, fanno bene Tito Boeri e Roberto Perotti, autori di questo articolo uscito su Repubblica, a sottolineare che il piano Marshall partì solo tre anni dopo la fine della guerra. In altre parole: va bene investire, ma le categorie più svantaggiate vanno aiutate. Adesso.

Si può essere populisti parlando di sussidi a pioggia; ma lo si diventa, e giova ricordarlo, anche insistendo unicamente su prospettive ventennali, per forza di cose attraenti solo per le elite (è il caso di chiamarle così) dallo stipendio garantito, mentre metà del paese non arriva alla terza settimana del mese.

Riporto un estratto dell’articolo di Boeri, che povero certo non è ma è stato presidente dell’INPS e quindi conosce bene la situazione. “La teoria e il buon senso ci dicono che la risposta corretta a uno shock temporaneo come una pandemia, combinato con un massiccio impoverimento delle categorie più deboli, sono sussidi alle persone e alle imprese, ben concepiti. Le ingenti risorse del Recovery Fund sono invece dedicate quasi esclusivamente a investimenti pubblici per la ricostruzione, come se la guerra fosse finita. A differenza che nel caso del Piano Marshall, avviato tre anni dopo la fine delle ostilità, oggi siamo ancora lontani dalla vittoria finale. Si parla molto anche di una riforma radicale e simultanea di tutte le tasse. Obiettivo condivisibile, ma ci si dimentica che questo strumento non ha alcun effetto sulla povertà: non cambia niente per chi già in partenza non paga le tasse o ne paga pochissime, perché troppo povero. Ciò di cui abbiamo bisogno è una riforma altrettanto onnicomprensiva degli ammortizzatori sociali“.

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libri, musica

Guns N’Roses: 3 (+1) autobiografie

Los Angeles, anni Ottanta. Sesso, droga, rock and roll. O forse, droga, sesso, e rock. La California è tra le capitali del glam. Lacca, capelli lunghi, movenze sensuali, a far da contraltare a riff durissimi e chitarre distorte. Ogni tanto, qualche melodia da accendino. Band come i Motley Crue ei Poison dettano legge nei club della città e tra gli appassionati. Poi arrivano loro, e spazzano via tutto quello che c’era prima.

La storia della musica è piena di band capaci di creare la propria leggenda e distruggerla. Ma quella dei Guns n’ Roses è più unica che rara, per la rapidità con cui la parabola si è avviata e per come la rotta si è, all’improvviso, invertita. Altri hanno avuto un declino simile in termini strettamente musicali, ma sono riusciti a mantenere in piedi la baracca per convenienza, sfornando ogni tanto qualche gemma senza mai tornare ai fasti del decennio che li aveva lanciati (ogni riferimento ai Rolling Stones e agli Aerosmith è voluto). I Guns sono stati, a modo loro, onesti, e, incapaci di fingere per soldi. Si sono sfasciati dopo meno di due lustri, e ci hanno lasciato con molti, forse troppi rimpianti.

Questo pezzo è il resoconto di un paio di settimane passate a leggere le autobiografie dei membri di quella che, nel giro di pochi anni, diventò la band più popolare del pianeta, capace passare da stamberghe infestate da topi a lussuosi hotel a cinque stelle, voli in Concorde e perfino un jet privato affittato per il tour più lungo della storia del rock, quello di Use Your Illusion.

Tre i volumi finora usciti: quello del bassista Duff McKagan (“It’s so easy and other lies”), di Slash (chitarra solista, titolo omonimo) e Steven Adler (batterista, “My Appetite for destruction”), cui ho aggiunto il libro di Mick Wall, leggendario giornalista musicale (“Last of the Giants”).  

Il primo suggerimento, se, come me, siete fan della band, è: comprate questi libri, ne vale la pena. Pur parlando dello stesso periodo, sono estremamente diversi per stile di scrittura, gerarchia data agli avvenimenti, e, in qualche caso, versioni.

Quello che emerge, alla fine, è il quadro di un complesso rovinato dalla droga, in cui alla personalità dispotica del cantante-icona non faceva da contrappunto un alter ego dal carattere abbastanza forte. Il duo mediatico Axl-Slash, tandem che ricalcava le accoppiate Lennon-McCartney, Jagger-Richards, Tyler-Perry, era, appunto, un’invenzione dei giornali. Nella realtà, le cose stavano diversamente.

Ma andiamo con ordine. I cinque ragazzi si incontrano per le strade di Los Angeles. Slash e Steven erano nati ad Hollywood: amici di infanzia, due scavezzacollo che alternavano BMX e skateboard. Duff era un musicista punk di Seattle (patria del grunge), molto attivo e inserito nel circuito underground. Polistrumentista, ottimo organizzatore, giunse in California per scappare dalla piaga della droga che stava uccidendogli tutti gli amici. Axl e Izzy, compagni di scuola a Lafayette, piccolo centro dell’Indiana, puntarono a Ovest alla ricerca della grande occasione.

Dopo aver militato in varie band, si trovarono a suonare assieme un po’ per caso, e crearono l’alchimia giusta vivendo in cinque in una stanza (soprannominata Hellhouse: il nome dice molto), provando di continuo e facendo all’unisono tutto quanto che potete immaginare, ragazze comprese.

Erano poveri: nessun piano B, e, messa così, farcela era un dovere, anche perché nessuno, a parte Izzy, aveva un diploma.

Dopo tre o quattro annidi live incendiari riuscirono a incidere un disco, Appetite For Destruction, che non ebbe successo immediatamente. Ma che, quando cominciò ad essere passato da Mtv, cambiò la vita dei cinque, e la storia della musica. Al crocevia tra punk e metal: ecco dove si poneva Appetite, riprendendo i Led Zeppelin (stranamente mai citati tra le influenze) ma anche tutte le band del primo punk e mischiandoli con i ritmiche potenti e veloci alla Motorhead .

Ok, la storia si trova su Wikipedia e potete leggervela tranquillamente. Dicci qualcosa di nuovo, chiederete.

Va bene. Axl, innanzitutto: perfezionista, con una diagnosi di disturbo maniaco depressivo, non drogato in senso stretto, piuttosto, uno che usava sostanze ogni tanto ma era ben conscio di non potersele permettere, ammesso di non voler impazzire. Era il leader della band, capace di passare da estrema empatia e sensibilità a una freddezza glaciale. Voce eccezionale, sapeva benissimo di essere il marchio di fabbrica del gruppo, e che senza di lui l’esperienza sarebbe finita in un battito di ciglia, e decise di approfittarne con atteggiamenti dispotici, pose da rock star e una tendenza ad arrivare in ritardo ai concerti (una, due, tre ore) che sarà tra i motivi principali dell’abbandono degli altri componenti. Fin qui il negativo. Quello che non molti sanno, e che risulta dalla lettura dei libri, è che Axl era anche il più determinato di tutti al successo, folle abbastanza da immaginare un futuro come grande band internazionale, e il più dotato di un gusto pop, in sintonia con MTV. Non a caso, era un grandissimo fan di Elton John e dei Queen. Le sue crisi, i suoi problemi con le donne – non superò mai, pare, la fine della storia con la supermodella Stephanie Seymour, quella di November Rain, per intenderci – erano il pane quotidiano per chi gravitava nella galassia Guns; ma Rose era anche capace di atti di umanità sconosciuti ai compari (fu l’unico ad andare a trovare il batterista Steven Adler ricoverato per overdose).

Slash era molto diverso. Gran chitarrista, capace, a 23 anni, di scrivere e suonare parti da veterano per solidità e impatto, musicalmente non era (e non è) dotato di gran visione d’insieme: resta un maniaco delle sei corde, dei riff e degli assoli, a prescindere da tutto quello che ci ruota attorno. Lui fa il suo, per il resto rivolgersi altrove. Insomma: Slash da solo non poteva essere l’anima di una band capace di arrivare alle grandi platee, ma, al massimo, di un cult per amanti del genere: non è un grande songwriter, i suoi pezzi spesso sono amati dai musicisti ma difficilmente colpiscono il pubblico (ad esempio: Locomotive, Garden of Eden, Coma).

Figlio di una coppia di artisti attivi nel music business che contava (la madre disegnava vestiti e per un certo periodo frequentò David Bowie, amico di famiglia,  il padre copertine di dischi), aveva una fascinazione per l’eroina e, naturalmente, per il Jack Daniel’s. Leggendone l’autobiografia, si comprende molto del carattere del nostro. Inglese di nascita ma naturalizzato americano, è dotato di un senso dell’umorismo tipicamente british, che gli permette di vivere con un certo distacco le situazioni in cui si trova. Slash alterna timidezza (il cappello e i riccioli neri calati sugli occhi, l’amore un po’ puerile per i dinosauri e i serpenti) ad atteggiamenti da vero rocker. I riff potentissimi mostrano un lato esplosivo e inaccessibile che il musicista esprime a colpi di chitarra, mai a parole, neanche nelle interviste. È il principe del “vivi e lascia vivere”: perso nel suo mondo, aiutato in questo dalle sostanze, è un animale da strada, un jeans, una maglietta e un pullmino per girare l’America. Molto professionale (Wall racconta di non aver mai visto un musicista capace di sbronzarsi in quelle maniera e arrivare puntuale alle prove alle dieci del mattino), il suo evitare ogni responsabilità e confronto fu ciò che consentì ad Axl di credere che tutto gli fosse concesso all’interno della band. L’inizio della fine, come racconterà lui stesso. Il suo libro è godibile e pieno di aneddoti sulla nascita delle canzoni che hanno reso famosi i Guns. Amico d’infanzia di Steven, legò, però, molto con Duff, suo compagno di debauche: i due, evidentemente, si trovavano, e non a caso hanno suonato ancora assieme nel supergruppo Velvet Revolver. In sintesi, l’autobiogragfia di Slash è un titolo godibile e onesto, che non può mancare nella vostra libreria rock, anche se a volte si ha l’impressione che sorvoli artatamente su determinati episodi.

Diverso il discorso per My Appetite for Destruction, il libro di Steven, il cui pregio è offrire un punto di vista alternativo ed estremamente naif, e proprio per questo sincero. Il batterista dei Guns era un ragazzotto semplice con un’infanzia difficile (sbattuto fuori di casa a dodici anni) che, una volta raggiunto il successo, pensò solo a goderselo oltre ogni limite. E, per essere ripreso da una band come i Guns, facile intuire di cosa stiamo parlando. Adler (o chi per lui) non scrive bene, il suo periodo nei Guns dura poco, ma vale la pena di sentire la sua versione perché era l’unico a sfidare Axl Rose, e proprio per questo odiato dal cantante. Origini italiane, gran donnaiolo, non era un batterista tecnico, ma dotato di uno swing che rese Appetite For Destruction (l’unico disco in cui suonò, oltre al debole Lies) quello che è. Slash lo riconosce: il contributo di Steven e del suo approccio disincantato è molto, molto più importante di quanto si creda: in una parola, fondamentale per dare velocità e grip ai pezzi. Purtroppo il biondino non seppe regolare i conti con la droga: buttato fuori dal gruppo, trascorse vent’anni e forse più tra overdose ricorrenti, ictus, infarti, buttando letteralmente via la propria vita. Adesso pare sia pulito, ed è quello che ci auguriamo. A volte il volume è una mezza lagna, perché il nostro non ha mai superato l’estromissione dalla band e cerca di arruffianarsi il lettore con pietismi vari. La verità è che Steven ne ha combinate un sacco e una sporta, come quando Erin Everly, fidanzata di Rose, quasi morì di overdose a casa sua. Lui sorvola, ma in rete c’è il racconto di un membro degli Hanoi Rocks (presente quel giorno) che lo smentisce. Insomma, la sua versione va presa con le pinze.

Del quarto membro, Izzy Stradlin, si è sempre scritto poco. Schivo, poco interessato alla notorietà, lasciò i Guns nel 1991 nel corso del tour di Use Your Illusion: “pulito” da un paio d’anni, viveva separato dagli altri per non lasciarsi tentare, ed era insofferente – anche lui – ai ritardi di Rose. Perdita enorme: Izzy era, probabilmente, il miglior songwriter della band, capace di quella visione di insieme necessaria a trasformare idee incoerenti in una canzone. Dotato di uno stile essenziale – suonava la chitarra da cinque anni all’uscita di Appetite – era complementare a Slash, di cui non si limitava a doppiare le parti; era, piuttosto, capace di scrivere linee di chitarra che valorizzavano i riff durissimi del collega, di per sé a volte troppo duri e poco digeribili, aggiungendo armonie e facendo da collante. Vero cuore pulsante dei Guns, Izzy era anche un individuo sostanzialmente equilibrato, che avrebbe potuto mandare avanti la baracca ancora per anni, se solo le condizioni fossero state diverse. Tra i suoi pezzi, Dust n’ bones, You ain’t the first, Double Talking Jive, Think About You, 14 Years. Le canzoni avevano swing, ma la sua influenza si nota soprattutto in quelle degli altri. Uno così, più attento al collettivo che a sé stesso, non ha prezzo in una band. Si stufò, se ne andò. I suoi dischi da solista (con gli Ju Ju Hounds) non sono male, ma non li promosse mai. Sostanzialmente, se ne fregò; accontentandosi, da milionario, di vivere la propria vita e fare musica. Chapeau.

L’ultima storia, la più incredibile, però, è quella di Duff McKagan. Polistrumentista, come già ricordato, decise di imbracciare il basso ritenendosi saggiamente poco competitivo rispetto ai guitar heroes che bazzicavano la California del tempo. Già da questo si capisce il personaggio: estremamente pragmatico, energetico, pieno di contatti e idee, Duff era la seconda anima della band, uno a cui piaceva davvero suonare, e che sapeva che per farlo non basta chiudersi in un garage ma bisogna sbattersi e smazzarsi il lavoro organizzativo e promozionale del caso. Amante del punk, della vodka e della coca, arrivò a un passo dalla morte nel 1994 per una pancreatite acuta. Troppo alcol. Sul letto di morte scattò la scintilla. Duff fu capace di riprendersi ( gli davano poche settimane di vita), iniziò a dedicarsi alla bicicletta e alle arti marziali, allenandosi duramente tutti i giorni in palestra. E iniziò a studiare. Prese prima il diploma, poi, non contento, si iscrisse all’università. Il racconto di quegli anni è impagabile: da una parte la voglia di imparare, dall’altra il fatto di non avere metodo, qualcosa che si apprende da giovani, e lui aveva già trent’anni suonati. Sport e disciplina pagarono: si laureò in economia, frequentando i corsi con ragazzi molto più giovani, e che, soprattutto, erano fan! Essere uno dei tanti agli esami – racconta – , quando la sera prima ti hanno accompagnato al concerto con una limousine e scortato dalla polizia, non è stato facile, ma in questo modo il nostro affrontò i propri demoni e vinse la sua personale battaglia.

La storia prosegue. Una volta abbandonata la droga, Duff continuò a suonare, prima da solo, poi con Slash nei Velvet Revolver. Ma non è tutto. McKagan si è costruito, negli anni, una bella famiglia, sposando la modella Susan Holmes, da cui ha avuto due figlie oggi ventenni, e si è arricchito con investimenti azionari azzeccati. Quanto? Pare che, una volta sobrio, non sapendo come far fruttare i propri soldi, abbia scelto di scommettere su un paio di – all’epoca – promettenti aziende di Seattle, la sua città. I nomi? Amazon e Starbucks. Quando si dice avere fiuto. Il suo è il libro scritto meglio dei tre, un testo da cui traspare una personalità pragmatica ma affascinante, quella di un ragazzo innamorato della musica e della vita, che nella band aveva avuto – dipendenze a parte – il ruolo di risolvere i problemi e tornare coi piedi per terra. Oro colato.

L’ultimo volume è “Last of the giants”, di Mick Wall. Una leggenda nell’ambito musicale, con esperienza in molti dei più importanti magazine anglosassoni, Wall offre un punto di vista distaccato e necessario per mettere in prospettiva i racconti dei Gunners. Da amico della band, con cui spesso usciva, Wall ne visse gli esordi, fino a scatenare le ire di Axl Rose, che se la prese con lui (ed altri colleghi) nella canzone Get in the ring. Il giornalista non manca di ricordare di essere stato immortalato dal cantante di Lafayette. Le pagine, ricchissime di dettagli e documentate, lasciano molto spazio alle questioni legate al music business, con interviste ai vari manager e produttori della band. Estremamente professionale e dotato di una scrittura piacevolissima, non essendo parte in causa, l’autore indaga a fondo la psicologia dei musicisti con quella che mi è parsa una franca lucidità. II testo di Wall ha anche un altro pregio: arriva fino al 2016, l’anno della reunion, e racconta le avventure recenti di tutti i membri dedicando al tema ampio spazio.

Siamo all’epilogo. Nel 2016, dopo vent’anni, i Guns si sono riuniti per un tour mondiale. Ero scettico, e non andai alla data italiana. Sbagliai: chi c’era racconta meraviglie. Axl, riemerso dalle nebbie, è un bambino felice (e puntuale sul palco). Guardare YouTuber per credere. Slash è migliorato moltissimo tecnicamente: anche se questo gli ha tolto forse un po’ di quella rozzezza che nel rock non sta mai male, il suo live è poderoso. Di Duff abbiamo già detto: un musicista vero, intelligente e bravo a fare la sua parte senza i protagonismi che lo renderebbero uno dei tanti narcisisti inutili e un po’ ridicoli.

Di dischi nuovi non se ne parla. I Guns di oggi sono una macchina da concerti, ma va bene così. Resta il rimpianto di cosa avrebbero potuto fare se si fossero drogati meno, se avessero avuto la capacità di affrontare i propri demoni. Forse, nulla di valido. Persa la freschezza degli esordi, già gli Use Your Illusion furono due dischi iperprodotti; un filone che, sviluppato, avrebbe rischiato di portare la band a essere la parodia di sé stessa. Rispecchiavano le manie di grandezza di Axl, non condivise dagli altri. Che, però, avevano un orizzonte troppo limitato e settoriale per poter veramente compiere il salto di qualità. Insomma, l’alchimia creatasi nei primi cinque anni si era dissolta in fretta. Ma che musica. Ci resta Appetite for Destruction, un disco che, come tutti i classici, non invecchia mai. E la fotografia di una decade, gli Ottanta, i cui eccessi sfociarono fatalmente nella depressione dei Novanta. Molti ci lasciarono la pelle. I Guns, se non altro, sono ancora qui a raccontarlo.

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esteri, politica

Non si può evitare di scegliere sul populismo

Washington è sotto assedio. L’America, ancora una volta, è davanti a tutti. In questo caso, mostrando al mondo il peggio di sé.

Sono anni che politica e opinione pubblica si interrogano se le tesi dei sovranisti – termine che nobilita idee per molti versi troglodite – nonostante tutto vadano rispettate.

Brexit è stato il primo esempio, ora l’America mostra cosa significa lasciare crescere indisturbato il populismo, per giunta in un paese dove anche la circolazione delle armi è pressoché libera.

La tenuta di un sistema democratico evoluto si basa su pesi e contrappesi, che muovono, però, da un assunto di base: la buona fede di chi sta al governo, il suo senso del limite, il rispetto delle istituzioni che si trova a rappresentare. Trump ha ignorato tutto questo, fomentando la rivolta dopo aver perso le elezioni.

Schiere di sostenitori privi di una cultura che non fosse quella costruita sui social media, ma legittimati nella propria ignoranza dalla prima carica dello Stato, hanno invaso la capitale prendendo d’assalto il Congresso. Pistole sono spuntate tra i banchi, si è sentito anche almeno uno sparo. Ci sono state delle vittime. Mentre l’inquilino uscente della Casa Bianca, eletto nel 2016 – ormai è praticamente certo, con l’intervento della Russia –  si dissociava blandamente.

Restano ancora due settimane prima del passaggio di consegne, abbastanza per fare danni gravi. Il miliardario newyorkese, abbandonato anche dai principali sostenitori in parlamento, si rivolge direttamente al popolo frustrato dal Covid, da capo delle forze armate e in un paese stanco e ben dotato di pistole e fucili.

La tenuta del sistema è a rischio: l’esercito risponde a lui, e, come minimo, lo Stato maggiore non sa che pesci prendere, scisso tra l’ubbidienza alle regole, e la necessità di intervenire per preservare le istituzioni. I ritardi nella reazione ai disordini ne sono la prova.

No, populismo e sovranismo non possono crescere indisturbati. Si dice: se non si dà loro rappresentanza, se non si consente loro di entrare nell’agone politico, si mantengono queste energie al di fuori della dialettica parlamentare, con il rischio di rivolte. Ma Trump ha mostrato, molto più di personaggi come Boris Johnson, cosa può accadere se in una grande democrazia, dotata di arsenali atomici, influenza e tecnologie in grado di distruggere il mondo, al comando si ritrova un uomo pervaso da un narcisismo oltre il patologico, incurante delle conseguenze delle proprie azioni e attento solo al proprio interesse.

Le nazioni si danno un governo sulla base di un contratto sociale: i cittadini cedono allo Stato il monopolio della forza, convenendo che un soggetto terzo e imparziale meglio garantisca le condizioni minime del vivere civile. Altrimenti, l’unica legge resterebbe quella del più forte. Uno Stato, oltre che un insieme di norme e burocrazie, di tasse e imposizioni, come spesso viene percepito oggi, è innanzitutto un accordo basato sulla fiducia reciproca, un patto per temperare gli istinti di prevaricazione in nome di un bene più grande.

Personaggi come Trump una volta ersi muovevano al di fuori del sistema. Tra i filtri, c’era anche la stampa democratica, che selezionava le notizie prima di divulgarle, amplificandole. Ma cosa accade nell’era dei social media e delle fake news, dove non c’è intermediazione e, al contrario, il dibattito pubblico ha perso ogni credibilità?

Trump mostra i limiti del sistema democratico. Peraltro noti. Già Churchill affermava che la democrazia è il sistema di governo peggiore, eccetto tutti gli altri. Cina e Russia, intanto, sogghignano e stanno alla finestra: da loro non sarebbe mai potuto accadere.

In situazioni del genere cresce il fascino di soluzioni autoritarie, in cui si cedono quote maggiori di libertà in nome di stabilità e sicurezza. E’ la nemesi della democrazia, ma questi due termini sono non a caso gli stessi evocati dai capipopolo a tutte le latitudini: sono loro a creare il problema, aizzando folle ignoranti e frustrate, sono loro a offrire la soluzione.

Non è più possibile evitare una scelta. Per difendere la democrazia come la conosciamo è necessario che chi si riconosce in questi valori, al di là delle appartenenze politiche, lo affermi con forza, e isoli personaggi del genere dal principio delle carriere politiche.

Si prepara un’era di instabilità. La pax americana seguita al crollo del Muro di Berlino si è risolta in un mondo multipolare, dove il balance of threaths, l’equilibrio del terrore fondato sulla paura di un olocausto nucleare, è l’unica garanzia per il mondo. Come nella Guerra Fredda, ma qui gli attori sono cinque o sei, allora erano solo due.  Politici dotati di arsenali atomici e lontani dall’equilibrio possono scatenare conflitti di proporzioni inenarrabili. Einstein diceva “Non ho idea di quali armi serviranno per combattere la terza Guerra Mondiale, ma la quarta sarà combattuta coi bastoni e con le pietre”. L’ideale democratico non può commettere suicidio concedendo a forze antisistema di crescere fino a questo punto. Ora, forse, è più chiaro che ne va del futuro di tutti.

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cronaca

Pece che si scioglie

Ieri sera ho riguardato i filmati che avevo girato a marzo a Milano, durante il primo lockdown. Ricordavo con angoscia una città deserta, come sopravvissuta a una bomba nucleare, tanto da tenerli nascosti per nove lunghi mesi senza trovare il coraggio di tirarli fuori. E invece.

Non lo avrei creduto, ma i fotogrammi di piazza Duomo vuota, dei Navigli puntellati da rarissimi passanti non mi hanno fatto un grosso effetto.

Mi è sembrato normale.

Ecco la forza dell’abitudine, dello spirito di adattamento, la potenza che ci portiamo dentro. A volte ci incarta; altre, invece, ci aiuta a sopravvivere. Ciò che pochi mesi fa appariva impensabile è diventato una seccatura: fastidiosa, certo, ma tutto sommato accettabile. Passerà, ci diciamo, e andiamo avanti un altro giorno.

Il virus ci ha colpiti, scioccati, ha liberato le ansie che nel nostro vivere di corsa riuscivamo, con fatica, a tenere a bada; e ci ha costretti a confrontarci col buio che ci portiamo dentro, con il lato oscuro delle nostre vite, relazioni, con quello dei nostri lavori.

Ma guardare in faccia l’abisso rende tutto un po’ meno pauroso. E la pece si diluisce e si dilegua poco alla volta, come allungata dall’acqua del tempo. Buon Natale, ovviamente. Ma, soprattutto, buon anno a tutti.

 

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