brexit, esteri, londra, Senza categoria

Londra città-stato? Improbabili suggestioni

Londra città-stato? Improbabili suggestioni che dimostrano, una volta di più, quanto in riva al Tamigi si sa da sempre: la Brexit è stata un errore, e il paese sconta l’ambizione politica di David Cameron. Quella che gli fece promettere un referendum su una questione strategica per l’interesse nazionale. Convinto di vincere, perse.

Per entrare in Europa il Regno Unito impiegò 20 anni. Per uscirne, una notte: e ora che i termini previsti per separarsi dal Continente (entro marzo 2019) stanno stringendo, è arrivato il momento di prendere decisioni difficili, come evidenzia bene in chiusura il collega del Corriere. Qui il link al pezzo del quotidiano milanese.

Annunci
Standard
brexit, esteri, londra, Senza categoria

Dal Prosecco al Times: il vizio del buon giornalismo

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su Londra,Italia. 

Più dei diplomatici potè il prosecco. Che le interminabili discussioni sulla Brexit nelle stanze del potere siano in stallo lo sanno tutti, ma nessuno lo dice. In questo mare magnum di informazioni spesso inutili e dichiarazioni di facciata entra in gioco il buon giornalismo, quello che interpreta e non si limita a riportare i fatti. E qualche volta trova la chiave giusta. La guerra, ormai, è anche commerciale.

La lettura che Londra, Italia ha dato di una vicenda a dir poco singolare come quella del Prosecco nostrano (che secondo un Carneade dell’odontoiatria inglese rovinerebbe i denti) ha fatto scuola: molti nell’ambiente pensano si tratti di una campagna denigratoria, strumentale e giocata ai limiti – per non dire al di fuori – del regolamento, simile a quella contro l’olio di palma.

L’editoriale del nostro direttore a difesa di un prodotto che ha saputo conquistare il cuore tiepido degli inglesi è stato il classico sassolino scagliato dalla fionda di Davide contro Golia.  E invece, di blog in blog, di testata in testata, il passaparola ha coinvolto i più alti vertici istituzionali.

La prima pagina del Times di venerdì 1 settembre con l’articolo che cita Londra, Italia

Il nostro giornale è letto, ” fa opinione a Londra“, e viene spesso ripreso in patria. Però se a seguirci è addirittura il Times con un bel pezzo in taglio basso, lo prendiamo come motivo di soddisfazione (qui il link alla versione online).

Londra, Italia ha quasi tre anni. Un bambino a quell’età comincia ad articolare frasi. Dai primi vagiti, alle parole, giorno dopo giorno tenta di costruire il linguaggio e la propria identità attraverso l’interazione con il mondo. Un giornale funziona allo stesso modo.

Chi comincia un’avventura editoriale ha un’idea, ma deve confrontarsi con la realtà, con le risorse, con i vincoli di bilancio. Nel nostro caso, anche con la tendenza a rinchiudersi di chi vive all’estero. Noi non l’abbiamo fatto. Londra, Italia è fatto da persone che vogliono innanzitutto fornire un servizio: quello di interpretare la realtà che gli expat vivono, quotidianamente.

E’ nato da loro e per loro, e chi ci scrive sa bene che il nostro Paese è criticato, odiato talvolta, ma sempre rimpianto. Non ha commesso l’errore di costruire una torre d’avorio. Al contrario, è probabilmente l’unica realtà ad aver creato e sempre mantenuto un legame forte con la Penisola. Molti di noi viaggiano ogni mese tra Stansted e Bergamo, tra Heatrow e Fiumicino, vivono in UK ma ragionano come se avessero due patrie: Londra, Italia ne tiene conto.

Un giornale, due paesi. L’Europa si sta formando nella quotidianità prima che nei palazzi. Per molti esiste sul serio, e da tempo. Sono quelli che viaggiano, emigrati per  lavoro e non per piacere, quelli che non hanno paura di ammettere che tornerebbero, un giorno, se ve ne fossero le condizioni. E’ a loro che ci rivolgiamo. E sono molti. Sarà per questo che, a noi, la Brexit non piace. E se anche il Times è dalla nostra, allora, dopo tre anni, è il caso di brindare. Con una bottiglia di Valdobbiadene, ovvio.

Standard
brexit, esteri

Un anno di Brexit. Da May a Cameron, la Gran Bretagna in cerca di leader

Questo articolo è stato pubblicato sul Londra, Italia il 23 giugno 2017. 

Era la fine del primo decennio Duemila. David Cameron veniva salutato come un leader giovane, ecologista, innovatore. Il paese che Tony Blair si trovò a governare nel 1997 era depresso, svogliato: aveva completato la transizione da economia industriale a economia di servizi, ma sul campo erano rimaste le teste dei tanti a cui il passaggio non era riuscito. Il miracolo riuscì, invece, almeno sulla carta, al leader laburista.

Cool Britannia la chiamavano. Ed attirava, in effetti. Non solo l’ora del tè e il Sunday roast: una comunità giovane, globale e aperta al futuro, che prende il meglio di quello che il mondo può offrire. Ma mentre a Londra si brindava a champagne nei salotti della finanza e si ascoltava il Britpop di Oasis e Blur, nelle regioni dimenticate del Nord le fabbriche di posate e le miniere chiudevano una dopo l’altra. Era la finanziarizzazione dell’economia. Calici al cielo, soldi che passano di mano in mano e creano altri soldi, e (in teoria) il benessere si sarebbe diffuso a pioggia. Col senno di poi, facile prevedere che la bolla sarebbe esplosa.

Nel 2007 arriva la crisi. Non solo. Nel pacchetto Blair era compresa una guerra, quella in Iraq, combattuta al seguito di Bush sulla base di premesse rivelatesi false; la gente era stufa di perdere soldi e soldati in un conflitto percepito come distante e inutile. E’ in questo clima da post sbornia che Cameron, il leader bambino, studente dei migliori college inglesi come da tradizione, vince le elezioni nel 2010 e porta a termine il primo mandato.

Era atteso con speranza, si dimostra un leader senza qualità. L’atto che pone termine alla sua carriera politica a nemmeno 50 anni è il referendum che trascina la Gran Bretagna fuori dall’Unione Europea esattamente dodici mesi fa. Indetto per guadagnare consensi e quasi per gioco, diventa un affare tremendamente serio quando la gente vota per lasciare Bruxelles. Che, oltre agli immigrati, portava anche soldi, tanti, ripartiti tra aiuti alle regioni depresse del paese e la possibilità di accedere a un mercato unico e ricco per i tanti servizi e le poche merci britanniche.

Brexit un anno dopo: successo o scelta avventata?

Brexit un anno dopo: successo o scelta avventata?

In quel frangente nasce la meteora di Theresa May. Ministro dell’Interno per sei anni, tiepida sostenitrice del Remain, la signora ha finalmente la grande occasione. Carriera cominciata negli anni Settanta, un marito attaccapanni, più che spalla, May accetta l’incarico come una missione e opera un’inversione a U, trasformandosi in paladina dell’uscita. “Getting the job done“, portare a termine l’incarico, quale che sia, senza farsi domande. Si sciolse in lacrime all’elezione della Thatcher, avrebbe voluto essere lei la prima inquilina al numero 10 di Downing Street. Ora ha l’opportunità di entrare nella Storia dalla porta principale.

Un aplomb altero, la consapevolezza malcelata che la Gran Bretagna post-imperiale non è mai stata un’isola ma un crocevia di relazioni, interessi e soft power, sin da principio non attira simpatie, in patria e all’estero.

Brexit means Brexit“: con questa salsa il primo ministro condiva i primi discorsi e rispondeva a chi chiedeva se, davvero, a Londra fossero sicuri di lasciare un’Unione che già garantiva ampie autonomie. E che, soprattutto, forniva sussidi, non solo costi. La replica era gelida. Gli eredi di quello che fu uno degli imperi più potenti della Storia non hanno paura di affrontare il futuro a viso aperto.

Preoccupata di passare alla Storia più che dell’ordinaria amministrazione, la premier, però, dimentica il fronte interno. La Brexit aveva perso a Londra, ma trionfato nelle periferie del Regno, dove i Leavers  avevano convinto la working class che la colpa di tutti i mali stava a Bruxelles. Immigrazione, attentati, abuso dei sussidi, ospedali al collasso: tutto nello stesso calderone. Quello del 2016 diventa un voto di protesta legato alle condizioni precarie dei molti stanchi di sentirsi raccontare che tutto va bene mentre guardano, col piatto vuoto, la dolce vita della capitale.

Nessuno tra i Conservatori pensa a come avrebbero reagito le masse all’aumento delle tasse universitarie e a manovre come la “dementia tax quando si decide di convocare nuove elezioni per “rafforzare il mandato” in vista di una hard Brexit che comincia a profilarsi problematica e piena di incognite.

E’ un errore. La premier incassa una vittoria monca: sei ministri non vengono rieletti, e, da una maggioranza sicura, i Conservatori si trovano nella necessità di cercare il sostegno del DUP (il Democratic Unionist Party nordirlandese)  per governare. Compagine locale, decisa a recitare fino in fondo il ruolo di veto player – quelle forze politiche il cui unico capitale è la possibilità di dire no – il loro sostegno costa caro.

Il resto è storia di questi giorni. Theresa May prova a formare un governo di scopo per la Brexit, le cui trattative hanno preso il via una settimana fa. L’Unione, dal canto suo, ringalluzzita dai recenti successi elettorali in Olanda e nella Francia di Macron, si mostra compatta. A Londra si comincia a pensare che la strategia massimalista (“No deal is better than a bad deal“, l’ennesimo slogan) non sia più perseguibile. Che qualcuno  a Downing Street abbia pensato a un’alternativa in questi dodici mesi è, però, tutto da dimostrare.

Antonio Piemontese
@apiemontese

Standard
brexit, esteri, lavoro, londra

Morire di disperazione a Londra

“Testa in giù, contorni a rovescio/ disperazione in heavy rotation/Londra dov’è/Forse non c’è” cantavano i Negrita nel 2005, smontando in anticipo il sogno di quanti sarebbero andati nel Regno Unito a cercare gloria negli anni a venire. Il pezzo si chiamava “Greta” e raccontava la storia di una ragazza che non ce l’aveva fatta.

Londra, per molti, è un punto d’arrivo, ma sarebbe meglio considerarla un punto di partenza. Bastano pochi giorni qui per capire  quanto la capitale inglese sappia essere spietata. Di fianco alla ricchezza e al lusso sfrenato degli arabi, dei russi e dei finanzieri convive la miseria dei disperati impiegati nelle decine di migliaia di ristoranti, caffè, pizzerie, lavanderie, musei, parrucchieri, supermercati della capitale.

Con un salario di 6.50 sterline all’ora si lavora, se va bene, 50 ore a settimana, spesso lontano dall’abitazione,  e solo per sopravvivere. 450 vanno per l’affitto, poi c’è l’abbonamento ai mezzi, le bollette, i vestiti, il cellulare per comunicare. Il freddo dell’inverno, il riscaldamento, la corrente.

Non conosco la storia di Benedetta, una ragazza ligure di 19 anni venuta qui per imparare l’inglese. Nulla so delle sue motivazioni, delle sue condizioni di salute.  Quello che so lo apprendo da una notizia del Corriere:   “Non riusciamo a seguire tutti i decessi” ha risposto il consolato al padre. Perché Benedetta, qui, a Londra, ci è morta. Un’altra storia tragica.

Chissà cosa pensava. Forse, come tanti, voleva cambiare vita, forse, come tanti, si è lasciata massacrare giorno dopo giorno da turni infernali di da 12 ore, col terrore di essere licenziati o di ammalarsi, perché non c’è tempo per andare dal medico. Ammesso che un dottore si riesca a vederlo. C’è chi offre visite nello stesso giorno con un medico di base per 75 sterline. Il claim recita: “Non hai tempo di ammalarti? Ecco il servizio per te”.  Capirai.

Addio chiamate svogliate a casa, ogni contatto è prezioso, ogni abbraccio virtuale dei parenti o di un amico è una boccata di ossigeno. Addio choosyness: qui ci si adatta, e si lotta per sopravvivere nella guerra di tutti contri tutti. Non c’è posto per la pietà, tra i sedili della Tube.

No, Londra non è cambiata.

Due anni e ora l’ho vista, finalmente, da turista, dopo averci lavorato come tanti in passato.

Ero uno di quelli che cercavano di sbarcare il lunario con due o tre lavori, tanta fatica ma buoni solo per sopravvivere.

Dei suicidi, per convenzione, sui media non si parla. Poco prima di andarmene, era il 2015,  una fonte ben informata mi raccontò quello che non si dice mai. L’ambasciata italiana – o il consolato, non ricordo, ma fa lo stesso –  ha stipulato un accordo con una compagnia aerea (probabilmente – ma usiamo i condizionali del caso – quella di bandiera),  per rimpatriare le salme dei connazionali che muoiono in questa maledetta città. Le bare vengono imbarcate con discrezione sui voli di linea. Non lo sapete, ma viaggiate con un morto nella stiva. I casi di suicidio, del resto, si contano a decine l’anno.  Difficile organizzare trasferimenti privati. Gente disperata, ragazzi, adulti, uomini e donne fatti che,  invece, semplicemente, non ce l’hanno fatta, e non mollano per paura di tornare a mani vuote da quello che doveva essere il paradiso. Perché, è vero, alcuni ce la fanno. Ma chi?

Ci sarebbe molto da dire al riguardo, soprattutto pensando a quanto affermiamo sugli immigrati che sbarcano a Lampedusa. Qui, nella civile Inghilterra, siamo nella stessa situazione, forse messi peggio. Ce la fa chi ha un lavoro prima di sbarcare a Stansted, chi guadagna migliaia di sterline, e ne spende altrettante per mantenere un tenore di vita accettabile, chi non passa quattro ore al giorno sui mezzi di una città in cui puoi guidare per cinque ore da nord a sud senza vederne la fine, campagne e grattacieli che scorrono dai finestrini. Gli altri cercano di non morire, e di andarsene.

Scrivo dalla City, da Southwark. Di fronte a me ho St Paul, Westminster, il London Eye, i traghetti che portano in giro i visitatori. Sono seduto e guardo questo Tamigi di un marrone torbido, discarica di tutte le lacrime e i veleni di chi è venuto in cerca di speranza.

Questa volta ho alloggiato a Canary Wharf, la nuova zona finanziaria, in uno splendido hotel. E’ passato molto tempo. Ma ogni volta che apro il rubinetto, ricordo i tempi in cui rientravo in casa a notte fonda e non avevo luce e acqua calda per lavarmi, per il semplice fatto che nessuno, nell’appartamento,  aveva soldi per pagare le bollette. Quando finiva il credito del contatore, beh, era finito.

Ogni volta che tiro fuori una carta di credito per pagare un caffè penso a quando  mi riempivo di Digestive (sono biscotti) alla mattina per tirare fino a notte fonda, quando mi sarei fiondato in un supermercato aperto 24 ore che mi avrebbe dato la mia dose quotidiana di junk food a buon mercato. Not healthy, at all.

Oggi sono uno dei tanti turisti che sorseggiano una birra in un pub. Ma non è sempre stato così. Chi non lo ha passato non sa quanto si possa invidiare, e persino odiare, chi ha quattro soldi da spendere per un panino, e un po’ di tempo per godersi uno delle centinaia di musei, gallerie, teatri della città. Io, assieme a milioni di altre persone, ai tempi non l’ho mai fatto. Se devi sopravvivere, il giorno di riposo lo passi a casa. A letto, con le ossa rotte.

No, Londra non è cambiata.  Una città che funziona grazie all’autista di bus pakistano, a quello di Uber che è albanese, alla security di Marks and Spencer che è serba, all’idraulico polacco, alla nanny turca, e, of course, al barista italiano che prepara 1.500 caffè al giorno, sapendo che c’è la fila per prendere il suo posto.

Manca il tempo. Quello per vivere, per cercare un altro lavoro, per studiare e prendere un diploma inglese, che  garantisce salari più alti. Mancano gli amici, che sono pochi, e tutti immigrati come te.

E si, conosco bene la sensazione di chi non vuole tornare a casa a mani vuote, e magari qui ci crepa. O magari, di tornare non può permetterselo. Provate a prenotare un volo. Se non lo fai con mesi di anticipo costa centinaia di sterline. Sei, letteralmente, bloccato qui. L’ambasciata fa quel che può , il Progetto primo approdo, le conferenze per spiegare come si cerca lavoro, come rifarsi il cv. Ma la verità è che dovrebbero raccontare, con il consenso dei familiari, le storie di quelli che sono venuti a Londra e ci sono crepati come cani, magari gettandosi nelle acque  rancide di questo fiume malato, tra liquami intrisi di cocaina e la disperazione putrefatta dei cadaveri degli invisibili che nessuno cercherà mai.

Questa è Londra, signori. Andate e raccontatelo.

@apiemontese

Standard
esteri, politica

La vittoria di Macron dà fiato all’UE

Emanuel Macron è il nuovo presidente della Francia. Il non ancora quarantenne ex ministro dell’Economia di Hollande, enfant prodige formato alle scuole più prestigiose di Parigi, europeista dichiarato quando la parola appariva un peso anche per i più convinti, ha sconfitto al ballottaggio Marine Le Pen, figlia di Jean Marie, madre e padrona del Front National, partito xenofobo che prometteva un’uscita dalla moneta unica, se non dall’Unione.

La Francia ha opposto una diga al populismo di questi mesi, che mai come oggi ha avuto l’occasione di confrontarsi a viso aperto nell’agone politico non come forza anti-sistema, marginale, di colore, ma come scelta alternativa  e di maggioranza. Già Jean Marie Le Pen arrivò al ballottaggio nel 2002 con Chirac, ma più per un “bug di sistema”, una conseguenza imprevista nel gioco delle alleanze, che con vera credibilità. Avrebbe potuto vincere, tecnicamente, ma il FN, allora, era un marziano ritrovatosi improvvisamente sulla Terra.

Nel 2017 la questione è diversa. Prima di Le Pen, c’è stato Trump. Prima di Trump, il referendum sulla Brexit. Eventi che hanno dato fuoco alle polveri del populismo, mostrando che sì, è possibile fare l’impensabile, solleticando gli istinti di elettori in massima parte poco informati ( e come potrebbero esserlo?) sul peso di determinate scelte. Particolare non da poco: nessuno, al momento, ne ha ancora visto le conseguenze. La Brexit non è ancora avvenuta, se mai avverrà, e ci vorrà del tempo per mostrare a tutti, dati alla mano, quale ne sia la portata; Trump è al potere da poco più di 100 giorni, e si trova con una situazione “tremendamente vicina alla piena occupazione” (come titolava il New York Times di ieri) che solo chi è in malafede non riconosce eredità dell’amministrazione precedente. Quella di Obama, che nel suo doppio quadriennio ha fronteggiato la crisi più dura dai tempi della Grande Depressione ed è riuscito a tenere il Paese in piedi, anche se le disuguaglianze aumentano e il lavoro di qualità scarseggia.

________

Se la Francia fosse “caduta” nella trappola del populismo, l’Europa avrebbe perso uno dei membri fondatori, e sarebbe stata, probabilmente, la fine del sogno. Le spinte centrifughe si sarebbero diffuse, ringalluzzite dal successo di chi promette miracoli a buon mercato ma, più banalmente, pensa al proprio tornaconto, a breve termine peraltro.

La seconda consultazione importante del 2017, dopo quella dell’Olanda, ha, invece, arriso all’Unione con una vittoria schiacciante. Manca la Germania, a settembre.

Macron ha vinto, e lo sa bene, solo perché dall’altra parte c’era un candidato come Le Pen. Governare sarà cosa diversa. I francesi, scampato il pericolo, già lo aspettano al varco, anche quelli che hanno votato per lui.

________

Guardando le immagini del giovane neopresidente che arrivava sul palco allestito al Louvre per il suo primo discorso sulle note dell’Inno alla Gioia, ho ripercorso mentalmente  le pagine della storia francese a partire dalla Rivoluzione. Da quell’atto, cioè, di rivolta contro il potere che sta alla base del mondo moderno. Li odiamo per il calcio, ma, con onestà, dobbiamo riconoscere la grandezza di un popolo che ha dato molto al mondo sotto il profilo delle istituzioni. E all’Europa in particolare. Libertè, egalitè, fraternitè sono le parole che caratterizzano il Continente meglio di tutte e marcano la differenza con il mondo anglosassone. Non è il “diritto” alle felicità della Costituzione Americana (ma la felicità è un diritto? O forse un regalo della vita?), non è il pragmatismo british che non si scompone di fonte a nulla. E’ la visione dell’individuo, e non del successo, come metro e misura di tutte le cose. Del resto, osservava già Weber, l’etica protestante è molto diversa, e forse più adatta al capitalismo. In Europa, invece, si parla di economia sociale di mercato, e ci si svena per tenere in piedi un sistema che allo sviluppo economico unisca le tutele per i più deboli. A volte, si esagera anche. Ma è la realtà.

_________

Si è discusso per anni se l’Europa avesse senso. Sì, ce l’ha. Oggi nessuno si preoccupa più di cambiare valuta, si può circolare senza problemi, investire e cercare lavoro in uno spazio geografico vastissimo e multiculturale, dove sono garantite le libertà fondamentali e l’individuo è messo al centro del discorso politico. Di fronte a un povero, non pensiamo che non si è impegnato abbastanza e che ciascuno ha quello che si merita; ragioniamo sul fatto che la vita può essere cattiva, e non è sempre giusta.

In questi anni, per la prima volta, le elezioni di uno stato incollano alla televisione anche i cittadini dell’altro, come accade solo nelle grandi compagini federali. Provate a pensarci. Le decisioni dell’uno impegnano e hanno conseguenze a cascata. Comincia a crearsi un’opinione pubblica europea. Non era così, fino a poco fa.

Esiste una generazione di studenti ed ormai quasi quarantenni che ha studiato all’estero, ha amici, case, lavoro e fidanzate in uno qualsiasi dei paesi membri. E’ possibile aprire un mutuo o un conto in banca, dove si vuole. A giugno tramonterà l’epoca del roaming sulle chiamate internazionali, e si potrà telefonare senza problemi ovunque e verso ovunque. L’Unione Europea ha garantito il più lungo periodo di pace e prosperità della storia continentale.

Certo, soffre ancora di paralisi decisionale, è ingessata dall’eccessiva burocrazia, l’inglese non è ancora la lingua franca e a Bruxelles mandiamo non i migliori politici, ma gli scarti.

Ma guardando Macron, uno della mia generazione, parlare sul palco, confesso di aver avuto le lacrime agli occhi. Si è sciolta in un istante la paura che tutto quanto abbiamo costruito in questi anni si fosse perso sull’onda della rabbia del momento, che la democrazia si fosse rivoltata contro se stessa ancora una volta (succede) e che la rabbia avesse prevalso sulla ragione. I francesi hanno dato una lezione al mondo; contestatori per indole, hanno saputo ragionare. Del resto l’Illuminismo è nato lì.

Una considerazione finale. Il duello Macron-Le Pen è ricco di aspetti edipici che potrebbero non significare nulla, o forse qualcosa dicono. Macron è sposato dal 2007 con Brigitte Trogneaux, ventiquattro anni più anziana. La loro relazione cominciò quando lei insegnava nel liceo dove lui era studente. La famiglia del giovane Emanuel spedì lui in un altro istituto; lei si sposò e fece figli. Si rividero anni dopo, il resto è storia. Macron è diventato il padre acquisito di ragazzi poco più giovani di lui, in un gioco in cui  i ruoli si mischiano e che ha prodotto una personalità sicuramente interessante. Brigitte è stata, forse, un po’ madre, una guida senza dubbio, e non c’è dubbio abbia avuto un ruolo nel suo percorso. Un ruolo che, con ogni probabilità, avrà anche all’Eliseo. Qualcuno ha scritto che, se la vicenda non fosse accaduta in un contesto alto-borghese, lui sarebbe finito ai servizi sociali e lei in prigione. Vero. Chissà: magari sarebbe stato un errore.

Marine Le Pen, dal canto suo, sei anni fa commise il “parricidio”, prendendo il posto del genitore alla guida del Front National, e addirittura espellendolo dal partito. Da allora, tra i due, è guerra. Il Fn era la creatura del vecchio Jean Marie che mai, mai si sarebbe aspettato un tradimento dalla figlia.  Ma ormai era diventato vecchio e ingombrante, e finì rottamato. L’irruenza di Marine, l’ansia di rompere con il passato restano a galla in questa giornata di sconforto. Chissà che cosa starà pensando il vecchio leone dalla sua poltrona. E chissà che la sconfitta e lo scontro con la realtà conducano la bionda leader a posizioni politicamente più mature. Chissà che non possa proporsi come una leader credibile, non populista, per la destra francese. Probabile? No. Possibile? Forse.  Basta mettersi en marche. 

Antonio Piemontese
@apiemontese

Standard
brexit, esteri, londra

Brexit, May annuncia elezioni a luglio

Theresa May annuncia nuove elezioni a luglio in Uk, “per avere un mandato più ampio sulla Brexit”. E se, questa volta, vincesse il Remain? Il popolo dà, il popolo toglie, volontà popolare rispettata e niente uscita dalla Ue, con un Parlamento in grado di assumersi la responsabilità di ratificare questa inversione di rotta . In pratica, sarebbe l’unico modo per uscirne puliti, rimediare all’errore di Cameron e restare nel mercato comune. Se i britannici ieri, poco informati e blanditi dai populisti, hanno scelto in maniera inconsapevole, questa volta lo faranno a ragion veduta, dopo un anno di dibattito sui media, senza la pressione della campagna elettorale e dopo aver intravisto le conseguenze. Senza contare che il Leave vinse di pochissimo, e se quel giorno su Londra e, dintorni non si fosse abbattuto uno dei peggiori nubifragi degli ultimi anni, probabilmente lo scarto sarebbe stato ancora minore, poche decine di migliaia di voti. Pochi, per una decisione che cambia la storia. Resta da vedere che posizione assumeranno i partiti, dato che gli schieramenti erano trasversali già nel 2016. Stiamo a vedere. A me sembra una buona notizia.

Standard
esteri, londra

May, una Brexit incerta per superare la Thatcher

Theresa May ha affermato che “Nessun accordo sulla Brexit è meglio che un cattivo accordo”. In realtà, come spiega molto bene Bloomberg, le cose non stanno così.
La sicumera del primo ministro inglese ha il sapore del bluff: un modo per presentarsi al tavolo delle trattative da una posizione forte, che incuta timore agli avversari, ma con la consapevolezza di avere in mano carte mediocri. A volte, si vince anche così. Dipende da chi sta dall’altra parte.

Prima di ricevere il mandato di traghettare il Regno Unito fuori dalla Unione Europea, May faceva campagna per il Remain: dopo l’incarico a Downing Street, la musica è cambiata. Qualcuno si chiede perché.

Per capire la strategia della Signora, bisogna, innanzitutto, comprendere il personaggio.
Chi la conosce bene, ricorda quando la giovane conservatrice Theresa seppe dell’incarico a Margareth Thatcher. Ci rimase male: avrebbe voluto essere lei la prima donna a varcare la soglia di Downing Street. Da premier.

Lo smacco la scoraggia solo temporaneamente. La carriera politica di May prende le mosse e la condurrà fino al ministero degli Interni. Ma la Thatcher resta un’ossessione. Del resto, le somiglianze con la Lady di ferro non finiscono qui: entrambe, ad esempio, non vengono da famiglie ricche, ed entrambe hanno a fianco un marito che è un pallido comprimario.

La svolta della vita avviene il 24 giugno scorso, quando, all’indomani del voto, l’allora premier David Cameron è costretto alle dimissioni. Per la successione, si fa il nome di Boris Johnson, ex sindaco di Londra e paladino anti UE. Ma qualcuno ritiene che il ciuffo biondo e le maniere a dir poco tranchant di Johnson mal si adattino a un negoziato che si annuncia lungo e complesso. Un negoziato, ai piani alti si sa, gravido di conseguenze per il futuro. Serve qualcuno non eccessivamente compromesso, in grado di discutere tutti i punti dell’accordo senza concedersi atteggiamenti sopra le righe che poco piacerebbero agli impacciati burocrati di Bruxelles. In altre parole, un servitore dello Stato, più che di se stesso, lontano dal personal branding e vicino, invece, agli interessi del Regno. I conservatori, che sulla Brexit erano divisi, pensavano di averlo trovato in Theresa May.

Chiamata a sbrogliare il pasticcio del referendum, la nostra ha finalmente l’occasione di passare alla storia, e legare il nome al momento perfetto della rinnovata democrazia britannica. Theresa sa che gli anni passano, e la carriera potrebbe presto giungere al capolinea: non ha intenzione di lasciarsela sfuggire. Ecco perché accetta di buon grado la missione, nonostante configuri un cambio di schieramento: da tiepida attivista pro-Remain ad alfiere del Leave. Con pragmatismo British, da quel momento in avanti, impersonerà il volto e la figura della Brexit.

Per prima cosa riorganizza le truppe allo sbando dopo il referendum. L’esito della consultazione è stato, infatti, talmente inaspettato che non esisteva un vero piano per il dopo.

Poi, comincia a girare l’Europa, alternando bastone e carota. Da una parte il Regno Unito vuole avere una “relazione speciale e privilegiata” con il continente, magari restando nel mercato unico. Dall’altra, il mantra è ”Brexit means Brexit”. Non manca qualche stilettata, per togliere l’impressione che in riva al Tamigi serpeggi una certa paura: ad esempio, la minaccia di trasformare Londra in paradiso fiscale per arrestare la temuta emorragia di compagnie finanziarie.

Si tratta di una tattica negoziale basilare, consolidare le proprie posizioni per  presentarsi al tavolo mostrando fermezza. In realtà, a Downing Street sperano che l’Europa si suicidi con i voti cui, nei prossimi mesi, alcuni stati chiave saranno chiamati. In gergo calcistico si direbbe che a Downing Street stanno “gufando”, sperando che le forze nazionaliste fiacchino dall’interno l’Unione e magari ne allentino i vincoli. A quel punto, perché no, si potrebbe anche restare dentro.

Con l’Olanda è andata male: il populismo non ha sfondato. La prossima tappa è la Francia, e fra qualche mese sarà la volta della Germania. Se l’UE supererà queste prove, e troverà una propria compattezza, il bluff verrà scoperto. Personalmente, a quel punto, non sono convinto che la Gran Bretagna non ci ripensi.

@apiemontese

Standard