politica

Elezioni: Von der Leyen? No, non ha sbagliato

La levata di scudi riguardo alla dichiarazioni di Von Der Leyen (ha detto, più o meno: “Se in Italia le elezioni vanno male, abbiamo gli strumenti”) è la classica foglia di fico, molto nazionalista, un po’ provinciale, per mascherare che il re è nudo. La presidente tedesca della Commissione ha detto quello che a Bruxelles e a Washington (e non solo) pensano tutti. Se avesse più carattere (non lo ha), non avrebbe nemmeno ritrattato.

L’Italia ha potuto predisporre un generoso Pnrr (più fondi del piano Marshall) grazie all’Europa. Denari che consentiranno al Paese di provare a continuare a mantenere il livello di benessere attuale – che è alto: provate ad andare in Sudamerica, in Asia o in Romania, per non parlare dell’Africa – nonostante attrraversi una lunga fase di declino. Assieme all’Occidente tutto, peraltro.

Chiaramente, i fondi sono sottoposti a condizionalità: per questi arrivano in tranche, con la possibilità di sospendere i pagamenti in caso di mancato rispetto degli accordi. Un’ipotesi già paventata per l’Ungheria.

Ora, in Parlamento, quasi con la maggioranza assoluta, dopodomani finiranno una destra che non ha mai rinnegato il passato fascista; una Lega che propone flat tax e scostamenti di bilancio, una politica economica da cumenda milanès che fa male ai conti dello Stato; un Berlusconi, l’unico moderato, che, se prima dava le carte, conterà molto poco (numericamente, oltre che per raggiunti limiti di età).

Il problema, quindi, è reale. E il fatto di essere attenzionati da un’Unione di cui siamo orgogliosamente membri e che tanto ci ha dato, personalmente mi rasserena. Non esistono pasti gratis: se i soldi del Next Generation Eu smettono di arrivare, tanto vale emigrare.

Si dirà: non c’è diritto a intromettersi negli affari interni. Questa è la versione di chi non vuole l’integrazione.

Per chi sostiene l’Europa, pur nei limiti che le vanno addebitati, e vuole far avanzare il processo, il fatto che Bruxelles ogni tanto intervenga è, invece, positivo.

Sovranità? Parliamoci chiaramente. Dopo l’ultima guerra mondiale l’Italia era un paese agricolo e distrutto, di cui otto abitanti su dieci non parlavano la lingua. Si è ricostruita, diventando in vent’anni la settima potenza industriale al mondo, grazie ai fondi del Piano Marshall. Quei soldi, però, non sono arrivati gratis. Il debito lo abbiamo pagato con la cessione a Washington di quote ampie di sovranità. Capita la stessa cosa negli stati federali: si concede qualcosa al centro in vista di un bene maggiore.

Personalmente, credo che se il nostro baricentro stesse a Bruxelles e non negli Stati Uniti avremmo solo da guadagnarci. Nei tempi grami che ci attendono, la nostra liretta non sarebbe stata in grado di garantirci benessere. Per cui, bene ha fatto Von der Leyen a mandare un segnale. Tanto, poi si può sempre precisare. Noi, invece, dovremmo assumerci la responsabilità di non mandare in Parlamento i soliti pifferai da quattro soldi, ma chi ha mostrato di volersi assumere le responsabilità di quello che ci aspetta. Buon voto a tutti.

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cinema, cultura

Il Signore delle Formiche, l’Italia bigotta descritta da Amelio

Il Signore delle formiche è un film bello da vedere, forse leggermente lungo, ma ben realizzato. E che fa riflettere. La pellicola di Gianni Amelio ha il merito di dipingere tutti i chiaroscuri di un caso giudiziario realmente accaduto, il processo per plagio ad Aldo Braibanti (Luigi Lo Cascio) negli anni Sessanta, primo caso di applicazione del reato in Italia.

Il professore piacentino, personalità magnetica, era accusato di abusare dei propri allievi sfruttando la propria influenza. Dettaglio centrale, Braibanti era omosessuale. Amelio descrive in maniera efficace come il processo sia stato condizionato dal clima sociale, ai tempi estremamente moralista. E induce lo spettatore a pensare come, da allora, il nostro Paese abbia percorso parecchia strada, anche grazie a chi non è rimasto in silenzio.

Bravi gli attori (applauso all’esordiente Leonardo Maltese, Ettore), dialoghi mai banali, bella fotografia. Stupenda l’ambientazione nella campagna piacentina, il contrasto, così profondamente italiano tra la bellezza della provincia e il bigottismo cinico che si consuma all’ombra dei campanili.

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Chiaroscuri

Qualche giorno fa, a 93 anni, è morto Piero Angela. Per giorni non si è parlato d’altro. Il web, va detto, si presta alle mitizzazioni adolescenziali. Si è buoni o cattivi, non esistono chiaroscuri. E’ un problema di tempo: l’attenzione dura un battito di ciglia. Così, però, si perde il senso della frase.

Sicuramente Angela è stato un personaggio importante nella storia televisiva del nostro Paese, un ottimo divulgatore, compagno di tanti di noi, che abbiamo imparato a conoscerlo sin da bambini. Ma, faccio notare, è stato settant’anni in Rai. Settant’anni. Possibile che in un lasso di tempo del genere l’Italia e la televisione di Stato non abbiano saputo produrre altri divulgatori di livello (a parte il bravo Alberto)?

Tra le frasi più citate, quella di pochi giorni fa. “Ho fatto la mia parte, ora tocca a voi”. Non si può non apprezzare il lavoro di Angela. Ma credo che il lascito più grande sarebbe stato farsi da parte un po’ prima, godendosi una pensione serena. Magari spiegando che è nella natura delle cose che le stagioni si chiudano. Che è giusto andare avanti, passare il testimone, anche controvoglia, a chi è più giovane.

Ecco, nella complessiva grandezza del personaggio, è questo, a mio parere, il chiaroscuro più evidente.

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Una centrale nucleare: assieme al gas, l'atomo è entrato nella tassonomia green dell'Unione Europea
ambiente, politica, sostenibilità

Perché gas e nucleare non possono entrare nella tassonomia green

L’approvazione da parte del Parlamento Europeo della tassonomia è la risposta sbagliata a un dubbio legittimo, quello sul massimalismo ambientalista riguardo alla transizione ecologica. Il documento è l’elenco delle fonti finanziabili sotto la voce di iniziative “verdi”.

Del nucleare possiamo parlare, ha il problema delle scorie ma aiuta (non l’Italia, che ha perso il treno, complici due referendum tenuti a ridosso dei disastri di Chernobyl e Fukushima: nel primo caso volutamente, nel secondo per sfortuna). Ma, il gas, verde non lo è davvero. Certo, la transizione ecologica non si fa col massimalismo, e (ancorché progressivamente ridotto) assieme all’atomo è necessario a decarbonizzare e contrastare il cambiamento climatico; ma non è la tassonomia il documento giusto per affermare questo concetto.

Mischiare le carte facendo ciò che conviene alla bisogna, creando documenticchi ibridi privi di impatto toglie credibilità alle istituzioni europee: che, ancora una volta, vengono percepite come prone alle lobby. A sguazzarci saranno le aziende (e i gestori finanziari) che venderanno i propri portafogli definendoli green. Non a caso, alle fiere di settore, buona parte della comunicazione è ormai da mesi incentrata sulla sostenibilità. A questo punto, non resta che affidarsi alla stampa: sperando che non si accontenti delle veline, e si metta a fare inchieste per stabilire, di volta in volta, dove sta la verità.

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musica

Rolling Stones a Milano, il concerto della vita

Saltava, ballava e cantava, come un grillo, o forse come una rockstar. Mick Jagger ieri sera ha condotto i Rolling Stones in un concerto memorabile allo stadio di San Siro. Non tornavano a Milano dal 2006, in Italia dal 2017. E chi c’era non lo dimenticherà.

Biglietti esauriti in poche ore, tre mesi di attesa, poi settimana scorsa la notizia: Jagger ha il Covid. Riprogrammata la data di Amsterdam, cancellata Berna. Ma a Milano la band non ha voluto mancare.
Questo è il post di un blog, non il resoconto giornalistico di un concerto, che non sarei nemmeno in grado di fare. Sono le sensazioni di un fan, che faticava a credere di trovarsi di fronte la band con cui è cresciuto, quella che (praticamente, come ha scritto Andrea Laffranchi) nel curriculum può scrivere di avere inventato il rock n roll moderno.

Ascolti, ti pare un disco, meglio del disco, poi ti rendi conto che sono davvero lì, davanti a te. Che le mossette del cantante sono quelle che hai visto un milione di volte nei video, inconfondibili, uguali a quarant’anni fa, come se il tempo fosse un giocattolo che il frontman si è divertito a prendere a calci.

Di concerti ne ho visti parecchi, qualcuno anche a San Siro, e mai ho assistito a uno spettacolo del genere: un suono potente, puro, gli strumenti che si distinguevano uno per uno. Intonazione perfetta, la voce è inconfondibile, e anche la chitarra di Richards, con le sue accordature aperte, i sincopati, il suo suono sgranato.

Difficile raccontare che cosa ha rappresentato vederli da vicino per chi, come il sottoscritto, lega a queste canzoni una parte della propria esistenza. Quella più tormentata, disperazione e gioia sfrenata, pianti e amore, sigarette e whisky, sempre pensando a chi mai aveva saputo distillare queste emozioni ambivalenti in un disco, a che vita doveva avere, se fosse umano o meno.

Versioni lunghe, sudate, suono essenziale. La pulizia in ogni attimo. Non una nota più del necessario. Richards è un mago del soundcheck, e lo dimostra anche nel tremendo San Siro. Grandi maxischermi fanno il resto, aiutando anche chi è distante a godersi l’evento.

Si balla, si canta, si ride, qualcuno forse piange. E sì, scende difficile trattenere una lacrima quando, sulle note di Gimme Shelter, i monitor trasmettono le immagini di un’Ucraina distrutta dalle bombe.

Per quanto mi riguarda, è stato il concerto della vita. Il mondo si divide in chi li ha visti e chi no. E forse, davvero, bisognerebbe imparare da questi ottantenni che hanno litigato, ma sono rimasti assieme. Questioni di interesse, certo. Ma se sono ancora qui dopo sessant’anni di attività (che il tour celebra) anche perché hanno capito che nessuno di loro, da solo, valeva un quinto della band tutta assieme. L’abbraccio finale tra i tre membri storici è un gioiello, un inno alla vita. Un consiglio, se li amate: leggetevi l’autobiografia di Richards, “Life”. Scritta bene, ma, soprattutto, uno spaccato della vita della band onesto, crudo, e appassionato.

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cronaca, cultura

Qualche ragione per essere ottimisti

Siamo abituati a guardare il brutto di questi anni, e ce n’è tanto: la guerra, il covid, l’inflazione, le disuguaglianze. Tempi difficili, ma è dalle crisi che nascono le cose migliori. Viviamo in un mondo in cui, alla fine e dolorosamente, gli stranieri si stanno integrando nella nostra società, che, non avendo avuto praticamente colonie, è sempre stata chiusa. Si parla liberamente di esprimere la propria sessualità in pubblico, a volte uscendo dal seminato, ma si fa, finalmente; anche le battaglie sulle desinenze dei nomi (che spesso non condivido) sono comunque il segno che ci siamo evoluti da quando ci si scannava pressoché esclusivamente su veline, calcio e governi ladri.

Passi avanti sono stati fatti sulla parità, e oggi sognare un bel lavoro per una ragazza non è più vietato. Il fine vita è sulle prime pagine dei giornali, e, forse, per restarci. Anche l’ambiente ci è arrivato: si mettono in discussione le politiche delle aziende, si chiede loro conto di quello che fanno, si vanno a verificare gli impegni, ci si organizza per fare contro-lobby. Pensiamo solo a vent’anni fa. E’ cambiata, grazie alla pandemia e in larga misura, la cultura del lavoro: lavorare da casa non è piu richiesta da scansafatiche in grado di garantire il “le faremo sapere” in qualunque colloquio, ma una conquista per molti. E poi, ognuno si regoli come vuole. Non si guarda più al fatturato come unico indicatore, si comincia a valorizzare chi è capace di far cadere la penna alle sei come persona di carattere, e non un lazzarone; fermo restando che, se a uno piace quello che fa, le ore difficilmente si contano. C’è stato un dibattito sui sovranismi, nazionalismi, populismi che ci hanno condotto a governi difficili anche solo da immaginare: ma era latente. Finalmente si è esplicitato, e si sono prodotti gli anticorpi per digerire le posizioni più estreme, che continuano a poter essere espresse. Vengono solo prese per quello che sono.

Tanto, tanto, tanto resta ancora da fare. Ma siamo fortunati, più liberi di esprimerci, di vivere la vita che sognavamo. Molte di queste cose sono accadute negli ultimi vent’anni, quelli che, se ci pensiamo, associamo all’11 settembre, alla crisi del 2008, quella del 2012, al covid, alla guerra. Non sarà facile, ma tutto sommato qualche ragione per essere ottimisti, credo, ci sia.

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Cartina che mostra il confine tra Finlandia e Russia
esteri

Perché Finlandia e Svezia nella Nato non sono una buona idea

L’ingresso di Finlandia e Svezia nella Nato sarebbe un errore. Lo stesso tipo di sbaglio che ha portato a una guerra come questa. Brutale, vergognosa per la maniera in cui viene condotta dai Russi: ma, purtroppo, prevedibile dal punto di vista delle relazioni internazionali.

Putin non è pazzo: difende l’interesse nazionale russo, e lo fa ora, e a qualunque costo, soprattutto in un paese che dopo di lui potrebbe tornare in mano a una schiera anarchica di oligarchi corrotti. Un ulteriore allargamento della Nato, con un confine da 1350 km da cui possono passare agevolmente truppe di terra, alzerebbe la tensione e il rischio di incidenti. Pensare che l’autodeterminazione dei popoli prevalga sulla stabilità mondiale è illusione da adolescenti. O da furbetti. Cosa accadrebbe se Mosca dislocasse carri armati in Messico?

Mi rendo conto che può suonare impopolare, e certo non è un modo per mettere sullo stesso piano aggressore ed aggredito: ma la diplomazia ha codici e regole che non vanno infranti. Col suo cinismo serve a evitare le guerre più delle piazze e delle bandiere della pace alle finestre. Si rischia una crisi diplomatica per una sedia fuori posto a un consesso internazionale, per un invito mancato, riesce difficile immaginare come possano sfuggire le conseguenze di un atto che va a rompere gli equilibri, e verrebbe interpretato come irrimediabilmente aggressivo.

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esteri

Ancora su Russia, Usa e anni Novanta

Qualche giorno fa, Federico Fubini si poneva la domanda se aiutando economicamente la Russia dopo il ’91 si sarebbe evitata la caduta del paese nel revanscismo putiniano. All’epoca, il Cremlino accettava consigli dagli USA, e Jeffrey Sachs era tra i protagonisti di quella stagione. Sachs, qui sotto e sempre con Fubini, ripercorre quegli anni (con una certa indulgenza verso sé stesso, va detto) e offre qualche considerazione sull’oggi. Che condivido.

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esteri

Dove abbiamo sbagliato con Putin

Questa analisi di Federico Fubini, più di molte altre, rende ragione dell’ascesa dello zar Putin in Russia. Fubini sottolinea come l’altra metà delle responsabilità dell’Occidente nel conflitto ucraino (oltre all’ espansione della Nato verso est, che lui non condivide) fu il non aver aiutato la Russia con una sorta di piano Marshall nel 1991. Mosca fu mal consigliata durante la transizione dal comunismo alla democrazia da un pugno di economisti stranieri molto ascoltati da Eltsin (al punto da scrivere i decreti di quegli anni) ma troppo chiusi nel proprio iperuranio liberista per comprendere che il passaggio avrebbe dovuto necessariamente essere graduale. Invece si propose una terapia choc. All’inizio degli anni Novanta, la presenza americana a Mosca era forte. Una sorta di assalto alle spoglie dello sconfitto che a Fubini ricorda le onerose riparazioni di guerra imposte alla Germania dopo il 1918, e che ebbero come conseguenza l’ascesa di Hitler.

Il giornalista fa i nomi e dichiara di aver provato a contattare i protagonisti di quegli anni: senza esito.

Vale la pena di ricordare, per gli amanti delle semplificazioni, che cercare di ricostruire le cause dell’aggressione di Putin non significa appoggiarla o non sapere da che parte stare.

Ma, a mano a mano che la riflessione prende lucidità anche sui giornali più moderati, diventa chiaro che guerre future porranno essere evitate solo con un atteggiamento di vera cooperazione. Nella Mosca di inizio anni Novanta giravano leoni incravattati travestiti da agnelli con cattedra ad Harvard. Non ci fu aiuto. Dio solo sa cosa sarebbe stata l’Europa post 1945 senza il piano Marshall. Una lezione che dovremmo tenere a mente oggi, quando le ostilità, speriamo presto, saranno cessate.

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L'apertura del New York Times relega la sparatoria in secondo piano.
cronaca, esteri, giornalismo, media

La (solita) corsa al clic

Giornalismo è dare delle priorità. Un uomo spara in metro a New York: tutti i media italiani ci fanno le aperture. Capisco poco, forse ci hanno capito poco pure loro. Pare non sia terrorismo. Vado sul sito del New York Times: apre con la guerra in Ucraina. La notizia della sparatoria devo cercarla scrollando.

Ognuno tragga le conclusioni che vuole. La mia è che la corsa al clic, quella che abbiamo conosciuto col Covid e i vari, irrinunciabili casi di cronaca, ha colpito ancora.

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