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WeTransfer punta sulla sostenibilità e sfida Microsoft. L’intervista al Ceo Willoughby

È uno dei servizi più popolari al mondo, “uno di quelli – racconta il ceo – a cui gli utenti sono più fedeli”. Sono in pochi a non aver mai inviato un file con WeTransfer, magari ingannando l’attesa con uno dei quadri presenti in home page. Nata in Olanda nel 2009 dall’idea di due ragazzi stanchi di spedire chiavette USB in giro per la città con i corrieri, di acqua sotto i ponti, in un decennio, ne è passata parecchia. La rivoluzione tecnologica, e non solo. Nuovi stili di vita, abitudini consolidate messe in soffitta, Greta Thunberg in prima pagina su tutti i giornali e una pandemia che sta cambiando il mondo.

Contestualizziamo. Dieci anni fa, il climate change era un’argomento buono a riempire i buchi quando le redazioni non avevano di meglio da scrivere. I freelance erano figure mitologiche, i grandi gruppi del coworking erano di là da venire. Ai tempi, attaccata al portachiavi di molti faceva bella mostra una pen drive. Nei negozi – sembra preistoria – si vendevano ancora i cd. Il cloud c’era già, ma se ne parlava poco. Per trasferire contenuti di grosse dimensioni esistevano le “gigamail”, certo, ma bastavano a malapena per qualche foto; chi voleva di più doveva ricorrere a servizi professionali, quindi a pagamento. Un costo quasi mai giustificato.

La realtà di oggi è profondamente mutata. La “nuvola” ha mandato in soffitta i vecchi device, mentre gli smartphones sempre più potenti, le connessioni veloci e una serie di nuovi software consentono di lavorare in mobilità. La storia di WeTransfer è quella di un’azienda nata intercettando un bisogno del mercato ma capace di  adeguarsi al cambiamento incessante, e che per sopravvivere alla giungla digitale ha scelto di puntare su un asset estremamente potente: la community.

Quella dei grafici, dei liberi professionisti, dei freelance. In una parola, il popolo dei creativi. Quello che era un semplice servizio di trasferimento file ha cambiato pelle di anno in anno, e oggi, oltre e oltre al core business, propone un ecosistema di prodotti, tra cui un digital magazine focalizzato sui nuovi artisti internazionali che vanta collaborazioni con Bjork e la Nelson Mandela Foundation e un tool, Paste, che prova  a sfidare il monopolio di PowerPoint.

Abbiamo incontrato il ceo Gordon Willoughby, ex di Amazon, che ci ha spiegato come, nonostante la recente certificazione B-Corp, quello di WeTransfer resti “proper business”. “Non siamo una charity o una ONG” ha sottolineato. Ma la scelta di spostare l’attenzione dal mero conto economico alle persone, a sentir lui, paga. Anche nel tech.

Gordon Willoughby (ceo WeTransfer): “La nostra community? Meglio di Apple”

 

StartupItalia: Cominciamo dalla fine, cioè dalla notizia più recente. WeTransfer ha recentemente ottenuto la certificazione B-Corp. Perché avete scelto di intraprendere questo percorso?

Gordon Willoughby: A dieci anni dalla fondazione ci siamo chiesti: che tipo di business vogliamo essere nei prossimi dieci? Da qui, la scelta di puntare a diventare B-Corp è stata logica, anche se si tratta di sottoporsi a un processo molto rigoroso che prende in esame 5 o 6 aree, senza limitarsi a quella finanziaria.

StartupItalia: Pensa che essere sostenibili sia cool? Suggerirebbe lo stesso percorso ad altre compagnie tech?

Gordon Willoughby: Non definirei il nostro percorso come “cool”: direi, piuttosto, che è necessario. C’è una crisi climatica in corso: diventare B-Corp non significa essere una charity né una ONG ma diventare sostenibili. Il problema è come continuare a fare business in senso stretto, ma farlo pensando al bene comune.

StartupItalia: Ci sono altre società tech che hanno fatto la stessa scelta?

Gordon Willoughby: Pensiamo di essere una delle più grandi tech company a diventare B-Corp. Siamo l’esempio del fatto che anche nel nostro settore è possibile.

StartupItalia: In che modo l’adesione a questi standard si rifletterà sulla vostra attività? Non è un mistero che il traffico di dati sia molto inquinante per una serie di fattori che vanno dai consumi elettrici al raffreddamento dei data center. Insomma: al di là dello storytelling, come farete ad essere davvero sostenibili?

Gordon Willoughby: La squadra di B-Corp che certifica le aziende ha valutato l’impronta ecologica di WeTransfer guardando al complesso delle nostre attività, non solo, quindi, alle emissioni di anidride carbonica. Ad esempio, il consumo di acqua all’interno dell’azienda: adesso abbiamo un water management system che prima neanche immaginavamo. Ma c’è anche un altro tema importante: quello della filiera. Preferire fornitori sostenibili abbatte le emissioni, e la nostra supply chain è improntata a questo. Per questo usiamo data center di un’azienda che ha intrapreso un percorso in questo senso.

StartupItalia: C’è altro?

Gordon Willoughby: Facciamo ricorso moderato a viaggi di lavoro e pendolarismo. Il telelavoro ha funzionato meglio e molto più facilmente di quanto immaginassimo. E, diciamocelo, è anche più popolare tra i dipendenti. Insomma, stiamo diventando una remote company: dopo la crisi Covid, ci aspettiamo che i dipendenti vadano in ufficio non più di due giorni a settimana.

StartupItalia: Per sempre?

Gordon Willoughby: È una sperimentazione che durerà sei mesi, ma speriamo di mantenere questa policy per sempre dopo averne verificato i risultati. Inoltre, abbiamo cominciato a comprare prodotti locali e valutiamo nell’ottica della sostenibilità anche l’hardware che acquistiamo, dai laptop agli smartphone aziendali.

StartupItalia: Credete che rispettare questo tipo di vincoli avrà un impatto dal punto di vista finanziario?

Gordon Willoughby: Lo scorso settembre, quando sono andato dal board a proporre di diventare B-Corp, ho affermato tre cose. Innanzitutto, che è la scelta giusta da fare: molti dei nostri users fanno parte della comunità dei creativi, sono estremamente consapevoli della crisi climatica e vogliono davvero comportarsi in maniera responsabile: quindi questo percorso rende il nostro brand più forte.

StartupItalia: Quali sono le altre due?

Gordon Willoughby: La seconda è che una società responsabile dal punto di vista ambientale è più attrattiva per potenziali dipendenti: ci aiuta a trovare nuove persone di talento e a trattenere quelle che già abbiamo. E questo, in città molto competitive come Londra, New York, Los Angeles, è un punto decisivo per molti dei candidati a cui facciamo colloqui. Infine, credo che questo atteggiamento crei una investment proposition più attraente.

StartupItalia: Lasciamo per un momento da parte la sostenibilità. Qual è, se dovesse individuarlo, il main asset di WeTransfer?

Gordon Willoughby: Penso sia il brand e quello che rappresenta per i nostri utenti. Cerchiamo di produrre dei tool che rendano più semplice il lavoro di chi li usa e credo che questo sia il nostro valore principale: il fatto che la gente pensi a WeTransfer come a un mezzo per facilitare la propria creatività.

StartupItalia: Quindi il vostro asset principale è la community?

Gordon Willoughby: In un certo senso, sì. Abbiamo un legame molto stretto con la user base. Una delle cose che mi ha attratto verso WeTransfer da Amazon, dove lavoravo prima, è stata proprio la community, come la chiama lei.  Abbiamo uno tra i net promoter score (l’indice che valuta la fedeltà in una relazione impresa-cliente, ndr) più alti tra tutte le tech company, tra 70 e 80 punti, il che ci posiziona sopra a società come quella di Bezos ma anche a Netflix o Apple. Questo comporta enormi vantaggi, tra cui il fatto che la community è molto aperta nei riguardi di tutte le iniziative che decidiamo di intraprendere.

StartupItalia: Quanto vale WeTransfer?

Gordon Willoughby: È una private company, quindi non è quotata…

StartupItalia: Chi sono i vostri competitors al momento?

Gordon Willoughby: In generale, nessun’altra società fa quello che facciamo noi, perché abbiamo in portafoglio cinque prodotti che coprono tutto il flusso di lavoro creativo. Quindi, se le lo consente, risponderei separatamente. Dal punto di vista del trasferimento dati, potrei dire DropBox, anche se il servizio che forniamo non è esattamente lo stesso. Se guardiamo al nostro digital magazine, che si focalizza su idee in grado di ispirare, penso ad aziende come Monocle. Se guardiamo a Paste, lo strumento per presentazioni, non c’è un competitor diretto: è pensato in maniera nativa per essere collaborativo, mentre gli altri sono stati progettati in un’ottica di lavoro individuale. Ma è la combinazione ciò che ci rende unici.

(In realtà il competitor di Paste è Power Point: Willoughby non lo dice,  forse per non peccare di presunzione, ma lo aggiungiamo noi, ndr).

StartupItalia: A proposito del magazine: vi definireste un editore?

Gordon Willoughby: Ovviamente con il nostro magazine produciamo contenuti. Ma vendiamo anche pubblicità, se intende questo. Il core business di WeTransfer resta free, e il servizio gratuito è completamente pagato dall’advertising business: il che è un grande vantaggio. Abbiamo anche tre milioni di utenti premium: abbastanza unico, come business model.

StartupItalia: Il servizio base di WeTransfer resterà gratuito per sempre?

Gordon Willoughby: Sì, abbiamo intenzione di mantenerlo tale.

StartupItalia: Mi descriva l’utente medio di WeTransfer.

Gordon Willoughby: Sin dall’inizio ci siamo focalizzati sulla comunità creativa in senso lato. All’interno di questa, direi che sono i freelance e le piccole aziende. Ci sono anche alcune grandi compagnie che utilizzano il nostro servizio, ma il nostro pubblico è in massima parte quello cui accennavo poco fa. Abbiamo circa 60 milioni di utenti al mese: fotografi, videomaker, architetti, ma anche ingegneri civili, creativi in una maniera differente. Ma ci sono anche gli sviluppatori, che trasferiscono grandi pacchetti di codice.

StartupItalia: E riguardo all’età?

Gordon Willoughby: Direi che si assesta tra i 30 e i 35 anni.

StartupItalia: Nel giro di un decennio abbiamo completamente abbandonato i CD e le chiavette USB. Quali sono le tendenze nel settore del data transfer?

Gordon Willoughby: Al momento vediamo 2 trends. Il primo è un’enorme espansione dei contenuti digitali creati, cui si accompagna un aumento della complessità: con il passaggio da 4K a 8K i file diventano sempre più grandi. Il secondo, come suggerisce uno studio di Mc Kinsey, è che, solo in America, nei prossimi dieci anni ci saranno dieci milioni di freelance in più.

StartupItalia: Quindi?

Gordon Willoughby: Anche se non siamo una enterprise company, quello che vediamo è che molte grandi aziende stanno cominciando a operare in maniera simile ai freelance, con numerosi piccoli gruppi di progetto, multifunzione e multipaese. Il che significa che il workflow sta cambiando per tutti, e sta diventando simile a quello dei liberi professionisti. Dicevo, anche se non siamo enterprise company, stiamo entrando in quel settore perché il loro modo di lavorare sta cambiando, e lo sta facendo proprio nella nostra direzione.

StartupItalia: Lo smart working è il tema del momento. Pensa che il modello di compagnia basata su un headquarter appartenga al passato?

Gordon Willoughby: Gli head office sopravviveranno. Quello che è cambiato è che diventeranno sempre più posti in cui incontrarsi, e sempre meno posti dove la gente si siede davanti a uno schermo per lavorare.

StartupItalia: Ultima domanda: pensa che qualcuno nel futuro possa essere interessato a rilevare WeTransfer, ad esempio Microsoft, o a una exit?

Gordon Willoughby: Uno dei più grandi punti di forza di WeTransfer è di essere finanziariamente sostenibile. Direi che al momento non è all’orizzonte.

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Medellín, l’ex capitale dei narcos è diventata la casa delle startup

Questo articolo è stato pubblicato su Wired

Sei piani, porte a vetri, arredamento moderno. Dista un paio di chilometri dal centro, si chiama Ruta N e da dieci anni è l’acceleratore di startup di Medellín. Tra gli ampi corridoi si aggirano giovani che per sogni, speranze e preparazione sono simili a quelli delle città europee e nordamericane. Spesso hanno studiato all’estero, in molti casi sono tornati. Per restare. Sono loro l’avanguardia della rivoluzione digitale che sta portando la Colombia verso una modernità, per larghi versi, ancora lontana.

Medellín-Milano e ritorno

Era il regno dei narcos, con un tasso di omicidi da zona di guerra. La vita valeva poco a Medellín, quando Pablo Escobar dettava legge e, per sfidare le istituzioni, si faceva persino eleggere in Parlamento. Freddato dalla polizia nel 1991 nel corso di un rocambolesco inseguimento, quella che oggi è la capitale industriale della Colombia si è ritrovata a gestirne il lascito: un’eredità terrificante fatta di cocaina e violenza, un brand globale della paura che non temeva rivali.

Da allora sono trascorsi trent’anni, e le tracce di quel passato servono a spillare quattrini ai turisti sulle bancarelle che vendono souvenir. Medellìn oggi vive tutte le contraddizioni delle metropoli dell’America Latina. La droga non è sparita: si vedono spesso tossicodipendenti malridotti per le strade, ragazzi che sniffano colla.  Ma non è più solo questo. Gemellata con Milano e Bilbao, in tre decenni ha cambiato volto, grazie a un attento lavoro di ricostruzione.

L’ingresso di Ruta N a Medellin (foto dell’autore)

Felipe Vanegas ha una laurea in architettura, un passato a Milano e un presente ben saldo nella città colombiana. Dopo gli studi nell’ateneo locale, ha trascorso un anno alla Domus Academy per frequentare un corso di Business design prima di staccare il biglietto di ritorno. L’incontro avviene mentre discute con alcuni colleghi in uno dei tanti angoli dedicati al networking di Ruta N. Si offre di fare da guida all’interno del complesso. Insiste per parlare italiano. “Dopo l’esperienza da voi – racconta – sono tornato qui per aprire la mia azienda. Ci occupiamo di consulenza nel settore gastronomico e realizziamo anche workshop”. Perché a Medellín? “È il vero centro dell’innovazione del paese, ancora più della capitale Bogotà: in tanti vengono qui a cercare fortuna da tutto il Sudamerica”.

La “città dell’eterna primavera” strappata ai narcos con un’opera di riqualificazione ambiziosa, nel 2013 ha vinto il premo di Most Innovative City in the World, davanti a competitor molto più blasonati come New York e a Tel Aviv. E non ci sta a restare dietro alla capitale. “E perché dovremmo? Siamo probabilmente più avanti rispetto al resto del paese” rilancia Sergio Naranjo, responsabile della comunicazione di Ruta N. “La Colombia investe lo 0,69% del bilancio in innovazione: a Medellín ci attestiamo all’1,24%. Quasi il doppioBogotà è la capitale, il posto dove si prendono le decisioni politiche ed economiche: ma qui c’è integrazione tra l’ecosistema delle startup e il territorio, che si tratti di pubblica amministrazione o del tessuto universitario. Il futuro? Ci candidiamo a essere il prossimo hub dell’innovazione in Sudamerica”. D’altronde il Cile, per anni Mecca locale della tecnologia, è oggi attraversato da tensioni politiche. E il Brasile, con i suoi contrasti tra lusso e povertà estrema, resta un posto troppo pericoloso per gli affari.

La voce ha cominciato a spargersi. Diverse multinazionali hanno deciso di investire in Ruta N, attirate dal cambio estremamente favorevole e dagli stipendi bassi (il salario minimo in Colombia si aggira attorno all’equivalente di poco più di 200 euro). Le imprese occidentali “fanno la spesa” e cominciano a cercare qui le professionalità di cui hanno sempre più bisogno. Quelle che, oggi, in Europa, costano troppo: esperti di intelligenza artificiale, data analysts, ingegneri. La delocalizzazione ha trovato un’altra meta.

I numeri raccontano una storia che ha già diversi capitoli. Da quando è nato, l’acceleratore ha attratto oltre 400 milioni di dollari in private equity, e le oltre 200 aziende presenti nell’edificio provengono da 31 paesi differenti, Stati Uniti e UE in testa. Tra i big, nomi come UPS, Black&Decker, Accenture. Una scrivania o un ufficio nel palazzo, ha verificato Wired, costano poco meno che a Milano. Cifre che, da queste parti, possono permettersi in pochi. Ma le relazioni, si sa, contano: e, per fare affari con la modernità in Colombia, è questo il posto dove essere. A tutti i costi.

Viaggio nel passato

Lasciamo Ruta N, il suo acciaio e i suoi vetri.  Camminando verso il centro della città, la Colombia torna a essere un paese in cerca di futuro. Officine meccaniche, negozi di frutta, vestiti usati, elettronica di consumo si affastellano uno sopra l’altro. Bancarelle di mercato, giornalai coloratissimi. Vecchi col cappello che giocano a carte. Qualcuno che con una chitarra canta canzoni popolari, e subito si forma un capannello di gente. Bambini giocano per strada, venditori ambulanti offrono minutos, chiamate telefoniche acquistate in blocco e rivendute al dettaglio ai passanti. Scordatevi gli abbonamenti flat.

La presenza di un europeo si nota ancora, eccome, e conviene ricordarsi di non dare troppo nell’occhio. Nonostante questo, nella città simbolo del dramma colombiano ci si sente decisamente più sicuri che a Bogotà: nella capitale, ogni bar, albergo, persino ogni università si presenta agli occhi di chi arriva con un corredo nero di guardie torve armate fino ai denti.

Parcheggiati di fronte ai muri fanno bella mostra di sé i monopattini elettrici usati dai giovani per scorrazzare sui marciapiedi come accade Milano, Parigi, Varsavia. Ma non solo: Medellìn è l’unica città in Colombia ad avere una rete di metropolitana. E una delle due linee è completamente automatizzata e senza conducente.

Chitarre e canti popolari nel centro del Medellin (foto dell’autore)

Rappi, dal food delivery alla salute

Poblado è il quartiere alla moda, dove si concentra la vita notturna cittadina. Qua si trova ogni tipo di cucina, e quando si avvicina ora di cena anche qui sfrecciano veloci i ragazzi del food delivery.

Macchine occidentali al Poblado, quartiere della movida di Medellìn (foto dell’autore)

Il principale player colombiano (e di tutto il Sudamerica) si chiama Rappi: un unicorno da oltre 3 miliardi di dollari di valore. L’ultimo round (series E) chiuso dall’azienda di Felipe Villamarin, Sebastian Mejia e Simon Borrero risale al 30 aprile scorso, e ha portato circa un miliardo di dollari di liquidità nelle casse della compagnia fondata a Bogotà nel 2015, e oggi attiva in 35 città. Questa volta i soldi li ha messi (tra gli altri) il gigante SoftBank, che ha recentemente aperto un proprio Innovation Fund ed è decisa a investire in America Latina. I rumours raccontano di parecchi licenziamenti nelle ultime settimane, ma stiamo parlando di un player, Rappi, capace di diversificare, e che guarda già avanti.

Un rider di Rappi a Bogotà (ph: Antonio Piemontese)

Attualmente, infatti,  l’azienda fondata a Bogotà si occupa solo di food: ma l’idea è quella di aprire presto, prestissimo ad altri settori. Come l’healthcare.

Sarà per questo che anche la francese Sanofi ha messo nel mirino la scale-up colombiana: lo scorso marzo le due realtà hanno siglato un accordo per portare le medicine direttamente a casa dei pazienti. Per Juan Sebastian Ruales, direttore commerciale di Rappi, “non conta quello che le persone dicono di fare ma quello che mettono nel carrello. Se dici di essere in forma ma poi acquisti un mucchio di hamburger su Rappi, sappiamo che non lo sei poi tanto”. Non fa una piega. Il business è, ovviamente, quello dei dati. Per il momento, Sanofi avrebbe intenzione di utilizzare Rappi solo come veicolo pubblicitario. Ma nei piani della scale-up per il prossimo futuro ci sarebbero la consegna di farmaci da banco, prescrizioni, e persino la prenotazione di visite mediche domiciliari. Le sinergie sono tutte da creare.

Sudamerica 4.0

Il Sudamerica è un mercato da centinaia di milioni di persone in cerca di benessere. La gig economy è arrivata anche qui. Molti dei ragazzi che effettuano le consegne per Rappi fanno parte di quel milione e mezzo di venezuelani scappati dalla crisi del paese centro-americano. Il salario minimo in Colombia ammonta a poco più di 200 euro: loro lavorano per la metà. Facile immaginare che non siano ben visti dalla gente del posto.

Anche Uber ha piantato la propria bandiera. Nelle grandi città, a fianco dei taxi ufficiali – tantissimi e a buon mercato, almeno per il turista – c’è sempre l’opzione di prenotare una corsa con il gigante californiano della mobilità. “Non è del tutto legale” – confida Armando, nome di fantasia di un autista che preferisce non rivelare la propria identità – “Quando la vettura che hai prenotato arriva, ad esempio, non puoi fermarla e chiedere se si tratta di un Uber. Facile che chi è alla guida non ti risponda, perché, altrimenti, per la legge farebbe concorrenza ai taxi. Direi che, più che illegale, è a-legale. Una zona grigia in cui, comunque, si riesce a lavorare bene”.

Comuna 13: una scala verso il cielo

La mattina dopo con Armando si arriva alla Comuna 13, il barrio di Pablo Escobar. Qui il super boss regnava incontrastato, da qui governava il paese. Oggi all’interno di case dai muri poveri e tetti in lamiera ci sono computer e parabole. Tanti ragazzi hanno studiato l’inglese e si offrono come guide per i turisti alla ricerca di uno scorcio diverso di Medellín.

Medellin, vista dall’alto del barrio Comuna 13 (ph.: Antonio Piemontese)

Su tutto, domina un’enorme scala mobile che dalla base – il barrio si trova in collina – conduce fino in cima. Non è raro trovare persone che hanno visto morire parenti colpiti da sventagliate di mitra. Ma l’ascensore sociale rappresentato dalla scala è il simbolo della volontà di molti degli abitanti (e dell’amministrazione) di scrollarsi di dosso l’infamia del passato.

Nel quartiere le brutte compagnie sono ancora facili da trovare: tredicenni che hanno marinato la scuola sniffano a cielo aperto senza curarsi di noi. La salvezza è rappresentata da un computer. Anni fa, racconta Josè, venticinquenne che si è inventato un lavoro da guida, il laboratorio di informatica inaugurato nell’istituto locale ha permesso agli studenti di connettersi con il mondo e immaginarsi un futuro all’occidentale. Così, di video in video, si ritrova un inglese perfetto, con cui guadagna in pregiati dollari americani.

Adesso vuole aprire un ostello internazionale per ospitare coetanei nel quartiere dove è cresciuto, non prima di aver girato il mondo nelle case dei turisti che accompagna. Il networking, segno dei tempi. In realtà, Josè sa che senza lavoro la tentazione dei narcos è più allettante: e forse il turismo, come il digitale e le startup, possono davvero aiutare la Colombia a svoltare. Non sarà facile. L’anno scorso è stato un anno record per le esportazioni di cocaina, larghe zone del paese sono insicure e la violenza delle bande è reale. Ma qualcosa è cambiato dai tempi di Pablo. C’è voglia di riscrivere un futuro che pareva già segnato. E, anche questo, si respira nell’aria.

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Spegnere le escavatrici via Gps: l’idea per fermare il disboscamento in Amazzonia

 

Questo articolo è stato pubblicato su Wired

L’annus horribilis che sta per concludersi per l’Amazzonia ha reso di drammatica attualità le immagini già viste negli anni Ottanta, quando carovane di veicoli meccanici avanzavano per costruire l’autostrada destinata a tagliare in due la foresta. Il governo di Brasilia ha fatto spallucce di fronte alle critiche dei leader globali.

La deforestazione è aumentata del 278% nel mese di giugno 2019 secondo le statistiche dell’Inpe, l’Istituto brasiliano per la ricerca spaziale. “L’avidità di legname fa sì che gli alberi siano sempre meno”, accusa Raoni Metuktire, leader dei Kayapò, popolazione nativa originaria del Brasile Centrale. Una comunità balzata agli onori delle cronache per la strenua resistenza opposta anni fa: cioè quando, nel territorio che occupano da millenni, è stato scoperto l’oro.

Il popolo guerriero che non disdegna Sting

Una storia da conoscere, quella dei Kaiapò. Estremamente aggressivi nei confronti dei novelli conquistadores, sono riusciti a preservare la terra natia dalla corsa selvaggia al metallo giallo prendendo il controllo dell’unica pista di atterraggio che consente di accedere all’area, un eremo altrimenti impossibile da raggiungere.

I pochi minatori ammessi sono stati costretti a versare una sorta di decima sulla polvere d’oro trovata. Il ricavato è confluito in un conto corrente arrivato a gonfiarsi fino a decine di milioni di dollari: denaro investito, tra l’altro, in un aereo a elica, che consente di dare la caccia dall’alto a nuovi, indesiderati insediamenti bianchi.

Non hanno dimestichezza con il ferro, ma sanno come difendersi. Da anni inviano i giovani più svegli in terra “nemica” – vale a dire a scuola – per studiare gli avversari, la loro economia, le loro leggi. E hanno imparato a usare i media per attirare l’attenzione sulla propria causa. Come negli anni Ottanta, quando il Fondo monetario internazionale, incalzato dall’opinione pubblica,  bloccò un prestito necessario alla costruzione di una serie di dighe. Alla grande mobilitazione prese parte anche Sting, artista mainstream che di certo non appartiene al repertorio tradizionale indio ma si innamorò della causa. Per la verità, qualche anno dopo, l’ex leader dei Police scoprì che gli indigeni stessi avevano organizzato un traffico di mogano con l’Europa da 15 miliardi di lire dell’epoca, come rivelato da una rivista brasiliana, dichiarandosi deluso e tradito. Ma si sa, così va il mondo, e sono cose che succedono.

A cavallo tra coding e ambientalismo

Oggi Raoni torna sotto i riflettori, e si presta a fare da testimonial a un insolito progetto a cavallo tra coding e ambientalismo. L’idea nasce dalle sedi di San Paolo e di Melbourne di Akqa, multinazionale attiva negli ambiti comunicazione e digital transformation. Code of Conscience, questo il nome, è un software open source in grado di bloccare le macchine escavatrici utilizzate per disboscare l’Amazzonia sfruttando i sistemi Gps installati di serie su ognuna.

L’idea è semplice: la posizione dei bestioni viene incrociata con la mappa delle aree protette fornite dallo United nations database for protected areas, governi e ong: se i conducenti provano a farle entrare nella “zona rossa”, quella in cui è vietato abbattere alberi, i motori si spengono all’istante, e automaticamente. Un metodo innovativo per evitare il contrabbando di legname, che spesso avviene con la complicità di funzionari corrotti pagati per chiudere un occhio.

Come i sistemi anti-drone degli aeroporti

È un po’ come i sistemi di geofence che impediscono ai droni di volare in prossimità degli aeroporti” racconta a Wired Pedro Araujo, direttore creativo associato di Akqa San Paolo: “Le mappe sono costantemente aggiornate grazie alla connessione mobile, e quando si è fuori dalla portata del segnale, si fa ricorso a quelle scaricate e conservate in memoria. Così, ogni volta che un veicolo entra in un’area protetta, può venire istantaneamente disattivato”.

L’investimento richiesto è basso. “I costruttori possono installare Code of conscience senza costi aggiuntivi perché i moderni macchinari dispongono già di tutto l’hardware necessario a far girare il software. Sui mezzi di vecchia generazione, invece, Code of conscience funziona tramite un piccolo device a basso costo che abbiamo già prodotto”, aggiunge Araujo. Come viene un’idea del genere a un’agenzia che si occupa di comunicazione e trasformazione digitale, e qual è il modello di business? “In realtà si tratta di un progetto no profit – prosegue il manager della multinazionale, con un ufficio operativo anche in Italia -. Semplicemente, siamo abituati a destreggiarci  al crocevia tra grandi moli di dati e il comportamento umano. Questo spiega la genesi”.

Code of conscience è aperto ai contributi di tutti gli stakeholder, precisa Araujo: dai fabbricanti, che possono installarlo come feature sui veicoli di nuova costruzione, ai governi. “Ci piacerebbe che venisse trasformato in obbligo di legge. Abbiamo avuto conversazioni con alcuni apparati dello stato brasiliano, anche se non specificamente con l’esecutivo. Ma parliamo anche con i governi di tutto il mondo, e ci sono già due paesi potenzialmente interessati a trasformare la nostra idea in una norma. Del resto, si tratta di un software che può funzionare ovunque”.

Secondo Araujo, ci sarebbe margine perché anche i costruttori accolgano di buon grado il progetto, nonostante spinga il dito nella piaga delle zone grigie tra industria e politica. Installare il software che spegne i motori a chi disbosca, questo il ragionamento, sarebbe una sorta di patente green. “Siamo in contatto con due operatori, uno globale e uno locale. Crediamo davvero nella percorribilità economica di questa strada – spiega -. Un produttore può perdere clienti animati da intenzioni illegali, certo. Ma può anche toccare il cuore di altri che non solo credono in un mondo migliore, ma riconoscono il valore in termini di business di questo tipo di azioni controcorrente, in un mondo che sta diventando sempre più consapevole”. Vedremo quali ragioni prevarranno.

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Ofo, Tink Labs e le altre: scaleup cinesi, quando crescere in fretta è un problema

Questo articolo è stato pubblicato in origine su StartupItalia.

Erano 4.000, un’onda gialla che colorava Milano. Vederle sfrecciare era diventata un’abitudine, come trovarle parcheggiate di fronte al bar dell’aperitivo o all’uscita dal posto di lavoro. Oggi giacciono abbandonate in aiuole, parcheggi di supermercati. Qualcuna nel corso dei mesi è finita persino sopra un albero. Di recuperarle si occuperà il Comune, dato che l’azienda proprietaria è sparita, lasciando senza lavoro anche i dipendenti della cooperativa cui aveva affidato la manutenzione.

È la storia di ofo (minuscola voluta, si chiama proprio così), supernova cinese della sharing mobility a due ruote, capace di brillare per una stagione raccogliendo 2,1 miliardi di dollari e implodere nel giro di pochi trimestri, arrivando a un passo dal fallimento. Le bici abbandonate di Milano sono un esempio di come vanno gli affari in Europa; ma anche in Cina la situazione non è rosea. Tanto che, evitata di un soffio la bancarotta, la società ha recentemente inaugurato un servizio dotato di docking station: non più bici libere da prendere e lasciare dove capita, ma una serie di punti di raccolta fissi dove si può ritirare e consegnare la due ruote. Un’assicurazione contro il vandalismo, e un’implicita ammissione di non essere riusciti a gestire il servizio free floating.

 

Scaleup cinesi: quando crescere è prematuro

Accade sempre più spesso, in Cina. Grazie alle dimensioni abnormi del mercato interno – due miliardi di persone accomunate da lingua e abitudini di consumo – le startup che indovinano il prodotto o il servizio giusto possono conquistare una crescita esponenziale nel giro di pochi mesi. Gli utenti arrivano tramite il passaparola e si moltiplicano grazie a copiosi investimenti in marketing: a questo punto entrano in gioco le decine di milioni di dollari profuse da fondi di investimento attenti solo ai “muscoli da specchio” della crescita.  Numeri che si sgonfiano bruciando cassa a velocità superiore a quella – già supersonica – con cui giovani manager rampanti e occidentalizzati spesso persino nel nome riescono a procurarsela. Si chiama premature scaling, fantasma lugubre che si aggira per la Cina lasciando dietro di sé cimiteri di rottami, come quello ritratto nella foto qui sotto.

Il caso di ofo, regina del bike sharing

Nel caso di ofo, le voci su una presunta fragilità dell’azienda cominciarono a rincorrersi sul finire del 2018. Bastarono pochi giorni perché milioni di utenti si precipitassero, all’unisono, a chiedere la restituzione dei depositi cauzionali necessari per utilizzare il servizio. Risultato? La bolla si sgonfia all’improvviso. “Restituire i soldi agli utenti, pagare i debiti ai fornitori (ma in Italia c’è ancora un buco di oltre 300mila euro, ndr) e continuare le operazioni” – scriveva a dicembre il fondatore e ceo Dai Wei –  ha generato “immense pressioni sul flusso di cassa”. L’uomo si era rivolto ai dipendenti con una missiva per prepararli all’eventualità di trovarsi senza lavoro dalla sera alla mattina.

 

Pare che dietro il tracollo della scaleup partita dai campus universitari di Pechino ci sia stato un misto di presunzione, internazionalizzazione precoce e problemi di management. Così, almeno, la pensa Jeffrey Towson, professore di Investment all’università della capitale. Due o tre miliardi di valutazione, secondo il docente, in Cina sono abbastanza per essere un bike sharing di successo, ma non per diventare leader di mercato nel settore della mobilità integrata. E i pesci piccoli (per modo di dire) a quelle latitudini muoiono. ofo è cresciuta troppo in fretta per le proprie capacità, senza, tuttavia, raggiungere la massa critica necessaria a operare nel contesto in cui è nata.

Scaleup cinesi finite troppo presto:  ci sono anche proptech e servizi per hotel

Anche a Bluegogo non è andata bene. Terzo player cinese delle bici in sharing, ha dichiarato fallimento nel 2017 dopo aver raccolto più di 90 milioni di dollari di investimenti. Ma il problema travalica i confini del settore.

La vertigine da eccesso di crescita ha già toccato altri mondi, come l’immobiliare Ai Wu Ji Wu (IwJw), attiva dal 2014 nel proptech e capace di raccogliere 305 milioni sul mercato, ma finita in liquidazione nel febbraio scorso.

L’ultima arrivata nel poco invidiabile club è Tink Labs, società di Hong Kong che fornisce smartphone gratuiti ai clienti degli hotel di mezzo mondo. Diventata  uno dei primi “unicorni” della città, all’apice del successo aveva raggiunto una valutazione di 1,5 miliardi di dollari e forniva i propri servizi a 600mila stanze d’albergo in 82 paesi, incluse quelle di catene molto prestigiose come InterContinental Hotel Group e Hyatt Hotels. Ma settimana scorsa, un articolo del Financial Times ha dato conto di centinaia di licenziamenti.  “Non ho mai pensato potesse durare, ma non pensavo nemmeno che avrebbe chiuso così in fretta” ha confidato l’ex capo delle Risorse Umane per Europa, Africa e Medio Oriente Nathalie Vioules. Tutto quello che contava per il ceo Terence Kwok, racconta la donna ai giornalisti, era “fare soldi”.

“Fiumi di venture capital per non  perdersi la nuova Alibaba”

La paura di perdersi “the next big thing”  ha dopato il mercato gonfiandone i muscoli come in certe gare di culturismo.“Il comparto del tech in Cina ha impressionato gli investitori globali sin dalla fulminante ascesa di Baidu, Alibaba e Tencent – sintetizzava il South China Morning Post qualche settimana fa – Per paura di essere tagliati fuori di nuovo, sulle nuove generazioni di startupper in settori come l’e-commerce e il fintech sono stati letteralmente rovesciati fiumi di venture capital, contribuendo a creare un elenco di unicorni cinesi capaci di schiacciare le aziende di altri paesi”. Modelli di business interamente basati sulla crescita a due e tre cifre, non più sostenibili ora che l’economia cinese sta rallentando e il mercato si sta saturando.

Un problema di innovazione

Ma c’è  anche un altro problema, connaturato all’economia del colosso asiatico: a molti giganti locali mancano la componente di innovazione e il know-how  delle imprese statunitensi, europee o israeliane. “Definire di livello mondiale la tecnologia di queste imprese significa sopravvalutarle” ha commentato Jialong Liu, general manager del settore carte di credito alla China Merchants Bank. “Ciò che le ha rese di successo è stata l’ampiezza del mercato cinese” chiosa, e si tratta del suo paese.

Le opportunità per le imprese italiane

Secondo quanto riportato dal Financial Times, il flusso di capitali nel settore tech cinese si starebbe già contraendo.  In contemporanea, sarebbero aumentate le verifiche dei potenziali investitori, ormai consapevoli dei rischi.

Questo può tradursi in nuove opportunità per un certo numero di aziende europee e italiane, finora sovrastate dai giganti asiatici. Come l’italiana Manet, che fornisce lo stesso servizio di Tink Labs ma impiegando un modello di business diverso, centrato su maggiore qualità. “Hanno inondato il mercato di device di basso livello per anni con una politica di prezzi molto aggressiva a cui era difficile stare dietro” spiega a StartupItalia Antonio Calia (leggi l’intervista), ceo e fondatore del player italiano.  “Ma appena è uscito l’articolo del Financial Times, il mio cellulare è diventato rovente, e ha cominciato a squillare come il giorno in cui ho compiuto 18 anni: erano clienti preoccupati, ma anche dipendenti dell’azienda che cercavano di assicurarsi un futuro in caso di fallimento”.  Pare siano 600 gli hotel e 50mila camere a rischio di restare sguarnite. Clienti che avevano puntato su una soluzione low-budget e che ora potrebbero finire dritte nel portafoglio dell’azienda di Calia, nata nel 2017, e rimasta finora in sordina a perfezionare il proprio modello di business e struttura dei costi. Il prodotto che ne è derivato consente maggiori personalizzazioni e interattività, e potrebbe portare una parte del settore a riconsiderare servizi proposti a condizioni troppo allettanti.

Qualità di prodotto e procedure pagano sulla medio-lunga distanza? E’ quello che spera chi fino ad oggi ha dovuto accontentarsi delle briciole. “E’ solo quando la marea si ritira che si scopre chi nuotava nudo” recita una delle massime più famose di Warren Buffet, il principe degli investitori. Uno che (quando lavora) non fa certo beneficenza.

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Sandbox fintech: cos’è e perché funziona (spiegato bene dai protagonisti)

Questo articolo è apparso originariamente su StartupItalia.

Fintech è la parola del momento. Sono sempre più i governi che si stanno dotando di politiche speciali per consentire ad aziende capaci di innovare in un settore tutto sommato conservatore come quello finanziario di crescere più facilmente. Le banche arretrano, ma le regole, in fondo, sono state scritte per loro. Di pari passo con l’avanzare della tecnologia, nuovi modelli di business impensabili fino a qualche anno fa vengono tentati: in qualche caso con successo, rompendo un monopolio di fatto, aumentando la concorrenza e semplificando la vita a milioni di utenti.

Ma i nuovi imprenditori, quelli che non sono abituati ad andare in filiale, hanno fame di canali alternativi per parlare con i decisori. Il gap generazionale e la scarsa consapevolezza di dove si collochi, oggi, la frontiera dell’innovazione frenano lo sviluppo, quando non si parla, addirittura, di interessi corporativi. In questo contesto, persino il linguaggio diventa un tema importante per comprendersi. La  rivoluzione sta cominciando, guidata dagli under 40.

Sandbox fintech: obiettivo attrarre aziende

Anche l’Italia ha cominciato a muoversi. È stato il decreto Crescita (entrato in vigore a metà luglio) a cogliere il cambiamento in atto con l’istituzione di un “sandbox fintech”, un programma di supporto tramite cui le aziende potranno sperimentare e interagire con i policy makers. I quali manterranno un atteggiamento di ascolto, pronti a carpire informazioni essenziali su come si fa business nel 2019 e a cogliere lo zeitgeist, lo spirito del tempo.

Due gli obiettivi del Governo: “Innanzitutto, le nuove norme necessarie al settore non verranno semplicemente calate dall’alto ma saranno scritte assieme agli operatori” spiega a StartupItalia Giulio Centemero, capogruppo della Lega alla Commissione Finanze di Montecitorio e relatore del testo. “In questo modo si facilita la vita alle imprese italiane: ma è inutile nascondere che tra gli obiettivi rientra anche quello di attirare aziende straniere nel nostro paese”.

Il “Comitato Fintech” è la cabina di regia istituita ad hoc. Membri permanenti saranno i ministeri dell’Economia e dello Sviluppo Economico, la Banca d’Italia, Consob, l’Antitrust, il Garante per la privacy, il Garante per i dati personali, IVASS (Istituto di Vigilanza sulle Assicurazioni), l’Agenzia per l’Italia Digitale. Presenti, insomma, tutti i soggetti istituzionali preposti alla vigilanza.

Un organo trasversale dotato del potere di invitare alle proprie riunioni (con funzioni consultive e senza diritto di voto) un ampio ventaglio di istituzioni, autorità, associazioni di categoria, imprese, enti e soggetti operanti nel settore della tecno-finanza.

Come Italia Fintech, che raccoglie le principali realtà del settore. “La creazione del sandbox è un fatto sicuramente positivo – commenta Marta Ghiglioni, giovane ma preparatissima managing director – ma attenzione: perché siano efficaci, le nuove norme non devono essere troppo rigide. Altrimenti il rischio è quello di tornare al punto di partenza”.

Sandbox fintech: l’esperienza UK di Oval Money

Ma cosa significa davvero partecipare a una sandbox per un’azienda? E conviene farlo? L’esperienza di altri paesi può essere d’aiuto. In prima linea troviamo il Regno Unito, per tradizione attento a recepire le tendenze finanziarie. Un percorso, quello britannico, interessante come riferimento, e peraltro ancora attivo. Claudio Bedino è cofondatore di Oval Money, società di gestione del risparmio nata a Londra tre anni fa da un team italiano. Oval Money ha preso parte alla sandbox UK nel 2016. Di cosa si tratta, in parole semplici?

“E’ uno schema pensato per mettere alla prova un certo numero di progetti ad alta innovazione, business che sembrava impossibile definire nel perimetro regolamentare tradizionale – chiarisce Bedino – Il dialogo col regolatore, che di solito è un soggetto distante da chi fa impresa, nel caso del sandbox avviene in maniera disciplinata, aperta e rapida; un percorso che ci ha portato a conoscerci reciprocamente meglio, e a interagire utilizzando un linguaggio moderno e adatto alle esigenze del nostro settore, aspetto assolutamente non secondario”. Perché nomina sunt consequentia rerum: e un lessico aggiornato può fare la differenza tra un testo di legge chiaro e uno criptico, evitando zone grigie e velocizzando l’applicazione del diritto, qualora necessario.

Il percorso dell’azienda nello schema, prosegue il manager, è durato sei mesi. “Per entrare si presenta una domanda volta a selezionare le aziende realmente innovative. Superato questo scoglio, si definiscono i parametri su cui si articolerà la fase di test: ad esempio un determinato numero di utenti, o una particolare categoria di investitori. Questa procedura di ingresso può richiedere qualche settimana, al termine della quale si parte con il test vero e proprio. Che purtroppo – devo dire – pur essendo utilissimo dura poco: finite le fasi preliminari, restano circa tre mesi di lavoro”. Un primo aspetto da tenere presente quando si tratterà di trasferire l’esperienza in Italia è proprio questo: la durata.

Ma i soldi dei consumatori sono al sicuro? chiediamo. “Niente paura: il sandbox non è un lasciapassare per andare off regulation e giocare con i risparmi della gente – rassicura il manager – Il principio è: o ci troviamo già nel perimetro delle regole preesistenti e le applichiamo, oppure è necessario crearne di nuove.  Ma nessuna deroga che consenta abusi. Secondo la mia esperienza, nell’80% dei casi si ricade dentro alla normativa vigente: la difficoltà, spesso, è solo capire in che maniera applicarla a chi innova”. Chi siede dall’altra parte della scrivania a volte fatica a capire la reale attività delle startup e i modelli di business. “E’ successo anche a Oval Money, che inizialmente era stata presa per una banca: in realtà non lo siamo, e lo abbiamo spiegato”. La lente d’ingrandimento aiuta il legislatore a sviluppare un capitale di conoscenze aggiornate che sarà messo a disposizione di tutti i nuovi attori dotati di caratteristiche simili, con guadagni in termini di tempo dovuti a iter autorizzativi più brevi e procedure di controllo sperimentate. Ci guadagnano tutti: lo Stato, le aziende, e anche gli investitori, che non scommettono più al buio.

 

Moneyfarm, l’altra italiana in UK

Il dialogo è il punto centrale, conferma Moneyfarm, altra azienda con dna italiano che ha vissuto un’esperienza vicina a quella del sandbox in Gran Bretagna: ha partecipato all’Innovation Hub UK, una versione – per così dire  – leggera del programma.

“Siamo recentemente stati ammessi a ricevere supporto diretto dalla Advice Unit della FCA, alla quale possiamo richiedere direttamente un riscontro nel caso avessimo necessità di implementare modifiche significative al nostro modello di business o ai nostri requisiti organizzativi – afferma David Mascarello, legal counsel di Moneyfarm (domani pubblicheremo l’intervista completa)  – Ad esempio, modifiche all’algoritmo che governa la valutazione di adeguatezza, innovazioni di prodotto suscettibili di modificare il “Regulatory Perimeter” nel quale ci muoviamo quando prestiamo il servizio di consulenza o quello di gestione di portafogli”.

Una possibilità non da poco, considerata la posta in gioco e la rapidità con cui è necessario adeguarsi ai cambiamenti. Spesso gli uffici legali navigano al buio. “Esperienze del genere – riprende Mascarello –  danno alle imprese il vantaggio di poter sviluppare i propri prodotti e servizi in uno spazio sicuro dal punto di vista della conformità alle norme e, attraverso l’interazione con il regolatore, di comprendere meglio il quadro regolamentare applicabile alla propria offerta”.

Il risultato per il Regno Unito è stato una copiosa produzione di strumenti di soft law come policy statements e guidelines, che vanno a integrare le norme primarie senza scatenare gli effetti a cascata di una sostituzione tout court della legislazione pregressa.

Sandbox fintech: creare una nuova classe di “burocrati digitali”

Ma non mancano le voci critiche, che sostengono che un ambiente artificiale scoraggia gli investimenti perché non è in grado di mettere realmente alla prova le aziende.  Qualcuna si è levata anche in Italia. L’opinione di Moneyfarm è differente: “I dati dal Regno Unito aggiornati all’aprile 2019 suggeriscono l’opposto: il primo gruppo di imprese che ha superato con successo la fase di test del Regulatory Sandbox (a fine 2016) ha ricevuto più di 135 milioni di sterline  in equity funding e l’80% di queste imprese sta ancora operando sul mercato”.

Adesso ci sono 180 giorni per scrivere i regolamenti attuativi: un lasso di tempo sufficiente ma non infinito. Il sandbox fintech è un’occasione da non perdere per creare una classe dirigente ricettiva e pronta a cogliere le sfide del futuro in maniera responsabile ma aperta. La crescita digitale di un paese passa anche dalla creazione di una burocrazia in grado di cogliere il cambiamento. Le università hanno da tempo cominciato a formare professionisti esperti in queste tematiche, ma sarebbe peccato mortale rinunciare all’esperienza di chi è in prima linea sul mercato. Una sorta di open innovation applicata alla cosa pubblica. Finalmente.

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Bad Blood: Theranos è tutto ciò che una startup non deve fare

Theranos, ovvero tutto quello che non bisogna fare se decidete di fondare una startup, e qualcuno crede in voi. La storia è quella di Elizabeth Holmes, bionda studentessa di Stanford – vengono tutti da lì, pare – che si ritira al secondo anno per perseguire il sogno di diventare ricca creando una società biomedicale. La chiama Theranos, crasi tra therapy e diagnosis, e l’idea è quella di produrre un apparecchio dalle dimensioni contenute in grado di eseguire oltre 200 test ematici in pochi minuti, prelevando una sola goccia di sangue e direttamente a casa. Tenete a mente il discorso delle dimensioni, perché l’idea ossessiva di miniaturizzare qualcosa che veniva già fatto in maniera affidabile in laboratorio sarà la causa del disastro.

Rimpicciolire i componenti poneva, infatti, problemi ingegneristici che si sono presto rivelati insormontabili. Holmes, aiutata dal compagno di vent’anni più grande, non si scoraggia, e prova in tutti i modi ad andare avanti. Anche perché l’innata capacità persuasiva, i grandi occhi chiari e la voce profonda – provate ad ascoltarla su Youtube, anche se pare fosse una posa – hanno sin da subito incantato decine di investitori. Nella compagine c’era gente scafata come Rupert Murdoch, ma anche l’italiano John Elkann. Non solo. Il consiglio di amministrazione era composto da nomi di peso della politica a livello mondiale.  Qualche esempio? Henry Kissinger sedeva in prima fila, ma c’era anche l’ex segretario di Stato ai tempi di Reagan George Shultz, uno dei principali attori della distensione tra le superpotenze degli anni ’80.

 

 

Holmes aveva creato la scatola perfetta, ma all’interno il contenitore era vuoto.  E quando i soldi hanno cominciato ad arrivare, arrestare la reazione a catena  (“Se ci investe lui, di sicuro funziona, quindi ci investo anch’io”) è diventato difficile come nei più tragici incidenti nucleari. Soprattutto se il propellente era costituito dall’ambizione e dall’avidità di una ragazza con pochi scrupoli.

E’ durata oltre dieci anni la parabola di Theranos, senza mai arrivare al “go to market”. Nel frattempo, meno che trentenne, Holmes è diventata miliardaria in dollari, guadagnandosi le copertine delle principali riviste di business.

Ma oltre le mura dell’ufficio di Palo Alto e le porte a vetri blindate sorvegliate  da gorilla con l’orecchino, aleggiava un senso di terrore. Dipartimenti aziendali che non potevano comunicare tra loro, email controllate, licenziamenti all’ordine del giorno. Chi provava a manifestare dubbi – in fondo si parlava di macchinari biomedicali, e c’era di mezzo la salute delle persone – sulle pratiche aziendali veniva allontanato e minacciato. Un’ossessione per la privacy che sconfinava nella paranoia, e serviva per nascondere il vuoto.

Incurante di tutto, la società stringeva accordi, tra cui quello con una catena della grande distribuzione per eseguire test di prova su pazienti nei punti vendita. Test che, in diverse occasioni, hanno prodotto risultati inattendibili, causando stress notevoli a chi vi si sottoponeva e si scopriva malato pur essendo perfettamente sano.

Tutto ciò non sarebbe, forse, mai venuto alla luce se non fosse stato per l’inchiesta di John Carreyrou, reporter del Wall Street Journal vincitore di due premi Pulitzer. Carreyrou ha condotto un lavoro di indagine meticoloso che ha portato alla pubblicazione di una serie di articoli in grado di sgonfiare rapidamente il fantoccio.

Una bella storia dal punto di vista giornalistico, raccontata perfettamente nel libro che ne è seguito (“Una sola goccia di sangue” ma l’originale inglese “Bad Blood” rende meglio l’idea). Una storia che mostra cosa significhi fare informazione sul serio, ma anche essere un editore. Il già citato Rupert Murdoch era tra gli investitori di Theranos, con una cifra monstre di oltre cento milioni di dollari. Avuta notizia dell’inchiesta, Holmes provò a contattarlo per fermare tutto: ma il tycoon australiano si rifiutò di intervenire, lasciando alla redazione le valutazioni. Perse una caterva di quattrini, ma preservò la credibilità del giornale.

Bad blood è un’inchiesta da manuale che ogni giornalista dovrebbe leggere, ma anche un libro che svela il peggio della Silicon Valley e dell’ecosistema delle startup. Il mito di Steve Jobs, il potere assoluto del marketing, le iniezioni di venture capital da centinaia di milioni di dollari su progetti che non hanno alcuna solida base industriale ma solo una supposta visionarietà. Un sistema sbilanciato in avanti e che sfugge ai controlli riservati alle società quotate in Borsa, perché oggi le startup riescono a finanziarsi privatamente tramite fondi di investimento fino a diventare giganti da un miliardo di dollari e oltre prima di andare sul mercato azionario, ed essere controllate sul serio.

L’epilogo lo lasciamo alla sorpresa del lettore. Pare che ci sia un film in lavorazione per trasportare la pellicola sul grande schermo; ma chiunque sia interessato al mondo delle imprese innovative deve leggere il libro. Il confine tra ambizione ed etica non è mai stato tracciato in maniera definitiva, ma, nella propria inchiesta, Carreyrou fissa una serie di limiti oltre cui non è prudente spingersi. Un monito per chiunque faccia impresa. Soprattutto se avrà la fortuna di avere gli dei del successo dalla propria parte.

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Da Harvard a Palermo, storia degli occhiali che aiutano chi soffre di ictus e dislessia

Questo articolo è stato pubblicato su StartupItalia.

Fare ricerca, fare impresa, farlo al Sud. La storia di Massimilano Oliveri, neuroscienziato specializzato ad Harvard, comincia nella città natale, Palermo. Oliveri ha sviluppato un protocollo riabilitativo in grado di potenziare la plasticità cerebrale del paziente con metodi non invasivi e innovativi. “L’idea nasce dalla ricerca scientifica nell’ambito delle neuroscienze – racconta a StartupItalia – Se indossiamo degli occhiali con lenti prismatiche, cioè lenti che deviano il campo visivo verso destra o verso sinistra, gli oggetti non vengono percepiti nella reale posizione, ma spostati. Noi abbiamo scoperto che questo errore viene rilevato dal cervello, che poi mette in atto dei meccanismi di compensazione: dopo poche prove il soggetto si adatta e non commette più l’errore”.

“Questo processo – continua il medico, che è professore ordinario all’Università di Palermo – porta ad attivare delle specifiche aree cerebrali e a potenziarne la plasticità. Abbiamo, quindi, provato a verificare se ciò  si traduceva in un beneficio per i pazienti con patologie neurologiche, o condizioni meno gravi come le dislessie: se si aveva, cioè, un beneficio cognitivo. E abbiamo riscontrato, ad esempio, miglioramenti dei disturbi spaziali e del linguaggio nei pazienti con ictus, mentre i bambini con dislessia e difficoltà di lettura potevano diventare più veloci a leggere. Ma migliorava anche chi soffre di deficit di attenzione”.

Il risultato si ottiene ruotando le lenti in modo tale da andare a potenziare l’attivazione delle aree del cervello coinvolte nel disturbo. “Gli occhiali restano gli stessi, modifichiamo solo l’inclinazione delle lenti; con il nostro programmatore abbiamo, inoltre, costruito un software di esercizi – quelli che chiamiamo serious games –  da svolgere mentre si indossa il device per ottenere il beneficio clinico”.

 

 

Rivolto a un pubblico professionale

Il prodotto si chiama MindLenses ed è rivolto a un pubblico professionale di psicologi, psichiatri, logopedisti, neurologi ma anche a strutture come ospedali e cliniche. Il trattamento prevede 10 sessioni da 30-40 minuti ciascuna da svolgersi in due settimane sotto la guida di un operatore. Sia la scelta degli esercizi che quella delle lenti avvengono sulla base della tipologia di danno che il cervello ha subito: sarà il medico o lo psicologo a prescrivere.

Restorative Neurotechnologies è nata a dicembre 2018 dopo una lunga fase di ricerca scientifica. E’ una costola di Neuroteam, società spin off dell’Università di Palermo, che ha ricevuto 110 mila euro da SocialFare Seed ed è stata selezionata per un percorso di accelerazione. Cominciato a settembre, il percorso è terminato il 24 gennaio con la presentazione della società agli investitori. I prossimi passi prevedono l’ottenimento la certificazione ministeriale di dispositivo medico di classe 1 e l’ingresso sul mercato. A giugno partirà un nuovo studio clinico su pazienti colpiti da ictus; saranno coinvolti diversi ospedali italiani, e l’obiettivo è ottenere dati spendibili per accedere al mercato estero e cominciare un iter che potrebbe portare alla mutuabilità del trattamento.

La società, si diceva, ha sede a Palermo, con un ufficio operativo a Torino, città di adozione. Che effetto fa fare impresa al Sud, Oliveri? “Le startup hanno rivoluzionato il concetto di impresa, che ormai non è legato al classico capannone, ma sempre più spesso alla conoscenza. Non è solo possibile, ma ormai anche frequente creare un’azienda innovativa qui. Ma se il terreno per la ricerca, la costruzione e l’implementazione si trova anche al Sud, per gli investimenti bisogna essere disposti a cercare in giro per l’Europa”.

 

Sicilia: un’isola in fermento

La Sicilia, prosegue Oliveri, è terra vivace anche dal punto di vista dell’innovazione. “C’è fermento in diversi settori. Chiaramente molte aziende gravitano attorno all’agroalimentare, ma negli ultimi tempi si sta diffondendo anche il biomedicale. Ha cominciato la zona orientale, dove più forte è la tradizione imprenditoriale, ma negli ultimi anni anche la Sicilia occidentale ha ottenuto un track record di tutto rispetto grazie all’incubatore dell’Università di Palermo”.

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Ha contato specializzarsi all’estero per avviarsi sulla strada del trasferimento tecnologico? “L’esperienza statunitense ha influito, certo.  Il trasferimento tecnologico comincia ad essere diffuso anche in Italia, ma siamo lontani da certi livelli. I ricercatori che cercano di entrare sul mercato sono visti – non dico con diffidenza – ma come soggetti un po’strani, quasi facciano un altro lavoro. In realtà si resta studiosi anche quando si fa impresa, perché per sviluppare certi prodotti bisogna continuare a rimanere sul campo. Oltre, naturalmente, a trovare collaboratori in grado di fare business”.

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