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Un ponte tra Hong Kong, Macao e Shenzhen: la nuova Silicon Valley cinese vale 1000 miliardi

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su StartupItalia!

Cinquantacinque chilometri di piloni, asfalto e cemento armato possono cambiare le gerarchie dell’economia mondiale, trasformando un’area altamente industrializzata – ma politicamente disomogenea – nella nuova Silicon Valley. Manca il silicio, ma c’è la tutta la potenza di fuoco della Cina nel progetto che potrebbe vedere la Greater Bay Area trasformarsi nel quarto esportatore del mondo, scalzando il Giappone, con 67 milioni di persone e un’economia del valore complessivo di 1.000 miliardi di euro. Il ponte è già costruito,  taglio del nastro previsto per i prossimi mesi.

 

NUMERI DA CAPOGIRO PER IL PONTE DEI SOGNI –  Che siano infrastrutture fondamentali per l’economia è cosa nota, ed è stato evidenziato anche dopo la tragedia del ponte Morandi a Genova: ma se i territori connessi sono Shenzhen, Macao e Hong Kong, i numeri sono destinati a incidere sulle sorti del capitalismo globale.

Il piano del presidente cinese  Xi Jinping è semplice: cercare di sfruttare al massimo le sinergie fra l’industria cinese, i servizi finanziari di Hong Kong – britannica fino al 1997 – e il flusso di denaro attratto dai casinò di Macao, portoghese fino al 1999.

Entrambe le ex colonie, tornate in anni recenti  sotto la sovranità di Pechino, godono di uno status particolare nell’ambito della Repubblica Popolare.

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 “UN PAESE, DUE SISTEMI: LA SVOLTA DI DENG” – Un po’ di storia consente di comprendere meglio. Le trattative per il ritorno alla Cina, avviate nel 1979, rischiavano di arenarsi di fronte all’apparente rigidità del governo comunista. Hong Kong era amministrata secondo principi capitalisti, e l’obiettivo del Regno Unito era evitare l’azzeramento della tradizione politica e culturale occidentale che si era andata costruendo nel corso di 150 anni di dominio britannico.

La questione si risolse per mano di Deng Xiaoping, il padre delle “quattro modernizzazioni” e della via cinese al socialismo: una visione per certi versi eretica, che non escludeva il mercato, e fu la base dello sviluppo degli anni a venire. Fu Deng a coniare la formula “Un paese, due sistemi” per sigillare l’autonomia di Hong Kong e Macao, dotate di ampi margini pur rimanendo a tutti gli effetti sotto l’ombrello cinese. In pratica, Pechino decideva la politica estera e di difesa, ma ai territori era lasciata una libertà amministrativa che arrivava, addirittura, al mantenimento di una propria valuta. Uno status che le rese ponte tra Oriente e Occidente.

SHENZHEN: DA 30 MILA A 13 MILIONI DI ABITANTI – La rapida industrializzazione, che vide Hong Kong passare dai 600mila abitanti del 1945 agli attuali oltre 7 milioni, fu favorita anche dalla vicinanza della città di Shenzhen, divenuta Zona Economica Speciale sempre per volere di Deng. Il leader ne intuì il potenziale strategico.

Se la crescita demografica di Hong Kong è stata impressionante, quella di Shenzhen è stata, però, addirittura  strabiliante. La città è passata dai 30mila abitanti degli anni Settanta ai circa 13,5 milioni attuali nel corso di soli 30 anni – un primato mondiale – e ospita i quartier generali di giganti della tecnologia  come Tencent e Huawei.

I principi che regolano le Zone Economiche Speciali prevedono tassazione ridotta e policy tese ad attrarre investimenti stranieri. L’esperimento di Deng, senz’altro riuscito, è diventato caso di studio e ha creato le basi per lo  sviluppo successivo: quello che sarà innescato domani dal ponte, e da una “bretella” ferroviaria da 11 miliardi voluta dal governo per collegare Hong Kong alla rete ad alta velocità cinese. Già oggi gli scambi – merci e lavoratori pendolari – sono intensi: le nuove infrastrutture creeranno una conurbazione ancora più interconnessa.

I TIMORI DI HONG KONG PER L’AUTONOMIA – Un fenomeno che, in piccolo, ricalca gli schemi della globalizzazione. Il costo da pagare per scambi più facili è, spesso, un appiattimento della diversità culturale. Potrebbe essere così anche in questo caso.

Gli imprenditori sono ovviamente entusiasti, riporta Bloomberg. Horace Zheng – 38 anni, nome occidentale e cognome orientale – è abituato a operare su entrambi i lati del ponte, a cavallo tra capitalismo e socialismo. Vice presidente di Youibot Robotics, una startup, vuole che la Greater Bay Area “decolli”, riporta il media economico. Anche le compagnie straniere con sede nell’area sono estremamente attratte dalle opportunità commerciali.

Ma nella “società civile” a Hong Kong sono in molti a temere che la città possa essere fagocitata da Shenzhen, e quindi, metaforicamente, da Pechino. Una questione di identità culturale, ma non solo.  “E’ la vecchia tattica comunista di usare la politica economica per imporre controllo politico” dichiara, sempre a Bloomberg, Sonny Lo, professore di scienze politiche all’università cittadina. “Il ponte, la ferrovia – fino ad ora i governi di Pechino e Hong Kong si sono concentrati sull’hardware”  ha aggiunto Alvin Yeung, leader di un partito di opposizione, il Civic Party. “Ma il software che rende Hong Kong unica conta di più – aggiunge – Lo stato di diritto, la libera circolazione dei capitali, che dall’altra parte del ponte mancano”.

Hong Kong gode di una propria Legge Fondamentale (Basic Law), una sorta di Costituzione, modellata sulla base della common law britannica. Nonostante il potere di interpretazione della Carta sia esplicitamente lasciato all’Assemblea Nazionale del Popolo, il testo configura un sistema profondamente diverso da quello socialista. La giustizia è amministrata sulla base del diritto britannico, e le corti possono fare riferimento, come precedenti per orientarsi nella risoluzione delle controversie, alle decisioni di altri ordinamenti di common law. La diversità è stata tollerata dai gerarchi comunisti: ma, evidentemente, solo in ottica transitoria.

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2047, LA FINE DEL SOGNO DI UN’ENCLAVE OCCIDENTALE IN ORIENTE – “Nel lungo periodo saremo tutti morti” ripeteva Keynes. Ma la Cina, paese dalla tradizione millenaria, è abituata a ragionare in una prospettiva che agli occidentali, avvezzi alla democrazia e alle brevi alternanze che porta in dote, risulta incomprensibile. E lo è perfino ai cinesi di Hong Kong, formati in scuole e università di matrice britannica. L’illusione di una enclave occidentale in Oriente, con cui sono cresciuti, e con cui speravano di morire, potrebbe finire presto.

E’ la stessa Legge Fondamentale a rendere chiara la visione di Pechino. “Il sistema socialista e le sue politiche non saranno applicate nella Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong, e il precedente sistema e stile di vita capitalista resterà invariato per 50 anni” recita l’articolo 6 della Carta. Non dice “per almeno 50 anni”:  il termine è già fissato senza possibilità di dubbio, ed è il 2047. Il nuovo ponte  è un monito: ricorda al mondo che, nell’ottica del governo cinese, la transizione della città al socialismo è data per scontata.

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economia, internet

Quando la Sardegna cavalcava l’onda di Internet (e perché può ancora farlo)

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su StartupItalia

 

Una finestra affacciata sul mare, l’odore di sale che entra dai battenti aperti.  La brezza che spira a rinfrescare l’aria, le navi attraccate pronte a partire per chissà dove.

Benvenuti in Sardegna, dove la rivoluzione digitale italiana prese avvio 30 anni fa.  A innescarla, un mix (ripetibile?) di politica lungimirante, imprenditori capaci di rischiare, menti geniali attratte da una cornice da urlo che, probabilmente, ha giocato un ruolo nelle scelta di spostare la propria vita qui. Una storia ben nota nell’ambito dell’innovazione, ma poco conosciuta all’esterno; a volte, persino agli stessi sardi.

Oggi il clima è diverso da quello di un tempo. Sull’isola, le startup innovative sono solo 165 (1,85% del totale nazionale, dati Infocamere, aprile 2018): come in Liguria, meno che in Calabria (190) e poco sopra l’Umbria (153). Regioni, però, che non possono vantare la stessa tradizione.  Quelle che esistono sono di tutto rispetto, come Moneyfarm. Ma è indubbio che, negli anni, qualcosa sia andato perso.

Un tempo il web era una prateria sconfinata e tutta da scoprire; oggi i competitors sono numerosi, agguerriti e dotati di capitali astronomici.  Ma sognare  è lecito. Le competenze sono rimaste sul territorio, i voli low-cost rendono più facile muoversi da e per il continente, e la potenza delle connessioni veloci consente di lavorare e tenere riunioni in remoto senza difficoltà. Abbiamo ricostruito la storia del digitale in Sardegna per ricordare che c’è stato un tempo in cui l’immaginazione era l’unica risorsa. Pane, amore e fantasia. Vediamo come è andata.

 

 

ARRIVANO RUBBIA E GLI SCIENZIATI DEL CERN – Il nostro mentore in questo viaggio che sembra un gioco di incastri, tanto è ricco di rimandi, citazioni e risonanze è di quelli che c’erano. Mario Mariani oggi fa il venture capitalist e ha creato un acceleratore che funziona a pieno regime, The Net Value; ma negli anni Novanta, quando il web era un affare da università, respirava l’aria densa dell’innovazione assieme ai protagonisti dell’epoca.

Lo raggiungiamo al termine di un consiglio di amministrazione. “C’è stato un momento, in quel periodo, in cui alcune delle migliori menti del web mondiale erano di stanza a Cagliari – ricorda, ripercorrendo a ritroso la parabola –  Tutto nacque con la creazione del CRS4, e con la Regione che sigla un accordo con IBM per portare sull’isola un super computer. Di quelli che, allora, si vedevano solo nei film”.

A dirigere il CRS4 viene chiamato il fisico e premio Nobel Carlo Rubbia, che porta con sé un parterre di ricercatori ambiziosi e di talento. “Alcuni di loro stavano lavorando con il padre del web,  Tim Berners Lee – racconta Mariani – Lo dico per dare l’idea del livello delle competenze che si stavano radunando in città”. Stava nascendo Internet come la conosciamo adesso. E la Rete, da lì a pochi anni, avrebbe plasmato il mondo.

IL POTERE DELL’ECOSISTEMA –  La parola chiave è ecosistema. Ciò che è accaduto a Cagliari negli anni ’90, ciò che ha reso il capoluogo di una delle regioni più povere d’Italia l’epicentro del web nel nostro paese ha il volto di due persone estremamente note sull’isola.

Il primo è quello di un politico lungimirante, Antonello Cabras. Fu lui ad avere  l’intuizione di stringere il famoso accordo con IBM.

“Trent’anni fa qui nessuno sapeva cosa fosse l’informatica – prosegue Mariani – E lui, invece, cosa fa? Una joint venture con il colosso americano”. Il super-elaboratore fornito dalla società statunitense viene allacciato a Internet, che ai tempi collegava solo università e centri di ricerca, e utilizzava comandi vicini al linguaggio macchina. Mancava qualunque interfaccia utente, il “lato umano”, insomma, quello con cui abbiamo imparato a familiarizzare e che ha consentito una diffusione capillare della tecnologia.

Tutto nasce dall’intuizione di portare una forte discontinuità a Cagliari: un centro di ricerca di altissimo livello in una terra allora poverissima”. Rubbia fa da catalizzatore, dal Cern e da tutto il mondo in tanti rispondono al richiamo del luminare: e la cavalcata può cominciare.

IL FIUTO PER GLI AFFARI –  Mentre da una parte attorno al CRS4 si raccoglie una comunità di scienziati di talento, a pochi chilometri di distanza qualcosa si muove. Strade differenti che, improvvisamente, si intersecano.

Il secondo protagonista di questa storia è molto conosciuto anche fuori dalla Sardegna. Ha sempre fatto l’editore, e ai tempi è proprietario di Radiolina e Videolina,  rispettivamente la prima radio e televisione locali sarde. Si chiama Nicola, ma ai più è noto come Nichi. Di cognome fa Grauso.

 

Nicola Grauso

All’epoca con l’editoria si poteva guadagnare. Dotato di fiuto, senso del rischio, disposto a mettere sul piatto molto di quello che aveva per seguire l’intuizione del web, Grauso decide di informatizzare la redazione dell’Unione Sarda, il quotidiano di sua proprietà, introducendo la videoscrittura. I giornali, in quegli anni, erano ancora composti “alla vecchia maniera”: Grauso, invece, dota tutti i redattori di pc da tavolo e word processor, e fornisce i grafici di un software per impaginare. Ma, soprattutto, crea una rete locale aziendale – oggi la chiameremmo intranet – per condividere i contenuti all’interno dell’ufficio.

A gestire la transizione tecnologica è chiamato un olandese, arrivato in città per amore di una donna: è Reinier van Kelij, un dottorato in tasca e la voglia di vivere vicino alla sua compagna.

L’UNIONE SARDA: NASCE IL PRIMO GIORNALE ONLINE EUROPEO –  “La città è il luogo in cui si può trovare una cosa mentre se ne cerca un’altra” scriveva il sociologo urbano Ulf Hannerz. Da un accumulo di energie concentrate nello stesso spazio-tempo può nascere un’esplosione. Basta una scintilla, e lo stato di grazia in cui tutto appare possibile si sostanzia in mille progetti.  Concreti. “Stato nascente” lo definisce un altro sociologo, Francesco Alberoni. Il lavoro diventa febbrile, i limiti sembrano inesistenti; arriva un momento in cui l’entusiamo lascia il posto alla realtà, e anche in questo caso sarà così. Ma è in questo modo che nascono le rivoluzioni.

“Van Kleji conosce Pietro Zanarini, uno dei ricercatori che dal Cern di Ginevra era venuto a lavorare in città – e vive ancora qui tra l’altro” prosegue Mariani. “Un po’ per scherzo,  i due si chiedono:  perché non proviamo a realizzare un programma che pubblichi sul web in automatico gli articoli dei giornalisti dell’Unione Sarda?”.  La rete aziendale c’era: il magazine era già online, in un certo senso. Il problema era portarlo fuori dalle mura della redazione.

L’unico giornale che all’epoca aveva un’edizione online era a San Francisco. Siamo tra il ’90 e il ’92. Senza dir nulla all’editore, viene acquistato il dominio http://www.unionesarda.it. I due si mettono al lavoro, e nel giro di qualche tempo mettono a punto il software  – un antenato di quelli che oggi chiameremmo CMS – per condividere il quotidiano non ancora stampato.

Fanno tutto di nascosto, si diceva. “Ma dopo tre mesi la voce si sparge: i nostri connazionali nelle università di tutto il mondo leggevano l’Unione Sarda e si informavano sul web sui fatti italiani. E’ paradossale – ammette  – Vivevano negli Usa, ed erano in grado di conoscere le notizie del Belpaese prima di chi stava qui, perché la prima edizione, fresca di stampa arrivava in edicola solo alle cinque, mentre con il collegamento internet la condivisione era immediata”. Tutto scontato, con gli occhi di oggi; ma, per capire la portata della novità, bisogna tornare a un mondo in cui i cellulari erano nati da poco e fare un’interurbana era un salasso.

GRAUSO, LA FEBBRE COMINCIA A SALIRE – “Grauso, letteralmente, impazzisce per questa novità, e fonda quella che a mio parere è la prima vera startup in Europa” prosegue Mariani. Nasce Video On line (VOL), provider che fornisce accesso alla rete e ha base in Sardegna.

Grauso pensa a un sistema aperto, differente anche da quello di America On Line (AOL), e comincia a vendere l’abbonamento ai propri servizi distribuendo gratis il floppy disk per connettersi assieme ai propri giornali. “La sua genialità? Fu capire che un giorno tutti avrebbero fatto lo stesso”.

“Essendo molto intelligente ” – e anche molto ricco – “Grauso prende a corteggiare le migliori menti del web mondiale, a partire da Nicholas Negroponte. Li aggancia e li porta in Sardegna con il suo jet privato, dove trovano un humus decisamente fertile per portare avanti il proprio lavoro”. E si sa, il talento attira il talento.

Dalla Silicon Valley a Boston, l’imprenditore è instancabile nel suo inseguimento. Sceglie i nomi, li punta, e li convince a collaborare con VOL. Tutte le migliori menti del settore arrivano a Cagliari. “Ad esempio i canadesi, i migliori nell’ambito dei motori di ricerca. Ben prima di Altavista e Google c’era Fulcrum”.

Mariani stesso si innamora del web, e lascia il posto fisso in Regione per lavorare nell’azienda, settore marketing. “Vendevamo i domini  alle piccole e grandi imprese” ricorda. Qualche nome? Agip o  Corriere della Sera, entrambi agli inizi della propria avventura digitale.

Tra le idee geniali che nascono in quel periodo, quella di Luca Manunza: un’interfaccia che consente di leggere l’email senza essere esperti di codice. Era nata la webmail. Peccato che Manunza, in pieno spirito hacker, metta il codice sorgente in Rete a disposizione di tutti. Sei mesi dopo, dall’altra parte del mondo, nasce Hotmail. Ma questa è un’altra storia.

 

UN DISTRETTO WEB IN SARDEGNA –  In poco tempo VOL cresce verticalmente e raggiunge 70mila abbonati: Tin, la divisione creata da Telecom per cavalcare l’onda del web, ne ha solo 2mila, per intenderci, in gran parte dipendenti. “Insomma, Telecom non sapeva fare web” chiosa Mariani con una battuta, ma non troppo: tanto è vero che l’operatore telefonico se ne accorgerà, e comprerà l’azienda da Grauso.

A Cagliari ci sono ormai centinaia di persone che lavorano su internet. A questo punto entra in gioco un terzo personaggio, destinato a incidere profondamente sul destino dell’isola. Ma facciamo  un passo indietro.

Renato Soru viveva in Repubblica Ceca e si occupava di investimenti immobiliari.  Aveva lavorato in finanza, e in quell’ambiente aveva utilizzato i terminali di Bloomberg, imparando a conoscerne le potenzialità.

Di passaggio in città, una sera incontra Grauso, che gli mostra la sua  VOL. Il progetto  gli piace, e, forte delle licenze software di cui l’imprenditore era in possesso e di uno staff già formato, decide di  “esportare” il provider in Repubblica Ceca. Czech on line è un successo clamoroso, che ripaga abbondantemente l’investimento. Due anni dopo Soru realizza la propria exit e coi soldi ricavati fonda Tiscali.

L’Europa mette fine al monopolio di Telecom, Grauso ha appena venduto VOL, le strade si incrociano ancora: molte competenze sono “libere” sul mercato, pronte a raccogliere la nuova sfida lanciata da Soru. Anche quella volta, Mariani c’è. “La  nuova compagnia si chiamava Telefonica della Sardegna e nasceva, letteralmente, con tre persone in una stanza sedute attorno a un tavolo: Renato Soru, me e Paolo Susnik“.  I primi anni sono sfolgoranti: la società apre la porta all’internet gratuito – niente più abbonamento ai provider – e il titolo vola in Borsa, complice anche l’esaltazione che condurrà alla bolla delle dot com. Nel periodo di massimo splendore Tiscali assomma un migliaio di dipendenti, tra cui 250 ingegneri, ed è presente in 15 paesi.

Internet cresce, e Cagliari e il suo circondario assumono sempre più la connotazione di un distretto web. Una concentrazione di competenze eccezionale per un territorio che, di tecnologico, fino a quel momento aveva avuto poco. Ma la ruota era destinata a girare: la parabola, arrivata allo zenit, stava per invertirsi.

IL DECLINO ARRIVA CON L’ADSL –  Il resto è storia abbastanza recente. Nei primi anni duemila qualcosa si inceppa. “Il mercato cambia con il passaggio dalle connessioni dial up all’Adsl, e il web diventa un gioco per grandi” riprende Mariani. “Tiscali fu molto brava a interpretare internet prima dell’Adsl – riflette il venture capitalist  –  non altrettanto dopo. Il modello di business era diventato completamente diverso, molto capital intensive”. Un gioco da giganti, che richiede investimenti da centinaia di milioni di euro. Soldi che in Italia non ci sono.

Tiscali, pur ridimensionata, resta un’azienda dal forte impatto sul territorio. Ma i numeri scendono, la realtà riprende il sopravvento e il baricentro dell’innovazione torna sul continente.

L’impatto di quella stagione epica in cui il centro del web in Italia era nel capoluogo sardo continua, però, a sentirsi. Manca il grande nome, quello che fa titolare i giornali; ma in città, e in Regione, è tutto un fiorire di piccole – e in qualche caso medie – imprese ad alto tasso di tecnologia. Come Moneyfarm, che di recente ha vinto un round da 46 milioni di euro ed, all’inizio, è stata incubata in Net Value, l’acceleratore di Mariani.

“La verità – commenta lui – è che quella stagione è passata, ma le competenze sono rimaste qui. Molti manager e dipendenti che hanno vissuto quegli anni in prima persona hanno gemmato, e messo in piedi le proprie aziende”. Che non sono forse grandi, ma sono molte, e diffuse sul territorio; anche nelle altre province.

La Sardegna, terra tradizionalmente di emigrazione, sta tornando ad essere attrattiva? Presto per dirlo. Ma qualcuno, nonostante il boom sia alle spalle,  comincia a pensarci.

Come Antonella Arca, che, laurea in ingegneria informatica, dopo dieci anni all’estero tra Spagna e Inghilterra ha staccato di nuovo il biglietto per Cagliari per fondarci la propria startup, Make tag. La tecnologia software sviluppata attira l’attenzione di Paola Marinone, founder della più grande Buzzmyvideos: Arca vende, e realizza – a 34 anni – la sua prima exit. Ma, ed è la cosa più importante, comincia a pensare al business in maniera diversa; in maniera, cioè, che possa avere un impatto sul territorio.

 

 

“Volevo contribuire allo sviluppo della mia regione – spiega  –   mettendo in gioco la rete di contatti costruita negli anni, e qualche vecchia conoscenza”. Nasce così il Digital Creativity Summer Camp, organizzato dall’Università di Cagliari della prorettrice Maria Chiara Di Guardo in collaborazione con Arca, Marinone e The Net Value.  L’evento ha portato in città a fine giugno più di 50 professionisti del digital provenienti da tutta Europa. Per quattro giorni i partecipanti hanno seguito corsi di altissimo livello tenuti da docenti come Neil Maiden, della City University di Londra,  e Joshua Kerievsky, fondatore di Industrial Logic. Tutto gratuito. “Con queste iniziative e il Contamination lab vogliamo creare un ponte tra innovazione e imprese – precisa Di Guardo – e attivare un network che alimenti l’ecosistema di Cagliari”. Lo schema per puntare a un Rinascimento? Quello collaudato: portare in città persone di talento, cercando, possibilmente, di trattenerle. Molte cose sono cambiate in questi anni, e non tutte in negativo. La disponibilità di voli a basso costo per tutte le principali capitali europee, ad esempio, e le connessioni ad alta velocità, che consentono di lavorare in remoto.

”E’ il mio modo di restituire qualcosa alla città” riflette  Arca. “La parte commerciale di un’impresa ha bisogno di una sede in città più grandi; ma il software può essere sviluppato ovunque. Molti vanno all’estero, magari in Oriente; e allora perché non in Sardegna, dove l’ecosistema e le competenze ci sono da anni?“.

Mariani conferma. “Qui non è raro ricevere un finanziamento regionale per la propria impresa innovativa. Le startup hanno un palcoscenico globale: in un’epoca come la nostra, l’insularità non è un limite insuperabile. Venire a Cagliari o a Milano, per un cliente di  Londra, è praticamente la stessa cosa. Insomma, avere sede qui può essere un limite per chi lavora con l’Italia; ma per le startup, che per definizione propongono un modello replicabile e scalabile, direi di no”. Col vantaggio che in Sardegna c’è il mare, e la qualità della vita è alta.

La conclusione di questa storia fatta di andate e ritorni di fiamma l’abbiamo chiesta proprio a Grauso. La voce al telefono è calma, cortese. Poche parole, stile laconico. Formidabili quegli anni, Grauso. Cosa conta per ripetere quell’esperienza? “Una cosa sola –  risponde – La visione.”

@apiemontese

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economia

Cashless society: il contante in Italia continua ad aumentare

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su StartupItalia!

Mentre la Svezia punta a diventare un paese completamente cashless entro il 2023, in Italia il contante in circolazione continua ad aumentare. A rilevarlo è  The European House Ambrosetti, che in un’anticipazione del rapporto 2018 sugli strumenti di pagamento digitale fornisce le cifre del fenomeno.

 

 

 

 

 

I dati mostrano un’Italia parecchio indietro rispetto ai  paesi sulla stessa curva socio-economica. Dai 127, 9 mld di contante in circolazione del 2008 si è passati ai 197,7 del 2017, con un aumento del 3,8% nel 2017. Una percentuale pari all’11,6% del Pil (superiore al 10,1% di media nell’Eurozona). Molto distante dall’Ungheria, worst performer con il 19,2%, ma altrettanto dalla Svezia, che guida la classifica con l’1,5%.

 

 

 

 

 

 

L’Italia è anche il paese dell’Unione Europea dove il valore dei prelievi da Atm è aumentato maggiormente nel periodo 2008-2016, con un +8,9%.  Esplodono, invece, i pagamenti mobile, che arrivano al 3,9% del totale ma incidono pochissimo – solo lo 0,05% – sul totale delle transazioni.

 

 

 

Si spende, però, spende di più rispetto al passato utilizzando la tecnologia: è aumentato il valore totale dei pagamenti con strumenti cashless, per un valore di 177, 8 miliardi di euro, un incremento medio, sempre a partire dal 2008, del 5,4% l’anno.

 

 

 

 

 

 

Ma nel Belpaese le carte di pagamento continuano a essere usate poco: lo dimostra il basso numero di transazioni pro-capite, 43,1 all’anno contro le quasi oltre 300 della Danimarca e Svezia, le quasi 300 del Regno Unito e le quasi 200 della Francia. Media Ue a 116,6, peggio di noi solo Grecia, Romania e Bulgaria. “Non è un problema di infrastrutture, abbiamo anche diverse eccellenze nel settore. Il problema, non neghiamolo, sta nel retail ed è spesso legato al sommerso”, spiega Lorenzo Tavazzi, direttore Area Scenari di The European House – Ambrosetti (leggi l’intervista completa in coda).

 

Idee per migliorare? Tutti i paesi che crescono di più hanno una visione sulla cashless society, notano da Ambrosetti. Non c’è da stupirsi, a questo punto, che l’Italia sia una delle 35 economie più dipendenti dal contante.

 


Lorenzo Tavazzi (TEH-A): “Il contante ci costa 10 miliardi all’anno”

“Non è un problema tecnologico, le infrastrutture ci sono” spiega il direttore Area Scenari di The European House – Ambrosetti. Che punta il dito contro retail e scarsa consapevolezza.

Lorenzo Tavazzi, lei ha coordinato il gruppo di lavoro che ha stilato il rapporto sull’uso degli strumenti di pagamento elettronico 2018 di European House Ambrosetti. Pare che in Italia non piacciano.

Non è che non piacciano. I dati dimostrano che vengono utilizzati, e con buoni tassi di crescita. Anche il mobile cresce, a dire il vero; ma ci sono molti  casi in cui il contante è prioritario e che ci fanno restare indietro rispetto ai competitor.

E’ un problema di infrastrutture? 

Non è un problema tecnologico, le infrastrutture in questo caso ci sono, e abbiamo anche diverse eccellenze nel settore; nonostante questo, il nostro è un paese ancora sostanzialmente cash based.

Per quale motivo, allora, si ricorre così spesso al contante?

Ci sono aspetti differenti, a partire da quelli culturali e legati alle abitudini del quotidiano. In Italia a nessuno viene in mente di pagare un caffè o il taxi con la carta di credito; all’estero è il contrario. Le faccio un esempio: pochi giorni fa sono stato in Svezia per una settimana senza usare denaro contante nemmeno una volta. Dappertutto è possibile pagare con strumenti elettronici. Un paese come il nostro, che vuole attrarre turisti, non può sottovalutare questo gap. I cinesi sono estremamente abituati a pagare con metodi alternativi: ma quando arrivano da noi, sin dal momento in cui prendono il carrello in aeroporto, devono preoccuparsi di trovare un euro in moneta…

Non nascondiamolo, spesso chi paga un caffè senza contanti è guardato male…

Il problema è nel retail, inutile negarlo, ed è spesso legato al sommerso. Pagare in contanti rende il pagamento non tracciabile.

Spesso i commercianti lamentano il costo delle commissioni.

Le società che si occupano di pagamento elettronico forniscono un servizio che va retribuito. Un costo deve esserci, chiaramente modulato nell’ambito di un quadro di regolamentazione. Ma la Commissione Europea ha svolto un’azione molto puntuale al riguardo. Manca, forse, un’azione di comunicazione efficace: non si colgono i costi nascosti del pagamento con carta, perché non sono immediatamente visibili.

A cosa si riferisce?

La moneta cartacea ha costi alti, stimati in circa 10 miliardi di euro all’anno solo nel nostro paese: parliamo di stampa, gestione, ciclo di vita della banconota, che necessariamente è breve. Prenda la cartamoneta, gli euro che circolano: è tendenzialmente nuova, perché ogni banconota è una piccola opera d’arte e di ingegno, continuamente migliorata per la necessità di evitare contraffazioni. Per non parlare dell’usura, e del costo, questa volta sociale, delle rapine. Ma trattandosi, come dicevo, di costi sistemici, non sono avvertiti dal cittadino o dal commerciante, che si accorge, invece, del ricarico dovuto alla commissione bancaria. Non dico che questi costi non possano essere ulteriormente ridotti: dico che non è un argomento in grado di smontare il ragionamento complessivo.

Il cahless, dal suo punto di vista, ha solo vantaggi. Lei crede davvero in una società completamente priva di contante?

No, ma credo sia necessario trovare un certo equilibrio rispetto al contesto moderno in cui viviamo, e superare la negligenza che evidentemente c’è da noi, soprattutto in alcuni settori. Non parlo di sparizione del contante, ma di un bilanciamento che tenga conto del fatto che siamo inseriti in un ecosistema, anche internazionale, molto avanzato. Diminuendo l’uso di contante si ottiene una riduzione dei costi sistemici e una modernizzazione generale del paese. Digitalizziamo processi burocratici anche importanti, lasciando, però, il collo di bottiglia dei pagamenti: pensiamo alle marche da bollo, che fino a poco tempo fa si potevano acquistare solo dal tabaccaio. Potrei citare anche degli studi che mostrano come gli strumenti elettronici incentivino il ciclo dei consumi, ma per amor di verità, al di là della mia opinione personale, ammetto che l’argomento è dibattuto. Quello sui costi, però, è un ragionamento oggettivo.

Idee operative?

Diverse iniziative sono state già prese da un punto di vista squisitamente normativo, e altre ne verranno. Ma è chiaro che serve una strategia chiara e coerente; alcuni paesi, come la Svezia, ce l’hanno e stanno preparandosi a diventare una cashless society. Per arrivarci, però, serve un obiettivo condiviso da tutti gli attori istituzionali, cui far seguire azioni adeguate.  Non è avvenuto, ad esempio, quando il limite per i pagamenti cash è stato portato a 3mila euro. In futuro le idee dovranno essere più chiare.

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economia

Se le startup dei giovani ci salveranno

Com’eravamo dieci anni fa? C’erano il posto fisso, il mutuo facile e mancava il web. Mettete tutto nello shaker, agitate bene con la crisi peggiore degli ultimi 80 anni, e guarnite con i voli low cost che hanno permesso ai giovani di girare il mondo:  avrete una generazione di ragazzi svegli in grado di trainare anche gli adulti. Se avranno voglia di rimettersi in gioco.

Ho partecipato al meeting di StartupItalia il 18 dicembre a Milano e trovato una situazione diversa rispetto a qualche tempo fa. Più consapevolezza delle potenzialità che derivano dal mettersi in proprio, maggiore conoscenza delle dinamiche di business, e una cognizione dei limiti – esistono anche quelli – di questa scelta.

Certo, ormai non si può prescindere da formazione costante, cambiamenti contrattuali (il jobs act, seppur migliorabile, va già in questa direzione) e da una rivoluzione nella mentalità: via foto e data di nascita dal curriculum, basiamoci sulle competenze, che sono quello che serve.  Un mondo al contrario, dove i giovani salvano gli adulti, è possibile. Chissà, magari a pensarlo forte accade davvero.

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Brexit, cosa vuole davvero Theresa May?

Non l’avesse May detto. Il gioco di parole rende il clima attorno a Downing Street dopo le rivelazioni del Guardian di stamane. Il quotidiano ha riportato un discorso della premier britannica tenuto a maggio di fronte alla platea di Goldman Sachs. L’allora ministro dell’Interno, oggi dura nei confronti dell’Europa, si schierava decisamente a favore del Remain.

Nel corso dell’intervento, May avvertì sulle possibili conseguenze della Brexit per le imprese britanniche, sottolineando che molte aziende avrebbero potuto spostarsi sul continente in caso di uscita dal mercato unico. Il settore finanziario era, ovviamente, in prima fila. Non è la prima volta che la banca d’affari americana invita politici in carica per incontri a porte chiuse destinati a creare imbarazzo: nel 2013, Hillary Clinton tenne un discorso riservato nel quale si mostrò parecchio morbida nei confronti di Wall Street. Una contraddizione con la politica attuale che Wikileaks ha riferito nei giorni scorsi nel tentativo di screditarla.

La coerenza, si sa, in politica può diventare un peso, e alla bionda inquilina di Downing Street è toccato lo stesso destino.  In un altro intervento, risalente ad aprile, May rivelava che il controllo dell’immigrazione  non le sembrava una priorità rispetto alla permanenza nel mercato unico. Strumenti comunitari come il mandato d’arresto europeo – sosteneva –  erano, anzi, armi adeguate a fronteggiare il problema degli irregolari.

Che cosa sia cambiato è difficile dirlo. Al suono dello slogan “Brexit means Brexit”, May ha sostenuto, in proprio o per interposta persona, posizioni molto dure sul tema,  probabilmente con l’intento di alzare la posta per trattative che si annunciano difficili.

Nel gioco di specchi delle statistiche, serve una certa conoscenza dell’economia politica per capire cosa stia realmente accadendo in UK dopo il 23 giugno. Il crollo della sterlina, l’indicatore più citato, dice poco. Inizialmente, anzi, favorisce le esportazioni, drogando l’economia come facevano le svalutazioni della lira.

Un esempio può servire a spiegare le variabili in gioco. Settore aeronautico. I profitti della compagnia low cost Easyjet sono scesi per la prima volta dal 2009 nell’anno fiscale chiuso il 30 settembre: un calo del 28% rispetto al 2015, dovuto all’impatto del terrorismo sui voli turistici a corto raggio e ai costi fissi come, ad esempio, quello del carburante (pagato in dollari) o dei servizi aeroportuali (pagati in euro). Il rischio di cambio ha giocato, in questo caso, a sfavore del vettore basato a Luton. Una tragedia, se non fosse che, parallelamente, i passeggeri hanno registrato un aumento record grazie ai biglietti meno cari. Il risultato è un calo contenuto, che però nasconde insidie: 495 milioni di sterline di profitti contro i 516 attesi sono una differenza trascurabile, ma i numeri vanno interpretati e dietro alle dichiarazioni di facciata,  i dirigenti di Easyjet sanno che il momento non è favorevole.

Lo stesso effetto si verifica grossomodo nell’economia reale. Londra, una delle città più care al mondo, sta tornando ad essere una meta conveniente per i turisti europei e americani, e non manca chi rifà la fornitura di computer aziendali comprando quelli dismessi dagli uffici dalla City: mai stati così convenienti.  Ma se turismo ed esportazioni contribuiranno a far girare l’economia,  le importazioni peseranno parecchio. I primi effetti potrebbero mostrarsi nel settore dell’energia, dove i prezzi sono espressi in dollari. E con il petrolio così basso, un aumento improvviso del prezzo del barile potrebbe costare molto caro, in tutti i sensi, a partire dall’inverno.

Il diavolo sta nei dettagli, e il castello di retorica comincia a scricchiolare. Nei giorni scorsi Microsoft ha annunciato un adeguamento delle tariffe nel Regno Unito. Il colosso di Redmond aumenterà il costo dei propri servizi business e cloud sul modello di quanto già avvenuto in Svizzera e Norvegia (dove circolano, rispettivamente, il franco e la corona). I prezzi sono destinati a salire  fino al  22% a partire dal primo gennaio 2017: pressappoco quanto è calata la sterlina rispetto all’euro.

Nei piani strategici delle aziende, la Gran Bretagna è legata a doppio filo all’Europa, e Microsoft è solo la prima di una serie di compagnie che saranno costrette a cambiare. Gli effetti non sono calcolabili.

Nessuno, al momento, sa cosa accadrà. La Brexit come ce l’eravamo immaginata non è ancora avvenuta. L’articolo 50 del Trattato europeo non è stato attivato da Downing Street, e la data continua a slittare. Le stoccate nei confronti dei cittadini Ue residenti sul suolo inglese lasciano intendere che il governo voglia usare i loro diritti come merce di scambio al tavolo delle trattative. Ed esiste l’ipotesi che, calmati gli animi, si stia lavorando a una exit strategy che dia l’impressione di salvaguardare l’esito del referendum. Ma che, al contempo, ne eviti gli effetti disastrosi. (foto: The Independent)

Antonio Piemontese
@apiemontese

(L’articolo originale è uscito su Londra, Italia del 26 ottobre 2016

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economia, salute

Epatite C, la UE e lo strapotere delle lobby

L’articolo che segue è stato pubblicato su TiSOStengo a questo link

Un nuovo farmaco contro l’epatite C promette l’eradicazione del virus in una percentuale attorno al 90% dei casi. Certo, non significa guarigione per tutti (se c’è cirrosi conclamata, il danno strutturale non è riparabile): ma, se non altro, si impedisce l’evoluzione della malattia. C’è, però, un problema: il farmaco costa tanto, troppo.

L’anno scorso sono stati spesi, in Italia, 1.7 mld di euro per curare 31.069 ammalati (fonte: elaborazione su dati AIFA). Il trattamento per il virus nel nostro paese costa 55.000 euro a paziente.

QUESTIONE DI PREZZO – Si ripropone la questione del prezzo dei medicinali. La Gilead, azienda californiana che produce il preparato in questione (Sovaldi), è infatti in grado di contrattare con le varie agenzie nazionali del farmaco condizioni di vendita più che favorevoli.

Funziona così: dal punto di vista dell’azienda che produce un bene necessario (ad esempio, il farmaco per l’epatite C, ma anche i pannoloni per gli incontinenti, per restare in ambito sanitario), un mercato frammentato è quanto di più desiderabile. Se al tavolo delle contrattazioni si siedono soggetti relativamente piccoli (come le agenzie del farmaco dei singoli paesi), la negoziazione sarà a senso unico: l’ideale per un’azienda farmaceutica che mira al massimo profitto (ricordiamo che, in fondo, si tratta di business, e l’etica c’entra poco). Le trattative, tra l’altro, sono per lo più segrete.

Ma cosa accadrebbe se la contrattazione fosse concordata a livello sovranazionale, diciamo europeo?
Probabilmente, quello a cui si assiste per un altro bene “di prima necessità” , i già citati pannoloni: prezzi più bassi se lo Stato ne acquista centralmente grandi quantità, distribuendole tramite il sistema sanitario. Nella Ue esiste senz’altro la possibilità di centralizzare le decisioni di acquisto. Basta trovare l’accordo.

IL PROBLEMA DI STIMOLARE LA RICERCA – Tutto risolto, quindi? Non proprio. Anche Big Pharma ha le sue buone ragioni (ne avevamo parlato qui): prezzi troppo bassi significano perdere lo stimolo per la ricerca e, quindi, ogni incentivo allo sviluppo di nuove terapie. Cerchiamo di spiegarci.

In pratica, per come è strutturato il settore, nessuno investe in ricerca su farmaci che, nel lungo periodo, non hanno il potenziale di ripianare i costi. E dato che, fra le tante molecole testate, sono poche quelle che superano le severe fasi disperimentazione, è solo ed esclusivamente da quelle capaci di arrivare in commercio che le aziende dipendono per tenere in piedi i bilanci e fare utili. Le altre rappresentano perdite secche. Un esempio evidente del meccanismo sono i farmaci orfani (leggi qui), quelli che curano malattie poco diffuse: fare ricerca in questo campo non conviene a nessuno perché manca un mercato sufficientemente ampio. Con tutto quello che ne consegue nei termini di un diritto alla salute che cessa di essere universale.

TRASPARENZA ZERO – Ci si addentra in un terreno estremamente scivoloso che dall’economia declina verso la politica. Se le aziende ragionano in base ai bilanci e alle logiche di mercato (e non potrebbe essere altrimenti), spetta ai governi intervenire con correttivi utili ad aggiustare i prezzi, badando però a non azzerare lo stimolo che porta ad assumersi il rischio di impresa.

In concreto, sono due le strade che gli Stati impiegano per incentivare le aziende a investire: ricorrere ad aiuti diretti oppure fornire agevolazioni indirette come, ad esempio, sgravi fiscali (probabilmente un’opzione migliore).

Ma c’è una terza arma, probabilmente ancora più efficace: la trasparenza, e una regolamentazione vera delle lobby. Che, a Bruxelles, sono da sempre un’istituzione parallela. Stazionano nei palazzi del potere, preparando comodi riassunti (ovviamente interessati) sulle questioni del giorno, ad uso di parlamentari che di farmacologia non masticano più di quanto si intendano di fiscalità internazionale o dimensione delle olive.

Se poi ai bignami si accompagna la “riconoscenza” dell’industria, e Big Pharma sa essere munifica, si comprende come mai, a tutti i livelli, sulle lobby si preferisca non decidere. Ma quanto converrebbe portare tutto alla luce del sole, come qualche forza politica (ad esempio i Cinque Stelle) chiede a ragione?

Guglielmo Pepe su Repubblica ricorda che per trattare tutti i malati – gravi e meno gravi – di epatite C nel nostro paese servirebbero 8 miliardi di euro l’anno, pari circa alla metà di una finanziaria di media portata. Una cifra da spendere da qui al 2025, cui va aggiunto il resto della spesa farmaceutica. Certo, si tratta di un investimento. Ma sedersi al tavolo delle contrattazioni nella maniera migliore per spuntare un prezzo equo è quanto farebbe ogni “buon padre di famiglia” recandosi al mercato. E quindi, anche ciò che dovrebbe fare l’Europa

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EMA: Milano in corsa per l’Agenzia Europea del Farmaco

Ancora Brexit, questa volta in chiave italiana. Milano potrebbe avvantaggiarsi dell’uscita dall’Unione Europea della Gran Bretagna. Tra le agenzie che nel capoluogo lombardo potrebbero trovare collocazione ideale ci sono l’EBA (European Banking Agency, che regola il settore bancario) e l’EMA (European Medicines Agency, che si occupa dei farmaci). Due giganti. Ecco perché l’Italia questa volta può farcela. L’articolo  qui sotto  è stato pubblicato su TiSOStengo e si trova in originale a questo link. 

L’EMA, l’Agenzia Europea del Farmaco, presto potrebbe spostarsi da Londra. Per trovare casa in Italia? Si tratta, per il momento, solo di una proposta presentata dal presidente di Farmindustria Massimo Scaccabarozzi. Qualche riflessione, però, è d’obbligo, visto il voto anti-Europa del Regno Unito che rende difficile immaginare una permanenza dell’authority nella capitale inglese.

“A nostro favore giocano importanti fattori – spiega Scaccabarozzi in una nota – L’industria farmaceuticamade in Italy è ormai una realtà 4.0 di primo piano in Europa. Seconda per produzione a un’incollatura dalla Germania, ma prima per valore pro-capite. Con un export da record che supera il 70% della produzione, un’occupazione qualificata in ripresa (+6.000 addetti nel 2015) e investimenti in crescita (+15% negli ultimi due anni). E a un passo dal diventare un hub europeo per la ricerca, anche clinica, con investimenti di 1,4 miliardi (700 milioni solo in studi clinici)”. Le stime della Camera di Commercio di Milano basate su dati Istat confermano: l’export farmaceutico del capoluogo è in crescita del 21,4% (comparazione tra il primo trimestre 2015 e il primo trimestre 2016): numeri che rendono credibile l’ipotesi di un trasferimento all’ombra della Madonnina.

Ma non è tutto. “L’Italia può contare – continua Scaccabarozzi –  su un’Agenzia del farmaco (Aifa) riconosciuta a livello internazionale come modello di best practice per l’innovatività delle modalità di accesso ai farmaci. Un modello a cui guardano molti Paesi e che andrebbe reso ancora più efficiente”.

SOSTEGNO TRASVERSALE – Chi nella Brexit vede innanzitutto un’opportunità ha raccolto la sfida. La proposta ha riscosso plauso trasversale dal Pd fino alla Lega, segno che l’entusiasmo di occupare lo slot prevedibilmente lasciato vuoto da Londra non conosce colore. Parere favorevole ha espresso il responsabile salute del PD Federico Gelli, parere favorevole ha espresso anche il governatore della Lombardia, il lumbard  Roberto Maroni.

Quest’ultimo ha corroborato la candidatura annunciando l’intenzione di costituire un fondo da 50 milioni di euro per spingere i ricercatori italiani scappati all’estero a rimpatriare. Non è chiaro come il politico intenda conciliare le posizioni anti-europee  delle camicie verdi con l’ambiziosissima candidatura per il capoluogo; ma l’idea sembra buona.

IL LUOGO IDEALE – Milano, del resto, parte bene. La città è pronta a mettere sul piatto l’area Expo, ora ribattezzata Human Technopole: un complesso da un milione di metri quadri su cui insiste un piano del Governo con prospettive ad ampio raggio, e su cui si insedieranno colossi come l’IBM (con il progetto Watson Health) e Nokia. Si tratta, con tutta probabilità, dell’area più ricca di infrastrutture d’Europa, proprio perchè pensata in vista dell’Esposizione Universale del 2015: aeroporti e autostrade vicini, strutture alberghiere e ricettive di qualità nei paraggi e Fiera Milano a far da corollario. Senza contare la stazione ferroviaria e la metropolitana in loco. Insomma: il luogo ideale per il viavai che caratterizza le organizzazioni internazionali.

Qualcuno (in primis Renzi, che ne ha parlato a Bruxelles, e il neosindaco Giuseppe Sala ) si è spinto oltre, fino a immaginare una sorta di zona franca per attirare le imprese: un’area a regime fiscale speciale come ne esistono altre in Italia (Livigno, ad esempio) e nel mondo (la Polonia ne conta ben 14, ma ce ne sono anche in Francia, Germania, Danimarca, Cina, tra gli altri paesi). Idea eccellente: per realizzarla occorre, però, il nulla osta dell’Unione Europea, che non dovrebbe ravvisare nel progetto gli estremi dell’ “aiuto di Stato”, vietato dalle norme comunitarie.

CANDIDATURE – Milano è in lizza anche per un’altra agenzia di peso: si tratta dell’ EBA (European Banking Autorithy), organismo che dal 2011 fissa le regole del sistema bancario nel Vecchio Continente. A favore del capoluogo lombardo gioca un fattore politico non da poco: Francoforte è già sede della BCE e dell’EIOSPA (l’Autorità europea sulle assicurazioni), Parigi dell’ESMA (una sorta di Consob europea) e Madrid dello IOSCO (che raccoglie le autorità di vigilanza sui mercati finanziari): all’Italia manca un’assegnazione di peso.

Nel caso la politica possa scegliere, non c’è dubbio che cercherebbe di portare in Lombardia il cuore della finanza continentale: troppe implicazioni economiche e di prestigio. Ma in realtà, più che sul tavolo delle Borse, l’Italia ha buone carte da spendere nel settore farmaceutico. E non è escluso che Roma si decida a giocare la partita più “facile”, per portarla a casa senza problemi.

La decisione sulla strategia da seguire spetterà a Palazzo Chigi, che dovrà intessere il lavoro diplomatico su cui costruire la candidatura.  Il fatto che a capo dell’EMA ci sia l’italiano Guido Rasi potrebbe senza dubbio aiutare, così come il fatto che il sindaco meneghino sia un manager dotato di ampia visione internazionale e ottime entrature nei palazzi europei comeSala. Sempre che la Gran Bretagna non decida di restare nella UE, magari usando il referendum come grimaldello per spuntare condizioni insperate.

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