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Perché vedere (o non vedere) l’ultimo di Tarantino

Lo dico subito, così non ci pensiamo più. C’era una volta a Hollywood, il nuovo film di Quentin Tarantino, non mi ha convinto. Non che sia una brutta pellicola, ma il regista californiano ci ha abituato fin troppo bene, e il risultato, una volta tanto, delude le aspettative. Che erano, da par suo, altissime.

Tarantino prende spunto dalla strage di Bel Air, eccidio che nel 1969 vide trucidata Sharon Tate, moglie di Roman Polanski, assieme ad altre quattro persone, mentre il polacco si trovava a Londra.

L’eccidio fu compiuto da una setta di fanatici hippy ispirati da Charles Manson (che però non partecipò all’agguato, preferendo rimanere nascosto nella comune dove viveva), e scioccò il mondo immerso nel flower power del 1968.

Questa la cornice, che fa da sfondo alla storia di Rick e Cliff, un attore di serie B e il suo storico stuntman, amici per la pelle anche se divisi da un abisso in termini di ricchezza. Lo stile di vita, fatta la tara ai guadagni, è più o meno lo stesso: birra, cocktail, sigarette, musica a tutto volume, nessun orario. Il regista descrive le alterne fortune della carriera di Rick, che ha al suo fianco un amico fedele in grado di tirarlo fuori da guai quando occorre.

Un racconto carino dello spirito dei tempi e del mestiere dell’attore. Il problema è che tutto finisce qui. Il film è calato nell’atmosfera di quegli anni formidabili, ma non scava nel rapporto umano tra i due, restando in superficie, e dice poco anche sui tormenti di chi recita e vede la carriera scemare. Non che la specialità del regista di Los Angeles sia insegnare qualcosa, ma personalmente mi è rimasta la sensazione di un‘incompiuta. Manca la tensione narrativa, una trama compatta che riesca a tenere avvinto lo spettatore, per un regista che del climax ha fatto il suo marchio di fabbrica. La pellicola scorre placida e godibile, e questo è tutto. Anche qui, intendiamoci: ciò che a molti sarebbe perdonato, con Tarantino lascia spiazzati.

Il film, nonostante tutto, è carino, con numerosi siparietti divertenti (notevole quello con Bruce Lee), e le due ore e mezzo scorrono, tutto sommato piacevoli.  Le inquadrature sono coloratissime (il regista californiano con la macchina da presa ci sa fare, non è una novità, e lo stile anni Sessanta non passa mai di moda) e anche la colonna sonora è godibile  (ma meno di altre occasioni, vedi Pulp Fiction o Kill Bill).

Brad Pitt e Di Caprio? Che dire, sono bravi e si sapeva. Anche in questa occasione si confermano all’altezza. A giudicare dagli ululati, il pubblico femminile in sala non ne apprezza solo le doti recitative. C’è anche una particina per De Niro, che non si scatena.

Dicono che Tarantino abbia lavorato alla sceneggiatura per cinque anni. A me pare che si sia preso una lunga, lunghissima vacanza in attesa di tornare con il decimo – e a suo dire ultimo  – film. Ci auguriamo che non sia così.

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Brexit, i rischi per l’economia UK

Questo articolo è stato pubblicato in origine su StartupItalia.

Trecentoventotto a trecentouno: Westminster si è espresso martedì sera dando via libera a una mozione che autorizza il parlamento britannico ad  approvare una legge per impedire l’uscita dalla UE senza accordi. Sembrano formule da Prima Repubblica, invece si tratta di Londra. Benvenuti nel Regno Unito versione 2019.

Prendere il controllo della crisi su Brexit e impedire un no-deal. La sconfitta di Boris Johnson al primo voto parlamentare da quando è alla guida del governo coincide anche con la perdita della maggioranza in aula dovuta al passaggio di Philip Lee ai liberaldemocratici, all’opposizione. La ribellione ha scatenato la reazione furiosa del premier, che ha espulso, come promesso, i traditori dal partito conservatore. Cosa accadrà ora? Difficile dirlo. Potrebbero esserci le elezioni; ma non è detto che si torni alle urne, dato che per farlo serve l’accordo di due terzi del Parlamento, e da martedì non c’è neanche una maggioranza.

Una crisi senza fine cominciata nel 2016

Ma cerchiamo di capire qualcosa di più di questa crisi senza fine.

L’ex sindaco di Londra si insediò meno di due mesi fa al numero 10 di Downing Street con la promessa di risolvere l’impasse in cui si era impantanata Theresa May, il cui accordo con Bruxelles, negoziato nel corso di due anni, fu bocciato per tre volte dall’aula.

Il platinato ex corrispondente dalla capitale belga, noto, anche da giornalista, per una certa tendenza all’esagerazione (quando non all’invenzione) promise soluzioni in tempi brevi a un uditorio stanco di dibattiti.  Il classico uomo solo al comando.

Probabilmente qualche delegato starà rimpiangendo il voto che lo portò a prendere il controllo prima del partito conservatore e poi, conseguentemente, del governo, in un percorso che non ha previsto il passaggio dalle urne. Un paragone italiano può essere con la parabola che portò a Palazzo Chigi Matteo Renzi.

Conta il risultato, prometteva Johnson, pochi fronzoli. La tattica? Un misto di decisionismo e atti al limite del regolamento. Come la chiusura del Parlamento proprio a ridosso della probabile uscita, prevista per il 31 ottobre. Il senso della mossa è stato impedire ai deputati di sabotare le spericolate manovre del premier. Manovre all-in, come si dice nel poker: si vince o si perde tutto.

Un atteggiamento spavaldo che avrebbe dovuto servire per negoziare sconti e concessioni da Bruxelles. Ma i rischi, se il bluff non riuscisse, sono alti. Il perché di tanto timore è presto detto.

Al di là della propaganda, analisi e studi, anche governativi, hanno messo in luce le conseguenze nefaste di un’uscita no-deal: anni di recessione, difficoltà di approvvigionamento, almeno per i primi mesi, persino di beni essenziali come farmaci, mobilità internazionale ridotta, per citarne alcuni. E tutto da un giorno all’altro.

Cosa accade ora?

Le elezioni sono quello che vuole Johnson; ma chi si oppone alla sua idea di no-deal farà di tutto per dilatare i tempi e impedirgli di arrivare al non-accordo in maniera trasversale proprio convocando una consultazione. Questa, infatti,  si sovrapporrebbe nei tempi alle ultime finestre lasciate aperte dalla UE.

Cosa fa l’Unione Europea?

Sta alla finestra, per il momento. Bruxelles non sembra disposta a trattare  ulteriormente. Il testo resta quello negoziato con la May e bocciato nei mesi scorsi da Westminster. Nulla è cambiato per i Ventisette.

Ma quali sono le conseguenze della Brexit in termini economici?

La prima, di questi giorni, è la caduta della sterlina a livelli che non toccava dal 2016.

Ma non solo. L’incertezza non aiuta l’economia. Gli investimenti diretti esteri sono passati dai 216 miliardi di euro nel 2016 a 92 nel giro di tre anni, e molte multinazionali hanno deciso di spostare gli headquarters sul suolo europeo per non rischiare. In pole position ci sono Amsterdam e Parigi, che hanno incominciato da tempo una intensa attività di lobbying e di pressione sui ceo delle maggiori aziende oggi con sede a Londra per vantare le meraviglie di Olanda e Francia.

Da luglio 2016, vacanze e merci importate sono diventate più costose per i britannici. Da segnalare, però, anche un effetto di segno contrario: le esportazioni britanniche sono diventate meno care.

E l’immobiliare?

Il mercato immobiliare è sceso. Dopo essere cresciuto del 66% in termini di prezzi dal 2010 al 2016, negli ultimi tre anni ha frenato. Ma non è chiaro se si tratti di una flessione ciclica o legata direttamente alla Brexit.

Quello che è certo, per usare un gioco di parole, è che non ci sono certezze. Un assunto un tempo impensabile in quello che era il regno della prevedibilità, dove si gira con l’ombrello anche quando c’è il sole perché, non si sa mai, potrebbe piovere. Un’epoca, forse, giunta al tramonto.

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Ofo, Tink Labs e le altre: scaleup cinesi, quando crescere in fretta è un problema

Questo articolo è stato pubblicato in origine su StartupItalia.

Erano 4.000, un’onda gialla che colorava Milano. Vederle sfrecciare era diventata un’abitudine, come trovarle parcheggiate di fronte al bar dell’aperitivo o all’uscita dal posto di lavoro. Oggi giacciono abbandonate in aiuole, parcheggi di supermercati. Qualcuna nel corso dei mesi è finita persino sopra un albero. Di recuperarle si occuperà il Comune, dato che l’azienda proprietaria è sparita, lasciando senza lavoro anche i dipendenti della cooperativa cui aveva affidato la manutenzione.

È la storia di ofo (minuscola voluta, si chiama proprio così), supernova cinese della sharing mobility a due ruote, capace di brillare per una stagione raccogliendo 2,1 miliardi di dollari e implodere nel giro di pochi trimestri, arrivando a un passo dal fallimento. Le bici abbandonate di Milano sono un esempio di come vanno gli affari in Europa; ma anche in Cina la situazione non è rosea. Tanto che, evitata di un soffio la bancarotta, la società ha recentemente inaugurato un servizio dotato di docking station: non più bici libere da prendere e lasciare dove capita, ma una serie di punti di raccolta fissi dove si può ritirare e consegnare la due ruote. Un’assicurazione contro il vandalismo, e un’implicita ammissione di non essere riusciti a gestire il servizio free floating.

 

Scaleup cinesi: quando crescere è prematuro

Accade sempre più spesso, in Cina. Grazie alle dimensioni abnormi del mercato interno – due miliardi di persone accomunate da lingua e abitudini di consumo – le startup che indovinano il prodotto o il servizio giusto possono conquistare una crescita esponenziale nel giro di pochi mesi. Gli utenti arrivano tramite il passaparola e si moltiplicano grazie a copiosi investimenti in marketing: a questo punto entrano in gioco le decine di milioni di dollari profuse da fondi di investimento attenti solo ai “muscoli da specchio” della crescita.  Numeri che si sgonfiano bruciando cassa a velocità superiore a quella – già supersonica – con cui giovani manager rampanti e occidentalizzati spesso persino nel nome riescono a procurarsela. Si chiama premature scaling, fantasma lugubre che si aggira per la Cina lasciando dietro di sé cimiteri di rottami, come quello ritratto nella foto qui sotto.

Il caso di ofo, regina del bike sharing

Nel caso di ofo, le voci su una presunta fragilità dell’azienda cominciarono a rincorrersi sul finire del 2018. Bastarono pochi giorni perché milioni di utenti si precipitassero, all’unisono, a chiedere la restituzione dei depositi cauzionali necessari per utilizzare il servizio. Risultato? La bolla si sgonfia all’improvviso. “Restituire i soldi agli utenti, pagare i debiti ai fornitori (ma in Italia c’è ancora un buco di oltre 300mila euro, ndr) e continuare le operazioni” – scriveva a dicembre il fondatore e ceo Dai Wei –  ha generato “immense pressioni sul flusso di cassa”. L’uomo si era rivolto ai dipendenti con una missiva per prepararli all’eventualità di trovarsi senza lavoro dalla sera alla mattina.

 

Pare che dietro il tracollo della scaleup partita dai campus universitari di Pechino ci sia stato un misto di presunzione, internazionalizzazione precoce e problemi di management. Così, almeno, la pensa Jeffrey Towson, professore di Investment all’università della capitale. Due o tre miliardi di valutazione, secondo il docente, in Cina sono abbastanza per essere un bike sharing di successo, ma non per diventare leader di mercato nel settore della mobilità integrata. E i pesci piccoli (per modo di dire) a quelle latitudini muoiono. ofo è cresciuta troppo in fretta per le proprie capacità, senza, tuttavia, raggiungere la massa critica necessaria a operare nel contesto in cui è nata.

Scaleup cinesi finite troppo presto:  ci sono anche proptech e servizi per hotel

Anche a Bluegogo non è andata bene. Terzo player cinese delle bici in sharing, ha dichiarato fallimento nel 2017 dopo aver raccolto più di 90 milioni di dollari di investimenti. Ma il problema travalica i confini del settore.

La vertigine da eccesso di crescita ha già toccato altri mondi, come l’immobiliare Ai Wu Ji Wu (IwJw), attiva dal 2014 nel proptech e capace di raccogliere 305 milioni sul mercato, ma finita in liquidazione nel febbraio scorso.

L’ultima arrivata nel poco invidiabile club è Tink Labs, società di Hong Kong che fornisce smartphone gratuiti ai clienti degli hotel di mezzo mondo. Diventata  uno dei primi “unicorni” della città, all’apice del successo aveva raggiunto una valutazione di 1,5 miliardi di dollari e forniva i propri servizi a 600mila stanze d’albergo in 82 paesi, incluse quelle di catene molto prestigiose come InterContinental Hotel Group e Hyatt Hotels. Ma settimana scorsa, un articolo del Financial Times ha dato conto di centinaia di licenziamenti.  “Non ho mai pensato potesse durare, ma non pensavo nemmeno che avrebbe chiuso così in fretta” ha confidato l’ex capo delle Risorse Umane per Europa, Africa e Medio Oriente Nathalie Vioules. Tutto quello che contava per il ceo Terence Kwok, racconta la donna ai giornalisti, era “fare soldi”.

“Fiumi di venture capital per non  perdersi la nuova Alibaba”

La paura di perdersi “the next big thing”  ha dopato il mercato gonfiandone i muscoli come in certe gare di culturismo.“Il comparto del tech in Cina ha impressionato gli investitori globali sin dalla fulminante ascesa di Baidu, Alibaba e Tencent – sintetizzava il South China Morning Post qualche settimana fa – Per paura di essere tagliati fuori di nuovo, sulle nuove generazioni di startupper in settori come l’e-commerce e il fintech sono stati letteralmente rovesciati fiumi di venture capital, contribuendo a creare un elenco di unicorni cinesi capaci di schiacciare le aziende di altri paesi”. Modelli di business interamente basati sulla crescita a due e tre cifre, non più sostenibili ora che l’economia cinese sta rallentando e il mercato si sta saturando.

Un problema di innovazione

Ma c’è  anche un altro problema, connaturato all’economia del colosso asiatico: a molti giganti locali mancano la componente di innovazione e il know-how  delle imprese statunitensi, europee o israeliane. “Definire di livello mondiale la tecnologia di queste imprese significa sopravvalutarle” ha commentato Jialong Liu, general manager del settore carte di credito alla China Merchants Bank. “Ciò che le ha rese di successo è stata l’ampiezza del mercato cinese” chiosa, e si tratta del suo paese.

Le opportunità per le imprese italiane

Secondo quanto riportato dal Financial Times, il flusso di capitali nel settore tech cinese si starebbe già contraendo.  In contemporanea, sarebbero aumentate le verifiche dei potenziali investitori, ormai consapevoli dei rischi.

Questo può tradursi in nuove opportunità per un certo numero di aziende europee e italiane, finora sovrastate dai giganti asiatici. Come l’italiana Manet, che fornisce lo stesso servizio di Tink Labs ma impiegando un modello di business diverso, centrato su maggiore qualità. “Hanno inondato il mercato di device di basso livello per anni con una politica di prezzi molto aggressiva a cui era difficile stare dietro” spiega a StartupItalia Antonio Calia (leggi l’intervista), ceo e fondatore del player italiano.  “Ma appena è uscito l’articolo del Financial Times, il mio cellulare è diventato rovente, e ha cominciato a squillare come il giorno in cui ho compiuto 18 anni: erano clienti preoccupati, ma anche dipendenti dell’azienda che cercavano di assicurarsi un futuro in caso di fallimento”.  Pare siano 600 gli hotel e 50mila camere a rischio di restare sguarnite. Clienti che avevano puntato su una soluzione low-budget e che ora potrebbero finire dritte nel portafoglio dell’azienda di Calia, nata nel 2017, e rimasta finora in sordina a perfezionare il proprio modello di business e struttura dei costi. Il prodotto che ne è derivato consente maggiori personalizzazioni e interattività, e potrebbe portare una parte del settore a riconsiderare servizi proposti a condizioni troppo allettanti.

Qualità di prodotto e procedure pagano sulla medio-lunga distanza? E’ quello che spera chi fino ad oggi ha dovuto accontentarsi delle briciole. “E’ solo quando la marea si ritira che si scopre chi nuotava nudo” recita una delle massime più famose di Warren Buffet, il principe degli investitori. Uno che (quando lavora) non fa certo beneficenza.

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Sandbox fintech: cos’è e perché funziona (spiegato bene dai protagonisti)

Questo articolo è apparso originariamente su StartupItalia.

Fintech è la parola del momento. Sono sempre più i governi che si stanno dotando di politiche speciali per consentire ad aziende capaci di innovare in un settore tutto sommato conservatore come quello finanziario di crescere più facilmente. Le banche arretrano, ma le regole, in fondo, sono state scritte per loro. Di pari passo con l’avanzare della tecnologia, nuovi modelli di business impensabili fino a qualche anno fa vengono tentati: in qualche caso con successo, rompendo un monopolio di fatto, aumentando la concorrenza e semplificando la vita a milioni di utenti.

Ma i nuovi imprenditori, quelli che non sono abituati ad andare in filiale, hanno fame di canali alternativi per parlare con i decisori. Il gap generazionale e la scarsa consapevolezza di dove si collochi, oggi, la frontiera dell’innovazione frenano lo sviluppo, quando non si parla, addirittura, di interessi corporativi. In questo contesto, persino il linguaggio diventa un tema importante per comprendersi. La  rivoluzione sta cominciando, guidata dagli under 40.

Sandbox fintech: obiettivo attrarre aziende

Anche l’Italia ha cominciato a muoversi. È stato il decreto Crescita (entrato in vigore a metà luglio) a cogliere il cambiamento in atto con l’istituzione di un “sandbox fintech”, un programma di supporto tramite cui le aziende potranno sperimentare e interagire con i policy makers. I quali manterranno un atteggiamento di ascolto, pronti a carpire informazioni essenziali su come si fa business nel 2019 e a cogliere lo zeitgeist, lo spirito del tempo.

Due gli obiettivi del Governo: “Innanzitutto, le nuove norme necessarie al settore non verranno semplicemente calate dall’alto ma saranno scritte assieme agli operatori” spiega a StartupItalia Giulio Centemero, capogruppo della Lega alla Commissione Finanze di Montecitorio e relatore del testo. “In questo modo si facilita la vita alle imprese italiane: ma è inutile nascondere che tra gli obiettivi rientra anche quello di attirare aziende straniere nel nostro paese”.

Il “Comitato Fintech” è la cabina di regia istituita ad hoc. Membri permanenti saranno i ministeri dell’Economia e dello Sviluppo Economico, la Banca d’Italia, Consob, l’Antitrust, il Garante per la privacy, il Garante per i dati personali, IVASS (Istituto di Vigilanza sulle Assicurazioni), l’Agenzia per l’Italia Digitale. Presenti, insomma, tutti i soggetti istituzionali preposti alla vigilanza.

Un organo trasversale dotato del potere di invitare alle proprie riunioni (con funzioni consultive e senza diritto di voto) un ampio ventaglio di istituzioni, autorità, associazioni di categoria, imprese, enti e soggetti operanti nel settore della tecno-finanza.

Come Italia Fintech, che raccoglie le principali realtà del settore. “La creazione del sandbox è un fatto sicuramente positivo – commenta Marta Ghiglioni, giovane ma preparatissima managing director – ma attenzione: perché siano efficaci, le nuove norme non devono essere troppo rigide. Altrimenti il rischio è quello di tornare al punto di partenza”.

Sandbox fintech: l’esperienza UK di Oval Money

Ma cosa significa davvero partecipare a una sandbox per un’azienda? E conviene farlo? L’esperienza di altri paesi può essere d’aiuto. In prima linea troviamo il Regno Unito, per tradizione attento a recepire le tendenze finanziarie. Un percorso, quello britannico, interessante come riferimento, e peraltro ancora attivo. Claudio Bedino è cofondatore di Oval Money, società di gestione del risparmio nata a Londra tre anni fa da un team italiano. Oval Money ha preso parte alla sandbox UK nel 2016. Di cosa si tratta, in parole semplici?

“E’ uno schema pensato per mettere alla prova un certo numero di progetti ad alta innovazione, business che sembrava impossibile definire nel perimetro regolamentare tradizionale – chiarisce Bedino – Il dialogo col regolatore, che di solito è un soggetto distante da chi fa impresa, nel caso del sandbox avviene in maniera disciplinata, aperta e rapida; un percorso che ci ha portato a conoscerci reciprocamente meglio, e a interagire utilizzando un linguaggio moderno e adatto alle esigenze del nostro settore, aspetto assolutamente non secondario”. Perché nomina sunt consequentia rerum: e un lessico aggiornato può fare la differenza tra un testo di legge chiaro e uno criptico, evitando zone grigie e velocizzando l’applicazione del diritto, qualora necessario.

Il percorso dell’azienda nello schema, prosegue il manager, è durato sei mesi. “Per entrare si presenta una domanda volta a selezionare le aziende realmente innovative. Superato questo scoglio, si definiscono i parametri su cui si articolerà la fase di test: ad esempio un determinato numero di utenti, o una particolare categoria di investitori. Questa procedura di ingresso può richiedere qualche settimana, al termine della quale si parte con il test vero e proprio. Che purtroppo – devo dire – pur essendo utilissimo dura poco: finite le fasi preliminari, restano circa tre mesi di lavoro”. Un primo aspetto da tenere presente quando si tratterà di trasferire l’esperienza in Italia è proprio questo: la durata.

Ma i soldi dei consumatori sono al sicuro? chiediamo. “Niente paura: il sandbox non è un lasciapassare per andare off regulation e giocare con i risparmi della gente – rassicura il manager – Il principio è: o ci troviamo già nel perimetro delle regole preesistenti e le applichiamo, oppure è necessario crearne di nuove.  Ma nessuna deroga che consenta abusi. Secondo la mia esperienza, nell’80% dei casi si ricade dentro alla normativa vigente: la difficoltà, spesso, è solo capire in che maniera applicarla a chi innova”. Chi siede dall’altra parte della scrivania a volte fatica a capire la reale attività delle startup e i modelli di business. “E’ successo anche a Oval Money, che inizialmente era stata presa per una banca: in realtà non lo siamo, e lo abbiamo spiegato”. La lente d’ingrandimento aiuta il legislatore a sviluppare un capitale di conoscenze aggiornate che sarà messo a disposizione di tutti i nuovi attori dotati di caratteristiche simili, con guadagni in termini di tempo dovuti a iter autorizzativi più brevi e procedure di controllo sperimentate. Ci guadagnano tutti: lo Stato, le aziende, e anche gli investitori, che non scommettono più al buio.

 

Moneyfarm, l’altra italiana in UK

Il dialogo è il punto centrale, conferma Moneyfarm, altra azienda con dna italiano che ha vissuto un’esperienza vicina a quella del sandbox in Gran Bretagna: ha partecipato all’Innovation Hub UK, una versione – per così dire  – leggera del programma.

“Siamo recentemente stati ammessi a ricevere supporto diretto dalla Advice Unit della FCA, alla quale possiamo richiedere direttamente un riscontro nel caso avessimo necessità di implementare modifiche significative al nostro modello di business o ai nostri requisiti organizzativi – afferma David Mascarello, legal counsel di Moneyfarm (domani pubblicheremo l’intervista completa)  – Ad esempio, modifiche all’algoritmo che governa la valutazione di adeguatezza, innovazioni di prodotto suscettibili di modificare il “Regulatory Perimeter” nel quale ci muoviamo quando prestiamo il servizio di consulenza o quello di gestione di portafogli”.

Una possibilità non da poco, considerata la posta in gioco e la rapidità con cui è necessario adeguarsi ai cambiamenti. Spesso gli uffici legali navigano al buio. “Esperienze del genere – riprende Mascarello –  danno alle imprese il vantaggio di poter sviluppare i propri prodotti e servizi in uno spazio sicuro dal punto di vista della conformità alle norme e, attraverso l’interazione con il regolatore, di comprendere meglio il quadro regolamentare applicabile alla propria offerta”.

Il risultato per il Regno Unito è stato una copiosa produzione di strumenti di soft law come policy statements e guidelines, che vanno a integrare le norme primarie senza scatenare gli effetti a cascata di una sostituzione tout court della legislazione pregressa.

Sandbox fintech: creare una nuova classe di “burocrati digitali”

Ma non mancano le voci critiche, che sostengono che un ambiente artificiale scoraggia gli investimenti perché non è in grado di mettere realmente alla prova le aziende.  Qualcuna si è levata anche in Italia. L’opinione di Moneyfarm è differente: “I dati dal Regno Unito aggiornati all’aprile 2019 suggeriscono l’opposto: il primo gruppo di imprese che ha superato con successo la fase di test del Regulatory Sandbox (a fine 2016) ha ricevuto più di 135 milioni di sterline  in equity funding e l’80% di queste imprese sta ancora operando sul mercato”.

Adesso ci sono 180 giorni per scrivere i regolamenti attuativi: un lasso di tempo sufficiente ma non infinito. Il sandbox fintech è un’occasione da non perdere per creare una classe dirigente ricettiva e pronta a cogliere le sfide del futuro in maniera responsabile ma aperta. La crescita digitale di un paese passa anche dalla creazione di una burocrazia in grado di cogliere il cambiamento. Le università hanno da tempo cominciato a formare professionisti esperti in queste tematiche, ma sarebbe peccato mortale rinunciare all’esperienza di chi è in prima linea sul mercato. Una sorta di open innovation applicata alla cosa pubblica. Finalmente.

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Johnson quasi premier: il leader dell’ultra-Brexit succede alla May

Alla fine ce l’ha fatta. A poco più di tre anni dal referendum del 2016, Boris Johnson è stato nominato alla guida del partito Conservatore, il che, in questo contesto politico e a meno di colpi di scena, significa che prenderà il posto della dimissionaria Theresa May al numero 10 di Downing Street.

Il personaggio possiede un che di diabolico. A partire dallo “schema” con cui è giunto a fare il premier. Brexiteer della prima ora, si è guardato dallo sporcarsi le mani il giorno dopo la vittoria: troppo confusi gli umori, e la trattativa per portare a casa il testo di un accordo mal si addiceva a un carattere esplosivo come il suo. Con lui premier, il tavolo sarebbe saltato all’istante, assieme forse alla sua carriera. Di questo l’uomo era ben consapevole. Meglio ritagliarsi il ruolo del correttore di bozze, e lasciare ad altri la fatica di due anni di estenuanti braccio di ferro.

Meglio mandare avanti l’ambiziosa Theresa, che da bambina voleva essere la Thatcher, e ha provato, con piglio da studentessa determinata, a portare a casa la missione e l’accordo con Bruxelles, prima facendo la voce grossa (immortale il mantra “Brexit means Brexit” , ma non ci credeva neanche lei , il cui cuore batteva, tiepidamente, per restare), e poi vieppiù ammorbidendo la linea di fronte alla compattezza, inusitata, di Bruxelles.

L’ex sindaco di Londra preferì – lui! – restare in seconda fila, a recitare la parte del duro. Entrò nel governo May, ma ne uscì in fretta come chi molla tutto di fronte, si passi il gioco di parole, alla mollezza della leader.

Oggi Johnson si avvia a diventare premier. Porta in dote, oltre alla capigliatura biondo platino, le stesse uscite intemerate e vita privata traballante di sempre. Pochi giorni fa le urla provenienti dalla casa in cui stava trascorrendo la notte con la nuova fiamma hanno spinto i vicini a chiamare la polizia. Ma è solo un esempio, tra i tanti.

A fine maggio il Brexit Party del redivivo Farage ha sbaragliato la concorrenza alle elezioni europee, consultazione che non avrebbe mai dovuto tenersi. Preoccupati che l’uscita saltasse, i Leavers hanno deciso di votare in massa un partito costruito in poche settimane, e, soprattutto, privo di programma politico per gestire il “dopo”.

Johnson è la risposta dei conservatori, e  ha cento giorni per portare a casa la Brexit.  Con un vantaggio rispetto alla May. Dal suo punto di vista, il no-deal non è un problema, il che gli consente di giocare le proprie carte con tranquillità. Accada quel che accada, anche il disastro economico: l’uomo non si sentirà responsabile. Perché il problema è proprio che i politici, alla fine, sono esseri umani, soggetti alle stesse passioni e narcisismo di chiunque altro.

Francamente assisto interessato e in parte incredulo a quello che sta accadendo al Regno Unito, un tempo esempio di understatement, equilibrio e moderazione e oggi sempre più simile a un’Italietta qualsiasi.

Può essere che Johnson decida di convocare nuove elezioni per rimediare un mandato popolare che al momento non ha – si trova nella situazione di Renzi nel 2014, per capirci. Sarà interessante vedere il risultato, in tal caso, perchè in corsa ci sarà anche Farage.

Sta di fatto che molto del successo di questa strana accoppiata popul-sovranista si deve all’inconcludenza di Jeremy Corbyn, leader del Labour troppo a sinistra per cedere alla UE, ritenuta un covo di capitalisti. Un mucchio di banchieri che, però, predica l’economia sociale di mercato, e si sa che le politiche redistributive costano buona parte del bilancio di Bruxelles. Corbyn pensa davvero a un Regno Unito socialista lontano dall’Unione? (L’alternativa è che si tratti di un altro caso di narcisismo politico. Il terzo, assieme ai due citati sopra. Che vinca il migliore).

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Milano vince le Olimpiadi. Ma è fuori dai “giochi” che contano

Diciamocela tutta: non era difficile. Milano (assieme a Cortina) ha ottenuto dal Comitato Olimpico Internazionale l’assegnazione delle Olimpiadi invernali 2026. La città festeggia; ma non c’era, a dire il vero, questa gran competizione. Le candidature di Calgary (Canada), Sion (Svizzera), Graz (Austria), Sapporo (Giappone) hanno perso mordente una dopo l’altra;  l’unica avversaria rimasta in lizza era la capitale svedese. Dove, peraltro, la gente era tiepida al riguardo: solo metà degli abitanti del paese favorevole. Naturale convergere su chi ha mostrato più interesse (in Italia, pare, il sì sfiora l’80% degli intervistati).

La città, galvanizzata dall’effetto Expo, si accaparra, così, un altro evento in grado di portarla sulla scena internazionale. Ottimo per il ritorno d’immagine, se la macchina funzionerà; ma le ragioni per esultare mi pare vadano cercate esclusivamente nel marketing territoriale.

In realtà le Olimpiadi invernali sono un evento che spesso si traduce in perdite colossali dal punto di vista economico e lascia cattedrali nel deserto a livello infrastrutturale. Per questo non c’è la fila per organizzarle. Inoltre, durano poche settimane, e sono rivolte a un pubblico ristretto di appassionati: non sembra abbastanza per generare un impatto paragonabile a quello di Expo2015, che ha generato turismo e business per sei mesi, oltre a lasciare un’area su cui sta sorgendo un importante distretto dell’innovazione. Persino allora il conto economico fu negativo nell’immediato; ma le ricadute per la città e il suo ecosistema ripagarono ampiamente la scelta di assumersi l’onere.

Valeva la pena di riprovarci con le Olimpiadi? Probabilmente, sì; ma è un lusso che solo una città funziona e, in fondo, sull’immagine ci vive, può permettersi. Personalmente, ero contrario all’organizzazione dei Giochi a Roma, che ha ben altri problemi da risolvere.

La riflessione che mi viene in mente è, però, un’altra. Quando, causa Brexit, si trattò di assegnare la sede dell’EMA (l’Agenzia Europea per il Farmaco), Milano perse al fotofinish  la sfida con Amsterdam, appoggiata da tutto il Nord Europa. L’Italia, allora, fu sostenuta solo dai piccoli.

L’EMA, quella sì, era un obiettivo strategico, i cui effetti in termini occupazionali, di business e di peso politico si sarebbero dipanati per generazioni. Ma, in quel caso, non fummo quasi considerati dai big del continente, probabilmente pagando la percezione di inaffidabilità, lo scarso appeal per i dipendenti, e anche le relazioni internazionali. Come dire, finché si tratta di “cosucce”, divertitevi pure. Ma i giochi  “seri”, quelli della politica, si fanno ancora altrove.

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politica

May si dimette senza Brexit mentre il Regno Unito va alle urne

Voleva essere come la Thatcher, forse non ci è riuscita ma ha avuto un compito ingrato. Theresa May ha annunciato oggi le sue dimissioni, fra le lacrime.  Nonostante i tentativi della signora, il Regno Unito vota ancora una volta per eleggere i propri rappresentanti in seno all’UE. E quel che sarà, sarà.

Le si può rimproverare una certa spocchia (il mantra “Brexit means Brexit” ripetuto ossessivamente) e un atteggiamento spavaldo durante le negoziazioni. Per il resto, pochi avrebbero saputo fare meglio al suo posto; e pochi, soprattutto, avrebbero accettato l’incarico, accuratamente evitato dai più navigati compagni di partito. Non è andata meglio tra i laburisti, che non hanno mai preso posizione; Dante condannava gli ignavi alla sorte peggiore, probabilmente non a torto.

E’ finita come nessuno immaginava: niente uscita, per il momento, e il ritorno di Farage, lontano dai radar e che oggi appare il gigante che non è.

In tre anni il Regno Unito ha mostrato le proprie debolezze: confuso, allo sbando, è l’ombra di se stesso. Ma l’uscita che doveva servire da apripista, ha, forse, avuto il merito di aver portato il dibattito sull’Europa per la prima volta realmente sulla bocca di tutti. Fino a qualche anno fa, il malcontento c’era, ma non si poteva votarlo, e le campagne elettorali per Strasburgo erano versioni scialbe di quelle nazionali.

Oggi sappiamo che essere nell’Unione non è scontato, e che chi ci crede deve dirlo forte. Buon voto a tutti.

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