Toni Servillo nei panni di Berlusconi
cinema

Loro 1/2: l’Italia di Berlusconi ritratta da Sorrentino

Scenografico, avvolgente. Malinconico. E’ il Sorrentino di Loro, ultima opera del cineasta italiano premio Oscar nel 2014 con La Grande Bellezza. E senza quel film, come senza Il Divo, non avrebbe potuto nascere questo lavoro, che affresca la corte berlusconiana di stanza a Roma negli anni attorno al 2008.

Sembra passato un secolo, ma si tratta solo di un decennio. Mascherati –  ma non troppo – sfilano Tarantini, la D’Addario, Sabina Began (l’Ape Regina), Nicole Minetti, Noemi Letizia, Sandro Bondi, Daniela Santanché, nomi entrati nell’immaginario collettivo a colpi di intercettazioni pubblicate e scoop giornalistici.

Non ci sono rivelazioni, tutto ciò che si vede è ampiamente noto. E’ un punto di vista, quello di Sorrentino, che non tralascia la grandezza dell’uomo Berlusconi, la sua genialità, pur evidenziandone i limiti.

Il primo episodio è francamente piuttosto lento e noioso, un’introduzione  per larghi tratti ripetitiva. Sesso, droga, e le miserie umane dei governanti, una sfilata di corpi che si trascina senza sorprese. La seconda parte è, invece, il cuore dell’opera, decisamente più valida e con un approfondimento psicologico degno di nota.

Girato magistralmente dal punto di vista tecnico, la fotografia di Bigazzi conferisce ai paesaggi della Sardegna una intensità nuova mentre la colonna sonora, come sempre, è all’altezza. Toni Servillo si è calato nel personaggio del tycoon milanese fino a imitarne la postura, i gesti, le manie, insomma, ha fatto quello che ci si aspettava da un interprete del suo spessore.

Discorso a parte merita, invece, la sceneggiatura. Non si tratta di un film politico, di un’invettiva. E’, piuttosto, un’opera dal sapore storico, quasi una biografia. Come spesso capita in Sorrentino, la trama è liquida, diffusa, e l’insieme conta più della somma delle parti.

Pur evidenziandone i limiti, si diceva,  il regista non tralascia la genialità dell’uomo Berlusconi, il suo talento. La sua solitudine. L’ex premier appare un uomo stanco, circondato da una pletora di yesmen pronti a tradirlo, incapace di trovare un interlocutore con cui confrontarsi, tranne – forse – gli amici Confalonieri e Doris.

Veronica Lario è ben interpretata da Elena Sofia Ricci. Il rapporto di coppia tra i due è descritto con la delicatezza che si deve a un amore che, probabilmente, è stato tale agli inizi, e poi si è perso nella vita frenetica del capitano d’azienda, del presidente di calcio, del leader politico. Veronica, la donna legata a un uomo di cui conosce e accetta le debolezze, perennemente scontenta eppure incapace di staccarsi, rassegnata, e forse anche irretita da una vita fatta di case vacanza e viaggi in Cambogia. Fino a Noemi.  Silvio, incapace di uscire dalla torre d’avorio di un narcisismo che lo condanna all’isolamento, un analfabeta dei sentimenti. Sembra quasi di conoscerli, i due ormai quasi ex coniugi, mentre in cucina scrivono l’epitaffio del loro rapporto. L’interpretazione di Servillo e Ricci dà sostanza a ciò che tante volte si è letto sui giornali, e riesce a caricarsi dei sentimenti ambivalenti che segnano il decorso di ogni storia.

Bravo Riccardo Scamarcio nel ruolo di Tarantini, brava la Smutniak nel ruolo di Sabina Began. Un altro film  di Sorrentino da guardare a notte fonda, in silenzio. Non adatto alla televisione.

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Un anno alla Brexit
brexit, esteri, politica

Brexit a metà strada: il rischio per Londra è restare sola

 

Questto articolo è stato pubblicato originariamente su Londra, Italia

Un anno dall’avvio delle trattative, quasi due dal referendum. E dodici mesi esatti all’addio ufficiale fissato per il 29 marzo 2019. La Brexit, l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione non è ancora avvenuta. Parliamo, allo stato dei fatti, di una eventualità probabile ma non ancora certa. Ma le ricorrenze  simboliche offrono lo spunto per  qualche valutazione.

E’ stato un errore votare Leave e orchestrare una campagna per allargare la Manica? Nigel Farage e Boris Johnson risponderebbero che no, non lo è stato.  Ma tipi come Farage e Johnson sono pronti a negare l’evidenza. E, mancando la controprova, trovano sempre qualcuno disposto a dar loro credito.

I numeri, pur non essendo catastrofici, non depongono a favore dell’esito elettorale: l’economia tiene, ma su una curva più bassa rispetto al passato. La sterlina non è risalita, e le aziende straniere continuano a portare via da Londra i propri uffici, giocando d’anticipo. I fondi europei che verranno a mancare aiutavano proprio le campagne, i territori che si sono dimostrati più ostili a Bruxelles.  Nessuno ha spiegato quale sia il piano adesso, ammesso che esista.

La verità è che nessuno si aspettava la Brexit (52% degli elettori a favore in occasione del referendum del 23 giugno 2016): la vittoria del Leave ha sorpreso persino gli stessi promotori.

Non  se la aspettava David Cameron, che concesse il referendum – pensando di vincerlo – per mantenere un’avventata promessa elettorale. Con le stelle all’alba, tramontò la sua carriera politica.

Non se lo aspettava Nigel Farage, che pensò bene di fare un passo indietro all’indomani del successo: perché un conto è desiderare l’impensabile, e un conto è ottenerlo.

Non se lo aspettava nemmeno Theresa May, che, da sostenitrice del Remain, si trovò a gestire la transizione ripetendo il mantra “Brexit means Brexit“.

Non se lo aspettava nessuno, e invece è accaduto. Come è stato possibile?

La causa sta nel grave errore politico di Cameron, che concesse la consultazione. L’ex premier mostrò qui tutta la propria inesperienza. L’uso disinvolto dei media –  vi dice niente Cambridge Analytica?  – , le fake news e le campagne di stampa orchetrate da politici senza scrupoli e più interessati al proprio tornaconto che all’interesse nazionale fecero il resto.

Si parla di  rispettare la volontà del popolo: ma le questioni di geopolitica sono, da sempre, gestite dai governi, al limite dai sovrani, e mai dal demos; quando si ricorre ai plebisciti, agganciandoli al diritto all’autodeterminazione dei popoli, lo si fa per conflitti di matrice etnica, religiosa, e sempre con maggioranze di ben altra portata. Nel caso della Gran Bretagna, che,  pearaltro, in seno all’UE ha sempre goduto di amplissima autonomia, è stato il 2% dei voti a risultare determinante.

Ma il caso della spia russa avvelenata sul suolo britannico – con ogni probabilità su mandato del Cremlino – ha mostrato a Londra cosa significa rischiare di restare isolati.

In un contesto europeo, la solidarietà ai britannici sarebbe stata scontata e doverosa. Oggi non lo è più. E’ una questione di buoni o cattivi rapporti; insomma, di interesse. E’ arrivata, certo, ma grazie al lavoro sottotraccia dei funzionari; e chi la ha mostrata, lo ha fatto in primis per indebolire il leader russo Putin, tornato prepotentemente sullo scenario globale.

Sessantacinque milioni di abitanti, poche risorse naturali, un’economia basata essenzialmente su servizi. Il Regno Unito è esposto al vento. Poco interessante per l’America, poco interessante per l’Europa.  Per dirla con gli economisti, ciò che prima era gratis, oggi ha un prezzo, e vedremo quale.

A Brexit avvenuta, Londra dovrà reinventarsi un ruolo e uno status che, una volta fuori dall’UE, non avrà più. Potrebbe volerci molto tempo. Potrebbe anche non accadere mai.

La politica internazionale in un mondo multipolare funziona ancora – piaccia o meno – come ai tempi del Congresso di Vienna. Un gioco di diplomazie. E non si decide mai esclusivamente in base ai dati economici; si agisce, piuttosto, guardando agli interessi di potenza, che a volte impongono di rinunciare a benefici immediati per ottenere sicurezza a lungo termine. Spiegare questo ai cittadini infiammati dalla propaganda pro-Brexit era obiettivamente impossibile. Ecco perché quella di farli votare è stata la scelta sbagliata.

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economia

Cashless society: il contante in Italia continua ad aumentare. Intervista a Lorenzo Tavazzi (TEH-A)

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su StartupItalia!

Mentre la Svezia punta a diventare un paese completamente cashless entro il 2023, in Italia il contante in circolazione continua ad aumentare. A rilevarlo è  The European House Ambrosetti, che in un’anticipazione del rapporto 2018 sugli strumenti di pagamento digitale fornisce le cifre del fenomeno.

 

 

 

 

 

I dati mostrano un’Italia parecchio indietro rispetto ai  paesi sulla stessa curva socio-economica. Dai 127, 9 mld di contante in circolazione del 2008 si è passati ai 197,7 del 2017, con un aumento del 3,8% nel 2017. Una percentuale pari all’11,6% del Pil (superiore al 10,1% di media nell’Eurozona). Molto distante dall’Ungheria, worst performer con il 19,2%, ma altrettanto dalla Svezia, che guida la classifica con l’1,5%.

 

 

 

 

 

 

L’Italia è anche il paese dell’Unione Europea dove il valore dei prelievi da Atm è aumentato maggiormente nel periodo 2008-2016, con un +8,9%.  Esplodono, invece, i pagamenti mobile, che arrivano al 3,9% del totale ma incidono pochissimo – solo lo 0,05% – sul totale delle transazioni.

 

 

 

Si spende, però, spende di più rispetto al passato utilizzando la tecnologia: è aumentato il valore totale dei pagamenti con strumenti cashless, per un valore di 177, 8 miliardi di euro, un incremento medio, sempre a partire dal 2008, del 5,4% l’anno.

 

 

 

 

 

 

Ma nel Belpaese le carte di pagamento continuano a essere usate poco: lo dimostra il basso numero di transazioni pro-capite, 43,1 all’anno contro le quasi oltre 300 della Danimarca e Svezia, le quasi 300 del Regno Unito e le quasi 200 della Francia. Media Ue a 116,6, peggio di noi solo Grecia, Romania e Bulgaria. “Non è un problema di infrastrutture, abbiamo anche diverse eccellenze nel settore. Il problema, non neghiamolo, sta nel retail ed è spesso legato al sommerso”, spiega Lorenzo Tavazzi, direttore Area Scenari di The European House – Ambrosetti (leggi l’intervista completa in coda).

 

Idee per migliorare? Tutti i paesi che crescono di più hanno una visione sulla cashless society, notano da Ambrosetti. Non c’è da stupirsi, a questo punto, che l’Italia sia una delle 35 economie più dipendenti dal contante.

 


Lorenzo Tavazzi (TEH-A): “Il contante ci costa 10 miliardi all’anno”

“Non è un problema tecnologico, le infrastrutture ci sono” spiega il direttore Area Scenari di The European House – Ambrosetti. Che punta il dito contro retail e scarsa consapevolezza.

Lorenzo Tavazzi, lei ha coordinato il gruppo di lavoro che ha stilato il rapporto sull’uso degli strumenti di pagamento elettronico 2018 di European House Ambrosetti. Pare che in Italia non piacciano.

Non è che non piacciano. I dati dimostrano che vengono utilizzati, e con buoni tassi di crescita. Anche il mobile cresce, a dire il vero; ma ci sono molti  casi in cui il contante è prioritario e che ci fanno restare indietro rispetto ai competitor.

E’ un problema di infrastrutture? 

Non è un problema tecnologico, le infrastrutture in questo caso ci sono, e abbiamo anche diverse eccellenze nel settore; nonostante questo, il nostro è un paese ancora sostanzialmente cash based.

Per quale motivo, allora, si ricorre così spesso al contante?

Ci sono aspetti differenti, a partire da quelli culturali e legati alle abitudini del quotidiano. In Italia a nessuno viene in mente di pagare un caffè o il taxi con la carta di credito; all’estero è il contrario. Le faccio un esempio: pochi giorni fa sono stato in Svezia per una settimana senza usare denaro contante nemmeno una volta. Dappertutto è possibile pagare con strumenti elettronici. Un paese come il nostro, che vuole attrarre turisti, non può sottovalutare questo gap. I cinesi sono estremamente abituati a pagare con metodi alternativi: ma quando arrivano da noi, sin dal momento in cui prendono il carrello in aeroporto, devono preoccuparsi di trovare un euro in moneta…

Non nascondiamolo, spesso chi paga un caffè senza contanti è guardato male…

Il problema è nel retail, inutile negarlo, ed è spesso legato al sommerso. Pagare in contanti rende il pagamento non tracciabile.

Spesso i commercianti lamentano il costo delle commissioni.

Le società che si occupano di pagamento elettronico forniscono un servizio che va retribuito. Un costo deve esserci, chiaramente modulato nell’ambito di un quadro di regolamentazione. Ma la Commissione Europea ha svolto un’azione molto puntuale al riguardo. Manca, forse, un’azione di comunicazione efficace: non si colgono i costi nascosti del pagamento con carta, perché non sono immediatamente visibili.

A cosa si riferisce?

La moneta cartacea ha costi alti, stimati in circa 10 miliardi di euro all’anno solo nel nostro paese: parliamo di stampa, gestione, ciclo di vita della banconota, che necessariamente è breve. Prenda la cartamoneta, gli euro che circolano: è tendenzialmente nuova, perché ogni banconota è una piccola opera d’arte e di ingegno, continuamente migliorata per la necessità di evitare contraffazioni. Per non parlare dell’usura, e del costo, questa volta sociale, delle rapine. Ma trattandosi, come dicevo, di costi sistemici, non sono avvertiti dal cittadino o dal commerciante, che si accorge, invece, del ricarico dovuto alla commissione bancaria. Non dico che questi costi non possano essere ulteriormente ridotti: dico che non è un argomento in grado di smontare il ragionamento complessivo.

Il cahless, dal suo punto di vista, ha solo vantaggi. Lei crede davvero in una società completamente priva di contante?

No, ma credo sia necessario trovare un certo equilibrio rispetto al contesto moderno in cui viviamo, e superare la negligenza che evidentemente c’è da noi, soprattutto in alcuni settori. Non parlo di sparizione del contante, ma di un bilanciamento che tenga conto del fatto che siamo inseriti in un ecosistema, anche internazionale, molto avanzato. Diminuendo l’uso di contante si ottiene una riduzione dei costi sistemici e una modernizzazione generale del paese. Digitalizziamo processi burocratici anche importanti, lasciando, però, il collo di bottiglia dei pagamenti: pensiamo alle marche da bollo, che fino a poco tempo fa si potevano acquistare solo dal tabaccaio. Potrei citare anche degli studi che mostrano come gli strumenti elettronici incentivino il ciclo dei consumi, ma per amor di verità, al di là della mia opinione personale, ammetto che l’argomento è dibattuto. Quello sui costi, però, è un ragionamento oggettivo.

Idee operative?

Diverse iniziative sono state già prese da un punto di vista squisitamente normativo, e altre ne verranno. Ma è chiaro che serve una strategia chiara e coerente; alcuni paesi, come la Svezia, ce l’hanno e stanno preparandosi a diventare una cashless society. Per arrivarci, però, serve un obiettivo condiviso da tutti gli attori istituzionali, cui far seguire azioni adeguate.  Non è avvenuto, ad esempio, quando il limite per i pagamenti cash è stato portato a 3mila euro. In futuro le idee dovranno essere più chiare.

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Elon Musk
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Twitter, ecco i 46 super-account seguiti da Elon Musk

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su StartupItalia!.

Ha 20 milioni di follower, ma “ricambia il favore” solo 46 volte. Non si può dire che Elon Musk non sia selettivo. Del resto il 46 enne fondatore di Paypal, Tesla, Space X e diverse altre compagnie con il vizio di plasmare il futuro è un iperattivo, e ha bisogno di scegliere bene a chi dedicare la propria attenzione.

La biografia racconta che imparò a programmare a 10 anni;  già a 12 vendeva il suo primo videogioco – scritto in Basic – a una rivista di informatica; e che, come tanti appassionati, fu bullizzato dai compagni, che arrivarono a lanciarlo giù dalle scale e a picchiarlo tanto forte da fargli perdere conoscenza.

Una mente eclettica lo portò a studiare scienze e business in Canada, e ad abbandonare un dottorato in fisica a Stanford dopo soli due giorni di corso. Aveva deciso di inseguire le aspirazioni da imprenditore, non prima di aver affittato un appartamento da 10 persone per trasformarlo in un nightclub.

Tra scienza e business

Basterebbero queste poche righe per delineare il profilo dell’uomo del momento, da alcuni salutato come il miglior esempio di imprenditore illuminato, perfetta sintesi tra approccio scientifico e business.

Lontano anni luce da Steve Jobs, che probabilmente sarà ricordato per le capacità imprenditoriali e di marketing visionario, ma è percepito come avido; agli antipodi di Jeff Bezos, che ha superato il fondatore di Apple nell’incarnare lo stereotipo del tiranno.

Musk è di un’altra categoria. Si colloca in quella schiera di ingegni trasversali destinati a lasciare il segno. Novello Leonardo da Vinci, meno scienziato del toscano ma baciato dal talento per gli affari. Del resto, se il genio italiano avesse potuto brevettare le proprie invenzioni, molto probabilmente sarebbe diventato l’uomo più ricco del mondo.

Chi segue Elon Musk su Twitter?

Se la biografia dice molto di lui, i social possono essere utili per approfondirne personalità e carattere. Ma quali sono gli account seguiti da Elon Musk su Twitter?

Scienza, ma non solo. Così, tra pagine di matematica (Fermat’s library) e tecnologia (Slashdot, Gizmodo, The Verge), spunta a sorpresa quella creata da una docente universitaria di filosofia, la professoressa Rebecca Goldstein. Spinoziana di formazione –  e l’opera principale del filosofo olandese è l’Etica -. La pagina di Goldstein si chiama Plato on book e si propone di indagare come l’ateniese “reagirebbe nel 21mo secolo”. Interessante, non c’è che dire.

Un po’ di relax durante le lunghe giornate al pc arriva da Imgur (hosting che ospita immagini virali) e The Onion (magazine satirico); ma sorprende trovare un comedian come John Oliver. Sì, proprio lui, che ogni settimana sferza i politici a stelle e strisce e nei giorni scorsi se l’è presa con la politica italiana scatenando un vivace dibattito. Un posto lo trova anche Tim Urban,  del sito Wait but why: l’idea è quella del long form blog illustrato, cioè contenuti decisamente più lunghi rispetto agli standard del web, che per essere gustati hanno bisogno di tempo. Sarà per questo che Urban stesso si definisce un procrastinatore in una Ted  Talk. Il rapporto tra Musk e Urban è consolidato, tanto che quest’ultimo ha scritto di Tesla e della altre società del sudafricano in una serie di pezzi ospitati sul proprio sito.

La sezione culturale non lascia dubbi sull’orientamento politico di Musk: dalla New York Times Book Review al New Yorker, siamo ben piantati nel perimetro del radical (chic) che ha scritto una buona fetta di storia del giornalismo a stelle e strisce. Tocco di classe è History in pictures, che mostra immagini significative tratte dagli archivi fotografici, interessanti e decisamente  ben selezionate. La musica è, invece, rappresentata da Rolling Stone.

Veniamo alla filantropia: come ogni miliardario che si rispetti, anche il nostro ha le sue buone cause da sostenere. Follow, quindi, alla pagina della Khan Academy: la fondazione è stata creata da un ingegnere bengalese con il pallino di offrire tutorial gratuiti a chi non può permettersi la costosa istruzione anglosassone.

E poi, naturalmente, il futuro: Curiosity Rover (dedicata alle esplorazioni su Marte), Open AI (intelligenza artificiale), Neuroskeptic  (neuroscienze) rientrano tutte nella dieta social del miliardario. Simpatica How things work, che svela il funzionamento di molti oggetti  e procedure che plasmano la nostra vita quotidiana, mentre Atlas Obscura è più orientata – ci risiamo – verso la scienza.  Ci sono, naturalmente le sue compagnie più famose (Space X  e Tesla), ma anche The Boring company,  gioco di parole tra l’aggettivo boring e il verbo to bore. Curiosamente, il profilo è davvero “noioso”, tanto da non aver pubblicato alcun tweet. Con questa società Musk, però, si occupa di trovare modi per rendere dieci volte più economica la realizzazione di tunnel sotterranei, visti come la soluzione ai problemi di traffico urbano. Non potevano mancare la Nasa, la Stazione spaziale internazionale e un paio di siti di videogiochi e coding.

Siamo alla fine.  Che Musk sia un sentimentale forse, a questo punto,  si è capito. Oltre al fratello, a Oliver, a Urban e al divulgatore scientifico Phil Phait, c’è posto solo per un’altra persona in uno degli account più seguiti del mondo. Si tratta di Talulah Riley, attrice e imprenditrice. Ma soprattutto, ex fidanzata, ex moglie, e protagonista di una storia d’amore con infinite andate e ritorni. Lei, l’uomo più innovativo del pianeta, non ha avuto il coraggio di cancellarla.

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politica

Voto dall’UK: tra gli expat il populismo non sfonda

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su Londra, Italia.

Il populismo non sfonda all’estero. Il voto oltre confine  non rispecchia l’esito della consultazione in Italia. Quando i seggi scrutinati alla Camera sono circa un terzo del totale, il partito democratico si attesta attorno al 26%, ben al di sopra del 18% raccolto in patria.

Ma a sorprendere è il Movimento Cinque Stelle, fermo attorno al 17%:  metà della performance straordinaria registrata in Italia.  Male anche la coalizione di Centrodestra (Fi,Lega, FdI) che assomma, fino a questo momento, il 21 % circa dei consensi. Maie e Usei fanno registrare rispettivamente 10,11 e 8,01. Le sorprese riguardano anche Liberi  e Uguali (5,49%) e, soprattutto, + Europa (5,9%).

Ci sarà tempo per le analisi sociologiche certo è che l’affluenza è stata bassa (28% circa), e lascia supporre che ad esprimere il voto siano state solo le persone più motivate, politicamente attive e informate, probabilmente anche quelle con una scolarizzazione più elevata.

Un partito nazionalista come la Lega è privo di mordente tra gli expat; perde grip anche il Movimento, pagando forse lo scetticismo sull’euro. Una valutazione confermata dalla prestazione brillante della lista di Emma Bonino, che dell’Unione ha, invece,  fatto bandiera.

Il risultato  delle ripartizioni  Europa e Asia-Africa- Oceania rispecchia i dati generali, mentre in Nord America prevale il centrodestra con il 32,88 %; in America Meridionale, invece, Maie e Usei trionfano con , rispettivamente, il 29,4 e il 24,75.

In UK, al momento, i dati danno il PD al 33%, 5 stelle al 26% Centrodestra al 17%. Ottima la performance di +Europa, che in Italia probabilmente non prenderà seggi (2,5% dei voti), mentre nel Regno Unito assomma addirittura l’11% dei consensi, così come quella di LeU (7%): numeri che raccontano una storia particolare, e forse risentono dell’effetto Brexit.

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politica

Fine di Renzi, Lega al 17%: l’Italia ai Cinque Stelle

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su Londra, Italia.

MILANO – La sala si svuota, gli esponenti politici se ne vanno, i ragazzi, mesti, si guardano tra loro. Nessuno parla. La maratona elettorale al comitato PD di Milano finisce a mezzanotte e trenta, con le prime proiezioni. Una scena lunare. “Quando cadi così in basso non puoi che risalire”. “L’abbiamo detto tante volte”. Si sapeva, ora lo ammettono dopo le frasi di circostanza delle scorse ore. Ma fa sempre male.

Mentre la Milano democratica va a dormire, ce n’è un ‘altra che festeggia. E’ quella di Salvini, in via Bellerio, che con il 17 % quadruplica il risultato di cinque anni fa.

Ma sono state le elezioni del Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo, che sfonda la soglia del 30 per cento.
Cosa accadrà adesso, nessuno lo sa.
Tutto dipende dai pentastellati, da come decideranno di capitalizzare il risultato.

Una campagna elettorale povera di contenuti, mai come questa volta giocata sulle paure e sull’immagine. Il trionfo della politica – spettacolo.
Silvio Berlusconi, il grande comunicatore, è sembrato antiquato, e non solo per sopraggiunti limiti di età. Oggi la comunicazione politica si fa con Instagram, le televisioni non bastano.

“Renzi è morto” proclama qualcuno. Caduto in disgrazia, dopo i trionfi del  2014. Mai si era vista una fine tanto repentina per un leader. Non in Italia, almeno. Vittima del proprio ego, senza i denari dell’uomo di Arcore, anche il partito gli si è rivoltato contro.

Arrogante. Troppo. Questo gli rimprovera la gente, questo gli rimproverano i suoi. Mentre Salvini soffiava sul fuoco della paura degli immigrati, e il Movimento Cinque stelle, via il capo dei vaffa, si normalizzava con Di Maio.

Ora la speranza è che i grilini accettino di diventare forza di governo e non ripetano il copione scontato del 2013. Non sarà facile; ma non è impossibile. Molti  hanno fatto esperienza nei palazzi, compreso che guidare un paese è molto diverso dal contestare lo status quo. Basta non illudersi che la democrazia del web possa decidere su questioni vitali; per quelle, a volte, basta il buonsenso.

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John Oliver
politica

Pungente e impietoso: il monologo dell’inglese Oliver sulla politica italiana divide il pubblico

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su Londra, Italia

Caustico, infarcito di stereotipi, impietoso, ma nonostante tutto realistico nel descrivere la politica italiana.  I venti minuti di John Oliver, andati in onda nei giorni scorsi su Hbo (in basso il video integrale rimbalzato sui social), hanno fatto discutere. “Tutto vero” gridano  alcuni; altri si indignano.

Il comedian britannico, noto per sferzare i politici americani tutte le settimane, non fa sconti. Partendo dai 65 esecutivi  in 70 anni del nostro paese – qualcuno si è scordato i  “governi balneari”? – prosegue con le apparizioni giovanili  di Renzi alla “Ruota della Fortuna” e di Salvini al “Pranzo è servito”.

E’ quindi  il turno di Grillo  e Di Maio (con il Vaffa day trasformato, ad uso del pubblico di lingua inglese, in “Fuckoff day”); infine, last but not least, il ritorno in campo di Silvio Berlusconi, cui è dedicato quasi metà del monologo.

Del resto, è un fatto che l’ex premier abbia offerto materiale alle cronache, e non solo: dal contratto con gli italiani alla bandana, dal lettone di Putin a Ruby Rubacuori nipote di Mubarak; dal bunga bunga con le olgettine vestite da infermiere  – qualcuna persino da Barack Obama  –  alle norme su legittimo sospetto, legittimo  impedimento e falso in bilancio  che hanno tenuto banco per anni. Gran finale con il “culona inchiavabile” affibbiato alla Merkel: impossibile resistere alla tentazione di un excursus che ne desse conto.

Certo, avremmo preferito che Oliver ricordasse i paralleli tra l’ex Cavaliere e Trump –  due fotocopie -, e in questo il comico cede al gusto dello sberleffo; ma non si può negare che abbia toccato un punto chiave.

Ripercorrendo assieme a lui gli ultimi 20 anni, sembra che i siparietti cui l’uomo di Arcore  ci aveva abituati siano diventati patrimonio comune della politica nostrana. Qualcuno deve essersi accorto che ha funzionato, e l’arena si è riempita di epigoni. Come scordare Renzi con il giubbotto da Fonzie? o la plateale traversata dello Stretto di Messina di Grillo?

Forse è da questo che dovremmo ripartire per comprendere il presente.

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