internet, media

Tre mesi senza news online? Fatto

Quanto è affidabile ciò che si legge su Internet?  Poco, ormai è quasi un luogo comune.

Vi dico subito che lo spunto per questo post è nato da un piccolo esperimento che ho fatto nei mesi scorsi, per la verità abbastanza casualmente. In preda a una vera e propria crisi di rigetto da web, ho abbandonato le news online. All’inizio non è stato un fatto voluto, ma strada facendo ci ho preso gusto e ho cercato di allontanarmi quel tanto che mi consentisse di avere un punto di vista un po’ più distaccato. L’esperimento è durato tre mesi in tutto, e la conclusione si può riassumere così: la qualità, su Internet, non paga. Letteralmente. Vediamo perché.

Women uses tablet while talking on phone

Per capire cosa intendo, può essere utile partire da un parallelo, quello col mondo della musica. Prendete una canzone e cercatene la traduzione online  (la mia era  “Friends will be friends“dei Queen, mediamente farcita di espressioni idiomatiche, ma ovviamente va bene qualsiasi altra).

Troverete decine di versioni realizzate da persone che conoscono più o meno bene l’idioma d’Oltremanica.
Ciò accade perché se quattro amici decidono di tradurre qualche testo per divertirsi, o addirittura di mettere in  piedi un sito di traduzioni per guadagnare un po’ di soldi, realizzarlo è molto facile.

Il principio è che più pagine viste si ottengono (cioè più traduzioni vengono pubblicate), meglio è dal punto di vista della raccolta pubblicitaria. Si offre un prodotto di valore minimo, ma si è consapevoli di farlo: l’importante è esserci, e comunque è gratis. Cosa  chiedere di più?

Negli ultimi anni, poi, si è capito che è possibile sfruttare la voglia di social della gente per generare un  profitto extra.  Lo slogan è più o meno sempre:  “Vi sentite bravi, e volete cimentarvi da casa? Provate a farlo voi! Vi pubblicheremo sulla nostra piattaforma”. Si possono ottenere contenuti gratis semplicemente facendo leva sul narcisismo che esiste in ognuno di noi.

Siamo al punto: anche senza sapere l’inglese (basta il traduttore di Google) e con l’ausilio di qualche tecnica SEO,  chiunque può creare un sito di traduzioni e  posizionarlo bene sui motori di ricerca. Valore di mercato in termini di qualità: pressoché zero. Valore commerciale potenziale: abbastanza alto (dipende da come vi posizionate nel ranking dei sopracitati motori).

Certo, dopo aver letto una traduzione del genere, saprete solo che Freddie Mercury nel brano in questione  parlava di amicizia, che gli amici ci sono sempre nel momento del bisogno e poco di più. Ma che importa.

***

Il guaio è che lo stesso metodo si può applicare con facilità anche alle notizie. In questo caso,  proseguendo il parallelo, saprete solo qual è il fatto:  ma  niente dettagli, niente collegamenti con episodi simili. Insomma, niente contesto. E, inoltre, niente responsabilità (basta usare  uno dei molti escamotage per lavarsene le mani, uno su tutti: linkare altri siti citandoli come fonte, oppure – ancora meglio –  mettere i server all’estero: difficilmente potranno venire a prendervi se avete base alle Antille).

***

Proviamo ora a ragionare in maniera diversa.  Mettiamo il caso che non vi accontentiate. Volete qualcosa di più, qualcosa che vi permetta di capire veramente il vostro gruppo preferito e ciò che voleva dire. Allora uscite, andate al vostro negozio di fiducia e comprate un bel libro di quelli che una volta non potevano mancare nelle camere degli adolescenti.

Novantanove volte su cento, la traduzione è fatta da un autore che non solo conosce bene l’inglese, ma probabilmente ha vissuto nei sobborghi di qualche metropoli e conosce anche lo slang, la lingua di tutti i giorni, e le sue peculiarità. Qualcuno che sa riconoscere le sfumature, e che avendo presente tutti i testi del gruppo e la sua storia, è in grado di dare ad ogni vocabolo l’esatto significato, e solo quello.

Bene, che interesse avrebbe l’autore in questione a mettere online la traduzione? La risposta è semplice: nessuno.

E’ molto difficile che un lavoro del genere possiate trovarlo in rete, per il semplice fatto che ogni contenuto pubblicato sul web può essere copiato e diffuso con facilità in barba a ogni normativa sul copyright. Ne consegue che quelli di qualità normalmente non ci sono. Oppure sono iper-protetti.

La “vecchia” informazione” è quella del secondo esempio . Quella di qualità, fatta da professionisti, verificata con una serie di passaggi redazionali, e quindi più affidabile.

Qualcuno obietterà che spesso non serve approfondire, in  fondo le notizie basta conoscerle. Non sono d’accordo.  Un fatto in sé può significare molto poco, ed essere addirittura fuorviante. Inoltre, anche per lanciare un flash d’agenzia è necessario avere una preparazione. Certo, bisogna aver avuto dei maestri, e non a tutti è stato concesso (neppure ai volenterosi). Se non bastasse, le eccezioni alla regola non mancano: sono noti a tutti esempi di giornalisti approssimativi, faziosi, cani da guardia non “della democrazia” ma soltanto del padrone. Ma che ci  volete fare, il mondo non è perfetto.

***

Siamo pronti per tornare alla riflessione iniziale. La cura del contenuto, su Internet, non paga. Letteralmente. E ci sono delle ottime ragioni (economiche) per fregarsene. Così valide che anche i giornali più grandi nel corso degli anni si sono adeguati.

Negli ultimi tre mesi, come dicevo, ho evitato di leggere i siti dei grandi quotidiani. Le informazioni le prendevo dall’app dell’Ansa sul cellulare (piuttosto scarna), da quella di Sportmediaset (sempre per smartphone),  dal quotidiano a cui sono abbonato (il Corriere cartaceo),dai  tg e occasionalmente da programmi di informazione televisiva (Otto e mezzo, Piazza Pulita, Agorà, Coffe Break). Dimenticavo Crozza, che vale da solo molti dei più blasonati editorialisti.

Risultato? Quando sono tornato sui siti dei maggiori organi di informazione,  ho avuto forte la percezione che vivessero in un mondo parallelo.

Si sa, come diceva Mac Luhan, che “il medium è il messaggio”, cioè ogni mezzo di comunicazione richiede contenuti adeguati alle proprie  caratteristiche tecniche e al pubblico di riferimento. Ma ogni attività, anche quella editoriale, deve essere sostenibile dal punto di vista economico,  e il modello di business che  funziona su Internet è quello che potremmo definire della “forza bruta”. Brutto da dire, ma sul web contano solo i numeri.

Il rischio di perdere la bussola, per chi abbandona i media tradizionali, è reale e presente.

Internet pretende gratuità e velocità, e la velocità è l’opposto della precisione, sempre. Verifiche ridotte all’osso, pochi istanti per elaborare la notizia, possibilità di cancellare gli errori con un click non depongono a favore della Rete (peccato che sul web in realtà, ogni cosa  sopravviva per sempre, come abbiamo spiegato qualche settimana fa).

Una notizia oggi diventa vecchia in un battito di ciglia.

Sulla homepage di qualunque quotidiano si può trovare quasi ogni ora un titolo di apertura diverso. La necessità editoriale è far sembrare il giornale sempre aggiornato, in modo da aumentare i click. Ma in realtà di notizie che meritino un’ “apertura” ce ne sono poche. Ci sono invece tante notizie che, su un giornale di carta, non troverebbero mai posto. E anche se non è necessariamente un male, sicuramente fa riflettere.

Qualcosa è cambiato. Fino a non molto tempo fa, i giornali web si facevano con le stesse logiche di quelli cartacei: accadeva essenzialmente perché le potenzialità del nuovo mezzo di comunicazione non erano chiare chiare (traduzione: nessuno aveva capito come farci i soldi), e perché in redazione c’erano persone che si erano formate esclusivamente sulla carta stampata, al massimo in Tv.

Oggi le cose sono cambiate: nuovi attori, aggressivi e nati su internet, stanno rosicchiando quote di mercato. Per stare al gioco bisogna adeguarsi. Ed è così che anche testate autorevoli mettono in pagina materiale francamente impubblicabile.

***

Finale con consiglio pratico: spaziate, ma se per ragioni di tempo non potete crearvi un mix personale, non scegliete il web. Puntate su altro e usatelo per integrare.  Una dieta informativa poco variata, affidata esclusivamente all’online, vi porterà in un universo gemello fatto di gossip girls&boys, tette, culi, video virali, tormentoni su Facebook, hashtag, suore che cantano, fenomeni da baraccone, scie chimiche e metodi Stamina; ma vi farà sapere molto poco della crisi in Crimea, delle manovre di Renzi e della crisi economica, che sono il motivo per cui probabilmente il prossimo inverno pagherete il gas un pochino più caro.

Sul web tutto è sullo stesso livello, e i criteri di Google per ordinare i risultati sono molto lontani da quelli qualitativi. Contenuti buoni e gratuiti esistono: ma, rassegnatevi, non li troverete facilmente. Ovviamente, si tratta di una riflessione rivolta a chi prova interesse verso il mondo che lo circonda. Per tutti gli altri, benvenuti nell’era dell’ infotainment.

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