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Marchesi apre a Londra: il panettone milanese firmato Prada sbarca a Mayfair

Questo articolo è stato pubblicato in origine su Londra, Italia.

Si tratta senza dubbio di uno dei marchi del lusso gastronomico milanese, che si muove, restando nel lusso, in uno dei quartieri più chic di Londra. Parliamo della pasticceria Marchesi, che nei prossimi mesi, secondo i rumours, alzerà le serrande a Mayfair.

Confetti, praline e ogni tipo di golosità per far impazzire gli inglesi, naturalmente quelli che se lo possono permettere. Lo store comprenderà anche una caffetteria dove trascorrere qualche piacevole momento di relax.

La storica insegna, partita da corso Magenta, ha aperto locali in via Montenapoleone e in Galleria Vittorio Emanuele dopo l’ingresso della maison nella proprietà. Ora, per la prima volta, punta all’estero. Prada è entrata nel 2014, rilevando una quota di controllo dell’80%. Non era il primo tentativo di approcciare il mercato alimentare: qualche tempo prima il brand, aveva tentato, senza successo, di rilevare Cova, altro marchio nobile della pasticceria milanese. Ma l’insegna finì a Lvmh, Luis Vuitton, per intenderci. Una guerra a colpi di zucchero.

Come ricostruisce il Gambero Rosso, la stilista milanese aveva sondato il terreno della capitale britannica una prima volta in contemporanea con la mostra-evento Pradasphere: in quell’occasione le specialità del laboratorio milanese arrivarono sulle terrazze di Harrod’s, e con gran successo: un esperimento talmente positivo da convincere la griffe  guidata da Miuccia e dal marito  Patrizio Bertelli a tentare l’apertura di un negozio.

Prada e Marchesi, Marchesi e Prada: entrambi marchi nati nel capoluogo lombardo, entrambi con una storia di lungo corso: la prima che data 1913, la seconda, addirittura,  1824.

L’apertura, rivelano le fonti, è prevista per primavera, probabilmente attorno al mese di aprile. In largo anticipo rispetto al periodo tipico del dolce lombardo più famoso: sua maestà  il panettone. C’è tutto il tempo per insegnarne ai Britons la storia. L’indirizzo, secondo le indescrizioni, sarà il numero 117 di Mount Street.

@apiemontese

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Brexit in stallo, Olanda e Francia fanno “shopping” di aziende a Londra

Questo articolo è stato pubblicato in origine su Londra, Italia.

Su Brexit è ancora notte fonda. Theresa May è tornata in Parlamento lunedì, per spiegare all’aula il piano B dopo l’umiliante sconfitta incassata pochi giorni fa. La notizia è che una vera alternativa non esiste; c’è, piuttosto, la volontà della premier di tornare a Bruxelles per chiedere ulteriori concessioni sulla frontiera con l’Irlanda. Con successo? Non è dato saperlo. Dal Belgio hanno fatto sapere che l’Unione accetterà di tornare al tavolo delle trattative solo quando dalla capitale britannica arriverà una proposta chiara e supportata dal Parlamento.

Il problema è che nessuno sa che tipo di testo potrebbe raccogliere consenso sufficiente da essere approvato. I contrari all’accordo bocciato la scorsa settimana – e tra loro ci sono molti Conservatori compagni  di partito della May –  sono divisi in almeno sei fazioni. Metterli d’accordo è un’impresa sovrumana. A complicare il quadro, una variabile anche peggiore: non è più certo cosa pensi davvero la gente, se – cioè – la Brexit raccolga ancora la maggioranza del consenso popolare. Verificarlo con un referendum significherebbe svuotare di significato l’istituto, e pertanto l’opzione è stata esclusa da Downing Street. Insomma, si naviga a vista.

CAOS ISTITUZIONALE COME SENZA PRECEDENTI –  Theresa May nei giorni scorsi ha incontrato tutte le forze presenti in Parlamento, tranne il leader dell’opposizione Jeremy Corbyn, che si è negato. Il capo del governo si trova braccata. Martedì sera Westminster voterà un emendamento presentato dalla laburista Yvette Cooper, che costringerebbe il governo a votare nel giro di tre settimane un accordo con l’Europa o a rinviare la Brexit a fine 2019. Data l’ostilità trasversale al no-deal, è probabile che il testo passi.

La mossa di Cooper pone, però, problemi di respiro costituzionale: la democrazia inglese funziona da secoli con il governo che detta l’agenda e il Parlamento che vota le leggi proposte dall’esecutivo. In questo caso, sarebbe l’Aula a prendere l’iniziativa e costringere il governo ad seguirla. Il cosiddetto “modello Westminster“, da sempre garante della stabilità e governabilità al paese, sarebbe messo in discussione. Bisogna considerare che il Regno Unito non gode di una Costituzione scritta ma di consuetudini consolidate nei secoli: tutto si regge su un tacito accordo di rispetto delle regole, che in questo caso potrebbe venire a mancare. Su questo insistono gli hard brexiters, che vogliono coinvolgere la Regina, e chiedono addiritttura di sospendere il Parlamento.

BREXIT ED ECONOMIA, LE BIG COMPANIES SI SPOSTERANNO? – L’incertezza, d’altro canto, non giova all’economia. Sono molte le aziende che stanno rivedendo i propri piani per il futuro. Secondo EY, il 36% delle società di servizi finanziari con sede in UK starebbe considerando o realizzando l’idea di spostarsi altrove in Europa, con Dublino, Parigi, Lussemburgo e Francoforte in pole position. La percentuale sale al 56% se si considerano solo banche e broker.

L’Olanda si sta muovendo per capitalizzare il momentum: il governo  ha preso contatti con 250 società basate in UK per convincerle a prendere casa nel paese. Panasonic ha già portato il proprio quartier generale ad Amsterdam, Sony ha annunciato l’intenzione di seguirla.  La Francia di Macron non sta a guardare: lunedì il presidente ha ospitato un investment summit con 140 business leader, e ha cominciato le manovre per convincerli ad attraversare la Manica. Tra i corteggiati, pezzi da novanta come Goldman Sachs, Siemens e Google. Ma la minaccia più seria viene da Airbus, che in UK produce le ali dell’A380 e conta 25 sedi. Per l’azienda ha parlato il Ceo Tom Enders: il numero uno ha avvertito che la società potrebbe prendere “decisioni molto dannose per la Gran Bretagna” in caso di no-deal.

A dirla tutta, anche i britannici paiono non fidarsi dei tempi: sir James Dyson, patron del noto marchio produttore di aspirapolvere e fervente Brexiteer con un passato da europeista, ha annunciato l’intenzione di spostare il quartier generale dell’azienda a Singapore. Pragmatismo British? L’imprenditore nega che la decisione sia legata a un’eventuale uscita.

C’è, infine, una buona notizia per gli expat. Il Governo britannico abolirà la tassa di 65 sterline da pagare per richiedere il “settled status”. Chi vuole restare, adesso, potrà farlo gratis.

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Jeff Bezos, il divorzio costa caro: perchè lasciarsi può cambiare il volto di Amazon

Questo articolo è uscito in origine su StartupItalia.

Coppia di opposti. Amante dei party lui, riservata e profonda lei. Tanto duro con i dipendenti lui, al punto da  far – si dice – pagare persino il parcheggio aziendale, tanto materna lei, che accompagna a scuola i figli e fino al 2013 portava al lavoro pure il marito.

Era una storia da film. Lui vice presidente in un fondo di investimenti, lei in cerca di un lavoro da impiegata per mantenere la passione per la scrittura. E’ lui a farle il colloquio e ad assumerla, ma è lei a invitarlo a pranzo la prima volta. In tre mesi sono fidanzati, sei mesi dopo si sposano. E’ il 1993, la città è New York e loro sono il CEO di Amazon Jeff Bezos e la moglie, MacKenzie Tull.

Il divorzio, annunciato nei giorni scorsi, potrebbe costare caro all’imprenditore, la cui fortuna è stimata da Bloomberg in 137 miliardi di dollari. In gran parte sono dovuti a una quota azionaria pari al 16% della società di e-commerce, la seconda nella storia a superare la valutazione di 1000 miliardi di dollari dopo Apple, nel settembre scorso.

 

Jeff Bezos divorzia: la storia della coppia dagli inizi

Torniamo indietro di qualche anno. Amazon vede la luce nel 1994, quando Jeff e MacKenzie si trasferiscono da New York a Seattle, dall’altra parte dell’America. Lei guidava, lui scriveva col portatile sulle gambe il business plan di un negozio online che, nel giro di pochi anni, sarebbe diventato il più grande emporio virtuale del mondo. Da notare che si trattava di una visione: Internet come la conosciamo oggi era nata pochi anni prima, i siti web erano testuali e l’accesso alla Rete era costoso e privilegio di pochi.

La coppia lavora assieme al progetto, che parte dalla vendita di libri. Del resto, MacKenzie è una scrittrice con laurea in letteratura inglese e partecipa attivamente alla vita dell’azienda. “Era una di quelle che contavano quando si faceva una riunione” ricorda un dipendente della prima ora. Su Amazon si trovano i testi più disparati, e anche in Italia si comincia a comprare dall’azienda per procurarsi rarità.

Ma il business non è la passione della signora Bezos: mentre il marito si concentra sugli affari, la giovane narratrice si dedica sempre più alla scrittura. Ai tempi la coppia viveva in un monolocale.

Nel 1999 i soldi cominciano ad essere veri, e i due  si trasferiscono in una casa da 5 milioni di dollari.

Il resto è abbastanza noto, ed è una progressione verticale. Amazon, da bookseller che era, comincia a vendere di tutto, fino a diventare la potenza globale dei giorni nostri. Bezos si compra un giornale (il glorioso Washington Post, odiato da Trump), una società di missili alla Elon Musk (la Blue Origin)  e si diverte a praticare hobby costosi, come la ricerca di razzi NASA caduti nell’Oceano Atlantico. MacKenzie, in pubblico e in privato, sostiene il marito, che ha il dono di dividere il mondo in due: chi lo ama e chi, invece, lo odia, per i metodi non ortodossi che – si dice – l’azienda impiegherebbe con dipendenti e fornitori.

La crisi arriva… con un film

Il business si allarga, come si diceva. Amazon comincia persino a produrre film, ed è proprio sul set di uno di questi – Manchester by the sea  del 2016- che il CEO incontra Patrick Whitesell, potente agente di molte star di Hollywood, e comincia a lavorarci assieme. Le famiglie col tempo cominciano a frequentarsi, anche perché vicine di casa a Mercer Island.

Bezos e Lauren Sanchez, moglie di Whitesell, si conoscono allora. Secondo quanto riferito dai giornali di gossip statunitensi, avrebbero cominciato a flirtare parlando della comune passione per il volo. Lui, su suggerimento di Whitesell, la coinvolge in Blue Origin col compito di fare riprese aeree per  video promozionali (la Sanchez è pilota di elicottero). La relazione comincia, e sarebbe andata avanti per nove mesi, prima di essere svelata ai rispettivi coniugi. I media scandalistici parlano di un cinquantenne tornato ragazzino, con tanto di uscite sbarazzine in ristoranti esclusivi a Los Angeles e sms sdolcinati in cui lui, al settimo cielo, le confessa di amarla alla follia. Lei, dal canto suo, non nasconderebbbe di gradire il fatto di avere per sé le attenzioni dell’uomo più ricco del pianeta.

Conseguenze: l’agente divorzia dalla moglie, seguito a pochi mesi di distanza dal patron dell’e-commerce. “Continueremo la nostra vita comune da amici ” hanno dichiarato i Bezos in un post a firma congiunta pubblicato su Twitter. Di mezzo ci sono quattro figli.

Il divorzio di Jeff Bezos: una vicenda non solo personale

Ma non si tratta solo di una vicenda personale. La coppia ha sempre vissuto nello stato di Washington, e non pare aver sottoscritto alcun accordo prematrimoniale. Le leggi locali prevedono che tutti i beni acquisiti nel corso dell’unione vengano divisi in caso di divorzio, e pare non ci sia dubbio – commentano diversi legali sentiti dalla stampa USA – che Amazon ricada nella fattispecie.

Bezos, che secondo Forbes è l’uomo più ricco del mondo, detiene il 16% delle azioni di Amazon, poca cosa rispetto a Zuckerberg, che, ad esempio, possiede il 51% di Facebook. La quota gli garantisce una considerevole influenza, ma non certo il controllo.

Se i due si separassero in maniera amichevole, Bezos potrebbe liquidare alla moglie il controvalore delle azioni che le spetterebbero. In fondo, lei non ama gli affari. In questo caso nulla cambierebbe nella governance del colosso di Seattle.

Nel peggiore dei casi, la vicenda, invece, si complicherebbe.  Se l’ex moglie avesse interesse a mantenere le azioni, Bezos potrebbe scendere fino all’8%, e questo cambierebbe decisamente i rapporti di forza nella società. Ad esempio, nei confronti di un investitore istituzionale come Vanguard, che ha in portafogli il 6% del pacchetto.  Ma non solo. Se MacKenzie reclamasse un posto nel board, nota l’Economist, potrebbe anche opporsi alle strategie del marito. Ad esempio, proponendo di alzare i salari. Amazon è già da tempo sotto l’attacco dei media per le proprie politiche.

Il divorzio di Bezos pone, quindi, qualche domanda agli azionisti. Il fondatore dovrà rassicurare il board sul fatto che sarò in grado di restare concentrato sugli affari. Anche perché esistono studi che dimostrano come un divorzio renda spesso i Ceo più inclini al rischio, per compensare rapidamente la perdita di ricchezza con maggiori guadagni.

Il nostro, dal canto suo, è tutto fuorchè un manager tipico. Poco incline a farsi controllare dal consiglio di amministrazione, dorme otto ore a notte, non fa riunioni dopo le 5 del pomeriggio e fino a poco tempo fa trovava sempre il tempo per leggere i romanzi della moglie. Almeno da questo punto di vista, la sua routine è destinata a cambiare.

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Frigoriferi a orologeria e lampadine “a obsolescenza”: la vita breve di elettrodomestici e smartphone

Questo articolo è stato pubblicato sul magazine StartupItalia! .

 

Frigoriferi che smettono di funzionare all’improvviso, orologi – letteralmente – con le ore contate, tostapane che non scaldano più. Per non parlare degli smartphone. Semplici difetti dovuti all’usura? Per qualcuno, il termine corretto è un altro: obsolescenza programmata. Ovvero la “data di scadenza” assegnata a prodotti più o meno tecnologici in maniera da costringere i consumatori all’acquisto di un nuovo modello, anche quando quello vecchio potrebbe essere riparato. Se solo si trovassero i pezzi di ricambio.

Obsolescenza sì, obsolescenza no?

Considerata da molti alla stregua di una teoria complottista fino a qualche anno fa, il concetto di obsolescenza programmata ha in realtà una storia lunga, che arriva fino agli anni Venti, quando un gruppo formato dai più grandi produttori statunitensi ed europei di lampadine (noto sotto il nome di cartello Phoebus) si accordò a Ginevra per ridurne artificialmente la vita a mille ore, in modo da mantenere alta la produzione.

A coniare l’espressione fu nel 1932 un agente immobiliare, Bernard London, che quell’anno pubblicò il terzo di tre saggi in cui proponeva l’accorciamento della vita dei prodotti come soluzione per uscire dalla Grande Depressione. Non solo. In sostanza, le industrie avrebbero potuto pianificare con maggior efficacia mettendo le fabbriche al riparo dai cambiamenti di gusti e abitudini di spesa dei consumatori.

Il cartello Phoebus si sciolse nel 1939, alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale. Ma, più di 80 anni dopo, sospetti si addensano su molti marchi accusati di vendere prodotti dalla durata limitata.  L’elettronica aiuta, come nel caso delle cartucce per stampanti: secondo alcuni, grazie al chip interno invierebbero il segnale di esaurimento inchiostro ben prima del limite, bloccando il dispositivo.

L’Unione? Non ha forza

Un atteggiamento stigmatizzato dall’Unione Europea, anche se i meccanismi comunitari rendono l’intervento estremamente complesso.  Il Parlamento, nel giugno 2017, approva una proposta di iniziativa dal titolo “Una vita utile più lunga per i prodotti: vantaggi per consumatori e imprese” (clicca qui). Tra i relatori, anche l’eurodeputato italiano Marco Zullo, del Movimento 5 Stelle.

“Ovviamente non si tratta di una legge – spiega Zullo a StartupItalia! – Quelle in Europa le fa la Commissione, che può emanare regolamenti e direttive. Ma è un sollecito a prendere posizione”. Purtroppo potrebbe arrivare fra diversi anni, precisa l’onorevole. “Le motivazioni che hanno spinto l’assemblea a chiedere un intervento sono di ordine ambientale ma anche economico: c’è tutta un’economia che ruota attorno alle riparazioni – prosegue – e crea posti di lavoro non delocalizzabili. Senza contare che una famiglia di 4 persone potrebbe risparmiare fino a 50mila euro nell’arco di una vita se solo gli elettrodomestici durassero di più”.

“Il punto è che Parlamento e Commissione hanno un atteggiamento antitetico – attacca Ugo Vallauri, co-fondatore di The Restart Project, organizzazione  con sede a Londra che si occupa delle tematiche legate all’obsolescenza. “Se il Parlamento è favorevole, in Commissione e nei governi nazionali si respira un’aria diversa: le lobby fanno pressione, e non è un caso che i paesi più ostili a una regolamentazione siano Italia, UK e Germania. Quelli, cioè, dove il settore della produzione di elettrodomestici è più forte”.  Una petizione per garantire la riparabilità dei prodotti (clicca qui per la versione italiana) è stata lanciata in questi paesi sulla piattaforma Change.org. Destinatari, i vertici di Bruxelles. Fino ad oggi nel nostro paese hanno firmato 1.700 persone.

Restart Parties: incontrarsi riparando gli oggetti di uso quotidiano

Restart Project è parta di una rete che tocca 12 paesi. L’organizzazione promuove eventi (“Repair Parties”) in cui riparatori esperti – ma non professionisti – aggiustano elettrodomestici che spesso non funzionano a causa di guasti banali, e insegnano come fare a chi è curioso. L’ultimo è stato organizzato a Milano nei giorni scorsi dalla costola milanese del progetto in collaborazione con Pc Officina. “E’ stato un successo, con una quindicina di partecipanti e più dell’80% dei prodotti riparati – racconta Savino Curci, responsabile dell’associazione – Tra questi ci sono tostapane, bistecchiere, radio e persino epilatori. Ripeteremo il 24 novembre a Cascina Cuccagna durante il festival di Giacimenti Urbani“.  Non a caso: l’associazione omonima si occupa di riduzione dello spreco di risorse ed è partner dei restarters milanesi.

Serge Latouche, economista e teorico della “decrescita felice” ha messo in risalto nel suo lavoro gli aspetti peggiori  dell’obsolescenza programmata. Tra cui quello dell’impatto ecologico: ogni anno centinaia di navi attraccano nei porti di alcuni dei paesi africani più poveri come Nigeria e Ghana per sversarvi rottami elettronici e computer ormai inservibili. Si calcola si tratti di 50 milioni di tonnellate ogni 12 mesi, l’equivalente di 1000 Titanic.

Eppure, per ridurre di molto il flusso di rifiuti, basterebbe rendere disponibili i pezzi di ricambio e mettere in rete i manuali tecnici. The Restart project ha pensato a un contributo originale: per ogni intervento effettuato in questi anni ha raccolto una scheda che riassume le operazioni eseguite e le difficoltà affrontate dai tecnici. I file sono già ottomila, e raccolgono le indicazioni sugli ostacoli più comuni che si frappongono alla riparazione; in molti casi, si suppone, architettati ad arte. Un archivio di valore, a disposizione di chi può tradurlo in azioni concrete.

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Coca Cola compra Costa Coffee: l’accordo per 3,9 miliardi di sterline

Coca Cola compra le caffetterie Costa. Il gruppo Whitebread, secondo quanto riportato dai media questa mattina, avrebbe venduto la catena per 3,9 miliardi di sterline, 16,4 volte il margine operativo lordo atteso per il 2018. L’acquisizione è la risposta della casa di Atlanta alla mossa di Nestlè, che ha recentemente stretto un accordo con Starbucks: il colosso svizzero ha comprato per 7,15 miliardi di dollari la licenza per commercializzare i prodotti a marchio Starbucks e di alcuni altri brand del gruppo. Due strade diverse nella guerra del caffè, settore sempre più interessante: se l’accordo raggiunto da Nestlè non prevede il passaggio di asset fisici, con la mossa di oggi Coca Cola prende il controllo diretto della catena Costa, diffusa in tutto il Regno Unito.

Trentadue paesi, 3.800 venues e 8.000 macchinette self service: questi i numeri di Costa Coffee. Con la vendita, Whitebread incamera liquidità e lascia un gruppo globale, che aveva acquistato nel 1995 per 19 milioni di sterline. All’epoca, Costa aveva solo 19 punti vendita.

La catena di caffetterie ha chiuso il bilancio il 31 marzo scorso con ricavi per 1, 292 miliardi di sterline, in crescita rispetto agli 1,202 dell’anno precedente. Il margine operativo lordo (ebitda) passa dai 231 milioni di pounds a 238 milioni.

Le bevande calde sono uno dei pochi segmenti restanti del panorama complessivo del beverage in cui Coca Cola non ha un marchio globale”, ha dichiarato James Quincey, il ceo della bevanda dalla lattina rossa. “Costa ci dà accesso a questo mercato attraverso una forte piattaforma del caffè”.

Antonio Piemontese
@apiemontese

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Un ponte tra Hong Kong, Macao e Shenzhen: la nuova Silicon Valley cinese vale 1000 miliardi

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su StartupItalia!

Cinquantacinque chilometri di piloni, asfalto e cemento armato possono cambiare le gerarchie dell’economia mondiale, trasformando un’area altamente industrializzata – ma politicamente disomogenea – nella nuova Silicon Valley. Manca il silicio, ma c’è la tutta la potenza di fuoco della Cina nel progetto che potrebbe vedere la Greater Bay Area trasformarsi nel quarto esportatore del mondo, scalzando il Giappone, con 67 milioni di persone e un’economia del valore complessivo di 1.000 miliardi di euro. Il ponte è già costruito,  taglio del nastro previsto per i prossimi mesi.

 

NUMERI DA CAPOGIRO PER IL PONTE DEI SOGNI –  Che siano infrastrutture fondamentali per l’economia è cosa nota, ed è stato evidenziato anche dopo la tragedia del ponte Morandi a Genova: ma se i territori connessi sono Shenzhen, Macao e Hong Kong, i numeri sono destinati a incidere sulle sorti del capitalismo globale.

Il piano del presidente cinese  Xi Jinping è semplice: cercare di sfruttare al massimo le sinergie fra l’industria cinese, i servizi finanziari di Hong Kong – britannica fino al 1997 – e il flusso di denaro attratto dai casinò di Macao, portoghese fino al 1999.

Entrambe le ex colonie, tornate in anni recenti  sotto la sovranità di Pechino, godono di uno status particolare nell’ambito della Repubblica Popolare.

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 “UN PAESE, DUE SISTEMI: LA SVOLTA DI DENG” – Un po’ di storia consente di comprendere meglio. Le trattative per il ritorno alla Cina, avviate nel 1979, rischiavano di arenarsi di fronte all’apparente rigidità del governo comunista. Hong Kong era amministrata secondo principi capitalisti, e l’obiettivo del Regno Unito era evitare l’azzeramento della tradizione politica e culturale occidentale che si era andata costruendo nel corso di 150 anni di dominio britannico.

La questione si risolse per mano di Deng Xiaoping, il padre delle “quattro modernizzazioni” e della via cinese al socialismo: una visione per certi versi eretica, che non escludeva il mercato, e fu la base dello sviluppo degli anni a venire. Fu Deng a coniare la formula “Un paese, due sistemi” per sigillare l’autonomia di Hong Kong e Macao, dotate di ampi margini pur rimanendo a tutti gli effetti sotto l’ombrello cinese. In pratica, Pechino decideva la politica estera e di difesa, ma ai territori era lasciata una libertà amministrativa che arrivava, addirittura, al mantenimento di una propria valuta. Uno status che le rese ponte tra Oriente e Occidente.

SHENZHEN: DA 30 MILA A 13 MILIONI DI ABITANTI – La rapida industrializzazione, che vide Hong Kong passare dai 600mila abitanti del 1945 agli attuali oltre 7 milioni, fu favorita anche dalla vicinanza della città di Shenzhen, divenuta Zona Economica Speciale sempre per volere di Deng. Il leader ne intuì il potenziale strategico.

Se la crescita demografica di Hong Kong è stata impressionante, quella di Shenzhen è stata, però, addirittura  strabiliante. La città è passata dai 30mila abitanti degli anni Settanta ai circa 13,5 milioni attuali nel corso di soli 30 anni – un primato mondiale – e ospita i quartier generali di giganti della tecnologia  come Tencent e Huawei.

I principi che regolano le Zone Economiche Speciali prevedono tassazione ridotta e policy tese ad attrarre investimenti stranieri. L’esperimento di Deng, senz’altro riuscito, è diventato caso di studio e ha creato le basi per lo  sviluppo successivo: quello che sarà innescato domani dal ponte, e da una “bretella” ferroviaria da 11 miliardi voluta dal governo per collegare Hong Kong alla rete ad alta velocità cinese. Già oggi gli scambi – merci e lavoratori pendolari – sono intensi: le nuove infrastrutture creeranno una conurbazione ancora più interconnessa.

I TIMORI DI HONG KONG PER L’AUTONOMIA – Un fenomeno che, in piccolo, ricalca gli schemi della globalizzazione. Il costo da pagare per scambi più facili è, spesso, un appiattimento della diversità culturale. Potrebbe essere così anche in questo caso.

Gli imprenditori sono ovviamente entusiasti, riporta Bloomberg. Horace Zheng – 38 anni, nome occidentale e cognome orientale – è abituato a operare su entrambi i lati del ponte, a cavallo tra capitalismo e socialismo. Vice presidente di Youibot Robotics, una startup, vuole che la Greater Bay Area “decolli”, riporta il media economico. Anche le compagnie straniere con sede nell’area sono estremamente attratte dalle opportunità commerciali.

Ma nella “società civile” a Hong Kong sono in molti a temere che la città possa essere fagocitata da Shenzhen, e quindi, metaforicamente, da Pechino. Una questione di identità culturale, ma non solo.  “E’ la vecchia tattica comunista di usare la politica economica per imporre controllo politico” dichiara, sempre a Bloomberg, Sonny Lo, professore di scienze politiche all’università cittadina. “Il ponte, la ferrovia – fino ad ora i governi di Pechino e Hong Kong si sono concentrati sull’hardware”  ha aggiunto Alvin Yeung, leader di un partito di opposizione, il Civic Party. “Ma il software che rende Hong Kong unica conta di più – aggiunge – Lo stato di diritto, la libera circolazione dei capitali, che dall’altra parte del ponte mancano”.

Hong Kong gode di una propria Legge Fondamentale (Basic Law), una sorta di Costituzione, modellata sulla base della common law britannica. Nonostante il potere di interpretazione della Carta sia esplicitamente lasciato all’Assemblea Nazionale del Popolo, il testo configura un sistema profondamente diverso da quello socialista. La giustizia è amministrata sulla base del diritto britannico, e le corti possono fare riferimento, come precedenti per orientarsi nella risoluzione delle controversie, alle decisioni di altri ordinamenti di common law. La diversità è stata tollerata dai gerarchi comunisti: ma, evidentemente, solo in ottica transitoria.

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2047, LA FINE DEL SOGNO DI UN’ENCLAVE OCCIDENTALE IN ORIENTE – “Nel lungo periodo saremo tutti morti” ripeteva Keynes. Ma la Cina, paese dalla tradizione millenaria, è abituata a ragionare in una prospettiva che agli occidentali, avvezzi alla democrazia e alle brevi alternanze che porta in dote, risulta incomprensibile. E lo è perfino ai cinesi di Hong Kong, formati in scuole e università di matrice britannica. L’illusione di una enclave occidentale in Oriente, con cui sono cresciuti, e con cui speravano di morire, potrebbe finire presto.

E’ la stessa Legge Fondamentale a rendere chiara la visione di Pechino. “Il sistema socialista e le sue politiche non saranno applicate nella Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong, e il precedente sistema e stile di vita capitalista resterà invariato per 50 anni” recita l’articolo 6 della Carta. Non dice “per almeno 50 anni”:  il termine è già fissato senza possibilità di dubbio, ed è il 2047. Il nuovo ponte  è un monito: ricorda al mondo che, nell’ottica del governo cinese, la transizione della città al socialismo è data per scontata.

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Quando la Sardegna cavalcava l’onda di Internet (e perché può ancora farlo)

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su StartupItalia

 

Una finestra affacciata sul mare, l’odore di sale che entra dai battenti aperti.  La brezza che spira a rinfrescare l’aria, le navi attraccate pronte a partire per chissà dove.

Benvenuti in Sardegna, dove la rivoluzione digitale italiana prese avvio 30 anni fa.  A innescarla, un mix (ripetibile?) di politica lungimirante, imprenditori capaci di rischiare, menti geniali attratte da una cornice da urlo che, probabilmente, ha giocato un ruolo nelle scelta di spostare la propria vita qui. Una storia ben nota nell’ambito dell’innovazione, ma poco conosciuta all’esterno; a volte, persino agli stessi sardi.

Oggi il clima è diverso da quello di un tempo. Sull’isola, le startup innovative sono solo 165 (1,85% del totale nazionale, dati Infocamere, aprile 2018): come in Liguria, meno che in Calabria (190) e poco sopra l’Umbria (153). Regioni, però, che non possono vantare la stessa tradizione.  Quelle che esistono sono di tutto rispetto, come Moneyfarm. Ma è indubbio che, negli anni, qualcosa sia andato perso.

Un tempo il web era una prateria sconfinata e tutta da scoprire; oggi i competitors sono numerosi, agguerriti e dotati di capitali astronomici.  Ma sognare  è lecito. Le competenze sono rimaste sul territorio, i voli low-cost rendono più facile muoversi da e per il continente, e la potenza delle connessioni veloci consente di lavorare e tenere riunioni in remoto senza difficoltà. Abbiamo ricostruito la storia del digitale in Sardegna per ricordare che c’è stato un tempo in cui l’immaginazione era l’unica risorsa. Pane, amore e fantasia. Vediamo come è andata.

 

 

ARRIVANO RUBBIA E GLI SCIENZIATI DEL CERN – Il nostro mentore in questo viaggio che sembra un gioco di incastri, tanto è ricco di rimandi, citazioni e risonanze è di quelli che c’erano. Mario Mariani oggi fa il venture capitalist e ha creato un acceleratore che funziona a pieno regime, The Net Value; ma negli anni Novanta, quando il web era un affare da università, respirava l’aria densa dell’innovazione assieme ai protagonisti dell’epoca.

Lo raggiungiamo al termine di un consiglio di amministrazione. “C’è stato un momento, in quel periodo, in cui alcune delle migliori menti del web mondiale erano di stanza a Cagliari – ricorda, ripercorrendo a ritroso la parabola –  Tutto nacque con la creazione del CRS4, e con la Regione che sigla un accordo con IBM per portare sull’isola un super computer. Di quelli che, allora, si vedevano solo nei film”.

A dirigere il CRS4 viene chiamato il fisico e premio Nobel Carlo Rubbia, che porta con sé un parterre di ricercatori ambiziosi e di talento. “Alcuni di loro stavano lavorando con il padre del web,  Tim Berners Lee – racconta Mariani – Lo dico per dare l’idea del livello delle competenze che si stavano radunando in città”. Stava nascendo Internet come la conosciamo adesso. E la Rete, da lì a pochi anni, avrebbe plasmato il mondo.

IL POTERE DELL’ECOSISTEMA –  La parola chiave è ecosistema. Ciò che è accaduto a Cagliari negli anni ’90, ciò che ha reso il capoluogo di una delle regioni più povere d’Italia l’epicentro del web nel nostro paese ha il volto di due persone estremamente note sull’isola.

Il primo è quello di un politico lungimirante, Antonello Cabras. Fu lui ad avere  l’intuizione di stringere il famoso accordo con IBM.

“Trent’anni fa qui nessuno sapeva cosa fosse l’informatica – prosegue Mariani – E lui, invece, cosa fa? Una joint venture con il colosso americano”. Il super-elaboratore fornito dalla società statunitense viene allacciato a Internet, che ai tempi collegava solo università e centri di ricerca, e utilizzava comandi vicini al linguaggio macchina. Mancava qualunque interfaccia utente, il “lato umano”, insomma, quello con cui abbiamo imparato a familiarizzare e che ha consentito una diffusione capillare della tecnologia.

Tutto nasce dall’intuizione di portare una forte discontinuità a Cagliari: un centro di ricerca di altissimo livello in una terra allora poverissima”. Rubbia fa da catalizzatore, dal Cern e da tutto il mondo in tanti rispondono al richiamo del luminare: e la cavalcata può cominciare.

IL FIUTO PER GLI AFFARI –  Mentre da una parte attorno al CRS4 si raccoglie una comunità di scienziati di talento, a pochi chilometri di distanza qualcosa si muove. Strade differenti che, improvvisamente, si intersecano.

Il secondo protagonista di questa storia è molto conosciuto anche fuori dalla Sardegna. Ha sempre fatto l’editore, e ai tempi è proprietario di Radiolina e Videolina,  rispettivamente la prima radio e televisione locali sarde. Si chiama Nicola, ma ai più è noto come Nichi. Di cognome fa Grauso.

 

Nicola Grauso

All’epoca con l’editoria si poteva guadagnare. Dotato di fiuto, senso del rischio, disposto a mettere sul piatto molto di quello che aveva per seguire l’intuizione del web, Grauso decide di informatizzare la redazione dell’Unione Sarda, il quotidiano di sua proprietà, introducendo la videoscrittura. I giornali, in quegli anni, erano ancora composti “alla vecchia maniera”: Grauso, invece, dota tutti i redattori di pc da tavolo e word processor, e fornisce i grafici di un software per impaginare. Ma, soprattutto, crea una rete locale aziendale – oggi la chiameremmo intranet – per condividere i contenuti all’interno dell’ufficio.

A gestire la transizione tecnologica è chiamato un olandese, arrivato in città per amore di una donna: è Reinier van Kelij, un dottorato in tasca e la voglia di vivere vicino alla sua compagna.

L’UNIONE SARDA: NASCE IL PRIMO GIORNALE ONLINE EUROPEO –  “La città è il luogo in cui si può trovare una cosa mentre se ne cerca un’altra” scriveva il sociologo urbano Ulf Hannerz. Da un accumulo di energie concentrate nello stesso spazio-tempo può nascere un’esplosione. Basta una scintilla, e lo stato di grazia in cui tutto appare possibile si sostanzia in mille progetti.  Concreti. “Stato nascente” lo definisce un altro sociologo, Francesco Alberoni. Il lavoro diventa febbrile, i limiti sembrano inesistenti; arriva un momento in cui l’entusiamo lascia il posto alla realtà, e anche in questo caso sarà così. Ma è in questo modo che nascono le rivoluzioni.

“Van Kleji conosce Pietro Zanarini, uno dei ricercatori che dal Cern di Ginevra era venuto a lavorare in città – e vive ancora qui tra l’altro” prosegue Mariani. “Un po’ per scherzo,  i due si chiedono:  perché non proviamo a realizzare un programma che pubblichi sul web in automatico gli articoli dei giornalisti dell’Unione Sarda?”.  La rete aziendale c’era: il magazine era già online, in un certo senso. Il problema era portarlo fuori dalle mura della redazione.

L’unico giornale che all’epoca aveva un’edizione online era a San Francisco. Siamo tra il ’90 e il ’92. Senza dir nulla all’editore, viene acquistato il dominio http://www.unionesarda.it. I due si mettono al lavoro, e nel giro di qualche tempo mettono a punto il software  – un antenato di quelli che oggi chiameremmo CMS – per condividere il quotidiano non ancora stampato.

Fanno tutto di nascosto, si diceva. “Ma dopo tre mesi la voce si sparge: i nostri connazionali nelle università di tutto il mondo leggevano l’Unione Sarda e si informavano sul web sui fatti italiani. E’ paradossale – ammette  – Vivevano negli Usa, ed erano in grado di conoscere le notizie del Belpaese prima di chi stava qui, perché la prima edizione, fresca di stampa arrivava in edicola solo alle cinque, mentre con il collegamento internet la condivisione era immediata”. Tutto scontato, con gli occhi di oggi; ma, per capire la portata della novità, bisogna tornare a un mondo in cui i cellulari erano nati da poco e fare un’interurbana era un salasso.

GRAUSO, LA FEBBRE COMINCIA A SALIRE – “Grauso, letteralmente, impazzisce per questa novità, e fonda quella che a mio parere è la prima vera startup in Europa” prosegue Mariani. Nasce Video On line (VOL), provider che fornisce accesso alla rete e ha base in Sardegna.

Grauso pensa a un sistema aperto, differente anche da quello di America On Line (AOL), e comincia a vendere l’abbonamento ai propri servizi distribuendo gratis il floppy disk per connettersi assieme ai propri giornali. “La sua genialità? Fu capire che un giorno tutti avrebbero fatto lo stesso”.

“Essendo molto intelligente ” – e anche molto ricco – “Grauso prende a corteggiare le migliori menti del web mondiale, a partire da Nicholas Negroponte. Li aggancia e li porta in Sardegna con il suo jet privato, dove trovano un humus decisamente fertile per portare avanti il proprio lavoro”. E si sa, il talento attira il talento.

Dalla Silicon Valley a Boston, l’imprenditore è instancabile nel suo inseguimento. Sceglie i nomi, li punta, e li convince a collaborare con VOL. Tutte le migliori menti del settore arrivano a Cagliari. “Ad esempio i canadesi, i migliori nell’ambito dei motori di ricerca. Ben prima di Altavista e Google c’era Fulcrum”.

Mariani stesso si innamora del web, e lascia il posto fisso in Regione per lavorare nell’azienda, settore marketing. “Vendevamo i domini  alle piccole e grandi imprese” ricorda. Qualche nome? Agip o  Corriere della Sera, entrambi agli inizi della propria avventura digitale.

Tra le idee geniali che nascono in quel periodo, quella di Luca Manunza: un’interfaccia che consente di leggere l’email senza essere esperti di codice. Era nata la webmail. Peccato che Manunza, in pieno spirito hacker, metta il codice sorgente in Rete a disposizione di tutti. Sei mesi dopo, dall’altra parte del mondo, nasce Hotmail. Ma questa è un’altra storia.

 

UN DISTRETTO WEB IN SARDEGNA –  In poco tempo VOL cresce verticalmente e raggiunge 70mila abbonati: Tin, la divisione creata da Telecom per cavalcare l’onda del web, ne ha solo 2mila, per intenderci, in gran parte dipendenti. “Insomma, Telecom non sapeva fare web” chiosa Mariani con una battuta, ma non troppo: tanto è vero che l’operatore telefonico se ne accorgerà, e comprerà l’azienda da Grauso.

A Cagliari ci sono ormai centinaia di persone che lavorano su internet. A questo punto entra in gioco un terzo personaggio, destinato a incidere profondamente sul destino dell’isola. Ma facciamo  un passo indietro.

Renato Soru viveva in Repubblica Ceca e si occupava di investimenti immobiliari.  Aveva lavorato in finanza, e in quell’ambiente aveva utilizzato i terminali di Bloomberg, imparando a conoscerne le potenzialità.

Di passaggio in città, una sera incontra Grauso, che gli mostra la sua  VOL. Il progetto  gli piace, e, forte delle licenze software di cui l’imprenditore era in possesso e di uno staff già formato, decide di  “esportare” il provider in Repubblica Ceca. Czech on line è un successo clamoroso, che ripaga abbondantemente l’investimento. Due anni dopo Soru realizza la propria exit e coi soldi ricavati fonda Tiscali.

L’Europa mette fine al monopolio di Telecom, Grauso ha appena venduto VOL, le strade si incrociano ancora: molte competenze sono “libere” sul mercato, pronte a raccogliere la nuova sfida lanciata da Soru. Anche quella volta, Mariani c’è. “La  nuova compagnia si chiamava Telefonica della Sardegna e nasceva, letteralmente, con tre persone in una stanza sedute attorno a un tavolo: Renato Soru, me e Paolo Susnik“.  I primi anni sono sfolgoranti: la società apre la porta all’internet gratuito – niente più abbonamento ai provider – e il titolo vola in Borsa, complice anche l’esaltazione che condurrà alla bolla delle dot com. Nel periodo di massimo splendore Tiscali assomma un migliaio di dipendenti, tra cui 250 ingegneri, ed è presente in 15 paesi.

Internet cresce, e Cagliari e il suo circondario assumono sempre più la connotazione di un distretto web. Una concentrazione di competenze eccezionale per un territorio che, di tecnologico, fino a quel momento aveva avuto poco. Ma la ruota era destinata a girare: la parabola, arrivata allo zenit, stava per invertirsi.

IL DECLINO ARRIVA CON L’ADSL –  Il resto è storia abbastanza recente. Nei primi anni duemila qualcosa si inceppa. “Il mercato cambia con il passaggio dalle connessioni dial up all’Adsl, e il web diventa un gioco per grandi” riprende Mariani. “Tiscali fu molto brava a interpretare internet prima dell’Adsl – riflette il venture capitalist  –  non altrettanto dopo. Il modello di business era diventato completamente diverso, molto capital intensive”. Un gioco da giganti, che richiede investimenti da centinaia di milioni di euro. Soldi che in Italia non ci sono.

Tiscali, pur ridimensionata, resta un’azienda dal forte impatto sul territorio. Ma i numeri scendono, la realtà riprende il sopravvento e il baricentro dell’innovazione torna sul continente.

L’impatto di quella stagione epica in cui il centro del web in Italia era nel capoluogo sardo continua, però, a sentirsi. Manca il grande nome, quello che fa titolare i giornali; ma in città, e in Regione, è tutto un fiorire di piccole – e in qualche caso medie – imprese ad alto tasso di tecnologia. Come Moneyfarm, che di recente ha vinto un round da 46 milioni di euro ed, all’inizio, è stata incubata in Net Value, l’acceleratore di Mariani.

“La verità – commenta lui – è che quella stagione è passata, ma le competenze sono rimaste qui. Molti manager e dipendenti che hanno vissuto quegli anni in prima persona hanno gemmato, e messo in piedi le proprie aziende”. Che non sono forse grandi, ma sono molte, e diffuse sul territorio; anche nelle altre province.

La Sardegna, terra tradizionalmente di emigrazione, sta tornando ad essere attrattiva? Presto per dirlo. Ma qualcuno, nonostante il boom sia alle spalle,  comincia a pensarci.

Come Antonella Arca, che, laurea in ingegneria informatica, dopo dieci anni all’estero tra Spagna e Inghilterra ha staccato di nuovo il biglietto per Cagliari per fondarci la propria startup, Make tag. La tecnologia software sviluppata attira l’attenzione di Paola Marinone, founder della più grande Buzzmyvideos: Arca vende, e realizza – a 34 anni – la sua prima exit. Ma, ed è la cosa più importante, comincia a pensare al business in maniera diversa; in maniera, cioè, che possa avere un impatto sul territorio.

 

 

“Volevo contribuire allo sviluppo della mia regione – spiega  –   mettendo in gioco la rete di contatti costruita negli anni, e qualche vecchia conoscenza”. Nasce così il Digital Creativity Summer Camp, organizzato dall’Università di Cagliari della prorettrice Maria Chiara Di Guardo in collaborazione con Arca, Marinone e The Net Value.  L’evento ha portato in città a fine giugno più di 50 professionisti del digital provenienti da tutta Europa. Per quattro giorni i partecipanti hanno seguito corsi di altissimo livello tenuti da docenti come Neil Maiden, della City University di Londra,  e Joshua Kerievsky, fondatore di Industrial Logic. Tutto gratuito. “Con queste iniziative e il Contamination lab vogliamo creare un ponte tra innovazione e imprese – precisa Di Guardo – e attivare un network che alimenti l’ecosistema di Cagliari”. Lo schema per puntare a un Rinascimento? Quello collaudato: portare in città persone di talento, cercando, possibilmente, di trattenerle. Molte cose sono cambiate in questi anni, e non tutte in negativo. La disponibilità di voli a basso costo per tutte le principali capitali europee, ad esempio, e le connessioni ad alta velocità, che consentono di lavorare in remoto.

”E’ il mio modo di restituire qualcosa alla città” riflette  Arca. “La parte commerciale di un’impresa ha bisogno di una sede in città più grandi; ma il software può essere sviluppato ovunque. Molti vanno all’estero, magari in Oriente; e allora perché non in Sardegna, dove l’ecosistema e le competenze ci sono da anni?“.

Mariani conferma. “Qui non è raro ricevere un finanziamento regionale per la propria impresa innovativa. Le startup hanno un palcoscenico globale: in un’epoca come la nostra, l’insularità non è un limite insuperabile. Venire a Cagliari o a Milano, per un cliente di  Londra, è praticamente la stessa cosa. Insomma, avere sede qui può essere un limite per chi lavora con l’Italia; ma per le startup, che per definizione propongono un modello replicabile e scalabile, direi di no”. Col vantaggio che in Sardegna c’è il mare, e la qualità della vita è alta.

La conclusione di questa storia fatta di andate e ritorni di fiamma l’abbiamo chiesta proprio a Grauso. La voce al telefono è calma, cortese. Poche parole, stile laconico. Formidabili quegli anni, Grauso. Cosa conta per ripetere quell’esperienza? “Una cosa sola –  risponde – La visione.”

@apiemontese

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