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Sierologico o tampone? La guerra sotterranea della lobby delle analisi

Sempre più scienziati chiedono di effettuare tamponi a tappeto per imprimere una svolta alla lotta al coronavirus. La situazione è al limite soprattutto al Nord, dove i reparti sono pieni, i medici si ammalano uno dopo l’altro e gli ospedali sono diventati bombe biologiche. Ma, anche nel mezzo di un’emergenza di portata storica, conviene tenere gli occhi aperti.

Nei giorni scorsi le agenzie hanno battuto la notizia di un laboratorio di Afragola (Campania) che prometteva test per il Covid19 alla modica cifra di 120 euro. L’annuncio, postato su Facebook, parlava non di tamponi, ma di test sierologici. Non è un dettaglio, e vedremo perché.

Grazie a quest’ultima tecnica, è possibile individuare gli anticorpi eventualmente presenti nel sangue del paziente: una “traccia”, per così dire, che il virus è passato e l’organismo ha cercato di combattere l’infezione. Seguiva numero di telefono per appuntamenti.

Il cronista (precario, tra l’altro) che ha scoperchiato il caso ha passato la notizia all’ANSA. Pochi giorni dopo è stato sentito dai carabinieri: i test sierologici per il coronavirus ,infatti, non sono validati, non hanno ottenuto, in parole povere, dagli organi competenti il via libera che ne certifica l’affidabilità. Proporli alla popolazione sotto l’onda emotiva di una pandemia potrebbe comportare profili di illiceità, nonostante i distinguo per tutelarsi da azioni legali. Oggi solo poche strutture sono autorizzate a condurre analisi del genere. C’è poi il tema del prezzo: esiste una quota di persone disposta a pagare molto denaro per sapere con certezza se è positiva o meno. L’affare è dietro l’angolo.

Meglio monitorare la situazione, dicevamo. In attesa di accertare se ci siano state violazioni, riporta il “Fatto Quotidiano”, il centro diagnostico campano è stato diffidato dall’Asl dal continuare la “promozione” delle analisi sui social media.

La materia è tanto tecnica che persino molti medici non specializzati in immunologia hanno difficoltà a orientarsi. Proviamo a spiegare.

Le mani sui rimborsi regionali

L’unica metodica attendibile per fare diagnosi, fino a oggi, risulta essere il tampone, divenuto tristemente noto nelle ultime settimane. Si tratta di un test molecolare con cui, in sostanza, si va alla ricerca dell’RNA del virus. Più lungo nelle tempistiche, più costoso, ma decisamente più affidabile del test sierologico; e, soprattutto, validato dall’OMS (l’Organizzazione Mondiale della Sanità). Per chi non credesse ai “burocrati” di Ginevra, aggiungiamo che così la pensa anche il noto virologo Roberto Burioni, che ne ha parlato sul proprio sito Medical Facts.

Insomma, sembra una storia di quelle tipiche del nostro Sud. E lo è, infatti.  A Milano, come da copione, le cose si fanno in grande.

La diagnostica medica è un settore attorno a cui ruotano denari e interessi, tra vendita di prestazioni specialistiche e, soprattutto, rimborsi regionali. Per il momento, sono pochi i soggetti autorizzati a eseguire i tamponi necessari per cercare il Sars-Cov-2, tutti pubblici.

I laboratori privati di analisi grandi e piccoli si dichiarano pronti da settimane, ma non hanno ancora ottenuto il via libera dalla politica.

Per aprire la serratura, rimasta chiusa fino a questo momento, senza rischiare di incappare in profili penali (come potrebbe accadere nel caso campano) bisogna  procedere per gradi e passare da Palazzo. Significa disporre di risorse non comuni. Capitali economici e relazionali, impiegati con strategia.

Si può cominciare, ad esempio, mettendo assieme un parterre di imprenditori del ramo, startupper e soggetti con conoscenze a diversi livelli, dalla politica alla finanza all’editoria.

Si prosegue, poi, creando gruppi Whatsapp per giornalisti, fornendo presunte anteprime, e annunciando interviste già concordate con importanti testate. Basta ottenerne una per innescare la reazione a catena. Se sono di più, e al codazzo si aggiungono le televisioni, tanto meglio.

A questo punto, si può procedere a diffondere le paginate pubblicate da un importante quotidiano nazionale per convincere i cronisti scettici di essere rimasti indietro. Si sa, il terrore delle redazioni è “prendere un buco”. Qualcuno, nella fretta, ci casca sempre, e riprende la notizia.

Non può mancare la petizione. Siamo pur sempre nell’era degli influencer. Per preparare il terreno e guadagnare credibilità grazie a uno dei numerosi strumenti disponibili online basta  far sottoscrivere a importanti (e ignari) nomi della scienza una raccolta firme in cui si parla, genericamente, della necessità di eseguire test a tappeto per combattere la diffusione del contagio. Senza specificare, in quella sede, se si tratta di tamponi o di sierologici.

Da giorni sul web circolano appelli dai toni enfatici, a prima vista condivisibili. Le petizioni, rivolte al Governo e al Comitato tecnico scientifico creato nelle scorse settimane, chiedono screening di massa per arginare il contagio. Leggiamo l’elenco dei firmatari: molti sono noti, altri lo sono diventati in questi giorni. Professori, personaggi della cultura, imprenditori. E, ovviamente, direttori di centri diagnostici, che hanno tutto l’interesse a “liberalizzare” gli esami. Ma attenzione: nessuno degli appelli specifica che tipo di analisi si chieda di effettuare sulla popolazione.

Ottenuto l’appoggio dei grandi sponsor, il più è fatto: non resta, a questo punto, che usare la petizione per supportare l’offerta alle autorità politiche… di collaborazione disinteressata. E di test sierologici estensivi, ovviamente.

Test contro test: una guerra tra laboratori

Ecco come si crea nuovo business ai tempi del coronavirus, partendo da un’idea semplice: se la politica non apre le porte spontaneamente, e in fretta, la strada buona è metterla sotto pressione sfruttando l’onda emotiva e creando un movimento di opinione. Se poi i giornali si inseguono l’un l’altro convinti di perdere lo scoop del momento, c’è il rischio che la mossa riesca. Anche se in gioco c’è la salute pubblica, e l’operazione potrebbe rivelarsi del tutto inutile dal punto di vista della lotta al virus, dato che gli esami sono inaffidabili. Ma tant’è.

Così, sottotraccia e lontano dai riflettori, si sta combattendo una guerra tra laboratori: quelli disposti ad assumersi il rischio di proporre un esame non ancora validato con un’operazione spericolata, e quelli che si limitano a suggerire il “vecchio” tampone. Più costoso, ma più attendibile, nonostante un percentuale di falsi negativi che può sfiorare il 30%.

Ma vediamo meglio la differenza.  “I test sierologici – spiega ai colleghi in una chat riservata un medico e professore universitario esperto nelle materie di riferimento – non hanno valenza diagnostica, ma di solo accertamento della positività anticorpale. Il che, in corso di epidemia, serve a poco o a nullla“. Sapere che una persona si è infettata senza conoscere se è ancora contagiosa può avere una valenza statistica a posteriori, insomma, ma non certo preventiva.

L’isolamento dei soggettiprosegue infatti il medicosi basa sull’infettività, non sul fatto che in qualche momento della loro vita abbiano incontrato il virus e generato anticorpi (che, per quel che ne sappiamo finora, possono essere rivolti contro qualsiasi coronavirus)”. Cioè: oggi come oggi, il test potrebbe confondere il Sars-CoV-2 con un’infezione diversa.

L’OMS aggiunge: “Alla data odierna, i test basati sull’identificazione di anticorpi (sia di tipo IgM che IgG) diretti contro il virus Sars-CoV-2 non sono in grado di fornire risultati sufficientemente affidabili e certi per la diagnosi rapida in pazienti che sviluppano il Covid 19” scrive in una nota. Insomma, “non possono sostituire il classico test basato sull’identificazione dell’RNA virale” anche se l’organizzazione avverte di stare conducendo studi su oltre 200 test rapidi. I risultati saranno disponibili nelle prossime settimane.

Pressione sui decision maker

Sull’affare dei test sierologici si sono fiondati in tanti. In Toscana, secondo quanto riportato dall’agenzia Impress, il presidente della Regione Enrico Rossi avrebbe firmato un’ordinanza per effettuare test sierologici su 7.800 sanitari. I casi positivi dovranno poi essere confermati con tampone. Ma l’inaffidabilità del primo esame rende il meccanismo traballante.

Inutile negarlo, il morale è allo stremo. Ma la domanda è se abbia senso, per un ente pubblico, inseguire gli umori della popolazione, e farlo battendo una strada la cui efficacia non è stata ancora riconosciuta nemmeno dal Comitato Tecnico Scientifico creato ad hoc dal Governo per fronteggiare l’emergenza.

Nel gioco delle parti, anche in piena crisi, ognuno agisce pro domo sua. Ma la politica dovrebbe fare gli interessi di tutti. Difficile immaginare che decisioni – operative e di spesa – tanto delicate siano prese sulla base della semplice emotività. E, magari, di campagne stampa martellanti che soffiano sul fuoco della paura.

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Milano, cronache dal fronte /2

(Premessa. Se non credete ai media, credete a uno che conoscete)


Il suono delle ambulanze spezza il silenzio ogni quarto d’ora. Milano è vuota, strade deserte, parcheggi liberi. Si potrebbe giocare a pallone in circonvallazione, unico pensiero schivare uno dei pochi rider che ogni tanto passano senza carico. I semafori segnano lunghi, interminabili istanti in attesa che nessuno attraversi. Gli infermieri che scendono quando le sirene si fermano non raccolgono superstiti di incidenti, ma pazienti da ricoverare per polmoniti da Covid. Uno dopo l’altro, casa per casa, in una processione senza sosta diretta ai tanti nosocomi della città. Tutti allo stremo.

Chi scrive ha creduto, come tanti, di poter abbassare la guardia per qualche giorno. Si sbagliava.
La zona rossa è a Codogno, si pensava, basta uscire un po’ meno. Giorno per giorno siamo tornati a condurre più o meno la solita vita. Le ordinanze e lo smart working avevano limitato il flusso di pendolari, gli studenti erano a casa; per il resto, la città aveva ripreso a vivere, a un ritmo più umano, senza la frenesia immotivata che caratterizza il capoluogo.
Intanto le cifre del contagio crescevano.

Oggi i malati in Lombardia sono più di 5mila, mille più di ieri, il 33% degli intubati ha tra i 50 e i 65 anni. Sospesi tra la vita e la morte ci sono ventenni e trentenni in buona salute. Chiunque potrebbe essere infetto. Ma mezza Italia non lo sa, e non crede ai resoconti. Il virus lavora nell’ombra, e la piena, al Sud, è attesa tra due settimane. A Palermo stanno preparando i letti. Ma quello che è chiaro ai dottori non lo è alla popolazione.

A Bergamo, Lecco, Como, medici e infermieri con 20 anni di esperienza piangono per quello a cui assistono in corsia, piangono perché sono costretti a scegliere a chi fornire l’ossigeno. Il criterio è l’aspettativa di vita, a pagare sono i più anziani. Che può voler dire sacrificare un 50 enne, se in attesa c’è un universitario che magari è andato a correre con la maglia dell’ateneo, come è accaduto stasera, porta Venezia, ore 19 e 30.

Metà delle insegne sono chiuse, l’altra è accesa. E viene da ringraziare chi, pur sapendo che non venderà un bottone, sceglie di scendere in strada e tenere aperto. La luce delle vetrine scalda il gelo di una notte che ricorda l’oscuramento bellico. Una chiesa di mattoni rossi, illuminata, le scritte in latino che si stagliano verso il cielo, e torno al Medioevo, quando l’uomo non si illudeva di aver imparato a dominare le forze della natura, e il giorno era giorno, la notte notte. Quando si guardava a questi altari urbani non come a belle suppellettili da studiare in mezzo ai grattacieli, ma come estrema invocazione verso la divinità: che fosse clemente, consapevoli che niente avrebbe potuto salvare l’umanità in caso d’ira.
Sabato sera la fiumana ha preso le vie del Sud, ma molti lombardi hanno lasciato il territorio e si sono rifugiati in Liguria, dove i piazzali della Riviera sono pieno di camper di finti turisti in fuga dal lazzaretto.
E mentre nelle carceri del paese infuria la rivolta, a Foggia un’evasione di massa rende le strade della città simili alla Baghdad dei tempi di guerra. Gruppuscoli di delinquenti fermano le auto, rapinano persone alla ricerca dei primi quattrini e di cellulari, in attesa di riallacciare i contatti con la malavita. La gente si chiude in casa. Per strada ci sono, letterlmente, i carri armati.

Si narra che circolino già soggetti che offrono passaggi in uscita verso il Meridione per qualche centinaio di euro. “Offerte speciali” rivolte a chi non possiede un’auto e non può prendere i treni a causa delle misure del governo. Magari per tornare a far festa, e far finta che basti non pensarci. Un modo di far soldi si trova sempre. E anche qualche stupido che ci casca.

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Effetti collaterali

Virale. Nell’oceano (rosso) del marketing, oltre le colonne d’Ercole che separano vita offline e online, non si registra aggettivo più usato da almeno un paio di lustri. Virale è il contenuto, virali sono il video, lo sketch, la gaffe. Sono bastati dieci giorni e, invece, di virale è rimasto solo il Covid. Persino sui giornali. Sulle testate non si vedono più mici che giocano teneramente, koala che si abbracciano, bimbi che imitano Frank Sinatra stonando. E, soprattutto, nessuno osa più accompagnarli con l’infausta parolina, pena il pubblico ludibrio. Beh, se può esserci un effetto collaterale positivo del coronavirus, direi che è proprio questo.

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Assieme al virus, ci toccano i soloni da social

Scrivo da Milano, pochi minuti dopo essere stato in Duomo. Poca gente, pochi turisti, ma non il deserto. C’è persino una musicista che suona, e il Bob Dylan di “the asnwer, my friend, is blowin’ in the wind” ci starebbe proprio bene, sotto al cielo grigio di oggi. Detta onestamente, mi sembra che in città la paura stia lentamente cedendo il passo alla consapevolezza che questo virus c’è, e ce lo dobbiamo “sciroppare” fino alla fine. Punto. Fortunatamente, pare, non è grave nella maggior parte delle situazioni.

Ristoranti e bar chiusi, palestre, cinema e musei anche, la Scala!, alcuni per ordinanza, altri per scelta. E’ vero: al capoluogo lombardo e a Lodi è toccato il poco gradevole compito di rallentare la diffusione del contagio, in maniera che non si propagasse troppo velocemente perché il sistema sanitario potesse reggerlo. Il nostro sistema sanitario, e quello di molte altre regioni in cui il virus può fare danni seri, dato che si trovano in emergenza perenne anche in tempi normali. Un compito che stiamo assolvendo bene, con qualche sacrificio, certo; ma forse, soprattutto, una lezione che ci ricorda come, tutto sommato, restiamo umani. E, anche nel 2020, basta un’influenza a mettere fuori gioco i nostri algoritmi.

Poi ci sono i soloni. Quelli che irridono chi ha paura (ma probabilmente non hanno genitori anziani o amici immunodepressi). O i cretini che dileggiano chi ha svuotato i supermarket, trattandoli da cafoni. Li tranquillizziamo: la situazione tornerà presto alla normalità. Ma molti di quelli che hanno fatto la spesa monstre temevano la quarantena, che è ancora (ripeto: ancora) la misura di elezione se si è entrati in contatto con persone infette e si sviluppano sintomi da contagio. Viene da pensare che, a differenza di questi idioti, intendessero rispettarla, se ammalati.

E ancora, quelli che sciorinano statistiche, per cui ne muoiono di più per l’influenza, l’alcol, gli incidenti che per il virus.

Anziani, malati di cancro, pazienti con patologie croniche. Il timore, i timori, sono per loro. Ma a certi eterni Peter Pan basta poco per divertirsi. Quindi rassegniamoci: assieme al virus, siamo costretti a “sciropparci” anche loro.

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Mascherine coronavirus, occhio al prezzo. Anche in farmacia

Rastrellano mascherine e amuchina, nel migliore dei casi per amici e conoscenti. Nel peggiore, per rivenderle a prezzi esorbitanti sul web. La paura del coronavirus non ha scoraggiato gli sciacalli. Anzi, li ha stanati, come sempre accade in casi del genere.

Ma se la Rete è un far west, c’è anche chi, in barba a ogni deontologia, propone gli articoli del momento a prezzi incredibilmente alti nelle farmacie.

Fino a qualche giorno fa, i disinfettanti campeggiavano in bella vista tra le corsie dei supermercati. Pochi acquisti, la paura sembrava lontana.  Nella notte tra giovedì e venerdì cambia tutto. I primi casi in Italia, le prime vittime, soprattutto, hanno dato il via alla corsa al negozio. Nel giro di poche ore diventa impossibile trovare un flacone di disinfettante in tutta Milano, Lodi e provincia.

Le bottigliette sparite dagli scaffali riappaiono sul web, su siti di tutti i tipi, non esclusi eBay e Amazon. Quattro flaconi a 109 euro, quando di solito si pagherebbe attorno ai 20, tre a 150. Prezzi folli, che però qualcuno, in preda al panico, è disposto a pagare. La Procura di Milano ha aperto un’indagine.

Discorso analogo per le mascherine. Il passaparola (fondato) spiega che ne esiste una tipologia che offre un minimo di protezione: quelle con la sigla Ffp3, modello da lavoro che si utilizza in ambienti contaminati da polveri sottili. Non per niente sono vendute in ferramenta e colorifici. Meno utili le Ffp2.

I prezzi per una scatola da dieci variano tra i 40 ai 70 euro in ferramenta (4 o 7 euro l’una). Sabato era praticamente impossibile trovarle a Milano, dal centro alla periferia. Abbiamo percorso la città in lungo e in largo senza esito.

Il giorno dopo sono riapparse online. Dove, vendute singolarmente con la dicitura “ultimo esemplare”, erano (o meglio, sono) distribuite anche a 49 euro al pezzo, più 19 euro di spese di spedizione, persino da utenti con tanti feedback, e quindi ritenuti affidabili.

Nella nostra breve inchiesta abbiamo scoperto un altro fenomeno. Qualcuno racconta di come ai primi di gennaio ne abbia fatto incetta per spedirle in Cina. “Sì, ne ho prese circa 300 da spedire a Shanghai a mio fratello, dove sono introvabili” racconta una signora che incrociamo in una delle tante utensilerie milanesi prese d’assalto , alla ricerca (vana) di qualche altro pezzo per sé ora che il virus è arrivato in Italia.

Qualche commerciante spiega proprio con l’invio in Asia la scarsità di questi giorni. Così funziona il mercato, del resto.

Discorso diverso quando a cambiare i prezzi – al rialzo – sono le farmacie, dove chi serve dietro il bancone deve per legge essere iscritto a un ordine professionale, ed è vincolato a precisi obblighi deontologici. Come quella a Milano, città in preda all’ansia da giorni. Zona Wagner, uno dei salotti della città: sabato pomeriggio, prodotto già esaurito. Chiediamo quando arriveranno. “Lunedì”, la risposta. Il costo? La dottoressa, spilla ben appuntata sul camice bianco, abbassa lo sguardo per un attimo. “Quattordici euro”.

Qualcuno, sottovoce, dà la colpa ai grossisti per il rincaro. La  nostra verifica parrebbe dare esito differente.

Contattiamo un imprenditore che lavora nel settore. “Non mi risultano aumenti da parte loro”.  Proseguiamo il giro di chiamate. “Non posso certo confermare i rincari – spiega una farmacista brianzola che preferisce non essere citata – . Dal mio punto di vista, e per quello che ne so lavorando quotidianamente con grossisti e aziende, si tratta semplicemente di speculazione. Nessuno di questi soggetti aumenterebbe mai i prezzi delle mascherine in un momento come questo: troppo grande il danno di immagine, e poi ci sono i controlli. Ad aumentare sono i singoli esercenti”.

Idem dicasi per il gel disinfettante. “Abbiamo venduto 400 pezzi da venerdì a oggi, un record. Finite le scorte, abbiamo ordinato le materie prime per cominciare a prepararlo noi, in negozio, cosa che di solito non facciamo, dopo aver visto l’escalation dei prezzi. Per una farmacia dotata di laboratorio è piuttosto semplice” assicura.  Sicura che i prezzi non siano cambiati? “Si, le mascherine con filtro Ffp2 costano 6 euro al pezzo, le altre qualcosa in più. Non sono più disponibili, ma credo che dalla prossima consegna le venderemo a prezzo ridotto”. Addirittura? “A dirla tutta, oltre, alla deontologia, anche da un punto di vista commerciale  non modificare i prezzi è la cosa più intelligente. Si guasterebbe il rapporto di fiducia con i nostri clienti”.

Discorso che, probabilmente, non vale per le zone di passaggio, dove non c’è fidelizzazione.  Stazioni, piazze di grandi città, luoghi di transito dove le persone temono di poter essere contagiate, ma anche centri commerciali. In caso di dubbio, la nevrosi spinge ad apire il portafogli senza fiatare contando sulla serietà di chi c’è dietro il bancone.  Non sempre la fiducia è ben riposta.

Le notizie deprimenti si rincorrono. E non sono, purtroppo, solo quelle relative al contagio. Non bastassero la paura e il dolore per le vittime, gli sciacialli del coronavirus hanno cominciato a citofonare agli anziani, presentandosi a nome delle Asl per effettuare test diagnostici. Tutto finto,  avvertono le autorità: i sanitari arrivano solo se chiamati. Bisognerebbe rivolgersi al 112, se le linee del numero unico – utilizzato per segnalare i casi di sospetto contagio – non fossero già intasate.

I malviventi, bontà loro, sono arrivati persino in ospedale. Pare che in un nosocomio del comasco siano sparite intere confezioni di mascherine. Un fenomeno, quello dei furti, non nuovo, raccontano i medici. Coinvolgerebbe anche attrezzature ben più costose, come le testine degli ecografi, valore svariate migliaia di euro. Destinazione? Questa volta preziosi device non riapparirebbero sul web. E dove, allora? Sorpresa: nelle stanze di insospettabili studi privati.

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Come “prestare” il tuo computer alla ricerca contro i tumori

Questo articolo è stato pubblicato su Wired Italia

Marissa Mayer era una matricola al primo anno di Medicina a Stanford. Dopo qualche mese passato sui libri senza troppa voglia, si accorse che l’anatomia non la appassionava abbastanza. “Fino a quel momento studiavo cose che avrei potuto approfondire anche nel Wisconsin, dove sono nata”, avrebbe ricordato poi in un’intervista. Ma lei si trovava in California, e non c’era motivo di pagare la retta di una delle università più prestigiose d’America senza imparare qualcosa di veramente nuovo.

La scelta si rivelò vincente. Mayer si iscrisse al corso  di laurea in Sistemi simbolici, percorso trasversale che comprende informatica, linguistica, psicologia, comunicazione e statistica e interseca materie eterogenee, alla ricerca di quel quid che agli specialisti, semplicemente, sfugge. Pochi anni dopo nacque Google, e Mayer fu tra i primi 20 dipendenti. Nel 2012, divenne ad di Yahoo.

Una storia americana

La città di Palo Alto fu fondata da Leland Stanford, arrivato nel territorio con l’intenzione di creare un’università in memoria del figlio, morto di tifo a soli 15 anni. Pare che il magnate avesse posto una condizione per dare inizio ai lavori: quella di mettere al bando l’alcol nel nuovo abitato. I 13 saloon erano ben noti agli ubriaconi della zona e causavano non pochi problemi di salute e ordine pubblico.

Stanford ottenne le garanzie che voleva e aprì i cordoni della borsa. La città nacque vicino a un albero millenario (“el Palo Alto“) e l’ateneo in poco tempo divenne uno dei migliori d’America, attirando professori e studenti di talento. Molti anni dopo, con il boom dei microprocessori, la Silicon Valley divenne il centro del mondo dell’elettronica.  E quando il centro di gravità si spostò dall’hardware al software, è facile comprendere come nell’area si siano insediate alcune delle società più innovative del pianeta. Ma non c’è solo l’informatica: tra gli edifici trovarono casa anche realtà come l’American Institute of Mathematics e il Mental Research Institute, che diede i natali a una famosa scuola di psicoterapia.

Un legame profondo con la medicina

Il legame tra l’ateneo e la medicina cominciò presto e si fece via via più solido. E dall’humus che ha dato vita a uno dei più straordinari agglomerati tecnologici della storia, non poteva non nascere innovazione anche in questo campo.

Stanford si colloca al terzo posto negli Stati Uniti per la ricerca. È stato in questo contesto straordinario che nel 2000, sotto la guida del professor Vijay Pande, ha visto la luce il progetto Folding@Home. L’idea? Chiunque può dare un contributo alla scienza semplicemente mettendo a disposizione la potenza inutilizzata del proprio personal computer. I potenti elaboratori dei centri di ricerca non erano sufficienti per le nuove sfide della biologia computazionale, così Pande ha pensato di far ricorso agli utenti della rete e sfruttare il loro contributo volontario.

Non si tratta, per la verità, di un assunto nuovo. Il calcolo distribuito nacque più di 50 anni orsono in ambiente accademico e ha trovato applicazione in diversi ambiti. Ripartendo i compiti sulla base delle singole esigenze di ricerca, si ottiene un risparmio che consente di riservare le potenze maggiori per le operazioni di particolare complessità, riducendo gli sprechi.

A cosa serve la potenza di calcolo 

Ma cerchiamo di capire a cosa serve questa potenza di calcolo. Per farlo è necessario partire dalla biologia. Le proteine sono alla base della vita. Per svolgere il proprio compito, la lunga catena di amminoacidi da cui sono composte deve ripiegarsi su se stessa infinite volte in strutture tridimensionali, interagendo con l’ambiente circostante fino ad assumere una conformazione che coniughi funzionalità ed economia di spazio. Questo processo prende il nome di folding e avviene milioni di volte al giorno in tempi ridottissimi: analizzarlo, si ritiene, può essere la base per trattare patologie fino a oggi incurabili.

Se i meccanismi di correzione non funzionano e il processo non va a buon fine (come accade raramente, per la verità) la proteina deforme che si viene a creare può innescare processi patologici, tra cui molti tipi di cancro, ma anche l’Alzheimer e il Parkinson.

Strutture 3D

Ma lo studio delle strutture tridimensionali è complesso. In assenza di un modello teorico capace di spiegare il ripiegamento in maniera esaurientegli scienziati di Stanford hanno scelto di provare a simulare la realtà con l’utilizzo di un calcolatore: vengono tentate tutte le ipotesi possibili, scartando le meno verosimili. Questo, in sintesi, quello che fa Folding@home. Il compito di ogni pc connesso alla rete diventa così quello di risolvere una parte dei calcoli (work units) in cui è stato diviso il problema oggetto di studio. C’è un tempo massimo per completare le work units: i risultati confluiscono poi nella centrale operativa, posta sotto il controllo diretto dei ricercatori, che dirige il traffico e aggrega i dati.

Per modellare un millisecondo di folding, anche di una proteina di medie dimensioni su un MacBook Pro top di gamma, ci vorrebbe qualcosa come 500 anni”, ha spiegato Greg Bowman, che oggi dirige il team di Folding@home: “Ma con il calcolo distribuito possiamo dividere i problemi in tanti piccoli spezzoni indipendenti, da inviare a mille persone alla volta. Così, svolgendo i calcoli in parallelo, possiamo risolvere in sei mesi problemi che avrebbero richiesto 500 anni”. Per dare un’idea, si calcola che la rete messa in piedi da Pande possa contare su una potenza di 15,0 PetaFlops con una base hardware che include Playstation 3 e schede video.

Rosetta@home, disegnare proteine in 3D

Rosetta ha un approccio diverso. “Il calcolo distribuito ci consente di disegnare decine di migliaia di nuove proteine, che poi vengono inserite in geni sintetici – illustra David Baker, a capo del progetto -. Questi, a propria volta, saranno inoculati nei batteri per “programmarli” a produrre le nuove proteine in autonomia. Poi estraiamo le proteine, e stabiliamo se funzionano come ci aspettavamo quando le abbiamo disegnate. E se sono sicure”. Rosetta ha una potenza circa 55 volte minore di Folding@home: in media di 270 TeraFlops, e si affida unicamente alle Cpu.

Prestare il computer alla scienza: come fare

Partecipare al progetto richiede soprattutto la pazienza di ascoltare  la ventola del pc girare più spesso del solito: un problema risolvibile con l’aiuto di un leggero sottofondo musicale. Il software si può scaricare facilmente da internet ed è pronto per essere installato.

Nel giro di cinque minuti il computer diventa operativo, con una maschera che indica i progressi ottenuti. I programmi sono impostati di default per lavorare con priorità bassa, e sfruttando solo la potenza inutilizzata dal processore. In pieno spirito americano, un sistema di punteggio tiene il conto del contributo fornito da ciascun utente, stilando una classifica di quelli più attivi. Chi vuole può stampare un certificato.

Il ruolo dell’informatica nella cura della salute sta diventando fondamentale. “La conoscenza aumentata del protein folding, il costo sempre minore dei geni sintetici e la legge di Moore sulla potenza dei microprocessori”, sostiene Baker, permetteranno passo da gigante nei prossimi anni, compreso lo sfruttamento della mappatura del genoma umano. E le applicazioni della computer science in campo sono solo agli albori.

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Bad Blood: Theranos è tutto ciò che una startup non deve fare

Theranos, ovvero tutto quello che non bisogna fare se decidete di fondare una startup, e qualcuno crede in voi. La storia è quella di Elizabeth Holmes, bionda studentessa di Stanford – vengono tutti da lì, pare – che si ritira al secondo anno per perseguire il sogno di diventare ricca creando una società biomedicale. La chiama Theranos, crasi tra therapy e diagnosis, e l’idea è quella di produrre un apparecchio dalle dimensioni contenute in grado di eseguire oltre 200 test ematici in pochi minuti, prelevando una sola goccia di sangue e direttamente a casa. Tenete a mente il discorso delle dimensioni, perché l’idea ossessiva di miniaturizzare qualcosa che veniva già fatto in maniera affidabile in laboratorio sarà la causa del disastro.

Rimpicciolire i componenti poneva, infatti, problemi ingegneristici che si sono presto rivelati insormontabili. Holmes, aiutata dal compagno di vent’anni più grande, non si scoraggia, e prova in tutti i modi ad andare avanti. Anche perché l’innata capacità persuasiva, i grandi occhi chiari e la voce profonda – provate ad ascoltarla su Youtube, anche se pare fosse una posa – hanno sin da subito incantato decine di investitori. Nella compagine c’era gente scafata come Rupert Murdoch, ma anche l’italiano John Elkann. Non solo. Il consiglio di amministrazione era composto da nomi di peso della politica a livello mondiale.  Qualche esempio? Henry Kissinger sedeva in prima fila, ma c’era anche l’ex segretario di Stato ai tempi di Reagan George Shultz, uno dei principali attori della distensione tra le superpotenze degli anni ’80.

 

 

Holmes aveva creato la scatola perfetta, ma all’interno il contenitore era vuoto.  E quando i soldi hanno cominciato ad arrivare, arrestare la reazione a catena  (“Se ci investe lui, di sicuro funziona, quindi ci investo anch’io”) è diventato difficile come nei più tragici incidenti nucleari. Soprattutto se il propellente era costituito dall’ambizione e dall’avidità di una ragazza con pochi scrupoli.

E’ durata oltre dieci anni la parabola di Theranos, senza mai arrivare al “go to market”. Nel frattempo, meno che trentenne, Holmes è diventata miliardaria in dollari, guadagnandosi le copertine delle principali riviste di business.

Ma oltre le mura dell’ufficio di Palo Alto e le porte a vetri blindate sorvegliate  da gorilla con l’orecchino, aleggiava un senso di terrore. Dipartimenti aziendali che non potevano comunicare tra loro, email controllate, licenziamenti all’ordine del giorno. Chi provava a manifestare dubbi – in fondo si parlava di macchinari biomedicali, e c’era di mezzo la salute delle persone – sulle pratiche aziendali veniva allontanato e minacciato. Un’ossessione per la privacy che sconfinava nella paranoia, e serviva per nascondere il vuoto.

Incurante di tutto, la società stringeva accordi, tra cui quello con una catena della grande distribuzione per eseguire test di prova su pazienti nei punti vendita. Test che, in diverse occasioni, hanno prodotto risultati inattendibili, causando stress notevoli a chi vi si sottoponeva e si scopriva malato pur essendo perfettamente sano.

Tutto ciò non sarebbe, forse, mai venuto alla luce se non fosse stato per l’inchiesta di John Carreyrou, reporter del Wall Street Journal vincitore di due premi Pulitzer. Carreyrou ha condotto un lavoro di indagine meticoloso che ha portato alla pubblicazione di una serie di articoli in grado di sgonfiare rapidamente il fantoccio.

Una bella storia dal punto di vista giornalistico, raccontata perfettamente nel libro che ne è seguito (“Una sola goccia di sangue” ma l’originale inglese “Bad Blood” rende meglio l’idea). Una storia che mostra cosa significhi fare informazione sul serio, ma anche essere un editore. Il già citato Rupert Murdoch era tra gli investitori di Theranos, con una cifra monstre di oltre cento milioni di dollari. Avuta notizia dell’inchiesta, Holmes provò a contattarlo per fermare tutto: ma il tycoon australiano si rifiutò di intervenire, lasciando alla redazione le valutazioni. Perse una caterva di quattrini, ma preservò la credibilità del giornale.

Bad blood è un’inchiesta da manuale che ogni giornalista dovrebbe leggere, ma anche un libro che svela il peggio della Silicon Valley e dell’ecosistema delle startup. Il mito di Steve Jobs, il potere assoluto del marketing, le iniezioni di venture capital da centinaia di milioni di dollari su progetti che non hanno alcuna solida base industriale ma solo una supposta visionarietà. Un sistema sbilanciato in avanti e che sfugge ai controlli riservati alle società quotate in Borsa, perché oggi le startup riescono a finanziarsi privatamente tramite fondi di investimento fino a diventare giganti da un miliardo di dollari e oltre prima di andare sul mercato azionario, ed essere controllate sul serio.

L’epilogo lo lasciamo alla sorpresa del lettore. Pare che ci sia un film in lavorazione per trasportare la pellicola sul grande schermo; ma chiunque sia interessato al mondo delle imprese innovative deve leggere il libro. Il confine tra ambizione ed etica non è mai stato tracciato in maniera definitiva, ma, nella propria inchiesta, Carreyrou fissa una serie di limiti oltre cui non è prudente spingersi. Un monito per chiunque faccia impresa. Soprattutto se avrà la fortuna di avere gli dei del successo dalla propria parte.

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