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Boris Johnson è sempre più solo

A quattro settimane dalla possibile Brexit, Boris Johnson è sempre più solo. Il leader conservatore, diventato primo ministro a luglio, non se la passa bene. Appena insediato, ha perso i primi sei voti del proprio cammino in aula. Dopo aver chiuso il parlamento (e aver espulso 20 storici membri del partito che avevano osato votargli contro) è stato bacchettato dalla Corte Suprema, che lo ha costretto a riaprirlo. Il premier ha dovuto scusarsi privatamente con la Regina che, a quanto pare, sarebbe estremamente irritata perché costretta ad avallare l’improbabile serrata – per prassi il sovrano si limita a ratificare – salvo poi essere corretta da una “semplice” giudice. Stiamo pur sempre parlando di Sua Maestà.

Non è l’unica tegola caduta a Downing Street in poco più di due mesi. Il fratello minore di BoJo si è dimesso da parlamentare e sottosegretario convinto che, con l’oltranzismo sul no-deal, il familiare stia rispondendo al proprio ego più che all’interesse nazionale.

Scotta anche il fronte della vita privata. Nei giorni scorsi si è sparsa la voce che una ex modella e imprenditrice americana, Jennifer Arcuri, avrebbe avuto una storia con Johnson ai tempi in cui questi era sindaco della capitale britannica, ottenendo prestiti e altri vantaggi.

Per finire, Charlotte Edwardes, giornalista oggi al Times, lo accusa di averle toccato una gamba sotto al tavolo durante una cena privata nella redazione dello Spectator, dove entrambi lavoravano alla fine degli anni Novanta. In Gran Bretagna le molestie sessuali sono prese molto sul serio. L’ex sindaco di Londra, peraltro, era il direttore del settimanale. Lei non denunciò per timore di ritorsioni.

Raramente si è visto un fuoco di fila di tali proporzioni su un premier. Ma si tratta dei media e dell’intellighenzia. Nonostante i guai, i sondaggi lo danno ancora abbastanza popolare tra la gente.

Il platinato successore di Theresa May non commenta. Si è limitato a far sapere che non si dimetterà, per non concedere spazio a un’ennesima proroga della Brexit. Per recuperare consenso, rilancia con misure di politica interna, a partire dalla promessa di 40 nuovi ospedali da costruire nei prossimi dieci anni. L’impegno riprende un tema usato durante la campagna per il Leave, quando si ripeteva che i soldi risparmiati abbandonando Bruxelles sarebbero finiti nelle casse (al collasso) del servizio sanitario nazionale.

Mancano quattro settimane al 31 ottobre, e tutto lascia pensare che i colpi di scena non siano finiti.

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Johnson quasi premier: il leader dell’ultra-Brexit succede alla May

Alla fine ce l’ha fatta. A poco più di tre anni dal referendum del 2016, Boris Johnson è stato nominato alla guida del partito Conservatore, il che, in questo contesto politico e a meno di colpi di scena, significa che prenderà il posto della dimissionaria Theresa May al numero 10 di Downing Street.

Il personaggio possiede un che di diabolico. A partire dallo “schema” con cui è giunto a fare il premier. Brexiteer della prima ora, si è guardato dallo sporcarsi le mani il giorno dopo la vittoria: troppo confusi gli umori, e la trattativa per portare a casa il testo di un accordo mal si addiceva a un carattere esplosivo come il suo. Con lui premier, il tavolo sarebbe saltato all’istante, assieme forse alla sua carriera. Di questo l’uomo era ben consapevole. Meglio ritagliarsi il ruolo del correttore di bozze, e lasciare ad altri la fatica di due anni di estenuanti braccio di ferro.

Meglio mandare avanti l’ambiziosa Theresa, che da bambina voleva essere la Thatcher, e ha provato, con piglio da studentessa determinata, a portare a casa la missione e l’accordo con Bruxelles, prima facendo la voce grossa (immortale il mantra “Brexit means Brexit” , ma non ci credeva neanche lei , il cui cuore batteva, tiepidamente, per restare), e poi vieppiù ammorbidendo la linea di fronte alla compattezza, inusitata, di Bruxelles.

L’ex sindaco di Londra preferì – lui! – restare in seconda fila, a recitare la parte del duro. Entrò nel governo May, ma ne uscì in fretta come chi molla tutto di fronte, si passi il gioco di parole, alla mollezza della leader.

Oggi Johnson si avvia a diventare premier. Porta in dote, oltre alla capigliatura biondo platino, le stesse uscite intemerate e vita privata traballante di sempre. Pochi giorni fa le urla provenienti dalla casa in cui stava trascorrendo la notte con la nuova fiamma hanno spinto i vicini a chiamare la polizia. Ma è solo un esempio, tra i tanti.

A fine maggio il Brexit Party del redivivo Farage ha sbaragliato la concorrenza alle elezioni europee, consultazione che non avrebbe mai dovuto tenersi. Preoccupati che l’uscita saltasse, i Leavers hanno deciso di votare in massa un partito costruito in poche settimane, e, soprattutto, privo di programma politico per gestire il “dopo”.

Johnson è la risposta dei conservatori, e  ha cento giorni per portare a casa la Brexit.  Con un vantaggio rispetto alla May. Dal suo punto di vista, il no-deal non è un problema, il che gli consente di giocare le proprie carte con tranquillità. Accada quel che accada, anche il disastro economico: l’uomo non si sentirà responsabile. Perché il problema è proprio che i politici, alla fine, sono esseri umani, soggetti alle stesse passioni e narcisismo di chiunque altro.

Francamente assisto interessato e in parte incredulo a quello che sta accadendo al Regno Unito, un tempo esempio di understatement, equilibrio e moderazione e oggi sempre più simile a un’Italietta qualsiasi.

Può essere che Johnson decida di convocare nuove elezioni per rimediare un mandato popolare che al momento non ha – si trova nella situazione di Renzi nel 2014, per capirci. Sarà interessante vedere il risultato, in tal caso, perchè in corsa ci sarà anche Farage.

Sta di fatto che molto del successo di questa strana accoppiata popul-sovranista si deve all’inconcludenza di Jeremy Corbyn, leader del Labour troppo a sinistra per cedere alla UE, ritenuta un covo di capitalisti. Un mucchio di banchieri che, però, predica l’economia sociale di mercato, e si sa che le politiche redistributive costano buona parte del bilancio di Bruxelles. Corbyn pensa davvero a un Regno Unito socialista lontano dall’Unione? (L’alternativa è che si tratti di un altro caso di narcisismo politico. Il terzo, assieme ai due citati sopra. Che vinca il migliore).

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Un anno alla Brexit
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Brexit a metà strada: il rischio per Londra è restare sola

 

Questto articolo è stato pubblicato originariamente su Londra, Italia

Un anno dall’avvio delle trattative, quasi due dal referendum. E dodici mesi esatti all’addio ufficiale fissato per il 29 marzo 2019. La Brexit, l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione non è ancora avvenuta. Parliamo, allo stato dei fatti, di una eventualità probabile ma non ancora certa. Ma le ricorrenze  simboliche offrono lo spunto per  qualche valutazione.

E’ stato un errore votare Leave e orchestrare una campagna per allargare la Manica? Nigel Farage e Boris Johnson risponderebbero che no, non lo è stato.  Ma tipi come Farage e Johnson sono pronti a negare l’evidenza. E, mancando la controprova, trovano sempre qualcuno disposto a dar loro credito.

I numeri, pur non essendo catastrofici, non depongono a favore dell’esito elettorale: l’economia tiene, ma su una curva più bassa rispetto al passato. La sterlina non è risalita, e le aziende straniere continuano a portare via da Londra i propri uffici, giocando d’anticipo. I fondi europei che verranno a mancare aiutavano proprio le campagne, i territori che si sono dimostrati più ostili a Bruxelles.  Nessuno ha spiegato quale sia il piano adesso, ammesso che esista.

La verità è che nessuno si aspettava la Brexit (52% degli elettori a favore in occasione del referendum del 23 giugno 2016): la vittoria del Leave ha sorpreso persino gli stessi promotori.

Non  se la aspettava David Cameron, che concesse il referendum – pensando di vincerlo – per mantenere un’avventata promessa elettorale. Con le stelle all’alba, tramontò la sua carriera politica.

Non se lo aspettava Nigel Farage, che pensò bene di fare un passo indietro all’indomani del successo: perché un conto è desiderare l’impensabile, e un conto è ottenerlo.

Non se lo aspettava nemmeno Theresa May, che, da sostenitrice del Remain, si trovò a gestire la transizione ripetendo il mantra “Brexit means Brexit“.

Non se lo aspettava nessuno, e invece è accaduto. Come è stato possibile?

La causa sta nel grave errore politico di Cameron, che concesse la consultazione. L’ex premier mostrò qui tutta la propria inesperienza. L’uso disinvolto dei media –  vi dice niente Cambridge Analytica?  – , le fake news e le campagne di stampa orchetrate da politici senza scrupoli e più interessati al proprio tornaconto che all’interesse nazionale fecero il resto.

Si parla di  rispettare la volontà del popolo: ma le questioni di geopolitica sono, da sempre, gestite dai governi, al limite dai sovrani, e mai dal demos; quando si ricorre ai plebisciti, agganciandoli al diritto all’autodeterminazione dei popoli, lo si fa per conflitti di matrice etnica, religiosa, e sempre con maggioranze di ben altra portata. Nel caso della Gran Bretagna, che,  pearaltro, in seno all’UE ha sempre goduto di amplissima autonomia, è stato il 2% dei voti a risultare determinante.

Ma il caso della spia russa avvelenata sul suolo britannico – con ogni probabilità su mandato del Cremlino – ha mostrato a Londra cosa significa rischiare di restare isolati.

In un contesto europeo, la solidarietà ai britannici sarebbe stata scontata e doverosa. Oggi non lo è più. E’ una questione di buoni o cattivi rapporti; insomma, di interesse. E’ arrivata, certo, ma grazie al lavoro sottotraccia dei funzionari; e chi la ha mostrata, lo ha fatto in primis per indebolire il leader russo Putin, tornato prepotentemente sullo scenario globale.

Sessantacinque milioni di abitanti, poche risorse naturali, un’economia basata essenzialmente su servizi. Il Regno Unito è esposto al vento. Poco interessante per l’America, poco interessante per l’Europa.  Per dirla con gli economisti, ciò che prima era gratis, oggi ha un prezzo, e vedremo quale.

A Brexit avvenuta, Londra dovrà reinventarsi un ruolo e uno status che, una volta fuori dall’UE, non avrà più. Potrebbe volerci molto tempo. Potrebbe anche non accadere mai.

La politica internazionale in un mondo multipolare funziona ancora – piaccia o meno – come ai tempi del Congresso di Vienna. Un gioco di diplomazie. E non si decide mai esclusivamente in base ai dati economici; si agisce, piuttosto, guardando agli interessi di potenza, che a volte impongono di rinunciare a benefici immediati per ottenere sicurezza a lungo termine. Spiegare questo ai cittadini infiammati dalla propaganda pro-Brexit era obiettivamente impossibile. Ecco perché quella di farli votare è stata la scelta sbagliata.

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Paul Massey
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Mafia, la vita dei boss UK. “A Manchester come i Casamonica”

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su Londra, Italia.

Nightclub, spaccio di droga, pizzo.  E poi rapporti con i politici, un gangster candidato a sindaco e un funerale con il quartiere schierato in strada a mostrare cordoglio. C’era persino un cocchio tirato da cavalli.  Non siamo nella Roma dei Casamonica o nella San Luca delle ‘ndrine, ma a Salford, Greater Manchester, UK.

C’era un tempo in cui si credeva che la mafia fosse un fenomeno culturale, legato all’italianità. Altre epoche. Anni di studi hanno mostrato che la storia è diversa. “La mafia si produce dove ricorrono le pre-condizioni – spiega Federico Varese, docente di Criminologia a Oxford e autore del volume “Vita di mafia” (Einaudi). Varese risponde dal suo ufficio; ha studiato sul campo la criminalità russa, giapponese e inglese, e la conclusione è chiara.  “Nessuno può dirsi immune. Nemmeno il Regno Unito della Brexit”, dove i nuovi boss sono autoctoni.

Salford, ad esempio. Una storia di depressione economica, un’aspettativa di vita che in alcuni quartieri è di 14 anni inferiore a quella di chi vive a pochi isolati di distanza. Poi il boom, con i locali notturni e la night economy. “C’è stato un momento in cui Manchester era al centro della scena rock mondiale, con band come i Joy Division, gli Oasis e non solo – ricorda il docente – . In quegli anni, i gruppi criminali hanno preso il controllo dei club piazzando i propri bouncer (buttafuori, ndr) alle porte delle discoteche”. Quando non ne hanno aperte di proprie. Tra i “bravi ragazzi” emerge Paul Massey, detto  “Mr. Big”,  che fonda una società – legale –  per fornire servizi di sicurezza. Nei registri appare come PMS, Private Management Security. “Ma tutti sanno che si tratta delle iniziali del proprietario”. E sanno anche che, tra le parole sicurezza e “protezione”, il passo è breve.

Il business si allarga a macchia d’olio, grazie all’assenza di normative di controllo sui bouncer, alla polizia che chiude un occhio e alla corruzione della politica. Fino alla consacrazione del 2012: Massey tenta la corsa e si candida a sindaco. Si piazza tra i primi, davanti a partiti dalla lunga tradizione. Il consenso nei “suoi” quartieri tocca percentuali bulgare. E, come da copione,  non mancano le intimidazioni.

COME UN PADRINO  – Dalle sue parti, Massey era adorato come un padrino: erano in molti a riporre fiducia in lui, che, come il personaggio di Mario Puzo, godeva del rispetto di tutta la comunità malavitosa dell’area.

Ma, tra appalti e racket, la torta è ricca e fa gola a molti. Si crea un clan di scissionisti che si inseguono per mezza Europa spingendosi, armi in pugno, fino a Dubai. In patria la violenza diventa rito: nella sola area della Greater Manchester, in dodici mesi tra il 2007 e il 2008, sono ben 146 le sparatorie per il controllo del territorio. Pare che Massey sia stato ucciso nel 2015 proprio mentre cercava di mediare per porre fine alle faide che da anni insanguinavano l’area. Evidentemente senza riuscirci.

Manchester non è un caso isolato “Fenomeni para-mafiosi sono presenti anche a Edimburgo e Glasgow”, rivela Varese, “fenomeni che sarebbe interessante studiare in una prospettiva comparata”.

MAFIA DA ESPORTAZIONE – Viene da chiedersi se nella capitale esista questo problema, magari sottotraccia, magari collegato ai nostri connazionali. “Pare di no. A Londra esiste una criminalità curda che ha un certo controllo del territorio in determinati quartieri; ma non esiste il substrato formato dalle gang giovanili di Manchester, sempre sottovalutate.  Probabilmente – aggiunge il professore – laddove  c’era terreno fertile, il boom economico ha permesso il salto di qualità e i gruppi si sono dotati di un’organizzazione via via più simile a quella delle mafie italiane”.

La domanda finale è obbligata. Negli Usa, ma anche a Duisburg, abbiamo esportato, per così dire, la nostra criminalità. Perché in UK non è accaduto? Varese è secco. ” La mafia non attecchisce se l’immigrazione è assorbita in maniera legale. Per dirla con una battuta, se uno lavora non fa il mafioso. Negli anni Cinquanta a Bedford ci fu una forte immigrazione italiana, proveniente tra l’altro da un’area ad alto rischio come il Napoletano. Tutti quelli che arrivarono trovarono un impiego nella locale fabbrica di mattoni, e il problema non si pose. Non è esatto dire che abbiano esportato la nostra criminalità:  in alcuni paesi nella UE ricorrevano le famose pre-condizioni che hanno concesso a gruppi criminali di espandersi con modalità diverse. In Germania il fenomeno è cominciato con il riciclaggio: ora, attraverso il radicamento territoriale,  sembra stia facendo il salto di qualità”. Una riflessione che, applicata all’Italia, pone  interrogativi sulla gestione dei flussi di questi anni.  Ma che – vista da Londra – riporta in primo piano la Brexit: con l’uscita dall’UE, in mancanza di accordi sul mandato di arresto europeo, il Regno Unito potrebbe diventare facile approdo per criminali in cerca di una nuova patria.

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Londra città-stato? Improbabili suggestioni

Londra città-stato? Improbabili suggestioni che dimostrano, una volta di più, quanto in riva al Tamigi si sa da sempre: la Brexit è stata un errore, e il paese sconta l’ambizione politica di David Cameron. Quella che gli fece promettere un referendum su una questione strategica per l’interesse nazionale. Convinto di vincere, perse.

Per entrare in Europa il Regno Unito impiegò 20 anni. Per uscirne, una notte: e ora che i termini previsti per separarsi dal Continente (entro marzo 2019) stanno stringendo, è arrivato il momento di prendere decisioni difficili, come evidenzia bene in chiusura il collega del Corriere. Qui il link al pezzo del quotidiano milanese.

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Dal Prosecco al Times: il vizio del buon giornalismo

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su Londra,Italia. 

Più dei diplomatici potè il prosecco. Che le interminabili discussioni sulla Brexit nelle stanze del potere siano in stallo lo sanno tutti, ma nessuno lo dice. In questo mare magnum di informazioni spesso inutili e dichiarazioni di facciata entra in gioco il buon giornalismo, quello che interpreta e non si limita a riportare i fatti. E qualche volta trova la chiave giusta. La guerra, ormai, è anche commerciale.

La lettura che Londra, Italia ha dato di una vicenda a dir poco singolare come quella del Prosecco nostrano (che secondo un Carneade dell’odontoiatria inglese rovinerebbe i denti) ha fatto scuola: molti nell’ambiente pensano si tratti di una campagna denigratoria, strumentale e giocata ai limiti – per non dire al di fuori – del regolamento, simile a quella contro l’olio di palma.

L’editoriale del nostro direttore a difesa di un prodotto che ha saputo conquistare il cuore tiepido degli inglesi è stato il classico sassolino scagliato dalla fionda di Davide contro Golia.  E invece, di blog in blog, di testata in testata, il passaparola ha coinvolto i più alti vertici istituzionali.

La prima pagina del Times di venerdì 1 settembre con l’articolo che cita Londra, Italia

Il nostro giornale è letto, ” fa opinione a Londra“, e viene spesso ripreso in patria. Però se a seguirci è addirittura il Times con un bel pezzo in taglio basso, lo prendiamo come motivo di soddisfazione (qui il link alla versione online).

Londra, Italia ha quasi tre anni. Un bambino a quell’età comincia ad articolare frasi. Dai primi vagiti, alle parole, giorno dopo giorno tenta di costruire il linguaggio e la propria identità attraverso l’interazione con il mondo. Un giornale funziona allo stesso modo.

Chi comincia un’avventura editoriale ha un’idea, ma deve confrontarsi con la realtà, con le risorse, con i vincoli di bilancio. Nel nostro caso, anche con la tendenza a rinchiudersi di chi vive all’estero. Noi non l’abbiamo fatto. Londra, Italia è fatto da persone che vogliono innanzitutto fornire un servizio: quello di interpretare la realtà che gli expat vivono, quotidianamente.

E’ nato da loro e per loro, e chi ci scrive sa bene che il nostro Paese è criticato, odiato talvolta, ma sempre rimpianto. Non ha commesso l’errore di costruire una torre d’avorio. Al contrario, è probabilmente l’unica realtà ad aver creato e sempre mantenuto un legame forte con la Penisola. Molti di noi viaggiano ogni mese tra Stansted e Bergamo, tra Heatrow e Fiumicino, vivono in UK ma ragionano come se avessero due patrie: Londra, Italia ne tiene conto.

Un giornale, due paesi. L’Europa si sta formando nella quotidianità prima che nei palazzi. Per molti esiste sul serio, e da tempo. Sono quelli che viaggiano, emigrati per  lavoro e non per piacere, quelli che non hanno paura di ammettere che tornerebbero, un giorno, se ve ne fossero le condizioni. E’ a loro che ci rivolgiamo. E sono molti. Sarà per questo che, a noi, la Brexit non piace. E se anche il Times è dalla nostra, allora, dopo tre anni, è il caso di brindare. Con una bottiglia di Valdobbiadene, ovvio.

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Un anno di Brexit. Da May a Cameron, la Gran Bretagna in cerca di leader

Questo articolo è stato pubblicato sul Londra, Italia il 23 giugno 2017. 

Era la fine del primo decennio Duemila. David Cameron veniva salutato come un leader giovane, ecologista, innovatore. Il paese che Tony Blair si trovò a governare nel 1997 era depresso, svogliato: aveva completato la transizione da economia industriale a economia di servizi, ma sul campo erano rimaste le teste dei tanti a cui il passaggio non era riuscito. Il miracolo riuscì, invece, almeno sulla carta, al leader laburista.

Cool Britannia la chiamavano. Ed attirava, in effetti. Non solo l’ora del tè e il Sunday roast: una comunità giovane, globale e aperta al futuro, che prende il meglio di quello che il mondo può offrire. Ma mentre a Londra si brindava a champagne nei salotti della finanza e si ascoltava il Britpop di Oasis e Blur, nelle regioni dimenticate del Nord le fabbriche di posate e le miniere chiudevano una dopo l’altra. Era la finanziarizzazione dell’economia. Calici al cielo, soldi che passano di mano in mano e creano altri soldi, e (in teoria) il benessere si sarebbe diffuso a pioggia. Col senno di poi, facile prevedere che la bolla sarebbe esplosa.

Nel 2007 arriva la crisi. Non solo. Nel pacchetto Blair era compresa una guerra, quella in Iraq, combattuta al seguito di Bush sulla base di premesse rivelatesi false; la gente era stufa di perdere soldi e soldati in un conflitto percepito come distante e inutile. E’ in questo clima da post sbornia che Cameron, il leader bambino, studente dei migliori college inglesi come da tradizione, vince le elezioni nel 2010 e porta a termine il primo mandato.

Era atteso con speranza, si dimostra un leader senza qualità. L’atto che pone termine alla sua carriera politica a nemmeno 50 anni è il referendum che trascina la Gran Bretagna fuori dall’Unione Europea esattamente dodici mesi fa. Indetto per guadagnare consensi e quasi per gioco, diventa un affare tremendamente serio quando la gente vota per lasciare Bruxelles. Che, oltre agli immigrati, portava anche soldi, tanti, ripartiti tra aiuti alle regioni depresse del paese e la possibilità di accedere a un mercato unico e ricco per i tanti servizi e le poche merci britanniche.

Brexit un anno dopo: successo o scelta avventata?

Brexit un anno dopo: successo o scelta avventata?

In quel frangente nasce la meteora di Theresa May. Ministro dell’Interno per sei anni, tiepida sostenitrice del Remain, la signora ha finalmente la grande occasione. Carriera cominciata negli anni Settanta, un marito attaccapanni, più che spalla, May accetta l’incarico come una missione e opera un’inversione a U, trasformandosi in paladina dell’uscita. “Getting the job done“, portare a termine l’incarico, quale che sia, senza farsi domande. Si sciolse in lacrime all’elezione della Thatcher, avrebbe voluto essere lei la prima inquilina al numero 10 di Downing Street. Ora ha l’opportunità di entrare nella Storia dalla porta principale.

Un aplomb altero, la consapevolezza malcelata che la Gran Bretagna post-imperiale non è mai stata un’isola ma un crocevia di relazioni, interessi e soft power, sin da principio non attira simpatie, in patria e all’estero.

Brexit means Brexit“: con questa salsa il primo ministro condiva i primi discorsi e rispondeva a chi chiedeva se, davvero, a Londra fossero sicuri di lasciare un’Unione che già garantiva ampie autonomie. E che, soprattutto, forniva sussidi, non solo costi. La replica era gelida. Gli eredi di quello che fu uno degli imperi più potenti della Storia non hanno paura di affrontare il futuro a viso aperto.

Preoccupata di passare alla Storia più che dell’ordinaria amministrazione, la premier, però, dimentica il fronte interno. La Brexit aveva perso a Londra, ma trionfato nelle periferie del Regno, dove i Leavers  avevano convinto la working class che la colpa di tutti i mali stava a Bruxelles. Immigrazione, attentati, abuso dei sussidi, ospedali al collasso: tutto nello stesso calderone. Quello del 2016 diventa un voto di protesta legato alle condizioni precarie dei molti stanchi di sentirsi raccontare che tutto va bene mentre guardano, col piatto vuoto, la dolce vita della capitale.

Nessuno tra i Conservatori pensa a come avrebbero reagito le masse all’aumento delle tasse universitarie e a manovre come la “dementia tax quando si decide di convocare nuove elezioni per “rafforzare il mandato” in vista di una hard Brexit che comincia a profilarsi problematica e piena di incognite.

E’ un errore. La premier incassa una vittoria monca: sei ministri non vengono rieletti, e, da una maggioranza sicura, i Conservatori si trovano nella necessità di cercare il sostegno del DUP (il Democratic Unionist Party nordirlandese)  per governare. Compagine locale, decisa a recitare fino in fondo il ruolo di veto player – quelle forze politiche il cui unico capitale è la possibilità di dire no – il loro sostegno costa caro.

Il resto è storia di questi giorni. Theresa May prova a formare un governo di scopo per la Brexit, le cui trattative hanno preso il via una settimana fa. L’Unione, dal canto suo, ringalluzzita dai recenti successi elettorali in Olanda e nella Francia di Macron, si mostra compatta. A Londra si comincia a pensare che la strategia massimalista (“No deal is better than a bad deal“, l’ennesimo slogan) non sia più perseguibile. Che qualcuno  a Downing Street abbia pensato a un’alternativa in questi dodici mesi è, però, tutto da dimostrare.

Antonio Piemontese
@apiemontese

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