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Nuvole sporche, o di quanto inquina il cloud

Questo articolo è stato pubblicato su Wired

L’Olanda vuol essere la porta d’accesso digitale d’Europa. La rete mondiale si basa su una quindicina di grandi hub. Uno tra i principali è Amsterdam, dove ha sede il 30% dei data center europei. Ma, dopo l’overtourism, la capitale ha un altro problema: quello dei dati. Le grandi aziende stanno comprando edifici residenziali trasformandoli in alloggi per le ingombranti macchine, in una città che ha sempre tenuto alla propria identità estetica. L’amministrazione, come già successo per il turismo, ha capito di aver spinto troppo sull’acceleratore, e nel mese di luglio ha imposto uno stop alla costruzione di nuove server farm. Ma non è solo una questione urbanistica: ognuna consuma elettricità come 15mila abitazioni, o diversi ospedali, per non parlare dell’acqua necessaria agli impianti di raffreddamento.

Benvenuti nella nuova frontiera della lotta al cambiamento climatico. Se pensate che inquinamento sia uguale a centrali a carbone, veicoli a gasolio, fabbriche che emanano odori pestilenziali, siete troppo ottimisti. Anche i dati presentano un conto ambientale, che può essere molto salato. Una guerra difficile da combattere, perché difficile da visualizzare. Non solo per la gente comune.

Ogni gigabyte trasferito sul web genera un consumo energetico paragonabile a quello di quando, finita la doccia, accendiamo il phon per ventiquattro secondi. Ogni ricerca su Google, ogni video guardato su YouTube, ogni foto condivisa su Instagram ha un costo in termini elettrici. Per non parlare dei bitcoin: per garantire la sicurezza della criptovaluta è necessaria tanta energia quanta ne consuma in un anno un paese come l’Irlanda. La stima è di Alex de Vries, bitcoin specialist per la società di consulenza Price Waterhouse Coopers.

Data center che inquinano quanto città

Si tratta di cifre sconcertanti anche per gli addetti ai lavori” confidava nel 2012 al New York Times Peter Gross, ingegnere con 30 anni di carriera nella progettazione di data center. Il quotidiano aveva realizzato un’inchiesta su quello che, già allora, appariva come una bomba a orologeria. “Un singolo complesso può arrivare a consumare più di una città di medie dimensioni”, proseguiva il tecnico. Il perché va cercato nelle abitudini degli utenti e nell’architettura di internet per come la conosciamo oggi, volta non tanto a garantire l’efficienza del sistema, quanto a ricalcare i comportamenti di chi ne fa uso.

Il modello tipico per l’archiviazione dei dati è costituito da gigantesche server farm. Mastodonti dislocati su tutto il pianeta, che assorbono energia come idrovore. E inquinano. Nuvole sporche, potremmo definirle, traducendo la parola “cloud”. Finito il tempo delle chiavette, oggi si può archiviare tutto in remoto grazie alle multinazionali del web. Il modello di business è semplice: l’azienda costruisce un gigantesco agglomerato di computer e affitta porzioni di spazio agli utenti. Che sia lo schema prevalente, e sia destinato a restarlo ancora per un pezzo, lo conferma l’intenzione di Google, annunciata di recente, di investire 3 miliardi di euro nella costruzione di nuovi data center in Europa.

Ma, come una tubatura rotta, buona parte delle risorse necessarie a farli funzionare viene dispersa. Il New York Times rivelò nella propria inchiesta come i big del web facessero funzionare le macchine sempre al massimo della potenza, anche quando il traffico non era al picco. Il risultato era che il 90% dell’energia assorbita dalla rete elettrica veniva sprecata. Uno studio di McKinsey mostrava come solo tra il 6 e il 12 per cento del consumo di elettricità veniva utilizzato per operazioni di calcolo: il resto serviva per mantenere i sistemi pronti e reattivi, un po’ come lasciare il motore della macchina al minimo quando si entra al supermercato, o la si parcheggia in garage. Il business online, del resto, si gioca su velocità e prestazioni. Siamo abituati ad avere i servizi che amiamo sempre pronti appena ci colleghiamo alla rete: non trovarli ci porta, semplicemente, a cambiare fornitore. Un rischio che i big del web, da Amazon a Facebook, non possono correre.

Non è finita. Ci sono, poi, le precauzioni contro imprevisti e blackout. Per compensare cali di tensione nell’ordine di pochi secondi (sufficienti, però, a mandare in tilt il sistema), nelle server farm sono allineate enormi batterie simili a quelle delle auto. Per prevenire interruzioni della fornitura più durature, invece, si impiegano enormi generatori a diesel, a volte installati in violazione delle disposizioni antinquinamento.

Le prime soluzioni: il caso di Cubbit

Individuato il problema, è partita la corsa a cercare le prime, pionieristiche, soluzioni.  E magari farci una startup. E’ il caso di Cubbit, realtà italiana nata nel 2016 dall’idea di quattro studenti a Bologna. “Per così dire, ricicliamo lo spazio web che non viene utilizzato” spiega a Wired Stefano Onofri, fondatore e amministratore delegato. “Il nostro software si installa su tutti i device dotati di storage e, invece di un solo, enorme data center, li usa come nodi di una rete distribuita per archiviare le informazioni degli utenti”.

Una scommessa sul futuro. “Non parliamo solo di hard disk, ma di Internet of Things, ovvero di tutti i dispositivi domotici che nei prossimi tre-cinque anni diventeranno onnipresenti, e resteranno sempre connessi”, continua Onofri. E aggiunge: “Pochi lo sanno, ma una smart tv di solito include un terabyte di spazio di archiviazione, che viene utilizzato solo al momento in cui vediamo un film. Tutto spazio sprecato, così come la banda domestica, inattiva  per gran parte del giorno, ad esempio quando siamo al lavoro”.

Cubbit la recupera: l’informazione viene spacchettata in 36 parti, e il software si assicura che almeno 12 siano sempre online. In caso contrario procede immediatamente al backup. Nessuno ha accesso all’informazione completa. “Nemmeno noi” precisa Onofri. Non solo. L’informazione viene archiviata il più possibile vicino all’utente, per essere richiamata con tempi di latenza bassissimi. “L’ideale, per esempio, per veicoli a guida autonoma”, chiosa l’ad. E per ridurre i consumi: perché ogni chilometro percorso da un bit fa lievitare il conto ambientale.

L’idea ha suscitato interesse. Cubbit è entrata, prima startup italiana, nel programma di TechStars a Tel Aviv, uno dei più grandi acceleratori al mondo. Ma anche l’Unione Europea ha deciso di concedere fiducia all’esperimento, erogando un finanziamento da due milioni di euro perché il progetto è in linea con gli obiettivi di sviluppo sostenibile. E i giganti del web? “Per il momento, continuano per la propria strada – chiosa Onofri -. Immagino che abbiamo bisogno di vedere che il nostro è un modello che  funziona. Quando capiranno che è così, cambieranno politica. Del resto, stiamo parlando di alcune delle società più innovative del mondo”. Per il momento, l’approccio dei grandi della Rete è solo compensativo. Big G sta finanziando la costruzione di parchi eolici in Svezia e Belgio e la nascita di cinque progetti a energia solare in Belgio.

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economia, fintech

Cashless, ltalia ancora indietro

Questo articolo è stato pubblicato su StartupItalia.

Seconda per diffusione di pos (uno ogni 52,5 ogni mille abitanti, poco meno della Grecia) ma terzultima nel numero di transazioni: solo 52,6 a testa ogni dodici mesi (peggio di noi, solo Romania e Bulgaria). In Italia il “bancomat”, come colloquialmente viene chiamato, c’è, ma non si vede. Esercenti e professionisti si conformano all’obbligo ma tengono il dispositivo ben nascosto dietro al bancone.  Qualcuno appende un cartello “guasto”. Altri impongono limiti minimi di spesa tali da rendere impossibile usarlo, ad esempio, per fare colazione al bar.

In Europa le cose vanno diversamente. Per dare un termine di paragone, la media del continente è di 157 transazioni l’anno per cittadino; in testa alla classifica svettano Danimarca (364,1), Svezia (348,7) Finlandia (331,5), Regno Unito (314,9). I dati arrivano dall’Osservatorio Cashless di The European House – Ambrosetti.

“Un fatto culturale” spiega Arianna Landi, ricercatrice del think tank, a StartupItalia. “Ma il contante è molto usato anche in Germania, dove le macchinette installate sono solo un quarto di quelle presenti da noi – precisa la studiosa -: tanto che a Berlino è difficile pagare con carta”.

In Italia un sommerso da 210 miliardi

Insomma, i pagamenti elettronici non sono un dogma ovunque, come insegnano i tedeschi, ma di sicuro aiutano a non evadere le imposte. La società senza contanti è tornata al centro delle discussioni dopo i recenti annunci del governo, che starebbe considerando sgravi fiscali per chi sceglie di usare carte e app, che consentono di ridurre il nero.

Il cumulato di sommerso economico ed economia illegale nel nostro paese vale circa 210 miliardi di euro, pari al 12,4% del PIL. “Non solo – prosegue la ricercatrice – Il cashless consentirebbe anche un recupero dell’IVA non versata (il cosiddetto VAT gap) stimata in Italia 35 miliardi di euro nel 2016: una cifra che ci vede primi in Europa”.

Ma si può davvero fare a meno del contante? “In realtà, sappiamo bene che è impossibile – ammette Landi – Se così fosse, basterebbe un blackout per bloccare tutto il sistema dei pagamenti. Noi suggeriamo di andare verso un modello di società che ne faccia uso il meno possibile”.

Del resto, se fare a meno del cash offre vantaggi anche dal punto di vista ambientale – i dati diffusi da Reteclima parlano di 3,78 grammi di Co2 equivalente per transazione contro i 4,6 del contante – resta aperto il tema dei soggetti non bancabili, quelli che non hanno un IBAN: poveri e migranti, in primis, che non hanno accesso agli strumenti tecnologici. E naturalmente i ragazzini, a meno di voler costringere le nonne a dare la mancetta di fine mese con un bonifico.

Mentre il contante continua ad aumentare dentro i confini nazionali e il nostro paese rientra tra le 35 “peggiori” economie del mondo per cash intenisty, qualche dato positivo c’è. Il valore delle transazioni con carte di pagamento associate a IBAN nel 2018 è stato di circa 200 miliardi di euro, con un aumento di circa 20 miliardi rispetto al 2017 (+ 5,55% in 10 anni). Per quanto riguarda la prepagate senza IBAN (ad esempio, Postepay) si è passati da 24,9 a 29,7 miliardi (+20.5% tra 2008 e 2017).

Noleggi e commissioni, i costi del pos

Se il pos non attecchisce tra gli esercenti la ragione riguarda, probabilmente, anche i costi. Il report di Ambrosetti non fornisce dati al riguardo, ma noleggiare un apparecchio bancario richiede spese mensili per canone di locazione e utenza telefonica dedicata, sostenibili solo in presenza di un giro d’affari elevato. Non solo: i contratti spesso impongono una commissione fissa sulla singola transazione, quasi invisibile in caso di grandi importi ma che rende sconveniente per l’esercente consentire di pagare il classico caffè.

Un problema parzialmente risolto da player innovativi come Sumup, che offrono un dispositivo agganciato alla linea del cellulare e privo di costi di noleggio. Qui il modello di business è differente: la startup guadagna una percentuale sulla transazione. Oneroso per le grandi spese, ma l’ideale per quelle ridotte, e infatti l’azienda punta su piccoli esercenti e professionisti. Come quasi sempre accade, la spinta all’innovazione arriva dalla concorrenza. Sapranno le banche adeguarsi?

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brexit, esteri, politica

Boris Johnson è sempre più solo

A quattro settimane dalla possibile Brexit, Boris Johnson è sempre più solo. Il leader conservatore, diventato primo ministro a luglio, non se la passa bene. Appena insediato, ha perso i primi sei voti del proprio cammino in aula. Dopo aver chiuso il parlamento (e aver espulso 20 storici membri del partito che avevano osato votargli contro) è stato bacchettato dalla Corte Suprema, che lo ha costretto a riaprirlo. Il premier ha dovuto scusarsi privatamente con la Regina che, a quanto pare, sarebbe estremamente irritata perché costretta ad avallare l’improbabile serrata – per prassi il sovrano si limita a ratificare – salvo poi essere corretta da una “semplice” giudice. Stiamo pur sempre parlando di Sua Maestà.

Non è l’unica tegola caduta a Downing Street in poco più di due mesi. Il fratello minore di BoJo si è dimesso da parlamentare e sottosegretario convinto che, con l’oltranzismo sul no-deal, il familiare stia rispondendo al proprio ego più che all’interesse nazionale.

Scotta anche il fronte della vita privata. Nei giorni scorsi si è sparsa la voce che una ex modella e imprenditrice americana, Jennifer Arcuri, avrebbe avuto una storia con Johnson ai tempi in cui questi era sindaco della capitale britannica, ottenendo prestiti e altri vantaggi.

Per finire, Charlotte Edwardes, giornalista oggi al Times, lo accusa di averle toccato una gamba sotto al tavolo durante una cena privata nella redazione dello Spectator, dove entrambi lavoravano alla fine degli anni Novanta. In Gran Bretagna le molestie sessuali sono prese molto sul serio. L’ex sindaco di Londra, peraltro, era il direttore del settimanale. Lei non denunciò per timore di ritorsioni.

Raramente si è visto un fuoco di fila di tali proporzioni su un premier. Ma si tratta dei media e dell’intellighenzia. Nonostante i guai, i sondaggi lo danno ancora abbastanza popolare tra la gente.

Il platinato successore di Theresa May non commenta. Si è limitato a far sapere che non si dimetterà, per non concedere spazio a un’ennesima proroga della Brexit. Per recuperare consenso, rilancia con misure di politica interna, a partire dalla promessa di 40 nuovi ospedali da costruire nei prossimi dieci anni. L’impegno riprende un tema usato durante la campagna per il Leave, quando si ripeteva che i soldi risparmiati abbandonando Bruxelles sarebbero finiti nelle casse (al collasso) del servizio sanitario nazionale.

Mancano quattro settimane al 31 ottobre, e tutto lascia pensare che i colpi di scena non siano finiti.

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economia, tendenze

Dal fallimento Thomas Cook al turismo low cost: così viaggiare impatta sul pianeta

Questo articolo è stato pubblicato su StartupItalia.

L’estate è alle spalle. La stagione dei viaggi no. “Se vedere il mondo finisce per rovinarlo, significa che dobbiamo starcene a casa?” si chiedeva, qualche settimana fa, il New York Times. La domanda non è peregrina. I dati sono impressionanti. Solo nel 2018, 1,4 miliardi di persone hanno compiuto spostamenti internazionali (fonte: United Nations World Tourism Organization): si stima che, entro il 2030, la cifra salirà fino a 1,8 miliardi. Eppure il colosso dei viaggi britannico Thomas Cook ha appena dichiarato bancarotta dopo 178 anni di storia.

Foto di katermikesch da Pixabay

Non solo. La Banca Mondiale ha rilevato che, rispetto al 2000, il numero di viaggi per persona è raddoppiato mentre una persona su dieci lavora in settori collegati al turismo, con un indotto vertiginoso per i territori. Risorse di cui, ormai, molte aree non possono fare a meno.  Il fatturato globale del comparto nel 2017 ammontava a circa 1.340 miliardi di dollari. Un fiume di denaro, che ha portato problematiche nuove e costringe a ripensare l’equazione che lega turismo e prosperità. Almeno a lungo termine.

 

Foto di JOSÉ SOMOVILLA da Pixabay

Overtourism: il prezzo della rivoluzione low cost

Da fenomeno di elite negli anni ’50, la platea di chi fa i bagagli si è progressoivamente allargata. Compagnie aeree low cost offrono biglietti a prezzi stracciati, piattaforme come Booking e Airbnb hanno reso più economico pernottare, favorendo l’incontro tra domanda e offerta e il confronto tra operatori. Spesso non serve neanche una guida: navigatori satellitari e web sono sufficienti per spingersi da soli fino ai confini del globo.

Le conseguenze non hanno tardato a farsi sentire. Si chiama “overtourism” il sovraffollamento turistico, una dose troppo alta per la capacità delle destinazioni. La classifica delle città sotto attacco è guidata da un’italiana: si tratta di Venezia, un “imbuto” da 20 milioni di visitatori l’anno, 357 in media per ognuno dei 50.000 abitanti del centro storico. Per questo da febbraio è stata inaugurata una tassa di 3 euro a persona per visitare la città lagunare, e nel 2020 il balzello potrebbe triplicare fino a 10 euro.

Ma il capoluogo veneto è in buona compagnia. Da Bangkok a Barcellona, da Amsterdam a Santorini non c’è tregua per i residenti, che sono arrivati perfino all’estremo di manifestare contro i vacanzieri.

 

Foto di Michelle Maria da Pixabay

Santorini, da perla delle Cicladi a isola dei selfie

Ma è la perla bianca e azzurra delle Cicladi a raccontare la storia più drammatica, una favola triste a base di sole, selfie e pranzi al sacco.  “Santorini ha una conformazione geografica unica che le persone vogliono fotografare subito – spiegava il vicesindaco dell’isola, Loukas Bellonias, a un reporter dell’Economist, impressionato dalla quantità di scatti realizzati dai passanti.

“I social l’hanno trasformata da destinazione di mare fra le tante a meta tra le più popolari del mondo” confessa l’amministratore. Durante i picchi estivi, racconta, le compagnie telefoniche fanno fatica a garantire un servizio regolare a causa dell’enorme flusso di immagini postate.

Ma il turismo mordi e fuggi serve a far soldi, non a proteggere il territorio. Molti vogliono aprire un’attività sull’isola, uno dei pochi posti in Grecia in grado di superare la grande crisi di inizio secolo. Così Santorini è diventata preda di speculatori senza scrupolo. “Dove prima non c’erano che pochi villaggi sparsi – avverte Bellonias  quasi citando Celentano – in cinque o dieci anni potrebbe esserci una sola, grande città”.

Nel nord Europa non va meglio.  Mecca  riconosciuta dei liberi pensatori con i suoi coffee shop dove la cannabis è legale e il famoso quartiere a luci rosse, Amsterdam rimpiange i tempi in cui si arrivava in città per ammirare i canali o il museo di Van Gogh.

La politica per attirare visitatori ha funzionato talmente bene che l’amministrazione ha cominciato a diffondere appelli per ricordare che ci sono anche altri posti da visitare. I numeri confermano: diciassette milioni di abitanti, diciannove milioni di turisti. Troppo.

Volare? In Scandinavia è una vergogna

E poi c’è l’inquinamento. Nel 2016, due ricercatori pubblicarono uno studio interessante. La conclusione degli studiosi fu che un viaggio aereo da 2.500 miglia scioglie all’incirca 3 metri quadrati di ghiaccio artico. Il movimento anti-volo sta cominciando a riscuotere consensi soprattutto in Scandinavia. In Svezia, racconta il sito Skif, esistono parole che spiegano bene la situazione: come  ad esempio”flygskam” (vergogna di volare), “tagskryt” (vantarsi di prendere il treno), and “smygflyga” (volare di nascosto).

“Parecchie persone si sentono in colpa per il fatto di prendere l’aereo – spiega Patrick Whyte, giornalista britannico che copre il settore dei trasporti – Il numero è ancora abbastanza piccolo, ma non vuol dire che non possa crescere, specialmente se il cambiamento climatico diventerà qualcosa di più di una priorità”. La domanda è la solita: “Abbiamo diritto di volare a basso prezzo, se contribuisce a distruggere il pianeta?”

Pare che il passaparola stia cominciando a infastidire i tour operator. Nell’ultimo rapporto semestrale, Thomas Cook lamentava che “il movimento ambientalista che si oppone ai viaggi” starebbe impattando sulla “voglia dei turisti di concedersi una vacanza all’estero”, almeno stando ai numeri della sua business unit nordica.

Viaggiare in nave non è un’alternativa plausibile. Allo stato attuale, anche le più efficienti emettono dalle tre alle quattro volte più Co2 di un aereo per miglio percorso.

Il treno potrebbe rappresentare la risposta. Comodo e rapido su molte destinazioni interne, è poco considerato per i viaggi internazionali, anche perché non è facile prenotare un itinerario oltreconfine. La situazione sta cambiando: siti come Trainline  e  Loco2 offrono un motore di ricerca che consente di prenotare senza problemi da un paese all’altro. I costi, per il momento, non sono paragonabili: per andare da Londra a Milano centrale il 23 ottobre (data casuale) servono almeno 155 euro, 15 ore e un cambio. In aereo bastano 10 euro e 2 ore, salvo check-in e trasferimento da aeroporto a centro città. Siamo ancora lontani, scrive Whyte, da treni charter, che risolverebbero parzialmente il problema, almeno per chi non ha fretta e può godersi il panorama dal finestrino.

Turismo low cost, la reazione degli operatori: solo green marketing?

Un assunto dell’economia recita che “non esistono pasti gratis”. Ma a volte il prezzo si paga in modi difficile da immaginare. Il cambiamento del mondo come lo conosciamo è uno di questi.

La consapevolezza comincia a prendere piede anche tra gli operatori del settore, attenti a restare al passo con l’evoluzione dei gusti dei consumatori. KLM, compagnia di bandiera dei Paesi Bassi, invita a considerare opzioni alternative all’aereo, mentre le catene di hotel  IMG e Marriott hanno bandito le bottigliette di plastica dai propri alberghi.

Leggi anche: Viaggiare in camper senza spendere troppo (e senza avere un camper)? Ci pensa Cocovan

Stanno arrivando anche i big del web. Da qualche mese è nata Travalyst, sorta di consorzio formato da Booking, Ctrip, Skyscanner, TripAdvisor e Visa con l’ambizioso obiettivo di migliorare l’impatto dei viaggi. Sponsor d’eccezione è nientemeno che il principe Harry, recentemente accusato di usare jet privati per i suoi spostamenti invece dei più ecologici voli di linea.

Travalyst, si legge sul sito, vuole “utilizzare la propria influenza per promuovere in tutto il mondo iniziative che consentano di preservare le destinazioni, assicurarsi che le comunità locali prosperino e proteggere l’ambiente tramite pratiche responsabili”. Nulla si dice, però, sul modo in cui queste promesse saranno mantenute. In tempi in cui una Business Roundtable non si nega a nessuno, il dubbio è che possa trattarsi solo di green marketing.

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Perché vedere (o non vedere) l’ultimo di Tarantino

Lo dico subito, così non ci pensiamo più. C’era una volta a Hollywood, il nuovo film di Quentin Tarantino, non mi ha convinto. Non che sia una brutta pellicola, ma il regista californiano ci ha abituato fin troppo bene, e il risultato, una volta tanto, delude le aspettative. Che erano, da par suo, altissime.

Tarantino prende spunto dalla strage di Bel Air, eccidio che nel 1969 vide trucidata Sharon Tate, moglie di Roman Polanski, assieme ad altre quattro persone, mentre il polacco si trovava a Londra.

L’eccidio fu compiuto da una setta di fanatici hippy ispirati da Charles Manson (che però non partecipò all’agguato, preferendo rimanere nascosto nella comune dove viveva), e scioccò il mondo immerso nel flower power del 1968.

Questa la cornice, che fa da sfondo alla storia di Rick e Cliff, un attore di serie B e il suo storico stuntman, amici per la pelle anche se divisi da un abisso in termini di ricchezza. Lo stile di vita, fatta la tara ai guadagni, è più o meno lo stesso: birra, cocktail, sigarette, musica a tutto volume, nessun orario. Il regista descrive le alterne fortune della carriera di Rick, che ha al suo fianco un amico fedele in grado di tirarlo fuori da guai quando occorre.

Un racconto carino dello spirito dei tempi e del mestiere dell’attore. Il problema è che tutto finisce qui. Il film è calato nell’atmosfera di quegli anni formidabili, ma non scava nel rapporto umano tra i due, restando in superficie, e dice poco anche sui tormenti di chi recita e vede la carriera scemare. Non che la specialità del regista di Los Angeles sia insegnare qualcosa, ma personalmente mi è rimasta la sensazione di un‘incompiuta. Manca la tensione narrativa, una trama compatta che riesca a tenere avvinto lo spettatore, per un regista che del climax ha fatto il suo marchio di fabbrica. La pellicola scorre placida e godibile, e questo è tutto. Anche qui, intendiamoci: ciò che a molti sarebbe perdonato, con Tarantino lascia spiazzati.

Il film, nonostante tutto, è carino, con numerosi siparietti divertenti (notevole quello con Bruce Lee), e le due ore e mezzo scorrono, tutto sommato piacevoli.  Le inquadrature sono coloratissime (il regista californiano con la macchina da presa ci sa fare, non è una novità, e lo stile anni Sessanta non passa mai di moda) e anche la colonna sonora è godibile  (ma meno di altre occasioni, vedi Pulp Fiction o Kill Bill).

Brad Pitt e Di Caprio? Che dire, sono bravi e si sapeva. Anche in questa occasione si confermano all’altezza. A giudicare dagli ululati, il pubblico femminile in sala non ne apprezza solo le doti recitative. C’è anche una particina per De Niro, che non si scatena.

Dicono che Tarantino abbia lavorato alla sceneggiatura per cinque anni. A me pare che si sia preso una lunga, lunghissima vacanza in attesa di tornare con il decimo – e a suo dire ultimo  – film. Ci auguriamo che non sia così.

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Brexit, i rischi per l’economia UK

Questo articolo è stato pubblicato in origine su StartupItalia.

Trecentoventotto a trecentouno: Westminster si è espresso martedì sera dando via libera a una mozione che autorizza il parlamento britannico ad  approvare una legge per impedire l’uscita dalla UE senza accordi. Sembrano formule da Prima Repubblica, invece si tratta di Londra. Benvenuti nel Regno Unito versione 2019.

Prendere il controllo della crisi su Brexit e impedire un no-deal. La sconfitta di Boris Johnson al primo voto parlamentare da quando è alla guida del governo coincide anche con la perdita della maggioranza in aula dovuta al passaggio di Philip Lee ai liberaldemocratici, all’opposizione. La ribellione ha scatenato la reazione furiosa del premier, che ha espulso, come promesso, i traditori dal partito conservatore. Cosa accadrà ora? Difficile dirlo. Potrebbero esserci le elezioni; ma non è detto che si torni alle urne, dato che per farlo serve l’accordo di due terzi del Parlamento, e da martedì non c’è neanche una maggioranza.

Una crisi senza fine cominciata nel 2016

Ma cerchiamo di capire qualcosa di più di questa crisi senza fine.

L’ex sindaco di Londra si insediò meno di due mesi fa al numero 10 di Downing Street con la promessa di risolvere l’impasse in cui si era impantanata Theresa May, il cui accordo con Bruxelles, negoziato nel corso di due anni, fu bocciato per tre volte dall’aula.

Il platinato ex corrispondente dalla capitale belga, noto, anche da giornalista, per una certa tendenza all’esagerazione (quando non all’invenzione) promise soluzioni in tempi brevi a un uditorio stanco di dibattiti.  Il classico uomo solo al comando.

Probabilmente qualche delegato starà rimpiangendo il voto che lo portò a prendere il controllo prima del partito conservatore e poi, conseguentemente, del governo, in un percorso che non ha previsto il passaggio dalle urne. Un paragone italiano può essere con la parabola che portò a Palazzo Chigi Matteo Renzi.

Conta il risultato, prometteva Johnson, pochi fronzoli. La tattica? Un misto di decisionismo e atti al limite del regolamento. Come la chiusura del Parlamento proprio a ridosso della probabile uscita, prevista per il 31 ottobre. Il senso della mossa è stato impedire ai deputati di sabotare le spericolate manovre del premier. Manovre all-in, come si dice nel poker: si vince o si perde tutto.

Un atteggiamento spavaldo che avrebbe dovuto servire per negoziare sconti e concessioni da Bruxelles. Ma i rischi, se il bluff non riuscisse, sono alti. Il perché di tanto timore è presto detto.

Al di là della propaganda, analisi e studi, anche governativi, hanno messo in luce le conseguenze nefaste di un’uscita no-deal: anni di recessione, difficoltà di approvvigionamento, almeno per i primi mesi, persino di beni essenziali come farmaci, mobilità internazionale ridotta, per citarne alcuni. E tutto da un giorno all’altro.

Cosa accade ora?

Le elezioni sono quello che vuole Johnson; ma chi si oppone alla sua idea di no-deal farà di tutto per dilatare i tempi e impedirgli di arrivare al non-accordo in maniera trasversale proprio convocando una consultazione. Questa, infatti,  si sovrapporrebbe nei tempi alle ultime finestre lasciate aperte dalla UE.

Cosa fa l’Unione Europea?

Sta alla finestra, per il momento. Bruxelles non sembra disposta a trattare  ulteriormente. Il testo resta quello negoziato con la May e bocciato nei mesi scorsi da Westminster. Nulla è cambiato per i Ventisette.

Ma quali sono le conseguenze della Brexit in termini economici?

La prima, di questi giorni, è la caduta della sterlina a livelli che non toccava dal 2016.

Ma non solo. L’incertezza non aiuta l’economia. Gli investimenti diretti esteri sono passati dai 216 miliardi di euro nel 2016 a 92 nel giro di tre anni, e molte multinazionali hanno deciso di spostare gli headquarters sul suolo europeo per non rischiare. In pole position ci sono Amsterdam e Parigi, che hanno incominciato da tempo una intensa attività di lobbying e di pressione sui ceo delle maggiori aziende oggi con sede a Londra per vantare le meraviglie di Olanda e Francia.

Da luglio 2016, vacanze e merci importate sono diventate più costose per i britannici. Da segnalare, però, anche un effetto di segno contrario: le esportazioni britanniche sono diventate meno care.

E l’immobiliare?

Il mercato immobiliare è sceso. Dopo essere cresciuto del 66% in termini di prezzi dal 2010 al 2016, negli ultimi tre anni ha frenato. Ma non è chiaro se si tratti di una flessione ciclica o legata direttamente alla Brexit.

Quello che è certo, per usare un gioco di parole, è che non ci sono certezze. Un assunto un tempo impensabile in quello che era il regno della prevedibilità, dove si gira con l’ombrello anche quando c’è il sole perché, non si sa mai, potrebbe piovere. Un’epoca, forse, giunta al tramonto.

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Ofo, Tink Labs e le altre: scaleup cinesi, quando crescere in fretta è un problema

Questo articolo è stato pubblicato in origine su StartupItalia.

Erano 4.000, un’onda gialla che colorava Milano. Vederle sfrecciare era diventata un’abitudine, come trovarle parcheggiate di fronte al bar dell’aperitivo o all’uscita dal posto di lavoro. Oggi giacciono abbandonate in aiuole, parcheggi di supermercati. Qualcuna nel corso dei mesi è finita persino sopra un albero. Di recuperarle si occuperà il Comune, dato che l’azienda proprietaria è sparita, lasciando senza lavoro anche i dipendenti della cooperativa cui aveva affidato la manutenzione.

È la storia di ofo (minuscola voluta, si chiama proprio così), supernova cinese della sharing mobility a due ruote, capace di brillare per una stagione raccogliendo 2,1 miliardi di dollari e implodere nel giro di pochi trimestri, arrivando a un passo dal fallimento. Le bici abbandonate di Milano sono un esempio di come vanno gli affari in Europa; ma anche in Cina la situazione non è rosea. Tanto che, evitata di un soffio la bancarotta, la società ha recentemente inaugurato un servizio dotato di docking station: non più bici libere da prendere e lasciare dove capita, ma una serie di punti di raccolta fissi dove si può ritirare e consegnare la due ruote. Un’assicurazione contro il vandalismo, e un’implicita ammissione di non essere riusciti a gestire il servizio free floating.

 

Scaleup cinesi: quando crescere è prematuro

Accade sempre più spesso, in Cina. Grazie alle dimensioni abnormi del mercato interno – due miliardi di persone accomunate da lingua e abitudini di consumo – le startup che indovinano il prodotto o il servizio giusto possono conquistare una crescita esponenziale nel giro di pochi mesi. Gli utenti arrivano tramite il passaparola e si moltiplicano grazie a copiosi investimenti in marketing: a questo punto entrano in gioco le decine di milioni di dollari profuse da fondi di investimento attenti solo ai “muscoli da specchio” della crescita.  Numeri che si sgonfiano bruciando cassa a velocità superiore a quella – già supersonica – con cui giovani manager rampanti e occidentalizzati spesso persino nel nome riescono a procurarsela. Si chiama premature scaling, fantasma lugubre che si aggira per la Cina lasciando dietro di sé cimiteri di rottami, come quello ritratto nella foto qui sotto.

Il caso di ofo, regina del bike sharing

Nel caso di ofo, le voci su una presunta fragilità dell’azienda cominciarono a rincorrersi sul finire del 2018. Bastarono pochi giorni perché milioni di utenti si precipitassero, all’unisono, a chiedere la restituzione dei depositi cauzionali necessari per utilizzare il servizio. Risultato? La bolla si sgonfia all’improvviso. “Restituire i soldi agli utenti, pagare i debiti ai fornitori (ma in Italia c’è ancora un buco di oltre 300mila euro, ndr) e continuare le operazioni” – scriveva a dicembre il fondatore e ceo Dai Wei –  ha generato “immense pressioni sul flusso di cassa”. L’uomo si era rivolto ai dipendenti con una missiva per prepararli all’eventualità di trovarsi senza lavoro dalla sera alla mattina.

 

Pare che dietro il tracollo della scaleup partita dai campus universitari di Pechino ci sia stato un misto di presunzione, internazionalizzazione precoce e problemi di management. Così, almeno, la pensa Jeffrey Towson, professore di Investment all’università della capitale. Due o tre miliardi di valutazione, secondo il docente, in Cina sono abbastanza per essere un bike sharing di successo, ma non per diventare leader di mercato nel settore della mobilità integrata. E i pesci piccoli (per modo di dire) a quelle latitudini muoiono. ofo è cresciuta troppo in fretta per le proprie capacità, senza, tuttavia, raggiungere la massa critica necessaria a operare nel contesto in cui è nata.

Scaleup cinesi finite troppo presto:  ci sono anche proptech e servizi per hotel

Anche a Bluegogo non è andata bene. Terzo player cinese delle bici in sharing, ha dichiarato fallimento nel 2017 dopo aver raccolto più di 90 milioni di dollari di investimenti. Ma il problema travalica i confini del settore.

La vertigine da eccesso di crescita ha già toccato altri mondi, come l’immobiliare Ai Wu Ji Wu (IwJw), attiva dal 2014 nel proptech e capace di raccogliere 305 milioni sul mercato, ma finita in liquidazione nel febbraio scorso.

L’ultima arrivata nel poco invidiabile club è Tink Labs, società di Hong Kong che fornisce smartphone gratuiti ai clienti degli hotel di mezzo mondo. Diventata  uno dei primi “unicorni” della città, all’apice del successo aveva raggiunto una valutazione di 1,5 miliardi di dollari e forniva i propri servizi a 600mila stanze d’albergo in 82 paesi, incluse quelle di catene molto prestigiose come InterContinental Hotel Group e Hyatt Hotels. Ma settimana scorsa, un articolo del Financial Times ha dato conto di centinaia di licenziamenti.  “Non ho mai pensato potesse durare, ma non pensavo nemmeno che avrebbe chiuso così in fretta” ha confidato l’ex capo delle Risorse Umane per Europa, Africa e Medio Oriente Nathalie Vioules. Tutto quello che contava per il ceo Terence Kwok, racconta la donna ai giornalisti, era “fare soldi”.

“Fiumi di venture capital per non  perdersi la nuova Alibaba”

La paura di perdersi “the next big thing”  ha dopato il mercato gonfiandone i muscoli come in certe gare di culturismo.“Il comparto del tech in Cina ha impressionato gli investitori globali sin dalla fulminante ascesa di Baidu, Alibaba e Tencent – sintetizzava il South China Morning Post qualche settimana fa – Per paura di essere tagliati fuori di nuovo, sulle nuove generazioni di startupper in settori come l’e-commerce e il fintech sono stati letteralmente rovesciati fiumi di venture capital, contribuendo a creare un elenco di unicorni cinesi capaci di schiacciare le aziende di altri paesi”. Modelli di business interamente basati sulla crescita a due e tre cifre, non più sostenibili ora che l’economia cinese sta rallentando e il mercato si sta saturando.

Un problema di innovazione

Ma c’è  anche un altro problema, connaturato all’economia del colosso asiatico: a molti giganti locali mancano la componente di innovazione e il know-how  delle imprese statunitensi, europee o israeliane. “Definire di livello mondiale la tecnologia di queste imprese significa sopravvalutarle” ha commentato Jialong Liu, general manager del settore carte di credito alla China Merchants Bank. “Ciò che le ha rese di successo è stata l’ampiezza del mercato cinese” chiosa, e si tratta del suo paese.

Le opportunità per le imprese italiane

Secondo quanto riportato dal Financial Times, il flusso di capitali nel settore tech cinese si starebbe già contraendo.  In contemporanea, sarebbero aumentate le verifiche dei potenziali investitori, ormai consapevoli dei rischi.

Questo può tradursi in nuove opportunità per un certo numero di aziende europee e italiane, finora sovrastate dai giganti asiatici. Come l’italiana Manet, che fornisce lo stesso servizio di Tink Labs ma impiegando un modello di business diverso, centrato su maggiore qualità. “Hanno inondato il mercato di device di basso livello per anni con una politica di prezzi molto aggressiva a cui era difficile stare dietro” spiega a StartupItalia Antonio Calia (leggi l’intervista), ceo e fondatore del player italiano.  “Ma appena è uscito l’articolo del Financial Times, il mio cellulare è diventato rovente, e ha cominciato a squillare come il giorno in cui ho compiuto 18 anni: erano clienti preoccupati, ma anche dipendenti dell’azienda che cercavano di assicurarsi un futuro in caso di fallimento”.  Pare siano 600 gli hotel e 50mila camere a rischio di restare sguarnite. Clienti che avevano puntato su una soluzione low-budget e che ora potrebbero finire dritte nel portafoglio dell’azienda di Calia, nata nel 2017, e rimasta finora in sordina a perfezionare il proprio modello di business e struttura dei costi. Il prodotto che ne è derivato consente maggiori personalizzazioni e interattività, e potrebbe portare una parte del settore a riconsiderare servizi proposti a condizioni troppo allettanti.

Qualità di prodotto e procedure pagano sulla medio-lunga distanza? E’ quello che spera chi fino ad oggi ha dovuto accontentarsi delle briciole. “E’ solo quando la marea si ritira che si scopre chi nuotava nudo” recita una delle massime più famose di Warren Buffet, il principe degli investitori. Uno che (quando lavora) non fa certo beneficenza.

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