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Porte girevoli

Se riuscite a recuperarlo, leggete questo articolo di Stefano Feltri su Domani. Il tema sono le carriere che troppo facilmente dalla politica proseguono verso il settore privato. L’ultima caso è quello di Marco Minniti, ex ministro dell’Interno e sottosegretario con delega ai Servizi Segreti, fino a due giorni fa parlamentare . Minniti si è dimesso ed è passato però da pochi giorni a Leonardo (ex Finmeccanica, molto attiva nel comparto militare), dove guiderà una fondazione attiva nella promozione dei rapporti tra Mediterraneo e Medio Oriente, insomma, più o meno le stesse aree del mondo su cui aveva lavorato da politico. Riporto un estratto, che sintetizza la questione. “I Cinque Stelle hanno imposto il tema della ‘casta’, convinti che conquistare una ‘poltrona’ fosse il punto di arrivo di una carriera, la garanzia di uno stipendio alto e privilegi. Ma dai tempi dei Vaffaday del M5s le cose sono cambiate: ora un passaggio in parlamento o al governo è una fase transitoria per accumulare relazioni e informazioni che poi verranno ben remunerate dal settore privato“. Non è l’unico. Non è ora di affrontare il fenomeno apertamente e provare a regolarlo, come si sta cercando di fare con le lobby?

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Populismo e investimenti

Non solo investimenti. Nel mezzo della discussione sull’uso del Recovery Fund, fanno bene Tito Boeri e Roberto Perotti, autori di questo articolo uscito su Repubblica, a sottolineare che il piano Marshall partì solo tre anni dopo la fine della guerra. In altre parole: va bene investire, ma le categorie più svantaggiate vanno aiutate. Adesso.

Si può essere populisti parlando di sussidi a pioggia; ma lo si diventa, e giova ricordarlo, anche insistendo unicamente su prospettive ventennali, per forza di cose attraenti solo per le elite (è il caso di chiamarle così) dallo stipendio garantito, mentre metà del paese non arriva alla terza settimana del mese.

Riporto un estratto dell’articolo di Boeri, che povero certo non è ma è stato presidente dell’INPS e quindi conosce bene la situazione. “La teoria e il buon senso ci dicono che la risposta corretta a uno shock temporaneo come una pandemia, combinato con un massiccio impoverimento delle categorie più deboli, sono sussidi alle persone e alle imprese, ben concepiti. Le ingenti risorse del Recovery Fund sono invece dedicate quasi esclusivamente a investimenti pubblici per la ricostruzione, come se la guerra fosse finita. A differenza che nel caso del Piano Marshall, avviato tre anni dopo la fine delle ostilità, oggi siamo ancora lontani dalla vittoria finale. Si parla molto anche di una riforma radicale e simultanea di tutte le tasse. Obiettivo condivisibile, ma ci si dimentica che questo strumento non ha alcun effetto sulla povertà: non cambia niente per chi già in partenza non paga le tasse o ne paga pochissime, perché troppo povero. Ciò di cui abbiamo bisogno è una riforma altrettanto onnicomprensiva degli ammortizzatori sociali“.

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Vaccino Covid, cosa significa per Londra arrivare primi

L’approvazione del vaccino Pfizer-BioNTech da parte dell’ente di vigilanza britannico, primo al mondo, ha un impatto pratico (ovviamente, quello legato alla protezione della popolazione) ma anche un significato politico molto più ampio. Il vaccino sarà disponibile dalla prossima settimana. Da Europa e USA, invece, non ci sono notizie sui tempi.

Il Regno Unito è tra i paesi più colpiti dal coronavirus dal punto di vista economico, in parte anche per le scellerate decisioni del premier Boris Johnson nelle fasi iniziali. Johnson sottovalutò i rischi puntando a un’immunità di gregge molto costosa in termini di vite umane per garantirsi una ripresa precoce, salvo poi, ammalarsi egli stesso, e correggersi nel giro di qualche settimana. La pandemia ha toccato Londra nel momento peggiore: pochi mesi prima, il paese aveva sbattuto per l’ennesima volta la porta in faccia all’Unione Europea e chiuso la telenovela Brexit, che durava da oltre tre anni.

Un problema serio, perché l’economia non beneficerà del generoso Recovery Fund messo in piedi da Bruxelles.

Oggi il Regno Unito è un paese solo, con le mani libere, ma che viaggia in mare aperto senza scialuppe. Avere approvato per primi il vaccino significa cominciare a distribuirlo subito e poter, quindi, sperare in un recupero più rapido. Ma non solo: significa anche guadagnare le copertine dei notiziari, e soprattutto: siamo qui, non siamo morti. Siamo sempre uno dei paesi più avanzati al mondo dal punto di vista tecnologico. Venite da noi, ce la possiamo fare.
Oltre che di impatto per gli investitori esteri, l’annuncio rinvigorisce il morale sul fronte interno.

Che basti, non è detto. I prossimi anni saranno duri, e a Downing Street lo sanno bene. Inoltre, l’attendismo delle agenzie del farmaco europea e americana sull’approvazione è un segnale chiaro: meglio andare sul sicuro che rischiare un nuovo disastro, in termini di vite umane e di immagine internazionale. Ma la tentazione, per Londra, è stata troppo forte: dopo una serie di sconfitte a cui il paese non era abituato, quello di oggi è il primo colpo messo a segno da tempo. O l’ennesimo flop di un leader nato per stupire, forse non per governare.

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È giusto che i manager pubblici siano pagati poco?

Non mi appassiona la vicenda dello stipendio di Tridico. Scandaloso trovo, anzi, il fatto che il presidente di un istituto (l’INPS) che è il primo centro di spesa italiano guadagnasse molto, molto meno rispetto ai dirigenti di prima fascia delle amministrazioni pubbliche. Chi può lamentarsi che i migliori restino nel privato se li paghiamo poco? E che il pubblico non funzioni? La retroattività mi sembra inopportuna, chiaramente, e lo sarebbe anche se dalle verifiche ne emergesse la correttezza dal punto di vista tecnico.

Ma, come spesso accade, si sta strumentalizzando una vicenda su cui sarebbe opportuno, invece, discutere in maniera aperta e schietta, da paese moderno. Perché il tema è lo stesso del taglio allo stipendio dei parlamentari: se vogliamo che a scrivere le leggi della Repubblica (o meglio, a votarle) siano persone preparate, va dato atto che la competenza costruita in anni di studio e di professione va ricompensata. E non facciamone una questione di spirito di servizio: a nessuno piace rinunciare ai quattrini. Detto, per inciso, da un giornalista freelance di sinistra.

Ma il punto, per gli scontenti e pure per la sinistra, è proprio questo: con l’invidia sociale si passano le serate al bar, ma si resta poveri. Meglio offrire a chi ha voglia di rimboccarsi le maniche una strada chiara da seguire per migliorare la propria condizione: la ragionevole certezza che l’impegno sarà ricompensato. E che certe nomine non siano solo, come appare spesso ora, un terno al lotto, questione di fortuna.

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Dalla Brexit alla pandemia, così nasce la nuova Europa

C’è un filo rosso che accomuna il voto britannico del 2016 con il risultato ottenuto ieri notte dal Giuseppe Conte, oltre 200 miliardi di euro ripartiti tra prestiti a lunghissima scadenza e aiuti a fondo perduto.

Nel giugno di quattro anni fa, l’Unione era sul ciglio di un baratro. La pressione dei migranti ai confini, i postumi della recessione mai completamente smaltiti se non nelle grandi città, la proposta di soluzioni che un tempo – dieci anni fa – si sarebbero dette xenofobe e oggi sono state nobilitate con il nome di sovranismo la tenevano alle corde. Personalità interessate alla propria carriera politica più che al bene comune (Farage, Salvini, Le Pen, tra gli altri) avevano guadagnato consensi crescenti. Pensando di poter gestire il problema affrontandolo di petto, David Cameron concesse il referendum su Brexit, convinto di vincerlo.

Ma, dopo una campagna elettorale giocate sulle menzogne, a prevalere fu il Leave.


Sin da subito Londra fece la voce grossa. “Brexit means Brexit” andava ripetendo Theresa May, convinta che un consesso, come era quello di Bruxelles, sempre incapace di trovare l’accordo su poche, ma nodali, questioni relative all’integrazione continentale (politica estera e fiscale, su tutte) non sarebbe stato in grado di raggiungere una visione comune sull’uscita del Regno Unito. Divide et impera, dicevano i Romani. Che era la cifra della presenza britannica nelle istituzioni continentali.

May si sbagliava. Fu nel no alle smargiassate di Londra che cominciò a prendere forma l’embrione di una nuova di Europa. Un’entità in cui le differenze nazionali continuano a esistere, ma sono bilanciate da una volontà altrettanto forte di cooperare che finalmente ha trovato modo di manifestarsi.

I semi gettati negli anni precedenti stavano giungendo a maturazione.  Oggi, negli uffici che ospitano la classe dirigente continentale, sempre più spesso le scrivanie che contano sono occupate da membri a pieno titolo dalla “generazione Erasmus”, quella che ha potuto approfittare dell’Unione per viaggiare, studiare e arricchirsi; il tutto mentre un’altra coorte di giovani, quella dei nati a cavallo del millennio, sta arrivando al voto. E si tratta di ragazzi che la lira (o il franco, il marco, il peso) non l’hanno mai conosciuto. Così come non hanno mai conosciuto la frontiera con la Francia o con l’Austria: per loro è naturale muoversi e oltrepassare distrattamente valichi che hanno significato sangue e terrore per secoli.


Londra, la terra promessa


Nel momento più duro della crisi 2008-2012, Londra esercitò un fascino eccezionale su chi cercava una seconda chance. Furono moltissimi i connazionali che si trasferirono in riva al Tamigi in cerca di fortuna, a volte trovandola, a volte no. Molti furono i delusi. La comunità tricolore rese la capitale britannica la terza città italiana, con oltre mezzo milione di abitanti.

Per questo il maldestro tentativo di distacco dall’Unione portato avanti da Downing Street ci coinvolse tanto: tutti avevano un parente o un amico che aveva attraversato la Manica. E fu così che, per la prima volta, il dibattito europeo entrò quotidianamente in un palinsesto televisivo che lo relegava ai margini.
A forza di sentir parlare di Brexit, la popolazione cominciò a conoscere pregi e difetti dell’Unione e a farsi un’idea propria. Grazie agli oppositori alla Salvini, ma anche alle difese appassionate.

Pur non volendo, Londra offrì un contributo fondamentale alla causa europea: tra ripensamenti, elezioni, leader da fumetto, manifestazioni di protesta, ci mise ben tre anni per lasciarsi alle spalle il Continente. La fuga dall’Europa venne percepita dai più per quello che era: un’operazione politica orchestrata da leader piccoli, che avevano sfruttato il malcontento popolare per diventare grandi. Ma certi treni passano una volta sola.


Il recovery fund


Per questo, al dibattito sul Recovery fund le opinioni pubbliche sono arrivate molto più preparate rispetto a qualche anno fa. E l’esempio della Gran Bretagna, ancora una volta, è servito: fuori dalla Ue, e con una crisi da coronavirus devastante (peggiorata dalle incertezze del premier Boris Johnson) Londra non potrà avvalersi del mutuo supporto cui avrebbe avuto diritto.

Raramente la sorte ha giocato contro un paese in maniera così sfacciata. L’Europa, che si era mostrata compatta parlando con la voce del capo negoziatore Michelle Barnier e stava per approvare il bilancio 2021-2027, aveva margine di manovra grazie alla vastità di un territorio colpito in maniera molto disomogenea dalla pandemia, e che per questo poteva redistribuire risorse laddove necessario. Perché fu subito chiaro che il recupero sarebbe stato lungo e che da questa prova i Ventisette sarebbero usciti assieme. L’alternativa era che il banco saltasse definitivamente.

Questo spauracchio ha pesato sicuramente nelle trattative. Si è discusso allo sfinimento, ma, una volta verificato che la frattura non è solo tra paesi “cicale” e paesi “formiche”, ma tra realtà colpite in maniera più o meno forte dal virus, la conclusione è stata più o meno questa: chi vuole andarsene, da oggi è libero di farlo. Le conseguenze, il Regno Unito insegna, sono sotto gli occhi di tutti. Per questo era inevitabile che si arrivasse a un compromesso, fatta la tara al posizionamento elettorale di leader come l’olandese Rutte, pronto a incassare la cedola dell’opposizione alle elezioni del 2021.


Il futuro e il piano di riforme


Ora si tratta di fare buon uso dei denari ottenuti. Conte, che si è dimostrato un abile politico nei cinque mesi (e non nei cinque giorni) di trattative con gli altri paesi, dovrà dimostrare di avere un piano serio di investimenti strutturali, di riforme (tra cui quella del lavoro e l’abolizione della sciagurata quota 100), misure per la riqualificazione della popolazione e la diffusione di competenze informatiche e inglese. È anche il momento per parlare di Europa, finalmente, in una chiave positiva.

L’Italia ha incassato il capitale di fiducia guadagnato piegandosi nel 2012. E, checché se ne dica, la riforma in un sistema pensionistico come il nostro era indifferibile. Ma a prendersene la responsabilità e gli oneri fu la sola Elsa Fornero, cui, invece, andrebbe tributato un grazie.
In sintesi: quella di oggi è un’occasione irripetibile per trasformare il piombo della pandemia in oro, un’occasione che l’Italia – e non solo – non può permettersi di perdere.

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WeTransfer punta sulla sostenibilità e sfida Microsoft. L’intervista al Ceo Willoughby

È uno dei servizi più popolari al mondo, “uno di quelli – racconta il ceo – a cui gli utenti sono più fedeli”. Sono in pochi a non aver mai inviato un file con WeTransfer, magari ingannando l’attesa con uno dei quadri presenti in home page. Nata in Olanda nel 2009 dall’idea di due ragazzi stanchi di spedire chiavette USB in giro per la città con i corrieri, di acqua sotto i ponti, in un decennio, ne è passata parecchia. La rivoluzione tecnologica, e non solo. Nuovi stili di vita, abitudini consolidate messe in soffitta, Greta Thunberg in prima pagina su tutti i giornali e una pandemia che sta cambiando il mondo.

Contestualizziamo. Dieci anni fa, il climate change era un’argomento buono a riempire i buchi quando le redazioni non avevano di meglio da scrivere. I freelance erano figure mitologiche, i grandi gruppi del coworking erano di là da venire. Ai tempi, attaccata al portachiavi di molti faceva bella mostra una pen drive. Nei negozi – sembra preistoria – si vendevano ancora i cd. Il cloud c’era già, ma se ne parlava poco. Per trasferire contenuti di grosse dimensioni esistevano le “gigamail”, certo, ma bastavano a malapena per qualche foto; chi voleva di più doveva ricorrere a servizi professionali, quindi a pagamento. Un costo quasi mai giustificato.

La realtà di oggi è profondamente mutata. La “nuvola” ha mandato in soffitta i vecchi device, mentre gli smartphones sempre più potenti, le connessioni veloci e una serie di nuovi software consentono di lavorare in mobilità. La storia di WeTransfer è quella di un’azienda nata intercettando un bisogno del mercato ma capace di  adeguarsi al cambiamento incessante, e che per sopravvivere alla giungla digitale ha scelto di puntare su un asset estremamente potente: la community.

Quella dei grafici, dei liberi professionisti, dei freelance. In una parola, il popolo dei creativi. Quello che era un semplice servizio di trasferimento file ha cambiato pelle di anno in anno, e oggi, oltre e oltre al core business, propone un ecosistema di prodotti, tra cui un digital magazine focalizzato sui nuovi artisti internazionali che vanta collaborazioni con Bjork e la Nelson Mandela Foundation e un tool, Paste, che prova  a sfidare il monopolio di PowerPoint.

Abbiamo incontrato il ceo Gordon Willoughby, ex di Amazon, che ci ha spiegato come, nonostante la recente certificazione B-Corp, quello di WeTransfer resti “proper business”. “Non siamo una charity o una ONG” ha sottolineato. Ma la scelta di spostare l’attenzione dal mero conto economico alle persone, a sentir lui, paga. Anche nel tech.

Gordon Willoughby (ceo WeTransfer): “La nostra community? Meglio di Apple”

 

StartupItalia: Cominciamo dalla fine, cioè dalla notizia più recente. WeTransfer ha recentemente ottenuto la certificazione B-Corp. Perché avete scelto di intraprendere questo percorso?

Gordon Willoughby: A dieci anni dalla fondazione ci siamo chiesti: che tipo di business vogliamo essere nei prossimi dieci? Da qui, la scelta di puntare a diventare B-Corp è stata logica, anche se si tratta di sottoporsi a un processo molto rigoroso che prende in esame 5 o 6 aree, senza limitarsi a quella finanziaria.

StartupItalia: Pensa che essere sostenibili sia cool? Suggerirebbe lo stesso percorso ad altre compagnie tech?

Gordon Willoughby: Non definirei il nostro percorso come “cool”: direi, piuttosto, che è necessario. C’è una crisi climatica in corso: diventare B-Corp non significa essere una charity né una ONG ma diventare sostenibili. Il problema è come continuare a fare business in senso stretto, ma farlo pensando al bene comune.

StartupItalia: Ci sono altre società tech che hanno fatto la stessa scelta?

Gordon Willoughby: Pensiamo di essere una delle più grandi tech company a diventare B-Corp. Siamo l’esempio del fatto che anche nel nostro settore è possibile.

StartupItalia: In che modo l’adesione a questi standard si rifletterà sulla vostra attività? Non è un mistero che il traffico di dati sia molto inquinante per una serie di fattori che vanno dai consumi elettrici al raffreddamento dei data center. Insomma: al di là dello storytelling, come farete ad essere davvero sostenibili?

Gordon Willoughby: La squadra di B-Corp che certifica le aziende ha valutato l’impronta ecologica di WeTransfer guardando al complesso delle nostre attività, non solo, quindi, alle emissioni di anidride carbonica. Ad esempio, il consumo di acqua all’interno dell’azienda: adesso abbiamo un water management system che prima neanche immaginavamo. Ma c’è anche un altro tema importante: quello della filiera. Preferire fornitori sostenibili abbatte le emissioni, e la nostra supply chain è improntata a questo. Per questo usiamo data center di un’azienda che ha intrapreso un percorso in questo senso.

StartupItalia: C’è altro?

Gordon Willoughby: Facciamo ricorso moderato a viaggi di lavoro e pendolarismo. Il telelavoro ha funzionato meglio e molto più facilmente di quanto immaginassimo. E, diciamocelo, è anche più popolare tra i dipendenti. Insomma, stiamo diventando una remote company: dopo la crisi Covid, ci aspettiamo che i dipendenti vadano in ufficio non più di due giorni a settimana.

StartupItalia: Per sempre?

Gordon Willoughby: È una sperimentazione che durerà sei mesi, ma speriamo di mantenere questa policy per sempre dopo averne verificato i risultati. Inoltre, abbiamo cominciato a comprare prodotti locali e valutiamo nell’ottica della sostenibilità anche l’hardware che acquistiamo, dai laptop agli smartphone aziendali.

StartupItalia: Credete che rispettare questo tipo di vincoli avrà un impatto dal punto di vista finanziario?

Gordon Willoughby: Lo scorso settembre, quando sono andato dal board a proporre di diventare B-Corp, ho affermato tre cose. Innanzitutto, che è la scelta giusta da fare: molti dei nostri users fanno parte della comunità dei creativi, sono estremamente consapevoli della crisi climatica e vogliono davvero comportarsi in maniera responsabile: quindi questo percorso rende il nostro brand più forte.

StartupItalia: Quali sono le altre due?

Gordon Willoughby: La seconda è che una società responsabile dal punto di vista ambientale è più attrattiva per potenziali dipendenti: ci aiuta a trovare nuove persone di talento e a trattenere quelle che già abbiamo. E questo, in città molto competitive come Londra, New York, Los Angeles, è un punto decisivo per molti dei candidati a cui facciamo colloqui. Infine, credo che questo atteggiamento crei una investment proposition più attraente.

StartupItalia: Lasciamo per un momento da parte la sostenibilità. Qual è, se dovesse individuarlo, il main asset di WeTransfer?

Gordon Willoughby: Penso sia il brand e quello che rappresenta per i nostri utenti. Cerchiamo di produrre dei tool che rendano più semplice il lavoro di chi li usa e credo che questo sia il nostro valore principale: il fatto che la gente pensi a WeTransfer come a un mezzo per facilitare la propria creatività.

StartupItalia: Quindi il vostro asset principale è la community?

Gordon Willoughby: In un certo senso, sì. Abbiamo un legame molto stretto con la user base. Una delle cose che mi ha attratto verso WeTransfer da Amazon, dove lavoravo prima, è stata proprio la community, come la chiama lei.  Abbiamo uno tra i net promoter score (l’indice che valuta la fedeltà in una relazione impresa-cliente, ndr) più alti tra tutte le tech company, tra 70 e 80 punti, il che ci posiziona sopra a società come quella di Bezos ma anche a Netflix o Apple. Questo comporta enormi vantaggi, tra cui il fatto che la community è molto aperta nei riguardi di tutte le iniziative che decidiamo di intraprendere.

StartupItalia: Quanto vale WeTransfer?

Gordon Willoughby: È una private company, quindi non è quotata…

StartupItalia: Chi sono i vostri competitors al momento?

Gordon Willoughby: In generale, nessun’altra società fa quello che facciamo noi, perché abbiamo in portafoglio cinque prodotti che coprono tutto il flusso di lavoro creativo. Quindi, se le lo consente, risponderei separatamente. Dal punto di vista del trasferimento dati, potrei dire DropBox, anche se il servizio che forniamo non è esattamente lo stesso. Se guardiamo al nostro digital magazine, che si focalizza su idee in grado di ispirare, penso ad aziende come Monocle. Se guardiamo a Paste, lo strumento per presentazioni, non c’è un competitor diretto: è pensato in maniera nativa per essere collaborativo, mentre gli altri sono stati progettati in un’ottica di lavoro individuale. Ma è la combinazione ciò che ci rende unici.

(In realtà il competitor di Paste è Power Point: Willoughby non lo dice,  forse per non peccare di presunzione, ma lo aggiungiamo noi, ndr).

StartupItalia: A proposito del magazine: vi definireste un editore?

Gordon Willoughby: Ovviamente con il nostro magazine produciamo contenuti. Ma vendiamo anche pubblicità, se intende questo. Il core business di WeTransfer resta free, e il servizio gratuito è completamente pagato dall’advertising business: il che è un grande vantaggio. Abbiamo anche tre milioni di utenti premium: abbastanza unico, come business model.

StartupItalia: Il servizio base di WeTransfer resterà gratuito per sempre?

Gordon Willoughby: Sì, abbiamo intenzione di mantenerlo tale.

StartupItalia: Mi descriva l’utente medio di WeTransfer.

Gordon Willoughby: Sin dall’inizio ci siamo focalizzati sulla comunità creativa in senso lato. All’interno di questa, direi che sono i freelance e le piccole aziende. Ci sono anche alcune grandi compagnie che utilizzano il nostro servizio, ma il nostro pubblico è in massima parte quello cui accennavo poco fa. Abbiamo circa 60 milioni di utenti al mese: fotografi, videomaker, architetti, ma anche ingegneri civili, creativi in una maniera differente. Ma ci sono anche gli sviluppatori, che trasferiscono grandi pacchetti di codice.

StartupItalia: E riguardo all’età?

Gordon Willoughby: Direi che si assesta tra i 30 e i 35 anni.

StartupItalia: Nel giro di un decennio abbiamo completamente abbandonato i CD e le chiavette USB. Quali sono le tendenze nel settore del data transfer?

Gordon Willoughby: Al momento vediamo 2 trends. Il primo è un’enorme espansione dei contenuti digitali creati, cui si accompagna un aumento della complessità: con il passaggio da 4K a 8K i file diventano sempre più grandi. Il secondo, come suggerisce uno studio di Mc Kinsey, è che, solo in America, nei prossimi dieci anni ci saranno dieci milioni di freelance in più.

StartupItalia: Quindi?

Gordon Willoughby: Anche se non siamo una enterprise company, quello che vediamo è che molte grandi aziende stanno cominciando a operare in maniera simile ai freelance, con numerosi piccoli gruppi di progetto, multifunzione e multipaese. Il che significa che il workflow sta cambiando per tutti, e sta diventando simile a quello dei liberi professionisti. Dicevo, anche se non siamo enterprise company, stiamo entrando in quel settore perché il loro modo di lavorare sta cambiando, e lo sta facendo proprio nella nostra direzione.

StartupItalia: Lo smart working è il tema del momento. Pensa che il modello di compagnia basata su un headquarter appartenga al passato?

Gordon Willoughby: Gli head office sopravviveranno. Quello che è cambiato è che diventeranno sempre più posti in cui incontrarsi, e sempre meno posti dove la gente si siede davanti a uno schermo per lavorare.

StartupItalia: Ultima domanda: pensa che qualcuno nel futuro possa essere interessato a rilevare WeTransfer, ad esempio Microsoft, o a una exit?

Gordon Willoughby: Uno dei più grandi punti di forza di WeTransfer è di essere finanziariamente sostenibile. Direi che al momento non è all’orizzonte.

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Milano deserta, Sala e lo smart working

Stimo Beppe Sala sin da quando, di ritorno da Londra e alla ricerca di un inserimento in Italia, lavorai ad Expo in ruoli non propriamente dirigenziali. Sei mesi dietro le quinte mi diedero modo di vivere da vicino tutta la parabola dell’esposizione milanese: partita male, con cielo plumbeo e poca gente tra i viali, a forza di marketing e passaparola chiuse con code oceaniche all’ingresso dei padiglioni (proverbiale quello del Giappone) e un affollamento che fece gridare alcuni alla truffa. Cos’era accaduto? La macchina era stata lanciata a tutta velocità grazie a promozioni speciali, interventi social, post nei blog, attività di ufficio stampa, oltre, naturalmente a un ricchissimo calendario.

Non si andò lo stesso in pareggio, ma, considerando il punto da cui si era partiti (inchieste su infiltrazioni mafiose, cerimonia inaugurale con cantieri ancora aperti) non era il caso di lamentarsi. L’organizzazione, dopo alcuni balbettii, fu perfetta: se non lo fosse stato, non avrebbe potuto reggere quel tipo di impatto senza implodere. Di questo, a Sala, ho sempre dato atto.

Facile che alle elezioni comunali del 2016, quelle per il dopo-Pisapia, sembrasse lui il candidato naturale.
Accettò, e vinse. Milano era rinata: profondamente modificata nella struttura e nella mentalità, era diventata una città internazionale. Dico città non a caso: chi parla di metropoli probabilmente non ne ha mai conosciuto davvero una, con i problemi che sono molto diversi da quelli di una realtà con un milione e mezzo di abitanti.

Come politico, il mio giudizio su Sala cambiò parzialmente lungo il corso degli anni. Pur riconoscendone l’abilità nel tessere relazioni oltreconfine e attrarre capitali, dal mio punto di vista il primo cittadino commise lo stesso errore di Expo: quello di lanciare Milano a velocità supersonica, come se il domani fosse lì da mangiare in un solo boccone, spesso lasciando indietro chi non stava al passo.

Nei giorni scorsi si è spesso scritto del sentimento di malcelata invidia e persino di odio nei confronti della Lombardia e del capoluogo: il problema parte dal fatto che, per quanto sia importante per il paese dal punto di vista economico e di immagine, Milano non ha mai rappresentato la fotografia dell’Italia. Mentre all’ombra del Duomo il business prosperava come mai prima (ricordiamo che nel 2009 ci furono gli scontri in via Padova, nel 2013 i “forconi” in Piazzale Loreto) e in città arrivavano i migliori “talenti” da tutto il paese, il livello della competizione si alzava, assieme ai prezzi delle case e al biglietto del tram. Il centro si trasformò sempre più in una vetrina per i grandi marchi del commercio internazionale; il problema è che i negozi la sera chiudono, e fare un giro in Duomo dopo cena offre uno spettacolo desolatamente triste.

Le misure anti-inquinamento (ultima l’area B) divennero una bandiera. Ilproblema delle polveri sottili c’è, senza dubbio; ma è assurdo pensare di risolverlo ex abrupto, con normative che vanno a colpire i più poveri: quelli, cioè, che non cambiano l’auto da 15 anni e magari se la porterebbero dietro per altri 15 (cosa inquina di più? Sarebbe interessante approfondirlo). La norma, si dirà, prevede eccezioni per chi usa la vettura per lavoro: ma sostenerlo significa non riconoscere che oggi con i contratti sempre più precari, il lavoro a chiamata e altre amenità non è facile ottenere documenti e giustificativi scritti che domani potrebbero servire come pezze d’appoggio per cause in tribunale. Siamo tutti “collaboratori” di qualcosa, e le norme che valgono per i dipendenti spesso non funzionano per gli autonomi.

Sulla scia delle creazioni di Stefano Boeri, la vera superstar di questi anni, Palazzo Marino decise (non sto scherzando) di puntare sul verde sui tetti: basta alzare lo sguardo per rendersi conto che, in effetti, l’obiettivo è stato raggiunto. Intanto una stanza non costa meno di 600 euro, vivere da soli è impossibile per i giovani e moltissimi appartamenti sono comprati da fondi di investimento, rimanendo sfitti.

Del caso-Milano finì a occuparsi anche l’Economist, che non è certo un giornale di sinistra. Insomma, quella della Madunina era diventata una città-stato che faceva comodo citare quando si voleva parlare bene dell’Italia, e i cui i amministratori si beavano di raccontare al mondo a colpi di storytelling.

Il punto è che questo è un osservatorio privilegiato. A Milano ci vivo, e posso confermare che da qui non si ha la percezione che la crisi del 2008, nel resto d’Italia, non è mai passata del tutto. La distruzione creatrice di Schumpeter funziona nei contesti fortemente urbanizzati, ricchi di possibilità e di scambi; ma l’Italia è un territorio in massima parte formato da piccole realtà, dove la fine di determinate rendite di posizione (che, giusto o sbagliato che fosse, mantenevano un equilibrio) non ha coinciso con un modello di sviluppo basato su presupposti nuovi. Qui entrano in gioco il “familismo amorale” che caratterizza la Penisola, la corruzione, i favori, il voto di scambio (tutta roba da cui peraltro il Nord non è immune). Insomma, ciò che ha portato il Movimento di Grillo a stravincere le elezioni e la Lega a prendere valanghe di voti, incredibile dictu, dai “terroni” del Sud.

Per farla breve: Milano è lo scolaro troppo bravo e stronzo, quello a cui riesce tutto e ride mentre annaspi. Non è il De Rossi di De Amicis, impassibile nella propria torre d’avorio, nemmeno un rigo di sudore, sempre perfetto nel proprio algidismo: è, piuttosto, il “bauscia” che arriva sempre davanti a te, e te lo fa notare, quello che all’improvviso mette la freccia (quando se ne ricorda) e ti supera sgommando in un mare di polvere. E hai voglia a dire che non è giusto prendersela, che non si fa così, che l’invidia è da parvenu: chi ha memoria della vita tra i banchi ricorderà che questo tipo di soggetti non attirava simpatia.

Chiedetelo a Torino, schiacciata dall’onnipresente tentativo del capoluogo lombardo di fagocitare tutto quanto possibile, in barba ai rapporti di buon vicinato. Del resto, come diceva Sala fino a tre mesi fa, #milanononsiferma. Di fronte a niente, nemmeno al virus.

Sarà per questo che mi sono sorpreso di leggere la lettera del sindaco al Corriere della Sera. Spedita nei giorni scorsi, devo ammettere che condivido le sue parole.

In sostanza, afferma l’amministratore, il telelavoro (smart working è una parola grossa) è una conquista della civiltà, ma va perseguito per gradi e con attenzione, avendo cura di preparare il resto del sistema economico a un’inevitabile transizione.

Ciò che Sala intende è che, con i lavoratori a casa, le città si svuotano. Anche Milano. Fate un giro per i viali. Sembra fine luglio, poche auto, poche persone, molti ristoranti chiusi per pranzo, molti altri che, semplicemente, non riapriranno mai. Per non parlare dei negozi di abbigliamento, che hanno chiesto di posticipare i saldi nella speranza che arrivino soldi e animo.  Una città che lavora da casa, per quanto affascinante e meno inquinante, pone moltissimi problemi per il tessuto sociale.

Il miglior modo per distruggere una città a parte una bomba è una legge sugli affitti” ammoniva un economista. Intendeva dire che con l’equo canone i proprietari non avrebbero più fatto manutenzione; e questo nel giro di 20 anni avrebbe portato in rovina i palazzi. Le strade da trovare, secondo lui, erano altre.  

Riprendo la citazione perché l’immagine è evocativa. Basta uscire di casa per vedere insegne già annerite, piante non tagliate di fronte alle serrande. Cartelloni pubblicitari sgualciti. E immaginarsi le persone che in quei locali hanno investito, scommettendo su una crescita che appariva senza fine.

La desertificazione di Milano si può combattere solo sfidando la paura del futuro, questo è chiaro. Ma non c’entra solo il pensiero positivo, e non basta una missiva per incentivare a sobbarcarsi costi che ormai appaiono inutili

Molte aziende, forzate alla digitalizzazione, si sono accorte che il modello del telelavoro può funzionare dal punto di vista organizzativo se si trasforma in smart working (la distinzione c’è, e non è secondaria). In più, offre un importante vantaggio: permette di affittare sedi più piccole, riducendo i costi fissi. La turnazione dei dipendenti ha permesso a Microsoft di spostarsi da Segrate all’avveniristica sede di Porta Garibaldi, vicino al cuore dell’innovazione finanziaria meneghina. Questione di status. Molti potrebbero fare lo stesso.

Chiudo il ragionamento. Le aziende agiscono, per definizione, nel proprio interesse. Se c’è risparmio, cercano di perseguirlo, e Sala, che di mestiere faceva il dirigente, lo sa bene. È nobile, ma assurdo in termini economici, chiedere loro di sprecare denaro. A incentivare comportamenti virtuosi per la comunità scoraggiando gli altri deve pensarci la politica (cioè lui) individuando correttamente il cuore del problema: che non è diffondere statistiche in doppia cifra, ma garantire la miglior qualità di vita possibile.

Le città devono tornare a chi le abita: anche se non ha RAL da 60mila euro l’anno, e non è cool. Chi guadagna molto, soprattutto se è giovane, tende ad andarsene quando le condizioni non soddisfano più. Lo ha mostrato la legge sul rientro degli expat: il problema è la retention, perché chi è tornato resterà qui solo fino a che godrà dell’esenzione fiscale pressoché totale su redditi già altissimi. Lo stesso fanno gli yuppie stranieri, alla ricerca del prossimo place to be sullo scacchiere globale.

A restare in trincea sono quelli che non se lo possono permettere, di spostarsi. Quelli che non hanno “talento”, competenze o fortuna abbastanza da poter decidere di cambiare contesto ogni cinque anni sulla base delle tendenze di mercato, e al massimo passano da Porta Romana alla Barona. O a Cinisello Balsamo.

Sono quelli che la sera vanno a prendere il bianchino al bar, che conoscono almeno un poco il dialetto (io, figlio di meridionali, il milanese non lo capisco quasi). Quelli legati alla memoria storica, che protestano se l’androne del palazzo viene rifatto ignorando l’estetica, spesso sacrificata alla funzionalità e all’innovazione. Quelli che, quando c’è una pandemia, sono inseriti nel quartiere e danno una mano ai vicini, dal momento che li conoscono da trent’anni.

Credo davvero, e non lo scrivo da ora, che Milano avesse bisogno di rallentare. Per questo apprezzo le parole di Sala. La città deve ripartire da chi la abita, ma spetta a lui, prima di tutto, trovare una sintesi e proporre un nuovo modello di sviluppo realmente inclusivo, confrontandosi con lo scenario internazionale, certo, ma anche tenendo a mente che l’Italia è ciò che è proprio in virtù delle imperfezioni. Basta attraversare il confine a Chiasso, per rendersi conto di quanto siamo fortunati.

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Coworking, fine di un’era?

Il vento era cambiato da tempo, ma la pandemia ha aggravato la crisi di una delle stelle più brillanti della sharing economy. WeWork, gigante statunitense degli spazi condivisi, si trova nell’occhio del ciclone.  Ma questa volta a rischio non ci sono solo i conti. C’è la credibilità di un modello basato sulla condivisione. Una tendenza che coinvolge tante supernovae della sharing economy, gonfiatesi a dismisura e poi messe in ginocchio dal tempo, e ora dalla crisi: da Uber ad Airbnb, da Lyft a Blablacar.

Dopo l’IPO fallita a settembre, con conseguenti dimissioni del ceo Alan Neumann, il problema, adesso,  per WeWork sono i clienti inferociti. Provati dal lockdown che ha azzerato le attività economiche e impedito di frequentare fisicamente gli spazi, sempre più spesso chiedono dilazioni e provano a terminare in anticipo i contratti delle loro scrivanie. Ma di fronte alle richieste di clemenza WeWork si sarebbe dimostrata insensibile. Gli utenti imbufaliti hanno raccolto le proprie storie su un sito dall’evocativo nome Wefeedback. La protesta comprende anche una petizione  e un video.

“È spregiudicato che WeWork ci faccia pagare [le postazioni] al Warner Center” lamenta Jill Letendre, imprenditrice californiana. “Il coworking  è stato aperto il 16 marzo, ma dopo soli tre giorni il governatore ha emanato l’ordinanza che ci imponeva di restare a casa.  La società ci ha chiesto 5mila dollari anche se non abbiamo mai messo piede nell’edificio” accusa la donna.

 

 

WeWork continua a emettere fatture regolarmente, e ha persino minacciato di trascinarci in tribunale e trattenere il deposito se non paghiamo la membership per intero – rincara la dose Rodolfo Vengoechea, dalla Colombia – Ma il nostro staff non può usare l’ufficio perché siamo in quarantena da marzo per decisione del governo”.

Il cortocircuito nasce dal fatto che il colosso statunitense non è proprietario di buona parte degli edifici in cui opera, ma affitta gli spazi e quindi paga a propria volta un canone.  WeWork  si lega ai proprietari degli stabili mediamente per 15 anni  ma li concede agli utenti con contratti brevi e flessibili. Questo ha reso il business poco prevedibile, ma  molto interessante per gli investitori nonostante le perdite: l’azienda era capace, infatti, di ricavare valori molto alti da ogni metro quadro, ben al di sopra delle quotazionei di mercato. Non solo. Le proiezioni erano estremamente ottimistiche: nelle città USA dove la società newyorchese è presente, riporta il Guardian, ogni persona con un lavoro da scrivania era considerato un potenziale membro della community. All’estero le stime erano ancora più larghe.

La risposta di WeWork

Stiamo interagendo individualmente con i singoli membri della nostra community per capire il modo migliore per supportarli in questo periodo” ha commentato a StartupItalia da Londra un portavoce della multinazionale, evitando di scendere nei particolari. Anche perché non sempre si opta per la linea dura. Le politiche variano a seconda degli utenti, delle situazioni, e forse anche dei paesi: se da Stati Uniti e Colombia arrivano molte lamentele, in Perù l’approccio della compagnia sembra meno radicale. “Ci hanno fatto alcune concessioni – racconta Luis Rafael Zegarra Leon – Non emetteranno fattura per il mese di aprile, mentre a maggio pagheremo il 50%”.

Il problema, come nota il Commercial Observer, è di reputazione. “Per anni, il gigante del coworking si è presentato alle piccole imprese non solamente come uno spazio di lavoro fuori casa, ma come il modo per unirsi a una community di società con la stessa mentalità. Adesso, proprio quella community ha cominciato a rivoltarsi contro a WeWork spinta dalla frustrazione per il modo in cui l’azienda ha affrontato la pandemia”.  Il ceo Sandeep Mathrani ha detto in un’intervista a CNBC che il 70% dei clienti ha pagato l’affitto ad aprile, mentre la società avrebbe pagato l’80% dei propri canoni a livello globale.

Le difficoltà si riflettono nella caduta della valutazione della società: stimata in 47 miliardi di dollari a gennaio 2019, nel pieno del boom dei coworking, si era  pesantemente ridimensionata a 7,3 miliardi già nel settembre passato, quando i conti vennero fatti prima dell’IPO.  Nei giorni scorsi Softbank, banca giapponese principale investitore della società fondata da Alan Neumann insieme al governo saudita, ha ridimensionato ulteriormente la cifra portandola a 2,9 miliardi. Un calo del 94% nel giro di meno di 18 mesi.

Non è tutto. L’istituto guidato da Masayoshi Son ha cancellato ad aprile l’offerta di 3 miliardi di dollari per ricomprare azioni della società annunciata nell’ottobre scorso. Le motivazioni addotte dai nipponici riguardano il cambiamento di alcune condizioni, tra cui la spada di Damocle dell’antistrust, una mancata joint venture in Cina, cause legali pendenti e, ovviamente, lo spettro del coronavirus. Argomentazioni che non sono bastate a Neumann: coinvolto nell’accordo, l’ex ceo dai capelli lunghi e lo stile news age ha trascinato Softbank in tribunale nel Delaware, paradiso fiscale americano.

WeWork: cosa aspettarsi dal futuro

Il business dei coworking è finito?In realtà, è ancora presto per darlo per morto. La decisione di molte società hi-tech di non riaprire i propri uffici potrebbe avere un impatto significativo sul sistema. Festina lente, ammonivano i Romani, affrettati lentamente. Il New York Times parla addirittura di una corsa al ritardo, come se far tornare i dipendenti a Menlo Park o Mountain View fosse l’estrema vergogna per aziende iper moderne che vendono servizi cloud o di comunicazione per connettersi a distanza.

Ma c’è dell’altro. I remuneratissimi geni dell’informatica potrebbero non voler tornare indietro, dopo aver scoperto che si può lavorare da casa – o da qualche spiaggia remota -. Se l’azienda non accetta, possono sempre passare dalla concorrenza. Che, per inciso, sarebbe ben felice di accoglierli, in un risiko dagli effetti imprevedibili. Del resto, gli affitti in città come San Francisco hanno raggiunto livelli insostenibili anche per chi percepisce stipendi sopra i 100mila dollari: perché continuare a sprecare denaro?

Per non parlare degli effetti sull’inquinamento dovuti alla riduzione del traffico. Esistono già molti esempi di startup e aziende affermate che lavorano da remoto. Trello, che sviluppa un tool di project management, ne è un esempio. Ma anche aziende giovani scelgono questa formula, come l’italiana Punch Lab.

 

 

Facendo la tara alle opinioni degli estremisti di una o dell’altra fazione, non è detto, insomma, che connettersi da casa sia la soluzione migliore per tutti. Un tema quasi antropologico. Il letto, la tentazione costante rappresentata dal frigorifero, i rumori dei bambini, potrebbero incentivare i giovani professionisti a scegliere, almeno qualche giorno alla settimana, di uscire e lavorare da un caffè. O da un coworking. Del resto, se persino Steve Jobs, che non faceva molto per essere empatico, riconosceva che il confronto vis a vis aiuta la creatività, non è difficile immaginare come la vita d’ufficio, tanto odiata fino a pochi mesi fa, possa in un futuro non troppo lontano addirittura essere rimpianta. Le precauzioni e l’insofferenza domestica possono aiutare a vincere il pregiudizio verso gli spazi condivisi di prossimità.

Non è facile prevedere lo scenario di settore per i prossimi anni. Quello che pare certo è che la bolla si sta sgonfiando e le valutazioni cominciano a essere più realistiche. Appare difficile, almeno a breve, pensare di tornare all’affollamento delle sale tipico del periodo del boom. Una modalità che, peraltro, rispondeva ad esigenze sociali, più che lavorative: concentrarsi in spazi riempiti come pollai era difficile, e la produttività scendeva alla stessa velocità con cui aumentava il mal di testa.

Discorso diverso per le offerte premium, che potrebbero, invece, diventare molto più attraenti, con più spazio a disposizione per utrente e, soprattutto, postazioni riservate in grado di garantire la sicurezza sanitaria. Il networking, vero valore aggiunto, continuerà: ma  la mascherina lo renderà probabilmente meno cool. 

Ad essere penalizzate saranno le società con contratti di locazione onerosi e di lunga durata in corso: la difficoltà a rimodulare i costi fissi  (e, di conseguenza, offerta e modello di business) potrebbe schiacciare ogni tentativo di ripresa. Per uscire dal pantano, i colossi avranno bisogno di manager all’altezza, capaci di individuare le variabili giuste su cui puntare. E, soprattutto, del vero asset strutturale: il supporto della propria community. Alienarsi le simpatie di chi negli spazi ci lavora potrà forse servire a migliorare i conti nel breve periodo e a garantire ossigeno alle stanche casse delle società: ma riduce la narrazione della condivisione a mera finzione. Un peccato per chi ci ha creduto, dal momento che quella della sharing economy è una delle innovazioni più disruptive della storia, capace di scardinare modelli di business e potentati economici che resistevano da secoli. Si tratta, in sostanza, di salvarne il buono.

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economia, reportage, startup

Medellín, l’ex capitale dei narcos è diventata la casa delle startup

Questo articolo è stato pubblicato su Wired

Sei piani, porte a vetri, arredamento moderno. Dista un paio di chilometri dal centro, si chiama Ruta N e da dieci anni è l’acceleratore di startup di Medellín. Tra gli ampi corridoi si aggirano giovani che per sogni, speranze e preparazione sono simili a quelli delle città europee e nordamericane. Spesso hanno studiato all’estero, in molti casi sono tornati. Per restare. Sono loro l’avanguardia della rivoluzione digitale che sta portando la Colombia verso una modernità, per larghi versi, ancora lontana.

Medellín-Milano e ritorno

Era il regno dei narcos, con un tasso di omicidi da zona di guerra. La vita valeva poco a Medellín, quando Pablo Escobar dettava legge e, per sfidare le istituzioni, si faceva persino eleggere in Parlamento. Freddato dalla polizia nel 1991 nel corso di un rocambolesco inseguimento, quella che oggi è la capitale industriale della Colombia si è ritrovata a gestirne il lascito: un’eredità terrificante fatta di cocaina e violenza, un brand globale della paura che non temeva rivali.

Da allora sono trascorsi trent’anni, e le tracce di quel passato servono a spillare quattrini ai turisti sulle bancarelle che vendono souvenir. Medellìn oggi vive tutte le contraddizioni delle metropoli dell’America Latina. La droga non è sparita: si vedono spesso tossicodipendenti malridotti per le strade, ragazzi che sniffano colla.  Ma non è più solo questo. Gemellata con Milano e Bilbao, in tre decenni ha cambiato volto, grazie a un attento lavoro di ricostruzione.

L’ingresso di Ruta N a Medellin (foto dell’autore)

Felipe Vanegas ha una laurea in architettura, un passato a Milano e un presente ben saldo nella città colombiana. Dopo gli studi nell’ateneo locale, ha trascorso un anno alla Domus Academy per frequentare un corso di Business design prima di staccare il biglietto di ritorno. L’incontro avviene mentre discute con alcuni colleghi in uno dei tanti angoli dedicati al networking di Ruta N. Si offre di fare da guida all’interno del complesso. Insiste per parlare italiano. “Dopo l’esperienza da voi – racconta – sono tornato qui per aprire la mia azienda. Ci occupiamo di consulenza nel settore gastronomico e realizziamo anche workshop”. Perché a Medellín? “È il vero centro dell’innovazione del paese, ancora più della capitale Bogotà: in tanti vengono qui a cercare fortuna da tutto il Sudamerica”.

La “città dell’eterna primavera” strappata ai narcos con un’opera di riqualificazione ambiziosa, nel 2013 ha vinto il premo di Most Innovative City in the World, davanti a competitor molto più blasonati come New York e a Tel Aviv. E non ci sta a restare dietro alla capitale. “E perché dovremmo? Siamo probabilmente più avanti rispetto al resto del paese” rilancia Sergio Naranjo, responsabile della comunicazione di Ruta N. “La Colombia investe lo 0,69% del bilancio in innovazione: a Medellín ci attestiamo all’1,24%. Quasi il doppioBogotà è la capitale, il posto dove si prendono le decisioni politiche ed economiche: ma qui c’è integrazione tra l’ecosistema delle startup e il territorio, che si tratti di pubblica amministrazione o del tessuto universitario. Il futuro? Ci candidiamo a essere il prossimo hub dell’innovazione in Sudamerica”. D’altronde il Cile, per anni Mecca locale della tecnologia, è oggi attraversato da tensioni politiche. E il Brasile, con i suoi contrasti tra lusso e povertà estrema, resta un posto troppo pericoloso per gli affari.

La voce ha cominciato a spargersi. Diverse multinazionali hanno deciso di investire in Ruta N, attirate dal cambio estremamente favorevole e dagli stipendi bassi (il salario minimo in Colombia si aggira attorno all’equivalente di poco più di 200 euro). Le imprese occidentali “fanno la spesa” e cominciano a cercare qui le professionalità di cui hanno sempre più bisogno. Quelle che, oggi, in Europa, costano troppo: esperti di intelligenza artificiale, data analysts, ingegneri. La delocalizzazione ha trovato un’altra meta.

I numeri raccontano una storia che ha già diversi capitoli. Da quando è nato, l’acceleratore ha attratto oltre 400 milioni di dollari in private equity, e le oltre 200 aziende presenti nell’edificio provengono da 31 paesi differenti, Stati Uniti e UE in testa. Tra i big, nomi come UPS, Black&Decker, Accenture. Una scrivania o un ufficio nel palazzo, ha verificato Wired, costano poco meno che a Milano. Cifre che, da queste parti, possono permettersi in pochi. Ma le relazioni, si sa, contano: e, per fare affari con la modernità in Colombia, è questo il posto dove essere. A tutti i costi.

Viaggio nel passato

Lasciamo Ruta N, il suo acciaio e i suoi vetri.  Camminando verso il centro della città, la Colombia torna a essere un paese in cerca di futuro. Officine meccaniche, negozi di frutta, vestiti usati, elettronica di consumo si affastellano uno sopra l’altro. Bancarelle di mercato, giornalai coloratissimi. Vecchi col cappello che giocano a carte. Qualcuno che con una chitarra canta canzoni popolari, e subito si forma un capannello di gente. Bambini giocano per strada, venditori ambulanti offrono minutos, chiamate telefoniche acquistate in blocco e rivendute al dettaglio ai passanti. Scordatevi gli abbonamenti flat.

La presenza di un europeo si nota ancora, eccome, e conviene ricordarsi di non dare troppo nell’occhio. Nonostante questo, nella città simbolo del dramma colombiano ci si sente decisamente più sicuri che a Bogotà: nella capitale, ogni bar, albergo, persino ogni università si presenta agli occhi di chi arriva con un corredo nero di guardie torve armate fino ai denti.

Parcheggiati di fronte ai muri fanno bella mostra di sé i monopattini elettrici usati dai giovani per scorrazzare sui marciapiedi come accade Milano, Parigi, Varsavia. Ma non solo: Medellìn è l’unica città in Colombia ad avere una rete di metropolitana. E una delle due linee è completamente automatizzata e senza conducente.

Chitarre e canti popolari nel centro del Medellin (foto dell’autore)

Rappi, dal food delivery alla salute

Poblado è il quartiere alla moda, dove si concentra la vita notturna cittadina. Qua si trova ogni tipo di cucina, e quando si avvicina ora di cena anche qui sfrecciano veloci i ragazzi del food delivery.

Macchine occidentali al Poblado, quartiere della movida di Medellìn (foto dell’autore)

Il principale player colombiano (e di tutto il Sudamerica) si chiama Rappi: un unicorno da oltre 3 miliardi di dollari di valore. L’ultimo round (series E) chiuso dall’azienda di Felipe Villamarin, Sebastian Mejia e Simon Borrero risale al 30 aprile scorso, e ha portato circa un miliardo di dollari di liquidità nelle casse della compagnia fondata a Bogotà nel 2015, e oggi attiva in 35 città. Questa volta i soldi li ha messi (tra gli altri) il gigante SoftBank, che ha recentemente aperto un proprio Innovation Fund ed è decisa a investire in America Latina. I rumours raccontano di parecchi licenziamenti nelle ultime settimane, ma stiamo parlando di un player, Rappi, capace di diversificare, e che guarda già avanti.

Un rider di Rappi a Bogotà (ph: Antonio Piemontese)

Attualmente, infatti,  l’azienda fondata a Bogotà si occupa solo di food: ma l’idea è quella di aprire presto, prestissimo ad altri settori. Come l’healthcare.

Sarà per questo che anche la francese Sanofi ha messo nel mirino la scale-up colombiana: lo scorso marzo le due realtà hanno siglato un accordo per portare le medicine direttamente a casa dei pazienti. Per Juan Sebastian Ruales, direttore commerciale di Rappi, “non conta quello che le persone dicono di fare ma quello che mettono nel carrello. Se dici di essere in forma ma poi acquisti un mucchio di hamburger su Rappi, sappiamo che non lo sei poi tanto”. Non fa una piega. Il business è, ovviamente, quello dei dati. Per il momento, Sanofi avrebbe intenzione di utilizzare Rappi solo come veicolo pubblicitario. Ma nei piani della scale-up per il prossimo futuro ci sarebbero la consegna di farmaci da banco, prescrizioni, e persino la prenotazione di visite mediche domiciliari. Le sinergie sono tutte da creare.

Sudamerica 4.0

Il Sudamerica è un mercato da centinaia di milioni di persone in cerca di benessere. La gig economy è arrivata anche qui. Molti dei ragazzi che effettuano le consegne per Rappi fanno parte di quel milione e mezzo di venezuelani scappati dalla crisi del paese centro-americano. Il salario minimo in Colombia ammonta a poco più di 200 euro: loro lavorano per la metà. Facile immaginare che non siano ben visti dalla gente del posto.

Anche Uber ha piantato la propria bandiera. Nelle grandi città, a fianco dei taxi ufficiali – tantissimi e a buon mercato, almeno per il turista – c’è sempre l’opzione di prenotare una corsa con il gigante californiano della mobilità. “Non è del tutto legale” – confida Armando, nome di fantasia di un autista che preferisce non rivelare la propria identità – “Quando la vettura che hai prenotato arriva, ad esempio, non puoi fermarla e chiedere se si tratta di un Uber. Facile che chi è alla guida non ti risponda, perché, altrimenti, per la legge farebbe concorrenza ai taxi. Direi che, più che illegale, è a-legale. Una zona grigia in cui, comunque, si riesce a lavorare bene”.

Comuna 13: una scala verso il cielo

La mattina dopo con Armando si arriva alla Comuna 13, il barrio di Pablo Escobar. Qui il super boss regnava incontrastato, da qui governava il paese. Oggi all’interno di case dai muri poveri e tetti in lamiera ci sono computer e parabole. Tanti ragazzi hanno studiato l’inglese e si offrono come guide per i turisti alla ricerca di uno scorcio diverso di Medellín.

Medellin, vista dall’alto del barrio Comuna 13 (ph.: Antonio Piemontese)

Su tutto, domina un’enorme scala mobile che dalla base – il barrio si trova in collina – conduce fino in cima. Non è raro trovare persone che hanno visto morire parenti colpiti da sventagliate di mitra. Ma l’ascensore sociale rappresentato dalla scala è il simbolo della volontà di molti degli abitanti (e dell’amministrazione) di scrollarsi di dosso l’infamia del passato.

Nel quartiere le brutte compagnie sono ancora facili da trovare: tredicenni che hanno marinato la scuola sniffano a cielo aperto senza curarsi di noi. La salvezza è rappresentata da un computer. Anni fa, racconta Josè, venticinquenne che si è inventato un lavoro da guida, il laboratorio di informatica inaugurato nell’istituto locale ha permesso agli studenti di connettersi con il mondo e immaginarsi un futuro all’occidentale. Così, di video in video, si ritrova un inglese perfetto, con cui guadagna in pregiati dollari americani.

Adesso vuole aprire un ostello internazionale per ospitare coetanei nel quartiere dove è cresciuto, non prima di aver girato il mondo nelle case dei turisti che accompagna. Il networking, segno dei tempi. In realtà, Josè sa che senza lavoro la tentazione dei narcos è più allettante: e forse il turismo, come il digitale e le startup, possono davvero aiutare la Colombia a svoltare. Non sarà facile. L’anno scorso è stato un anno record per le esportazioni di cocaina, larghe zone del paese sono insicure e la violenza delle bande è reale. Ma qualcosa è cambiato dai tempi di Pablo. C’è voglia di riscrivere un futuro che pareva già segnato. E, anche questo, si respira nell’aria.

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Cashless, ltalia ancora indietro

Questo articolo è stato pubblicato su StartupItalia.

Seconda per diffusione di pos (uno ogni 52,5 ogni mille abitanti, poco meno della Grecia) ma terzultima nel numero di transazioni: solo 52,6 a testa ogni dodici mesi (peggio di noi, solo Romania e Bulgaria). In Italia il “bancomat”, come colloquialmente viene chiamato, c’è, ma non si vede. Esercenti e professionisti si conformano all’obbligo ma tengono il dispositivo ben nascosto dietro al bancone.  Qualcuno appende un cartello “guasto”. Altri impongono limiti minimi di spesa tali da rendere impossibile usarlo, ad esempio, per fare colazione al bar.

In Europa le cose vanno diversamente. Per dare un termine di paragone, la media del continente è di 157 transazioni l’anno per cittadino; in testa alla classifica svettano Danimarca (364,1), Svezia (348,7) Finlandia (331,5), Regno Unito (314,9). I dati arrivano dall’Osservatorio Cashless di The European House – Ambrosetti.

“Un fatto culturale” spiega Arianna Landi, ricercatrice del think tank, a StartupItalia. “Ma il contante è molto usato anche in Germania, dove le macchinette installate sono solo un quarto di quelle presenti da noi – precisa la studiosa -: tanto che a Berlino è difficile pagare con carta”.

In Italia un sommerso da 210 miliardi

Insomma, i pagamenti elettronici non sono un dogma ovunque, come insegnano i tedeschi, ma di sicuro aiutano a non evadere le imposte. La società senza contanti è tornata al centro delle discussioni dopo i recenti annunci del governo, che starebbe considerando sgravi fiscali per chi sceglie di usare carte e app, che consentono di ridurre il nero.

Il cumulato di sommerso economico ed economia illegale nel nostro paese vale circa 210 miliardi di euro, pari al 12,4% del PIL. “Non solo – prosegue la ricercatrice – Il cashless consentirebbe anche un recupero dell’IVA non versata (il cosiddetto VAT gap) stimata in Italia 35 miliardi di euro nel 2016: una cifra che ci vede primi in Europa”.

Ma si può davvero fare a meno del contante? “In realtà, sappiamo bene che è impossibile – ammette Landi – Se così fosse, basterebbe un blackout per bloccare tutto il sistema dei pagamenti. Noi suggeriamo di andare verso un modello di società che ne faccia uso il meno possibile”.

Del resto, se fare a meno del cash offre vantaggi anche dal punto di vista ambientale – i dati diffusi da Reteclima parlano di 3,78 grammi di Co2 equivalente per transazione contro i 4,6 del contante – resta aperto il tema dei soggetti non bancabili, quelli che non hanno un IBAN: poveri e migranti, in primis, che non hanno accesso agli strumenti tecnologici. E naturalmente i ragazzini, a meno di voler costringere le nonne a dare la mancetta di fine mese con un bonifico.

Mentre il contante continua ad aumentare dentro i confini nazionali e il nostro paese rientra tra le 35 “peggiori” economie del mondo per cash intenisty, qualche dato positivo c’è. Il valore delle transazioni con carte di pagamento associate a IBAN nel 2018 è stato di circa 200 miliardi di euro, con un aumento di circa 20 miliardi rispetto al 2017 (+ 5,55% in 10 anni). Per quanto riguarda la prepagate senza IBAN (ad esempio, Postepay) si è passati da 24,9 a 29,7 miliardi (+20.5% tra 2008 e 2017).

Noleggi e commissioni, i costi del pos

Se il pos non attecchisce tra gli esercenti la ragione riguarda, probabilmente, anche i costi. Il report di Ambrosetti non fornisce dati al riguardo, ma noleggiare un apparecchio bancario richiede spese mensili per canone di locazione e utenza telefonica dedicata, sostenibili solo in presenza di un giro d’affari elevato. Non solo: i contratti spesso impongono una commissione fissa sulla singola transazione, quasi invisibile in caso di grandi importi ma che rende sconveniente per l’esercente consentire di pagare il classico caffè.

Un problema parzialmente risolto da player innovativi come Sumup, che offrono un dispositivo agganciato alla linea del cellulare e privo di costi di noleggio. Qui il modello di business è differente: la startup guadagna una percentuale sulla transazione. Oneroso per le grandi spese, ma l’ideale per quelle ridotte, e infatti l’azienda punta su piccoli esercenti e professionisti. Come quasi sempre accade, la spinta all’innovazione arriva dalla concorrenza. Sapranno le banche adeguarsi?

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