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Milano deserta, Sala e lo smart working

Stimo Beppe Sala sin da quando, di ritorno da Londra e alla ricerca di un inserimento in Italia, lavorai ad Expo in ruoli non propriamente dirigenziali. Sei mesi dietro le quinte mi diedero modo di vivere da vicino tutta la parabola dell’esposizione milanese: partita male, con cielo plumbeo e poca gente tra i viali, a forza di marketing e passaparola chiuse con code oceaniche all’ingresso dei padiglioni (proverbiale quello del Giappone) e un affollamento che fece gridare alcuni alla truffa. Cos’era accaduto? La macchina era stata lanciata a tutta velocità grazie a promozioni speciali, interventi social, post nei blog, attività di ufficio stampa, oltre, naturalmente a un ricchissimo calendario.

Non si andò lo stesso in pareggio, ma, considerando il punto da cui si era partiti (inchieste su infiltrazioni mafiose, cerimonia inaugurale con cantieri ancora aperti) non era il caso di lamentarsi. L’organizzazione, dopo alcuni balbettii, fu perfetta: se non lo fosse stato, non avrebbe potuto reggere quel tipo di impatto senza implodere. Di questo, a Sala, ho sempre dato atto.

Facile che alle elezioni comunali del 2016, quelle per il dopo-Pisapia, sembrasse lui il candidato naturale.
Accettò, e vinse. Milano era rinata: profondamente modificata nella struttura e nella mentalità, era diventata una città internazionale. Dico città non a caso: chi parla di metropoli probabilmente non ne ha mai conosciuto davvero una, con i problemi che sono molto diversi da quelli di una realtà con un milione e mezzo di abitanti.

Come politico, il mio giudizio su Sala cambiò parzialmente lungo il corso degli anni. Pur riconoscendone l’abilità nel tessere relazioni oltreconfine e attrarre capitali, dal mio punto di vista il primo cittadino commise lo stesso errore di Expo: quello di lanciare Milano a velocità supersonica, come se il domani fosse lì da mangiare in un solo boccone, spesso lasciando indietro chi non stava al passo.

Nei giorni scorsi si è spesso scritto del sentimento di malcelata invidia e persino di odio nei confronti della Lombardia e del capoluogo: il problema parte dal fatto che, per quanto sia importante per il paese dal punto di vista economico e di immagine, Milano non ha mai rappresentato la fotografia dell’Italia. Mentre all’ombra del Duomo il business prosperava come mai prima (ricordiamo che nel 2009 ci furono gli scontri in via Padova, nel 2013 i “forconi” in Piazzale Loreto) e in città arrivavano i migliori “talenti” da tutto il paese, il livello della competizione si alzava, assieme ai prezzi delle case e al biglietto del tram. Il centro si trasformò sempre più in una vetrina per i grandi marchi del commercio internazionale; il problema è che i negozi la sera chiudono, e fare un giro in Duomo dopo cena offre uno spettacolo desolatamente triste.

Le misure anti-inquinamento (ultima l’area B) divennero una bandiera. Ilproblema delle polveri sottili c’è, senza dubbio; ma è assurdo pensare di risolverlo ex abrupto, con normative che vanno a colpire i più poveri: quelli, cioè, che non cambiano l’auto da 15 anni e magari se la porterebbero dietro per altri 15 (cosa inquina di più? Sarebbe interessante approfondirlo). La norma, si dirà, prevede eccezioni per chi usa la vettura per lavoro: ma sostenerlo significa non riconoscere che oggi con i contratti sempre più precari, il lavoro a chiamata e altre amenità non è facile ottenere documenti e giustificativi scritti che domani potrebbero servire come pezze d’appoggio per cause in tribunale. Siamo tutti “collaboratori” di qualcosa, e le norme che valgono per i dipendenti spesso non funzionano per gli autonomi.

Sulla scia delle creazioni di Stefano Boeri, la vera superstar di questi anni, Palazzo Marino decise (non sto scherzando) di puntare sul verde sui tetti: basta alzare lo sguardo per rendersi conto che, in effetti, l’obiettivo è stato raggiunto. Intanto una stanza non costa meno di 600 euro, vivere da soli è impossibile per i giovani e moltissimi appartamenti sono comprati da fondi di investimento, rimanendo sfitti.

Del caso-Milano finì a occuparsi anche l’Economist, che non è certo un giornale di sinistra. Insomma, quella della Madunina era diventata una città-stato che faceva comodo citare quando si voleva parlare bene dell’Italia, e i cui i amministratori si beavano di raccontare al mondo a colpi di storytelling.

Il punto è che questo è un osservatorio privilegiato. A Milano ci vivo, e posso confermare che da qui non si ha la percezione che la crisi del 2008, nel resto d’Italia, non è mai passata del tutto. La distruzione creatrice di Schumpeter funziona nei contesti fortemente urbanizzati, ricchi di possibilità e di scambi; ma l’Italia è un territorio in massima parte formato da piccole realtà, dove la fine di determinate rendite di posizione (che, giusto o sbagliato che fosse, mantenevano un equilibrio) non ha coinciso con un modello di sviluppo basato su presupposti nuovi. Qui entrano in gioco il “familismo amorale” che caratterizza la Penisola, la corruzione, i favori, il voto di scambio (tutta roba da cui peraltro il Nord non è immune). Insomma, ciò che ha portato il Movimento di Grillo a stravincere le elezioni e la Lega a prendere valanghe di voti, incredibile dictu, dai “terroni” del Sud.

Per farla breve: Milano è lo scolaro troppo bravo e stronzo, quello a cui riesce tutto e ride mentre annaspi. Non è il De Rossi di De Amicis, impassibile nella propria torre d’avorio, nemmeno un rigo di sudore, sempre perfetto nel proprio algidismo: è, piuttosto, il “bauscia” che arriva sempre davanti a te, e te lo fa notare, quello che all’improvviso mette la freccia (quando se ne ricorda) e ti supera sgommando in un mare di polvere. E hai voglia a dire che non è giusto prendersela, che non si fa così, che l’invidia è da parvenu: chi ha memoria della vita tra i banchi ricorderà che questo tipo di soggetti non attirava simpatia.

Chiedetelo a Torino, schiacciata dall’onnipresente tentativo del capoluogo lombardo di fagocitare tutto quanto possibile, in barba ai rapporti di buon vicinato. Del resto, come diceva Sala fino a tre mesi fa, #milanononsiferma. Di fronte a niente, nemmeno al virus.

Sarà per questo che mi sono sorpreso di leggere la lettera del sindaco al Corriere della Sera. Spedita nei giorni scorsi, devo ammettere che condivido le sue parole.

In sostanza, afferma l’amministratore, il telelavoro (smart working è una parola grossa) è una conquista della civiltà, ma va perseguito per gradi e con attenzione, avendo cura di preparare il resto del sistema economico a un’inevitabile transizione.

Ciò che Sala intende è che, con i lavoratori a casa, le città si svuotano. Anche Milano. Fate un giro per i viali. Sembra fine luglio, poche auto, poche persone, molti ristoranti chiusi per pranzo, molti altri che, semplicemente, non riapriranno mai. Per non parlare dei negozi di abbigliamento, che hanno chiesto di posticipare i saldi nella speranza che arrivino soldi e animo.  Una città che lavora da casa, per quanto affascinante e meno inquinante, pone moltissimi problemi per il tessuto sociale.

Il miglior modo per distruggere una città a parte una bomba è una legge sugli affitti” ammoniva un economista. Intendeva dire che con l’equo canone i proprietari non avrebbero più fatto manutenzione; e questo nel giro di 20 anni avrebbe portato in rovina i palazzi. Le strade da trovare, secondo lui, erano altre.  

Riprendo la citazione perché l’immagine è evocativa. Basta uscire di casa per vedere insegne già annerite, piante non tagliate di fronte alle serrande. Cartelloni pubblicitari sgualciti. E immaginarsi le persone che in quei locali hanno investito, scommettendo su una crescita che appariva senza fine.

La desertificazione di Milano si può combattere solo sfidando la paura del futuro, questo è chiaro. Ma non c’entra solo il pensiero positivo, e non basta una missiva per incentivare a sobbarcarsi costi che ormai appaiono inutili

Molte aziende, forzate alla digitalizzazione, si sono accorte che il modello del telelavoro può funzionare dal punto di vista organizzativo se si trasforma in smart working (la distinzione c’è, e non è secondaria). In più, offre un importante vantaggio: permette di affittare sedi più piccole, riducendo i costi fissi. La turnazione dei dipendenti ha permesso a Microsoft di spostarsi da Segrate all’avveniristica sede di Porta Garibaldi, vicino al cuore dell’innovazione finanziaria meneghina. Questione di status. Molti potrebbero fare lo stesso.

Chiudo il ragionamento. Le aziende agiscono, per definizione, nel proprio interesse. Se c’è risparmio, cercano di perseguirlo, e Sala, che di mestiere faceva il dirigente, lo sa bene. È nobile, ma assurdo in termini economici, chiedere loro di sprecare denaro. A incentivare comportamenti virtuosi per la comunità scoraggiando gli altri deve pensarci la politica (cioè lui) individuando correttamente il cuore del problema: che non è diffondere statistiche in doppia cifra, ma garantire la miglior qualità di vita possibile.

Le città devono tornare a chi le abita: anche se non ha RAL da 60mila euro l’anno, e non è cool. Chi guadagna molto, soprattutto se è giovane, tende ad andarsene quando le condizioni non soddisfano più. Lo ha mostrato la legge sul rientro degli expat: il problema è la retention, perché chi è tornato resterà qui solo fino a che godrà dell’esenzione fiscale pressoché totale su redditi già altissimi. Lo stesso fanno gli yuppie stranieri, alla ricerca del prossimo place to be sullo scacchiere globale.

A restare in trincea sono quelli che non se lo possono permettere, di spostarsi. Quelli che non hanno “talento”, competenze o fortuna abbastanza da poter decidere di cambiare contesto ogni cinque anni sulla base delle tendenze di mercato, e al massimo passano da Porta Romana alla Barona. O a Cinisello Balsamo.

Sono quelli che la sera vanno a prendere il bianchino al bar, che conoscono almeno un poco il dialetto (io, figlio di meridionali, il milanese non lo capisco quasi). Quelli legati alla memoria storica, che protestano se l’androne del palazzo viene rifatto ignorando l’estetica, spesso sacrificata alla funzionalità e all’innovazione. Quelli che, quando c’è una pandemia, sono inseriti nel quartiere e danno una mano ai vicini, dal momento che li conoscono da trent’anni.

Credo davvero, e non lo scrivo da ora, che Milano avesse bisogno di rallentare. Per questo apprezzo le parole di Sala. La città deve ripartire da chi la abita, ma spetta a lui, prima di tutto, trovare una sintesi e proporre un nuovo modello di sviluppo realmente inclusivo, confrontandosi con lo scenario internazionale, certo, ma anche tenendo a mente che l’Italia è ciò che è proprio in virtù delle imperfezioni. Basta attraversare il confine a Chiasso, per rendersi conto di quanto siamo fortunati.

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Coworking, fine di un’era?

Il vento era cambiato da tempo, ma la pandemia ha aggravato la crisi di una delle stelle più brillanti della sharing economy. WeWork, gigante statunitense degli spazi condivisi, si trova nell’occhio del ciclone.  Ma questa volta a rischio non ci sono solo i conti. C’è la credibilità di un modello basato sulla condivisione. Una tendenza che coinvolge tante supernovae della sharing economy, gonfiatesi a dismisura e poi messe in ginocchio dal tempo, e ora dalla crisi: da Uber ad Airbnb, da Lyft a Blablacar.

Dopo l’IPO fallita a settembre, con conseguenti dimissioni del ceo Alan Neumann, il problema, adesso,  per WeWork sono i clienti inferociti. Provati dal lockdown che ha azzerato le attività economiche e impedito di frequentare fisicamente gli spazi, sempre più spesso chiedono dilazioni e provano a terminare in anticipo i contratti delle loro scrivanie. Ma di fronte alle richieste di clemenza WeWork si sarebbe dimostrata insensibile. Gli utenti imbufaliti hanno raccolto le proprie storie su un sito dall’evocativo nome Wefeedback. La protesta comprende anche una petizione  e un video.

“È spregiudicato che WeWork ci faccia pagare [le postazioni] al Warner Center” lamenta Jill Letendre, imprenditrice californiana. “Il coworking  è stato aperto il 16 marzo, ma dopo soli tre giorni il governatore ha emanato l’ordinanza che ci imponeva di restare a casa.  La società ci ha chiesto 5mila dollari anche se non abbiamo mai messo piede nell’edificio” accusa la donna.

 

 

WeWork continua a emettere fatture regolarmente, e ha persino minacciato di trascinarci in tribunale e trattenere il deposito se non paghiamo la membership per intero – rincara la dose Rodolfo Vengoechea, dalla Colombia – Ma il nostro staff non può usare l’ufficio perché siamo in quarantena da marzo per decisione del governo”.

Il cortocircuito nasce dal fatto che il colosso statunitense non è proprietario di buona parte degli edifici in cui opera, ma affitta gli spazi e quindi paga a propria volta un canone.  WeWork  si lega ai proprietari degli stabili mediamente per 15 anni  ma li concede agli utenti con contratti brevi e flessibili. Questo ha reso il business poco prevedibile, ma  molto interessante per gli investitori nonostante le perdite: l’azienda era capace, infatti, di ricavare valori molto alti da ogni metro quadro, ben al di sopra delle quotazionei di mercato. Non solo. Le proiezioni erano estremamente ottimistiche: nelle città USA dove la società newyorchese è presente, riporta il Guardian, ogni persona con un lavoro da scrivania era considerato un potenziale membro della community. All’estero le stime erano ancora più larghe.

La risposta di WeWork

Stiamo interagendo individualmente con i singoli membri della nostra community per capire il modo migliore per supportarli in questo periodo” ha commentato a StartupItalia da Londra un portavoce della multinazionale, evitando di scendere nei particolari. Anche perché non sempre si opta per la linea dura. Le politiche variano a seconda degli utenti, delle situazioni, e forse anche dei paesi: se da Stati Uniti e Colombia arrivano molte lamentele, in Perù l’approccio della compagnia sembra meno radicale. “Ci hanno fatto alcune concessioni – racconta Luis Rafael Zegarra Leon – Non emetteranno fattura per il mese di aprile, mentre a maggio pagheremo il 50%”.

Il problema, come nota il Commercial Observer, è di reputazione. “Per anni, il gigante del coworking si è presentato alle piccole imprese non solamente come uno spazio di lavoro fuori casa, ma come il modo per unirsi a una community di società con la stessa mentalità. Adesso, proprio quella community ha cominciato a rivoltarsi contro a WeWork spinta dalla frustrazione per il modo in cui l’azienda ha affrontato la pandemia”.  Il ceo Sandeep Mathrani ha detto in un’intervista a CNBC che il 70% dei clienti ha pagato l’affitto ad aprile, mentre la società avrebbe pagato l’80% dei propri canoni a livello globale.

Le difficoltà si riflettono nella caduta della valutazione della società: stimata in 47 miliardi di dollari a gennaio 2019, nel pieno del boom dei coworking, si era  pesantemente ridimensionata a 7,3 miliardi già nel settembre passato, quando i conti vennero fatti prima dell’IPO.  Nei giorni scorsi Softbank, banca giapponese principale investitore della società fondata da Alan Neumann insieme al governo saudita, ha ridimensionato ulteriormente la cifra portandola a 2,9 miliardi. Un calo del 94% nel giro di meno di 18 mesi.

Non è tutto. L’istituto guidato da Masayoshi Son ha cancellato ad aprile l’offerta di 3 miliardi di dollari per ricomprare azioni della società annunciata nell’ottobre scorso. Le motivazioni addotte dai nipponici riguardano il cambiamento di alcune condizioni, tra cui la spada di Damocle dell’antistrust, una mancata joint venture in Cina, cause legali pendenti e, ovviamente, lo spettro del coronavirus. Argomentazioni che non sono bastate a Neumann: coinvolto nell’accordo, l’ex ceo dai capelli lunghi e lo stile news age ha trascinato Softbank in tribunale nel Delaware, paradiso fiscale americano.

WeWork: cosa aspettarsi dal futuro

Il business dei coworking è finito?In realtà, è ancora presto per darlo per morto. La decisione di molte società hi-tech di non riaprire i propri uffici potrebbe avere un impatto significativo sul sistema. Festina lente, ammonivano i Romani, affrettati lentamente. Il New York Times parla addirittura di una corsa al ritardo, come se far tornare i dipendenti a Menlo Park o Mountain View fosse l’estrema vergogna per aziende iper moderne che vendono servizi cloud o di comunicazione per connettersi a distanza.

Ma c’è dell’altro. I remuneratissimi geni dell’informatica potrebbero non voler tornare indietro, dopo aver scoperto che si può lavorare da casa – o da qualche spiaggia remota -. Se l’azienda non accetta, possono sempre passare dalla concorrenza. Che, per inciso, sarebbe ben felice di accoglierli, in un risiko dagli effetti imprevedibili. Del resto, gli affitti in città come San Francisco hanno raggiunto livelli insostenibili anche per chi percepisce stipendi sopra i 100mila dollari: perché continuare a sprecare denaro?

Per non parlare degli effetti sull’inquinamento dovuti alla riduzione del traffico. Esistono già molti esempi di startup e aziende affermate che lavorano da remoto. Trello, che sviluppa un tool di project management, ne è un esempio. Ma anche aziende giovani scelgono questa formula, come l’italiana Punch Lab.

 

 

Facendo la tara alle opinioni degli estremisti di una o dell’altra fazione, non è detto, insomma, che connettersi da casa sia la soluzione migliore per tutti. Un tema quasi antropologico. Il letto, la tentazione costante rappresentata dal frigorifero, i rumori dei bambini, potrebbero incentivare i giovani professionisti a scegliere, almeno qualche giorno alla settimana, di uscire e lavorare da un caffè. O da un coworking. Del resto, se persino Steve Jobs, che non faceva molto per essere empatico, riconosceva che il confronto vis a vis aiuta la creatività, non è difficile immaginare come la vita d’ufficio, tanto odiata fino a pochi mesi fa, possa in un futuro non troppo lontano addirittura essere rimpianta. Le precauzioni e l’insofferenza domestica possono aiutare a vincere il pregiudizio verso gli spazi condivisi di prossimità.

Non è facile prevedere lo scenario di settore per i prossimi anni. Quello che pare certo è che la bolla si sta sgonfiando e le valutazioni cominciano a essere più realistiche. Appare difficile, almeno a breve, pensare di tornare all’affollamento delle sale tipico del periodo del boom. Una modalità che, peraltro, rispondeva ad esigenze sociali, più che lavorative: concentrarsi in spazi riempiti come pollai era difficile, e la produttività scendeva alla stessa velocità con cui aumentava il mal di testa.

Discorso diverso per le offerte premium, che potrebbero, invece, diventare molto più attraenti, con più spazio a disposizione per utrente e, soprattutto, postazioni riservate in grado di garantire la sicurezza sanitaria. Il networking, vero valore aggiunto, continuerà: ma  la mascherina lo renderà probabilmente meno cool. 

Ad essere penalizzate saranno le società con contratti di locazione onerosi e di lunga durata in corso: la difficoltà a rimodulare i costi fissi  (e, di conseguenza, offerta e modello di business) potrebbe schiacciare ogni tentativo di ripresa. Per uscire dal pantano, i colossi avranno bisogno di manager all’altezza, capaci di individuare le variabili giuste su cui puntare. E, soprattutto, del vero asset strutturale: il supporto della propria community. Alienarsi le simpatie di chi negli spazi ci lavora potrà forse servire a migliorare i conti nel breve periodo e a garantire ossigeno alle stanche casse delle società: ma riduce la narrazione della condivisione a mera finzione. Un peccato per chi ci ha creduto, dal momento che quella della sharing economy è una delle innovazioni più disruptive della storia, capace di scardinare modelli di business e potentati economici che resistevano da secoli. Si tratta, in sostanza, di salvarne il buono.

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Le parole sono importanti: “Immuni” da che cosa?

Personalmente non sono favorevole a scaricare Immuni, app di tracking. Tante le perplessità. A partire dal nome, o meglio dal naming, come si dice nel marketing. Disciplina della forma, più che della sostanza, intersecherà più volte i destini del progetto, come vedremo. Le parole sono importanti, direbbe Nanni Moretti. Innanzitutto, “Immuni” da che cosa? Al momento, dell’argomento non si sa nulla: né se immunità vi sia né quanto, eventualmente, duri. Perché, allora, chiamare così il software? Per chi non lo ricordasse: le cosiddette “patenti di immunità” sono un’invenzione giornalistica. Non esistono.

In secondo luogo, le partnership. L’app è stata sviluppata da Bending Spoons, software house milanese nota per giochini come il Live quiz, che spopolava mesi fa. Poco male, è una delle prime realtà al mondo nel settore, e immagino abbia le capacità tecniche per fare un buon lavoro, se è stata selezionata. Ma due mesi fa, all’inizio dell’operazione, si dava gran risalto al fatto che l’app fosse realizzata in collaborazione con il Centro Medico Sant’Agostino, catena di centri diagnostici attiva nel nord Italia. Clamoroso autogol, dal momento che una delle perplessità principali riguardava la privacy, e la presenza di una società specializzata in quella che potremmo definire “sanità digitale” non rasserenava.

Forse mi sono perso qualcosa, ma dove è finito il Centro Medico? Sul sito di Immuni non ve n’è traccia. Ammetto, certo, che possa essermi sfuggito qualcosa. In tal caso mi scuso. Altrimenti, la domanda è: che fine hanno fatto? Si sono defilati da sé ? Sono stati estromessi?

Quale che sia la risposta, resta il fatto che il Comitato ha selezionato il progetto in presenza di un elemento, come questo, che già di per sé mi pare invalidante. Due parole su Sant’Agostino: è la stessa catena che a inizio emergenza batteva il chiodo sui test sierologici su tutti i media disponibili (quelli che abboccavano: tra essi, molti quotidiani nazionali e reti TV) tramite interviste con l’ad Luca Foresti, più presente sulle testate nazionali di Roberto Speranza, che di mestiere – però –  fa il ministro della Salute.

Già a marzo si sapeva che i test sierologici, oltre che non validati da nessun ente, erano completamente inutili per capire se l’infezione da Covid era in corso: il motivo è che non si tratta di uno strumento diagnostico, come ben sanno i medici specialisti in materia. Fallito il pressing delle lobby dei test (almeno in Lombardia), ecco quindi spuntare l’app: Foresti, uscito dalla porta di Milano, è rientrato dalla finestra del ministero a Roma. Così va il mondo.

Aggiungo il fatto che a lungo non sono stati resi noti i criteri di selezione: perché la commessa è stata affidata proprio alla società milanese? In base a quale logica? Altro elemento che non depone a favore della trasparenza, almeno di quella percepita, dal momento che le proposte presentate furono 200.

Infine, il concetto di tracciamento in sé: a me piace poco, ma questa è filosofia morale, ed è  del tutto personale. Per convincermi, però, bisogna fare molto meglio di così.

Insomma, una serie di scelte mi rendono pesantemente scettico. Voi che ne pensate?

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Grandi occasioni

“Dove andiamo?” “Al Monumentale”. Insomma, ti porto al cimitero. Niente male come primo appuntamento post Covid. Ma non c’ero mai stato, e lei lo sapeva.


Milano è più bella, vista da due ruote che si muovono a pedali. Mi mancavano i volti rilassati dei passanti, i bambini in fila indiana sui marciapiedi. Scene che per due mesi abbiamo fatto fatica a immaginare. Invece, e come sempre, panta rei, tutto scorre. Non credo torneremo a barricarci in casa.

C’è ancora un che di carbonaro nell’avventurarsi per le strade, nel prendere un caffè al bar. Pedalando tra i viali ancora pervasi da brandelli del silenzio che fu mi sorprendo ad apprezzare il senso di intimità che la quarantena ci ha lasciato.

Per chi ha saputo separarsi dal clamore di computer e televisioni è stato il tempo dell’ascolto. Assenza di rumori, una discesa negli abissi del sè che, forse, ha fatto meno paura. Perché di tutti.

“Ottima è la misura”, per dirla coi Greci: nelle parole, nei pensieri, che hanno smesso di girare a vuoto. Nei gesti, nell’economia delle attività inutili.

Dopo tanto tempo, ho guardato la città con occhi nuovi. Darsena: quadretto per turisti, con tutte le catene della ristorazione in bella fila. Sa di vecchio, ed è giovane. Via Dante/Cordusio/Duomo: senz’anima. Banali di giorno, deserte la sera. Viale Majno: nobile, altero. La crisi, come sempre, si ferma alla cerchia dei bastioni. Citylife: i pannelli che raccontano la storia della Fiera mi hanno riportato ai tempi di Expo, le strutture slanciate mi fanno pensare al genio italico per il design. Non c’è niente da fare: mi piace. Monumentale: piazzale assolato, quieto, bianco, come certe descrizioni del Nordafrica coloniale. Di nuovo silenzio. San Vittore: non so se esista un’altra città in cui il carcere è nella zona più chic. Il contrasto fra libertà e clausura, quella che in parte abbiamo provato tutti. Le scritte tracciate sui muri nei giorni della ribellione sono ancora lì, a ricordarci che dentro, al riparo degli sguardi, ci sono persone.

Milano, domenica, mi è sembrata finta per metà. In attesa di scegliere se diventare tutta di plastica, o fermarsi un giro, e prendere fiato.

Immagino che esista una terza via rispetto allo sviluppo a base di brand, boschi verticali e bolle immobiliari.

Expo, io c’ero, partì in sordina. I viali erano vuoti. Poi si attivò la macchina del marketing, e finì come sappiamo: un biglietto per vedere tre padiglioni e restare otto ore in coda. Tanti uscivano delusi; restava lo status symbol di esserci andati. Un po’ come le vacanze in villaggio, potresti essere in Sardegna o alle Maldive, visto da lì non cambia molto.


Apprezzo Sala, ma non vorrei che, oggi, ripetesse lo stesso errore di allora. Le città sono di chi ci abita. Il virus ce le ha restituite, proviamo a tenercele.

Pare che i meno inclini allo smart working siano i manager: non hanno più nessuno da controllare. Quanto sembrano lontani i tempi dei  milanesi imbruttiti. Quanto appaiono ridicoli i capiufficio che sbraitano, oggi che le stanze sono vuote. E quanto sembrano comiche le abbuffate a base di cibo scadente e drink anche peggiori che della città sono diventate un simbolo.

Se è vero che non tutto si può imporre per decreto, proviamo a decidere in autonomia cosa conta veramente e a rivedere le nostre priorità. L’estate, in arrivo, è un buon momento per cominciare a farlo.

(credits: la bella foto che vedete è tratta da qui)

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coronavirus, cronaca, giornalismo

Milano, cronache dal fronte / 14

Le voci dei bambini per strada, il rumore delle auto, la fila di fronte alla banca, i duecento scontrini in un giorno del panettiere sotto casa, gli anziani stanchi che trascinano le membra intorpidite sulle panchine per godersi un raggio di sole, i runner in mascherina, la mamma che disegna una campana sul marciapiede con i gessetti e insegna al figlio di tre anni a giocarci mentre mi affaccio in balcone. L’odore del caffè di fronte a un bar, girarsi e sorprendersi di trovarlo aperto, la bellezza delle vetrine di un antiquario – ebanista – mobili antichi che non avevo mai notato. L’edicola che è rimasta aperta tutto questo tempo. La pila di giornali e libri sulla scrivania, le serie che abbiamo consumato, le birre che abbiamo ingollato, le cene luculliane che abbiamo preparato. L’ora di fila per fare la spesa, e la sera che non scorderò mai: domenica 23 febbraio, supermercato, negli occhi il terrore, la paura, la diffidenza, l’aria pesante, lunare, sembrava un film. Ed era tutto vero. I risvegli la mattina, aprire gli occhi come hai fatto per una vita, pensare alla colazione, all’acqua fredda, e poi ricordarsi, dopo un minuto, di cosa c’è là fuori. Le strade deserte, il duomo, l’odore di disinfettante ovunque, il terrore nella metro. I poveri per strada, scheletri che vagavano da un cestino all’altro alla ricerca di cibo. Le liti, la frustrazione, le riconciliazioni. L’ammasso di notizie che ripetono sempre le stesse stronzate, lo schifo dell’informazione che cerca di far quattrini pure sulle tragedie, gli sciacalli che vendono mascherine, test e notizie senza riguardo per chi sta dall’altra parte. I libri che ho letto, i giornali che ho conosciuto, i rapporti che si sono stretti – paradossale – quando non era possibile vedersi, e quelli che si sono allentati e si perderanno – e andrà come doveva andare. I matrimoni rimandati, le feste saltate, gli aperitivi in video. Le notizie da Bergamo, i volti degli anziani, le immagini strazianti delle bare portate via dai camion militari. Gli infermieri, i medici, il personale sanitario.

Non so se ci sarà una ricaduta, se il virus tornerà a far male come a marzo. Ma so che una fase si è chiusa, ed è giusto . Le “cronache dal fronte” finiscono qui. Non c’è più bisogno di un cronista che vi racconti come va là fuori. E’ stato bello farlo, confrontarci, dividere le ore e le emozioni di questi giorni. Ma adesso il faut vivre, bisogna tornare a vivere.

( vi lascio con il pezzo migliore che ho letto su questi due mesi di virus in Lombardia. Lo ha scritto, con raro equilibrio, il Post).

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Quattro autobiografie da leggere, quarantena o meno

Anche se il peggio è alle spalle e molti hanno ripreso a lavorare da casa, il lockdown non è ancora terminato. Mi permetto di offrire qualche consiglio di lettura per passare le ore che restano. Si tratta di un post che avevo in mente di scrivere da tempo ma che, per una ragione o per l’altra, non ho mai avviato. Rimedio ora: con la premessa che, a parte l’ultimo, si tratta di libri che ho letto uno o due anni fa. Mi si perdonerà, quindi, se non scendo troppo nei particolari. 


Il primo è “Life“, autobiografia di Keith Richards, leggendario chitarrista dei Rolling Stones. Il musicista inglese ripercorre la propria parabola personale e quella della band raccontando episodi inediti, ma anche i dettagli su origine, stile di vita e modo di lavorare del gruppo. Richards – o chi per lui – scrive bene. La descrizione della rivalità con Jagger porta a concludere che gli Stones, pragmaticamente, abbiano sempre scelto di restare insieme perché consapevoli di avere un potenziale economico non indifferente. Entrambi i leader tentarono strade soliste, tornando, poi, all’ovile. Più dell’ambizione poté il denaro, ma così va il mondo, e non è il caso di fargliene una colpa.


Il testo è imprescindibile per i fan, e va letto, a mio parere, tenendo come colonna sonora i dischi della band. Mano a mano che le pagine scorrono, diventa più chiaro il mood in cui gli album sono stati composti e registrati, la ricerca ossessiva di un suono chitarristico particolare – e dobbiamo ammettere che l’obiettivo è stato centrato, quello di Keef è inconfondibile – e lo sforzo che c’è dietro a una carriera del genere. Per fare un esempio: il chitarrista inglese re-imparò, da capo, a suonare la chitarra quando era già famoso “solo” per essere in grado di sfruttare le accordature aperte, in grado di fornirgli il sound giusto. Uno sforzo non proprio da tutti.

Come Jagger, Richards è altrettanto convinto dei propri mezzi, ma molto meno vanitoso, e sicuramente meno sbruffone. Un carattere più riflessivo, che lo porta a considerazioni interessanti e anche a una certa autocritica. Come quando racconta della session per una canzone. Un amico scuote la testa e gli dice che no, così non va. “Dov’è il groove?” chiede. Il commento è laconico. “Aveva ragione. Non c’era”. Difficile immaginare Mick ammettere un episodio del genere. O quando la figlia si rende conto che un brano degli Stones del ’97 firmato da Jagger (Anybody seen my baby) riprendeva il ritornello di una canzone in rotazione qualche anno prima, Constant Craving della canadese K.D. Lang.

Pare non fosse la prima volta. “Oh no, l’ha fatto di nuovo” sbottò Richards. Il plagio forse era involontario, ma c’era. Funzionava  più o meno così, racconta: il cantante degli Stones arrivava carico a mille per una nuova idea che gli ronzava in testa da qualche giorno, fino a che qualcuno non trovava il coraggio di dirgli che non era sua ma già registrata da qualcun altro. La cosa si risolse, in quel caso, inserendo la Lang nei credits, dal momento che il disco era già pronto e stava per uscire nei negozi. Insomma, si tratta di un libro imperdibile se siete fan della band, ma anche se volete calarvi in quegli anni che sono l’età dell’oro della musica rock. E magari rispondere alla domanda: “Ma come ha fatto a sopravvivere con tutto quello che si è preso?”

Il secondo è “True“, autobiografia di Mike Tyson. Dalle origini di ragazzo povero e ladruncolo a Hell’s Kitchen, quartiere di New York, agli allenamenti con Cus D’Amato, leggendario trainer che lo scoprì in carcere ma non fece in tempo a vederlo campione del mondo: già vecchio, morì poco prima.

Tyson è il prototipo della personalità autodistruttiva. Talento immenso, grandissima disciplina che lo portò a diventare un grande pugile già da giovanissimo, alternata, però, a momenti di blackout ed eccessi di ogni tipo: donne, alcol, droga. La potenza devastante di cui era dotato lo portava a vincere comunque, di solito al primo round. Quasi nessuno voleva combattere con lui, e anche gli sponsor non erano proprio contenti di incontri che duravano regolarmente meno di tre minuti. Sembrava inarrestabile, ma fu un’accusa di stupro a spedirlo in galera. Una volta uscito, non fu più lo stesso.

Se Richards era il drogato cronico ma capace di controllare le sostanze, la mente e i propri sballi, Iron Mike, come lo chiamavano, era completamente schiavo delle proprie ossessioni e dipendenze. Ci provò tante volte, a mettere la testa a posto, ma ogni volta gli amici e l’abitudine lo trascinarono indietro. Fu anche sfortunato: Don King, il suo agente, lo derubò di milioni di dollari, un figlio si impiccò per sbaglio con una corda trovata in garage. Tyson, in qualche modo, riuscì sempre a raccogliere i cocci, sopravvivendo a colpi che avrebbero steso molti.

Bambino solitario, preso in giro dai compagni, si trasformò nel giro di qualche anno in pugile devastante per prendersi le proprie rivincite. Ma la fragilità interiore non si cancella con gli allenamenti, e nemmeno con le vittorie. Citazione, non dal libro, ma che rende l’idea della lotta dilaniante: “Senza sforzo, non c’è progresso. Ci deve essere sforzo nella vita. Per controllare il tuo ego devi aumentare l’esperienza. Perché, sai, un ego può essere frantumato, può essere ucciso, può essere schiacciato: ma torna indietro. Non muore mai. Questo è il problema dell’ego: non muore mai”.

Un racconto appassionante, che ripercorre anche tutti gli incontri del pugile americano, narrati con disarmante semplicità. Di solito, una volta sul ring, gli bastava uno sguardo all’avversario per inquadrarlo e capire l’esito del match, a volte persino il numero di riprese (sempre poche) prima di mandarlo al tappeto. La storia  è quella di una lotta senza fine alla ricerca della serenità; una lotta che mostra, però, ancora una volta, come non si diventa mai campioni per caso.

E’ un libro più forte di quello di Richards; qui si parla di furti, rapine, violenza, droga. Il senso di inquietudine è costante, e, mentre alla fine il chitarrista tossico si è diventato un nonno felice e ricco, Mike deve ancora raggiungere il proprio equilibrio. Sicuramente il volume ha rappresentanto una terapia necessaria per sgravarsi dei troppi carichi accumulati nel corso di una vita altalenante, come tanti grandi del pugilato che hanno bruciato il proprio talento.

Open“, invece, è il titolo dell’autobiografia di Andrè Agassi. Il libro fu un successo clamoroso quando uscì, una decina di anni fa, e riportò in auge il genere delle autobiografie, anche se scritte con l’aiuto di un ghost writer. E’ ancora difficile trovarlo in biblioteca, tanto è richiesto. Provare per credere.

André è il figlio di un immigrato iraniano che, intravisto il talento del figlio, in perfetto stile americano, decide di farci un bel mucchio di quattrini. Per riuscirci, lo sottopone sin da piccolo ad allenamenti massacranti con una macchina sputapalline che il piccolo paragona a un mostro, e lo spedisce in Florida all’accademia quasi militare di Nick Bollettieri.

Ribelle e controcorrente, il talento e il look stravagante impongono il Kid  di Las Vegas all’attenzione rispettivamente dei circoli tennistici e dei media sin da giovanissimo. Chi c’era a fine anni Ottanta ricorda bene la sua chioma fluente e i pantaloncini colorati. Agassi si allena, vince, ma è un ragazzo insicuro che non è mai riuscito a completare il proprio sviluppo psicologico, forse perché gli è stata strappata l’infanzia dalla figura ingombrante del padre-despota. Non pervenuta la madre. La sua fragilità emotiva lo portò a vittorie fulminanti e a crolli disastrosi. Si ritrovò, a un certo punto, a ricominciare da zero, dai tornei per dilettanti, per ri-costruire il proprio stile di gioco e, soprattutto, la propria psiche. Arrivò un nuovo allenatore, estremamente pragmatico, che lo aiutò a badare al sodo, a non perdersi in ghirigori mentali: la vittoria tornò, ma quanta fatica.


Ovviamente destinato in primis agli amanti del tennis, Open è godibile anche da chi (come il sottoscritto) non rientra nel novero degli appassionati. Contiene, inoltre, due grandi rivelazioni, che ai tempi scioccarono la stampa: la prima è che Agassi ha odiato il tennis da sempre, e con tutte le forze. Difficile da credere, ma è così.

La sua è la storia di un ragazzo baciato da un dono eccezionale, ma incapace di provare amore per lo sport che lo rese famoso. La descrizione di questo sentimento è straziante, e credo che molti possano, in qualche maniera, ritrovarvisi. La seconda è che la sua ben nota chioma era, in realtà, un parrucchino, che, con il sudore e lo sforzo del campo, si impiastricciava fino a creare situazioni di cui non mi spingo a parlare. L’attenzione portata all’eccesso per il look da parte di uno sportivo – non, quindi, di un attore – ne evidenzia il bisogno di piacere ed essere accettato.

Il filo conduttore del libro è la rivalità con un altro grandissimo del tennis: Pete Sampras. Innumerevoli gli scontri tra i due. Alla fine la spunterà Sampras, più regolare: ma, probabilmente, è stata proprio questa sfida a fornire ad Agassi le motivazioni che, senza avversari all’altezza, avrebbe perso ben presto. E comunque, se non ricordo male, in questo duopolio tennistico fu solo lui a vincere tutti e quattro gli Slam. 

Uno dei pochissimi italiani citati nel volume è Andrea Gaudenzi. Mi capitò di intervistarlo, tempo fa. Alla domanda su quale fosse il giocatore più forte mai incontrato in carriera mi rispose così: “Senza dubbio Agassi. Quando era in forma, sembrava che lui giocasse a tennis e tu a ping pong”.  Se dovessimo sintetizzare cinquecento pagine, in questa frase si trova tutta l’essenza del campione statunitense.

Per concludere, un libro a metà tra biografia e l’autobiografia. Si tratta del lavoro di Sebastian Marroquìn, alias Juan Pablo Escobar, figlio del narcotrafficante ucciso in Colombia nel 1993. Mi ci sono imbattuto perché durante il lockdown mi sono lasciato appassionare da Narcos, serie di Netflix che avevo sempre snobbato perché non amo il marketing cinematografico (e non solo) che al giorno d’oggi si usa fare con droga e mafie. Premetto che in Colombia ci sono stato l’anno scorso, e ho avuto modo di apprezzarla di persona: magari ne scriverò, ma immergermi nella serie mi ha dato modo di rivivere luoghi e atmosfere, che, devo dire, sono descritti molto bene.


Il libro si chiama “Il padrone del male” (gli scagnozzi chiamavano il capo “patron”) e racconta la figura del boss dal punto di vista del figlio.


Quello che ne esce è il ritratto di una personalità scissa tra l’amore per la famiglia, che rese Escobar un padre affettuoso e attento, e la ferocia del criminale. La realtà, narra Sebastian, è stata molto peggiore di quella – già terrificante – raccontata da Netflix. La Colombia degli anni ’80 e dei primi ’90 (per non parlare di Medellìn) era un paese in cui la vita non valeva nulla e si poteva morire ammazzati per un’autobomba o crivellati di colpi mentre si faceva la spesa. La strategia terroristica del narcotrafficante faceva impallidire quel che accadde in Italia con la strategia della tensione, le Brigate Rosse e la stagione mafiosa. Del resto, il boss era un grande estimatore di Totò Riina, sanguinario leader dell’ala stragista di Cosa Nostra.


Il successo di Escobar comincia a vacillare quando si mette in politica: un tempo solo imprenditore amato dai poveri ma dalle attività poco chiare, una volta entrato in Parlamento la sua fortuna venne passata sotto la lente di ingrandimento. Fu l’inizio della fine. Il primo a rimetterci la vita fu il ministro della Giustizia, Lara Bonilla; ma el patron, da quel momento in avanti, condusse una guerra scoperta e sempre più efferata contro lo Stato colombiano, con l’obiettivo di ottenere l’abrogazione del trattato che consentiva l’estradizione dei narcos negli USA. Una guerra che, tra alti e bassi, lo condusse alla morte.


Tutto questo viene raccontato con dovizia di particolari nel libro da Marroquìn. Classe ’77, il ragazzo fu ben presto reso edotto delle attività del padre, rimanendo, però, sempre scettico, almeno a quanto racconta. Il genitore morì nel ’93, quando lui aveva 16 anni, non senza averlo trascinato prima in un vortice di fughe, nascondigli, sparatorie, e messo a parte di tanti delitti.


Quello che colpisce è come Marroquin sia riuscito a diventare un uomo profondamente distante dal genitore. Architetto e designer, fu costretto a cambiare identità per poter provare ad avere un futuro con la propria famiglia fuori dalla Colombia: dopo molti rifiuti – comprensibili a quel tempo – li accolse solo l’Argentina. Il cognome continuava a perseguitarli, e, nonostante l’impegno, rifarsi una vita non fu facile.


Morto il padre, i boss del cartello rivale di Cali considerarono l’idea di ucciderlo: avrebbe potuto vendicarsi, un giorno. Ma non voleva. “Mi chiusi in me stesso e iniziai a immaginare il modo in cui avrei potuto portare a compimento la mia minaccia [di uccidere i nemici del padre]. Il desiderio di vendetta era immenso. Ma in un lampo di lucidità, che sarebbe stato provvidenziale, mi si presentarono di fronte due strade: trasformarmi in una versione più letale di mio padre, oppure mettere da parte, per sempre, il suo cattivo esempio. In quell’istante mi tornarono alla mente tutti i momenti di depressione e di noia vissuti insieme a lui, quando ci nascondevamo nei suoi covi. Allora pensai che non potevo seguire le sue orme, che tante volte avevo criticato”.


Il giovane si trovò di fronte a una scelta. Sapeva vivere come un mafioso, conosceva i trucchi del mestiere, la diffidenza e la scaltrezza necessarie per scampare a un agguato e anche quelle per trattare con criminali, polizia e governo (che, nella Colombia di quegli anni, avevano ruoli intercambiabili) ma non aveva mai preso un autobus e non sapeva ordinare un hamburger da McDonald’s perché c’era sempre stato qualcuno a farlo per lui.


In Argentina si mise a studiare sodo, laureandosi. La sua storia fu scoperta, e non sempre trovò clienti disposti a farlo lavorare: ma si guadagnò con sudore una reputazione da persona onesta. Parliamo di un uomo che da designer prendeva uno stipendio di circa mille dollari al mese, buono per pagarsi l’affitto e le utenze, certo: ma soldi “che fino a qualche anno prima avrei lasciato in un paio di mance”. Un uomo abituato a comandare che si trovò, all’improvviso, a essere un parìa. Senza patria e senza colpa alcuna, dal momento che non aveva commesso crimini, né avrebbe potuto impedire quelli del padre.


Il cartello di Cali gli impose di non dedicarsi al narcotraffico, la cosa più semplice per uno come lui. E chissà quanto abbia contato la minaccia di un fucile puntato per costringerlo a rigare dritto. Quel che è certo è che, oggi, le parole di Marroquìn sono capaci di criticare Escobar in maniera implacabile ed estremamente lucida per tutto quanto fu capace di fare al di fuori dell’ambito familiare. Si tratta di un giovane a cui è stata rubata la vita, e che non ha mai potuto condurre un’esistenza veramente libera. E’ solo possibile immaginare, in lui, lo strazio, lo scoramento e  il conflitto tra gli istinti peggiori e la ragione. Ha sempre prevalso la seconda. Anche questa è resilienza. 

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Milano, cronache dal fronte / 13

Sono uscito qualche volta per documentare il disastro del Covid, forse invidiato da qualcuno per il lasciapassare giornalistico. Si sbagliava. Ciò che si mostrava agli occhi del cronista era l’anticamera della morte. Dov’è finita tutta quella gente, mi chiedevo, aggirandomi nelle vie spazzate dal vento, in certe giornate uggiose come Milano sa regalare. Non dentro ai palazzi, non è possibile siano tutti lì, alle finestre non c’è nessuno. Sembrava l’indomani di un disastro nucleare. E invece erano dentro, i compagni di sventura, rintanati al chiuso di appartamenti stretti e pensieri circolari.
Povera mente umana che si abitua a tutto, anche al dolore, fino a farne dimora. Si diventa avvezzi persino alla mancanza di piacere, come creature che per sopravvivere si mimetizzano e imparano a rallentare impulsi vitali e battiti del cuore. Quanto sembrava lontana la città che si specchiata negli aperitivi.


Se mi giro indietro, mi sembra incredibile ciò che abbiamo vissuto. E un po’ – lo confesso – mi spaventa. Lo spettro della morte in ogni telegiornale, ambulanze a sirene spiegate come sveglia, sguardi terrorizzati in fila al supermercato, che col passare delle settimane si sono spenti in occhi rassegnati, stanchi.


Qualcosa è cambiato. Oggi, per strada, si sente di nuovo sbuffare il motore delle macchine. L’ottico non venderà nulla, con tutta probabilità, ma prende posto ugualmente nel laboratorio sotto casa. I rider scorrazzano pacchi e pizze legandosi le casse alla bici e sparando musica a tutto volume (pare sia questa la nuova moda). Ma quello che mi colpisce sono le voci dei bambini. Sono loro che stanno riportando una parvenza di normalità e colore in un mondo rattrappito, in cui la linfa ricomincia a scorrere. I genitori li accompagnano negli scarni cortili di città per godersi, finalmente, qualche sprazzo di gioco e caldo. E le voci cristalline si mischiano come se nulla fosse accaduto. Magari è un’impressione, in fondo non sono esperto di poppanti. Chissà se ricorderanno questo periodo strano, se la memoria conserverà traccia della clausura forzata, o il tempo scorrerà e sciacquerà i panni. E chissà cosa rimarrà a noi adulti. Di certo, mi ripeto, dobbiamo sforzarci di uscire dal letargo. Tornare a prenderci il rischio di vivere davvero. Al di là delle videochiamate, con la consapevolezza che una generazione che non ha avuto guerre dovrà combattere ancora una volta. Contro il nemico invisibile della recessione.

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Milano, cronache dal fronte /12

Un’app per tracciare il contagio. L’ha sviluppata Bending Spoons, software house milanese di livello mondiale, in collaborazione con il Centro Medico Santagostino, noto per aver martellato sin dall’inizio dell’epidemia sull’utilizo dei test sierologici. Che però, non sono validati. Ma sorvoliamo, non vorrei ripetermi.

Personalmente, non sono incline a scaricarla, e mi pongo alcune domande. Quali sono stati i criteri utilizzati per decidere la proposta vincitrice? Non sono riuscito a trovarli, ma magari è colpa mia. La seconda: ho parecchie perplessità lato privacy. Le avrei a prescindere: ma cosa c’entra esattamente un centro diagnostico il cui business è, per definizione, la salute con un’applicazione che della riservatezza dovrebbe fare la priorità, peraltro realizzata da gente che le app le sa fare anche da sola? Terzo: non si può obbligare a scaricarla, ma si propone di limitare la mobilità di chi non ce l’ha. A me non piace, e non sono neanche sicuro che sia legale.

L’articolo del Fatto Quotidiano che riporto qui dà conto di una mossa che mi sembra più una trovata pubblicitaria che altro. Spiace che il Governo ci metta la firma. E peccato che quasi nessuno si sia posto queste domande sulla stampa

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Milano, cronache dal fronte /10

Ripropongo questo pezzo scritto 20 giorni fa solo per ricordare tristemente che, da allora, poco è cambiato. Quasi nulla. Mi sembra, piuttosto, che il dibattito sui test sierologici (che, lo ripeto, non sono ancora sicuri) sia finito italicamente a tarallucci e vino. Insomma, siamo alle solite: una bugia ripetuta mille volte che diventa verità. Vogliamo uscire di casa e aspettiamo il miracolo; pazienza se rischiamo di infilarci in un guaio più grosso di quello che vorremmo lasciarci alle spalle. Molti sciacalli (imprenditori e politici amici) non aspettano altro che speculare sul coronavirus: ai tempi, si era lanciata solo la Toscana. Quasi un mese dopo si sono aggiunte altre regioni, tra cui la Lombardia. Ma se i test attualmente in commercio sono offerti a dieci volte il valore, se possono scambiare un raffreddore per Covid e se, soprattutto, non garantiscano alcuna “patente di immunità”, (espressione giornalistica peraltro orribile), meglio farne a meno. In UK, dove c’è ancora un giornalismo serio e capace di fare ammenda, anche media come il Times – che li hanno difesi da principio – hanno cominciato a porsi delle domande. A chi fosse interessato posso mandare gli articoli. Preciso che il governo di Londra ne ha comprati 17 milioni. E dovrà forse cestinarli.
L’unica parola da cercare negli articoli quando si parla di questi esami è “validazione”. Provateci: non la troverete. Potrà arrivare anche domani, e ne saremmo tutti felici. Ma, se mancasse, saremo in presenza di una truffa bella e buona. Punto. Serve altro?

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Milano, cronache dal fronte / 9

Ogni volta che lo intravedo, Bernie Sanders è capace di emozionarmi. Come Pepe Mujica, ex presidente del l’Uruguay. O come certi grandi del nostro passato, a partire da Pertini. Dieci milioni di donazioni da 18 dollari l’una in media: questo il budget della sua campagna per contrastare le corazzate multimiliardarie di candidati ricchi e potenti, e garantire sanità a tutti. In un paese dove il denaro sembra essere la misura di tutte le cose, figure del genere sono rare. Anche altrove, mi viene da dire.

Non è andata bene, forse bene non poteva andare; ma è stato bello assistere alla corsa di un anziano diventato idolo dei giovani. Un uomo che, invece di cedere al cinismo e al disincanto dell’età, in una sorta di processo machiavelico al contrario, con gli anni è stato capace di osare sempre più.

Sanders ha mostrato che le collusioni col business peggiore, di cui la politica sembra non potere più fare a meno, non sono una necessità, ma una scelta. E che anche il cinismo lo è. Apprezzo Conte e la sua capacità di rassicurare il paese, ma un uomo come Sanders, col suo carico di primavere, aiuterebbe in questo momento.

A Milano qualcosa comincia a muoversi. Un ferramenta che torna ad aprire, una signora anziana che fa la spesa e sorride nel negozio sotto casa, un runner che corre. Danno una parvenza di normalità, assieme al sole di questi giorni. Ma inutile negarlo, la clausura pesa. Sul morale, sul fisico. I dati sono confortanti ma non basta. A volte c’è bisogno di una figura a cui ispirarsi.

Intanto, certa stampa (e l’opinione pubblica) continuano a insistere sui test sierologici. Peccato non siano ancora validati, quindi non sicuri. Il Times di Londra (il Regno Unito ne ha acquistati tre milioni), dopo aver approfondito, è arrivato alla conclusione che non fare nessun test è meglio che usarne uno che sbaglia, anche solo del 5%. La matematica dice che potrebbe significare mandare in giro come “sani” centinaia di migliaia di individui che non lo sono. Evidentemente non è sufficiente. Auguri.

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