esteri, giornalismo, guerra

Il controdocumentario su Naza è una bufala che peggiora la posizione di Israele

Dopo Naza e The Bibi Files, su impulso di chi sosteneva fossero di parte ho guardato il contro-documentario realizzato da Israele. In breve: va visto per cultura e per capire in che tempi viviamo, ma non aggiunge molto a quanto si sa. Anzi, peggiora la posizione dello Stato ebraico. Vediamo.

Innanzitutto, il titolo: il lavoro è disponibile sul sito Nazadocumentary.com, in maniera da facilitare la confusione con l’originale premiato a Venezia. E, infatti, molte persone sono finite su questo sito per sbaglio, anche se i motori di ricerca mi pare indirizzino correttamente sull’originale. Per sbagliarsi serve conoscere il nome e digitarlo.

In secondo luogo, l’ambientazione (i tetti di Tel Aviv, girato di notte, con ufficiali di spalle che raccontano la propria esperienza) richiama, senza alcun dubbio, volutamente Naza: tutto molto simile, sempre per generare confusione, ma anche per mettere i due racconti sullo stesso piano a livello valoriale. Lo dico da giornalista: non è così. Niente di quanto viene detto da ufficiali dell’esercito israeliano in un lavoro prodotto dal governo, neanche una virgola, viene registrato e diffuso senza approvazione preventiva a parte dei vertici politici e delle forze armate. Significa che tutti gli interventi sono concordati. Nella migliore delle ipotesi funziona così: viene scelto un ufficiale con un pensiero ben definito che non sia un invasato – un tipo presentabile, insomma – , gli si dice che c’è da fare un’intervista per riparare ai danni di Naza, gli presentano le domande, e gli fanno provare le risposte prima di accendere le telecamere. Se c’è allineamento con i desiderata del potere, bene; se c’è qualche dettaglio che non aiuta la causa di Tel Aviv, si chiede di non citarlo, o lo si taglia nel montaggio. Non molto giornalistico.

Terzo: per girare Naza (l’originale) ci sono voluti due anni, tempo richiesto per cercare gli intervistati, convincerli a parlare, superare le procedure di sicurezzaa – in Israele si è iper controllati, e non è facile registrare su un tetto di Tel Aviv una ventina di interviste senza dare nell’occhio e garantendosi immunità – . Oltre al fatto che bisogna garantire la sicurezza del materiale girato, e, credetemi, anche questo non è semplice: non pensate di uscire dal palazzo e tornare a casa con un hard disk esterno o una chiavetta o – peggio – archiviare tutto sul cloud. Una perquisizione personale o domestica porterebbe al sequestro del materiale, mentre il monitoraggio costante del web  renderebbe facile azzerare tutto sul cloud (e Israele ha la capacità di craccare pressochè qualunque sistema, ammesso che non siate stati voi ad aprirgli la porta cliccando sul link sbagliato – ma questo è un altro discorso). Lavorare su un certo tipo di contenuti per due anni non è facile in Israele, e questo aspetto da solo meriterebbe un film a parte.

Il contro-documentario, al contrario, è stato prodotto in appena tre settimane, senza alcun tipo di problema organizzativo: i generali hannno scelto gli ufficiali più adattti, allestito il set, filmato la chiacchierata, e tutti sono tornati a casa sereni. Punto. Il risultato è l’impressione che il prodotto finale sia artefatto; la parola inglese che rende l’idea è staged, cioè, più o meno, recitato.

D’altra parte, va detto, non penso che l’obiettivo sia convincere gli intellettuali o i giornalisti di inchiesta: l’idea è offrire un prodotto da contrapporre a chi promuove Naza sui social, e prendere all’amo chi non dispone di strumenti culturali adeguati a comprendere quanto sopra. Per la legge dei grandi numeri, in un certo numero di casi funziona.

Veniamo ai contenuti.

I membri dell’Idf (l’esercito israeliano) raccontano il proprio vissuto. Dicono che nelle moschee, negli ospedali, nelle case private hanno trovato armi nascoste, e fanno vedere i filmati. Il punto è che si tratta di un esercito regolare (quello ebraico) che combatte contro dei miliziani: è normale che nella guerriglia casa per casa avvenga questo.

Arriviamo al cuore della vicenda.

Si rimarca  che prima di sparare a un bersaglio vengono messi in atto molti controlli, personali e giuridici, da parte dell”Idf per evitare di colpire innocenti e ridurre i Naza (cioè i “danni collaterali”, questo il significato dell’acronimo). Beh, la risposta è semplice: si cerca di far passare norme elementari di diritto internazionale (ius in bello, per gli amanti del latino, ben codificate da oltre un secolo) per opere di carità. Non è così che può funzionare. Non solo.

Naza mostra come spesso (non sempre) si accetti il rischio di colpire dei civili. Questa la forza del film premiato a Venezia, e avviene spesso, per racconto di molti di coloro che quei pulsanti li premevano. È il disaccoppiamento tra la morte e il rischio implicito nel causarla, fino a ieri ineludibile. Oggi basta la chiamata di un bambino al cellulare del papà per identificarne la posizione e farlo saltare in aria da cento chilometri di distanza, comodamente seduti di fronte a un joystick. Che si possa essere “chirurgici” è, passatemi il termine, una stronzata che viene dagli americani e dalle loro imprese di inizio millennio.

E arriviamo a un terzo livello di lettura. L’equivoco generale, e il presupposto del controdocumentario, è che Israele abbia diritto di bombardare Gaza e di condurre una guerriglia casa per casa dopo il 7 ottobre: non è così. Se non si concorda su questo, ogni altro discorso diventa inutile. Lo Stato ebraico ha reagito in maniera sproporzionata, radendo al suolo Gaza e configurando quello che può essere definito un genocidio. Farlo raccontare a soldati che sono mandati a rischiare la vita non ha senso: non hanno la lucidità mentale per parlarne. Traduco: è chiaro che sei incazzato se ti sparano addosso, ma il problema è chi ti ha mandato lì, e, soprattutto, chi abbia interesse a proseguire una guerra perenne.

E qui si arriva ai Bibi files: il problema è Nethanyahu, la sua corruzione, e la necessità da una parte di vendicare il fratello morto in combattimento (incapacità di regolare gli istinti, direbbero gli psicologi), dall’altra quella di scappare dai processi alzando il livello dello scontro ogni giorno di più, e mantenendo il paese in una guerra infinita.

La conclusione è che il controdocumentario rende l’idea di uno Stato che usa la propaganda come strumento di lotta, è sin troppo emotivo nella gestione di un conflitto, e non si pone problemi di sorta nel costruire una verità alternativa e artefatta, una postverità – come fanno i regimi -. Israele è una democrazia, ma questo lavoro è una caduta di stile difficile da digerire anche per chi ha ammazzato 75 mila persone e mutilate molte di più. Servirà, probabilmente, a dare uno strumento alla propaganda sionista: ma non passerà alla storia, statene certi.

ps. Qui non si nega la brutalità del 7 ottobre. Chi scrive non è antisemita. Sono stufo di doverlo dire, ma forse è uno scotto da pagare.

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Abbuffate all’italiana

Galeotte furono le vongole sgusciate e chi le cucinò. Altro che Paolo e Francesca: settecento anni dopo Dante, al posto dell’eterea pulzella c’è finito il tentacolare oste del “Cefalù”.

L’intervista di Paolo Mieli rilasciata al Corriere è tutta da gustare, ma difficile da associare a un direttore. Balbetta, si giustifica, distingue (“me ne voleva parlare, ma gli dissi di non dirmi il nome”, “lui parlava ma io mi limitavo a stare zitto e pensare ai fatti miei”, “figuriamoci se con tutte le cose che ho da fare potevo dare retta a lui”, cito a memoria, ma il senso è questo). E poi le vongole. Croce e delizia. Si perse la primogenitura per un piatto di lenticchie, si può ben rischiare lo status e quell’aplomb serioso da storico per un piatto di spaghetti.

Perché Mieli frequentava il ristorante del faccendiere Lavitola? Per i gustosi mitili, racconta. “Nessun altro me li faceva trovare sgusciati nel piatto”, ricorda.

Il direttorissimo narra delle pericolose battaglie con l’amato spaghetto. Nella tensione della tenzone, tra tovaglioli macchiati e camicie con schizzi di sugo, non si tratta di un dettaglio da poco. Tanto cruenta deve essere stata la pugna che, fino all’epifania di Lavitola, è possibile che non gli sia mai venuto in mente di chiedere agli chef il prezioso favore di fargli trovare un piatto solo da gustare.

E che favore.

Se dovessero sgusciare tutte le vongole che cucinano, i ristoranti di pesce dovrebbero assumere una persona ad hoc, forse chiudere.

E poi. “Arrivavo in taxi, ma al ritorno Lavitola mi accompagnava a casa”. Ah.

Un trattamento da re: sarei curioso, ora, di vedere il conto.

Purtroppo non finisce qui.

Il teatro dell’assurdo della vicenda Ranucci prosegue passando dalle mangerecce dichiarazioni di Mieli a quelle di Alessandro D’amato, caposervizio di Open che accettò di lavorare a una mailing list per lanciare la candidatura del giornalista di Report. Committente, Lavitola. D’Amato, esploso il bubbone, decide di raccontare tutto sul suo giornale. Per aggiungere particolari, spiega. Carino. Sembra però più un “mettiamo le mani avanti che non si sa mai”.

Poi ne parla anche col Corriere. Che gli chiede: Ranucci era a conoscenza del progetto elettorale? Riposta: non l’ho mai saputo. Ah.

Ora, mentre Mieli al Cefalù ci andava in taxi, mi viene il dubbio che D’Amato no. Forse a Open non pagano bene i giornalisti, se devono cacciarsi in guai del genere, con personaggi come “Valterino” (ipse dixit) per arrivare a fine mese.

Però la pena per la situazione del giornalismo italiano, la consapevolezza che spesso si fa fatica a campare (e fanno fatica anche quelli bravi davvero, non solo chi ha sbagliato mestiere) non esime del tutto uno che di professione fa il cronista dal fare attenzione.

Ma non fidatevi del mio riassunto.

Andate a leggervi gli originali e fatevi la vostra idea, oltre a quattro risate. Tanto, a questo punto, se mi diceste che non avete fiducia nella stampa capirei. Abbondantemente. Buono spaghetto con le vongole a tutti.

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What Condé Nast’s ceo Roger Lynch thinks about the company’s future

Roger Lynch, ceo of Condé Nast, has explained something about the future of the company a few days ago. He did so in an interview by TBPN. I discovered the video and this article by Danny Goodwin of Search Engine Land thanks to my friend and colleague Maurizio Martorana. This comes weeks after the announcement Wired Italia’s going to be shut down, generating questions about the whys of the decision. Let’s summarize what Lynch says.

1)  32:40   He doesn’t rely any more on SEO. In his words: “Last year, I told our teams: assume there’s no search. You have to have your businesses planned as if search is zero.” “We don’t expect it to be zero… We expect it to be a single-digit percentage of our traffic. Very low.”

2)    This is due to increasingly intrusive ads by Google, which privileges paid content.

3)    He says that Condé will still privilege human generated content. “We’re gonna always have human created content”, he states (though in a previuos email the role of artificial intelligence was stressed)

4)    In his decisions where and what to cut, Lynch will privilege the brands with “strong direct audiences, subscription potential, clear authority in a niche or category”. “Today, you need to be really nailing a specific niche where you have a loyal audience that’s willing to pay and and … If you have a brand where you’re investing in the journalism, if you have to make significant investments in journalism, supporting that just with advertising is a tough place to be.”

5) Journalism still has sense, according to Condé ceo (I admit I agree). “If you want to spend six months investigating stuff, Substack is not the medium for that: the New Yorker is”.  So, he’s open to investigations. “The subscribers reward us for that kind of journalism. When we come out with these pieces, we see the numbers of the subscriptions spike. I don’t think it works so well on Substack. Other things work well on Substack”.

6) at minute 17:50 he tells a curious story about Milan’s offices and the company’s brands playing one against the other

7) at minute 20:50 he speaks about the strongest and weakest brands in the company’s portofolio (even at 38:00)

8) at 21:00 speaks about Condé having no political interests to pursue (almost total editorial freedom – rare not only in Italy – I can confirm)

9) 27:34 speaks about the role of the events, pivotal in today’s publishing. “Less events, more cultural. […] I think we found a strategy”.

10 ) 39:50 about new hirings and AI

In a nutshell: no intermediation by search engines, more events, niches, integration. Amen.

An era is gone. Condé will try to disintermediate, away from search engines and platform, to build loyalty from customers on its own properties.

In a world made of too many breaking news (let me laugh while saying it), the bet might be, according to Lynch,  getting back to the past: try to be one of the few newspapers and magazines that the average reader reads and trusts.

This is good news. Even because I’ve never liked Seo writing, incidentally.

#wireditalia #journalism #condenast

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Why Ai is not good for most of the journalists

What’s the real impact of Ai on the newrooms? I’m not talking of the publishesrs’ aspirations. I’d like to tell you what’s the impact on a real daily routine. Starting from something just happened.

I was trying to imagine the text for some slides to illustrate an article I wrote.

Being overwhelmed, I decided to ask Chatgpt to help me summarizing 6 key points. Obviously ready to edit and integrate them. Since I was the one who had wrote the article, it wouldn’t have taken long.

Well, the result was far worse than I expected.

It completely missed the target, focusing on one particular topic without considering the others at all.

I can imagine this is due to sort of numeric reasons: so called artificial intelligence is really not very much more than a very performing statistic machine, and my article got in depth on gepolitics more than on other topics.

But, as a normal reader could have easily argued, that was not its main sense.

There are a number of reasons that can push a journalist to overextend one part of the article compared to the others: not least, limited information about certain aspects.

Nevertheless, sometimes the news is a couple of lines, while the rest is mere context. And the sense of the piece is made by the combination of the title, graphic elements, and proportionof the paragraphs. I’ll tell you most: sometimes, what’s omitted is of the greatest importance.

Well, I’m afraid that AI compete with humans in doing this.

**

The problem here is that a lot of journalists use AI this way, asking to summarize paper and report to pitch the editors with. And, since thery weren’t the one who wrote the articles, the results are traigc. Adobe acrobat itself proposes something similar when you open the pdfs, so why shouldn’t you?

But what’s the point if the outcome is absolutely unreliable?

In my career I saw a young journalist relying on Ai to comply his/her (I won’t even say the sex for privacy reasons) boss’ request, without regard to the mistakes. Once, one would have negotiated an adequate pace: now you keep the job, and cheat.

When I catched this person, and asked if he/her was using ChatGpt, I was surprised by the answer. “Yes, why you asking?”.

Long story short: AI in journalism is too much of a temptation given the performance requested by today’s rat race. Only senior and well paid professionals can (maybe…) use it properly, and just for proper purposes; for the others is dangerous, above all for the young. Because they don’t learn, and not only how to do this job: they don’t learn how to negotiate their load, to take responsibilities, and to tell the truth.

(photo by Tyler Franta on Unsplash)

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What does it mean for a magazine to “transition away from publishing” / part 2

As some of you might know, in the last days Condé Nast communicated the intention to “transition away from publishing” Wired Italia. Whether this is true or just a negotiation tactic, it triggered a lot of considerations about the state of today’s journalism in our relatively small bubble of avid news readers. Being personally involved, moreover, as a long-time contributor pushed me towards doing the effort of getting in depth both in public and private chats.

In a previous post, I considered the possibility of Condé Nast turning the now-magazine in an event-first editorial product.

Someone, like Matteo Cerri (an Italian publisher, not involved in the matter) fundamentally agrees with this vision, based on a classic corporate economic concept. It was unavoidable (I summarize) given the editorial market and the fact that the Ai allows to make a newsmagazine with a tiny fraction of the personnel. That, moreover, can be rerouted on other projects (like live interviews) in which the human role is still fundamental. A sort of Ted X under Wired’s brand. In the end, who the hell would accept being interviewed by an avatar?

This would probably still be journalism (being a good interviewer is not easy; and the price for impreparation is irrelevance), but of another kind. And, maybe, less valuable for the society itself. We’d loose our “boots on the ground” approach, in favor of a “drone approach” (Sun Tzu’s Art of war is still base to a number of marketing courses: so, I’m not inventing anything with this comparison).

***

Consequentially, and that’s another topic I often discussed in private chats and public conversations, we fatally get to a question: can we really treat the press just like any other industry? Sure, it has more or less always been like this for publishers; but the role of democracies’ watchdog is too important to be underrated or equalized to beauty farms or pet food.

Acting as a devil’ lawyer, I used to answer that nobody has found the recipe to conjugate business and social impact, yet. But, in reality, there’s already someone who’s trying to make business differently: the so-called B-Corps.

Which (with some limits I’m not going to discuss here) have a community-oriented approach.

But what is a B-Corp? Briefly put, these companies consciounsly renounce to a part of their profits – or, to say it in another way, to the maximum optimization and efficiency – to pursue an impact on the people and the planet.

So, if a publisher like Condé Nast considers closing Wired Italia for economic reasons, and we had to find a reason to ask them to think again about it, we could say that it already has a number of other incredibly performing outlets in its bouquet.

Like, for example, Vogue Italia; and – with all due respect to fashion and pop culture – we’re not talking of the same impact in terms of democracy.

I explain: Wired Italia started talking about digital surveillance, algorithms’ ethic, Big Tech’s malpractices, and even climate tech and renewables when these topics just deserved a small article at the bottom of traditional media: it shaped the debate, paving the way to others. And there’s no need to further underline the importance of these topics in today’s world. Vogue Italia can well sustain the burden of a less profitable (but, as far as I know, not unprofitable) news outlet like Wired Italia.

Even companies operating on average economic sectors are considering the switch towards a B-Corp minded way of doing business. Why in the world can’t a liberal publisher like Condé do the same?

***

Here comes another consideration.

In this “transitioning away from publishing process” involving artificial intelligence, what’s happening to the content already published? Will it be sold with some sort of agreeements to actors like Open AI? Stop guessing. It already happened.

You can find here Open AI’s version, and here Condé Nast’s. I quote from the latter.

“I’m pleased to share with you that we are entering a multi-year partnership with OpenAI to expand the reach of Condé Nast’s content”, wrote ceo Roger Lynch in August 2024.

“As we all know, generative AI is rapidly changing ways audiences are discovering information. It’s crucial that we meet audiences where they are and embrace new technologies while also ensuring proper attribution and compensation for use of our intellectual property. This is exactly what we have found with OpenAI. 

Over the last decade, news and digital media have faced steep challenges as many technology companies eroded publishers’ ability to monetize content, most recently with traditional search. Our partnership with OpenAI begins to make up for some of that revenue, allowing us to continue to protect and invest in our journalism and creative endeavors.

Throughout the process OpenAI has shown that they too are very committed to this mission. They have been transparent and willing to productively work with publishers like us so that the public can receive reliable information and news through their platforms. 

This partnership recognizes that the exceptional content produced by Condé Nast and our many titles cannot be replaced, and is a step toward making sure our technology-enabled future is one that is created responsibly. It is just the beginning [….]”

So the incredibly valuable content written by Wired journalists’ over the course of the years might be already used to train those very AI systems cannibalizing them.

Condé is not alone. Stated Open AI: it joined “a growing list of publishers including Associated Press, Axel Springer, The Atlantic, Dotdash Meredith, Financial Times, LeMonde, NewsCorp, Prisa Media, TIME, Vox Media and others, in our mission to integrate journalism more deeply with AI services”. “We’re committed to working with Condé Nast and other news publishers to ensure that as AI plays a larger role in news discovery and delivery, it maintains accuracy, integrity, and respect for quality reporting“, added Brad Lightcap (COO at OpenAI).

Quite every editorial group had to come to terms with AI. And it’s not clear if anyone’s found yet a way to maintain the journalists employed giving them an additional tool or it’s simply impossible.

Yes, it’s just the beginning.

Ps You can sign this petition to save Wired Italia, if you want.

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What does it mean for a magazine to “transition away from publishing”

So Wired Italia is “transitioning away from publishing”. The decision was communicated all of a sudden to the editorial staff a couple of days ago.  Whatever that means – and to anyone covering climate this wording has a deep resonance – it’s sad news. These days have been full of calls, whatsapps and comments. It’s been like an earthquake in our relatively small bubble of journalists and passionate news readers.

It’s unprofitable, says ceo Roger Lynch; or, at least, it can’t keep the same pace as other editions globally. I’m not sure that’s totally true, but we must take it as it is.

Surely enough, it’s easier to cut a newsroom in Italy when you’re in New York, and there’s no tie to the people: just figures count.

Anyways, much of the conversations I held contained interesting perspectives. I’ll try to share them.

It’s thinkable that this could be a Trump-style negotiation tactic to get to a smaller reduction of the operations, for example cutting just the printed quarterly edition: “We were about to obliterate you, so be thankful you survived. But now you have to accept we’re changing our business model”. So journalists, for example, – and this is strictly my  opinion -, can be put on events. It’d be suicidal to completely delete the brand: so why don’t use it to create a sort of TedX? A Wired X, with a dedicated editorial staff to make interviews and all the writing parts.

Is is still journalism? I don’t know. Journalism’s definition is so vague, nowadays, that, given the doubt, the answer might easily be yes or no depending on who you ask. Not likely that a court can condemn the publisher, in this case: at least, Conde would have given the staff the opportunity to go on, though with another project.

Events may moreover help collecting sponsors, and are cheaper than publishing a magazine: the videos of the talks can be spread all around on the social media, thus making money. And, obviously, like it happens with Ted, you can always invite people not just on a relevance basis, but on their will to contribute to the cause. Simply put: you pay, and you get there, so you can add it to your resume and Linkedin profile.

Events are pivotal in todays’s journalism. Two years ago Orson Francescone of the Financial Times (he’s managing diretor of FT Live) told me these kind of fireplace chats are central in their strategy: and, with a good interviewer, you can even find relevant news to be spread (particularly if you add a good press office).

Whether this would give the society the same benefits as a magazine like Wired Italia, it’s arguable. No inquiries, no study of the documents, no boots on the ground: in the best case, just desk journalism. But this is a global trend.

Let’s move on.

In Lynch’s note he talks about the role of AI (artificial intelligence) in the future of the company. This leads to another consideration: publishers have always made cuts to the personnel. But once the limit was that you still needed humans to make the magazine. Today that limit has dropped: with AI you can easily get the job done quite without any human help. You can keep the Italian brand alive, for example, just translating contents from the others editions, with little supervision. And, by doing so, you can still sell advertising and benefit from the SEO. This is, once again, strictly my opinion: I have no elements other the Lynch’s public note to confirm it.

On a more personal side, another thing I noticed is that this sad event boosted cooperation between us colleagues. It’s always true we need a crisis to remove (a part of ) our self defences. Lots of colleagues called me, and I’ve done the same. Yes, it enhanced our will to cooperate, not resigning ourselves to be monads. Which, by the way, helps the publishers: atomized work means you have the same problems of a hundred colleagues, but you don’t know it, and therefore you can’t join forces. Well, that’s a lesson.

I’ll add a couple of things. Wired Italia’s probable stop to publications also showed me how much our job has been appreciated over the course of the years. That’s heart-warming, and thought-provoking: because people don’t usually spend their days praising you, and sometimes the risk is to forget it.

And finally, another consideration: a former press officer told me “I can’t stop thinking over it, Wired’s journalists were among the fews that almost always replied to my pitches, and motivated a denial”. I won’t add a word, but thanks.

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giornalismo, media

A cosa serve l’Ordine dei giornalisti?

Anche quest’anno, controvoglia, ho pagato la quota all’Ordine dei giornalisti, nel mio caso quello della Lombardia. Ho cominciato a fare il giornalista nel 2004, sono iscritto dal 2007 nell’elenco pubblicisti e passato professionista nel 2014. Ho, quindi, un po’ di esperienza al riguardo.

In vent’anni ci sono state alcune occasioni di formazione meritoriamente organizzate. Ed è forse questa l’unica motivazione che può giustificare l’esborso. Mettiamola così: ci paghiamo la formazione.

Ma, a dire il vero, c’è poco altro.

Mai, in queste due decadi, ho avvertito la presenza dell’Ordine nella quotidianità del mio lavoro.

Mai mi sono sentito più sicuro per il fatto di appartenervi. Anzi.

Nelle rare occasioni in cui mi è capitato di averci a che fare, mi è sempre sembrato un poco più che un carrozzone, impotente nei confronti delle situazioni che meriterebbero davvero di essere sanzionate – e  che spesso coinvolgono grossi nomi – mentre, al contrario, si mostra estremamente fiscale con gli altri, i piccoli.

Fatto recente: il panico tra gli iscritti che non hanno completato i crediti di formazione obbligatoria, e vengono minacciati di sanzioni pesanti – persino la sospensione, senza possibilità di recuperare.

Magari faranno una sanatoria, chi lo sa.

Ma ho sentito di risposte con toni e contenuti al limite del ridicolo, considerato che là fuori ci sono organi di informazione che ne combinano di tutti i colori (titoli aggressivi, mancate verifiche, annunci di lavoro fasulli, lavoro pagato tre euro al pezzo, razzismo e potrei continuare a lungo), e continuano per la propria strada.

Per quanto mi riguarda, credo che la giustizia ordinaria sia sufficiente a trattare i casi di diffamazione, che sono la gran parte del lavoro dell’Ordine. Funzionasse, dirà qualcuno. Ma l’Ordine e i suoi consigli di disciplina non sono la soluzione: solo un inutile duplicato.

E’ giornalista chi sa fare questo mestiere, si forma, lo esercita, si aggiorna. Il mercato è spietato, e fa già la sua selezione.

Parliamo dell’esame di Stato: dieci anni di gavetta per accedervi in media, se non si hanno i soldi o la fortuna di frequentare una delle scuole di giornalismo, che invece garantiscono di sostenerlo dopo soli 18 mesi di corso. E i dieci anni di gavetta devono essere retribuiti in maniera tale da dimostrare di essersi mantenuti con quel reddito, cioè bisogna – in pratica – essersi già guadagnati un’assunzione. Molto difficile, e un cane che si morde la coda.

Per non parlare dei tesserini da pubblicista distribuiti agli amici o elargiti senza credenziali, soprattutto in certe regioni, che hanno gonfiato gli elenchi e fatto sì che metà di quelli che lavorano nel settore della comunicazione possano definirsi “giornalisti” e tirare fuori l’ambito titolo alla bisogna, fosse anche solo per gonfiare il curriculum.

Ecco: per me tutto questo non serve a nulla. E, francamente, da freelance, sono molto indeciso se rinnovare l’iscrizione l’anno prossimo. Ho dodici mesi per pensarci, con la consapevolezza che non mi cambierebbe nulla, se non rinunciare a entrare gratis in qualche museo.L’esame l’ho sostenuto, superato, e tanto mi basta. A tutto il resto penso già da me.

Allora, forse, meglio sarebbe creare un’associazione che emettesse certificazioni, anche selettive, sul modello degli esami di inglese (Toefl, Ielts). Indipendente (l’Ordine dei giornalisti fa capo al ministero della Giustizia) ed efficace nel valutare il possesso delle competenze minime.

Ma volontaria, e senza la pretesa di escludere dal giornalismo chi non lo passa, come accade oggi (per finta, dato che la Costituzione garantisce il diritto di esprimersi all’articolo 21). La selezione, l’ho già scritto, la fa il mercato.

Ditemi che ne pensate (ammesso che la faccenda vi interessi).

Dimenticavo: dare la tessera a uno come Assange (vedi foto) è una scemenza promozionale come tante. L’australiano di Wikileaks ha dimostrato con la sua storia di essere contrario a carrozzoni del genere. Non so se si sia espresso al riguardo, ma non prenderei la reazione di un signore recluso da anni per altro che gentilezza. C’è gente, come Jean Paul Sartre, che ha rifiutato il Nobel. Ma era libera.

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giornalismo, internet

Chat Gpt, gli Nft e i giornalisti

Dico la verità: questo Chat Gpt mi fa paura. La risposta ai dubbi su come cambierà il giornalismo e il content writing (no, non sono la stessa cosa, anche se il dubbio non è peregrino) potrebbe venire dagli Nft. Il primo tweet, il primo sms, le azioni più belle del calcio e del basket sono già  stati venduti per centinaia di migliaia di dollari. Ci sono persone che portano al polso, sullo smartwatch, mere immagini di diamanti pagate come fossero veri. Per non parlare delle opere d’arte: possono vederle tutti, ma la proprietà resta di uno solo. Insomma, l’Nft ha molto a che fare con l’attrazione psicologica per l’esclusività, la stessa degli status symbol.

Lo stesso, immagino, potrebbe accadere per i contenuti: la maggior parte di quelli che si producono oggi sarà agevolmente sostituita dal chatbot, e credetemi sta già accadendo; il negozio all’angolo non si affiderà più ai freelance, e chi di questo vive farebbe bene a preoccuparsi. Ma assumere un autore significherà tutelare dei panda in via di estinzione; e poterlo affermare, magari linkando il contenuto in questione a una biografia che dimostri che l’autore esiste in carne e ossa, potrebbe aggiungere un certo valore, un po’ come accade oggi per le certificazioni green. Immagino, naturalmente.

Non solo. Difficilmente una grande azienda rischierà un danno reputazionale affidandosi a un algoritmo. Ricordiamo la disastrosa campagna di Dolce e Gabbana in Cina di qualche anno fa: ve la  immaginate una maison che fattura miliardi scusarsi dicendo che è tutta colpa di un bot? Per non parlare delle fintech, insurtech, che agli algoritmi già oggi si affidano massicciamente per maneggiare enormi somme di denaro: se ti affidi al bot per risparmiare le fatture da qualche migliaio di euro di un content writer, come posso essere certo che i miei risparmi siano al sicuro?

L’umano, a conti fatti, potrebbe essere insostituibile. Se non altro come capro espiatorio.

Veniamo al giornalismo. Qui il problema è più complesso. Come suggeriva qualche giorno fa Federico Rampini, un professionista ha le sue fonti, anche segrete, fa inferenze, insomma ha un ancora qualcosa in più. E poi c’è l’allure, la pipa, il sigaro, il cappotto e le clarks.  ChatGpt, sosteneva Rampini dopo averlo testato, fa lavori discreti, che funzionano bene per l’80% dei contenuti, ma non per tutto.

Per i professionisti dell’informazione, il tema della validazione assume ancora più valore: chi garantisce? Il giornalista in carne e ossa è responsabile di quel che scrive, il bot no, e anche se lo fosse, sarebbe poca cosa multarlo, dato che i problemi di vil denaro non lo toccano. Al massimo, si può pensare di staccargli l’alimentazione.

Ribadisco, questo Chat Gpt mi fa paura. Ed è un dovere guardare alla nostra professione da qui a dieci anni, per chiunque viva di parole. Ma credo che, almeno la mia generazione, proverà a difendersi. A scovare i limiti di queste applicazioni, a creare riserve protette. Magari il successo non arriderà ai nostalgici, ma pazienza, in fondo conta darsi uno scopo. Per le generazioni che ancora devono nascere, il discorso è più complesso. Nel ’96 la pecora Dolly fece pensare che saremmo scivolati nella manipolazione genetica di massa. Non è stato così. Ci siamo dati dei limiti. Forse il punto, uno dei punti, è questo: non rassegnarsi a raccogliere per buono tutto quanto ci viene propinato come tanti boccaloni con la bocca spalancata. Meglio esercitare il nostro diritto di scelta, e tenere alta l’attenzione, sapendo anche rinunciare a qualcosa quando è chiaro che non può farci bene. Quel momento non è ancora arrivato, ma meglio non illudersi.  (foto: Getty Images)

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giornalismo, media

Chiaroscuri

Qualche giorno fa, a 93 anni, è morto Piero Angela. Per giorni non si è parlato d’altro. Il web, va detto, si presta alle mitizzazioni adolescenziali. Si è buoni o cattivi, non esistono chiaroscuri. E’ un problema di tempo: l’attenzione dura un battito di ciglia. Così, però, si perde il senso della frase.

Sicuramente Angela è stato un personaggio importante nella storia televisiva del nostro Paese, un ottimo divulgatore, compagno di tanti di noi, che abbiamo imparato a conoscerlo sin da bambini. Ma, faccio notare, è stato settant’anni in Rai. Settant’anni. Possibile che in un lasso di tempo del genere l’Italia e la televisione di Stato non abbiano saputo produrre altri divulgatori di livello (a parte il bravo Alberto)?

Tra le frasi più citate, quella di pochi giorni fa. “Ho fatto la mia parte, ora tocca a voi”. Non si può non apprezzare il lavoro di Angela. Ma credo che il lascito più grande sarebbe stato farsi da parte un po’ prima, godendosi una pensione serena. Magari spiegando che è nella natura delle cose che le stagioni si chiudano. Che è giusto andare avanti, passare il testimone, anche controvoglia, a chi è più giovane.

Ecco, nella complessiva grandezza del personaggio, è questo, a mio parere, il chiaroscuro più evidente.

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L'apertura del New York Times relega la sparatoria in secondo piano.
cronaca, esteri, giornalismo, media

La (solita) corsa al clic

Giornalismo è dare delle priorità. Un uomo spara in metro a New York: tutti i media italiani ci fanno le aperture. Capisco poco, forse ci hanno capito poco pure loro. Pare non sia terrorismo. Vado sul sito del New York Times: apre con la guerra in Ucraina. La notizia della sparatoria devo cercarla scrollando.

Ognuno tragga le conclusioni che vuole. La mia è che la corsa al clic, quella che abbiamo conosciuto col Covid e i vari, irrinunciabili casi di cronaca, ha colpito ancora.

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