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Le parole sono importanti: “Immuni” da cosa?

Personalmente non sono favorevole a scaricare Immuni, app di tracking. Tante le perplessità. A partire dal nome, o meglio dal naming, come si dice nel marketing. Disciplina della forma, più che della sostanza, intersecherà più volte i destini del progetto, come vedremo. Le parole sono importanti, direbbe Nanni Moretti. Innanzitutto, “Immuni” da che? Al momento, dell’argomento non si sa nulla: né se vi sia né quanto, eventualmente, duri l’immunità. Perché, allora, chiamarla così? In nessun paese ho visto questo tipo di scelta. Per chi non lo ricordasse : le “patenti di immunità” sono un’invenzione giornalistica. Non esistono.

In secondo luogo, le partnership. L’app è stata sviluppata da Bending Spoons, software house milanese nota per giochini come il Live quiz, che spopolava mesi fa. Poco male, è una delle prime realtà al mondo nel settore, e immagino abbia le capacità tecniche per farlo se è stata selezionata. Ma due mesi fa, all’inizio dell’operazione, si dava gran risalto al fatto che fosse realizzata in collaborazione con il Centro Medico Sant’Agostino, catena di centri diagnostici. Clamoroso autogol, dal momento che una delle perplessità principali riguardava la privacy, e la presenza di una società specializzata in quella che potremmo definire “sanità digitale” non rasserena. Forse mi sono perso qualcosa, ma dove è finito il Centro Medico? Sul sito di Immuni non ve n’è traccia. Ammetto, certo, che possa essermi sfuggito qualcosa. In tal caso mi scuso. Altrimenti, la domanda è :che fine hanno fatto? Si sono defilati da sé ? Sono stati estromessi?

Quale che sia la risposta, resta il fatto che il Comitato ha selezionato il progetto in presenza di un elemento del genere, che già di per sé mi pare invalidante. Due parole su Sant’Agostino: è la stessa catena che a inizio emergenza batteva il chiodo sui test sierologici su tutti i media disponibili (quelli che abboccavano, tra cui molti quotidiani nazionali e reti TV) tramite interviste con l’ad Luca Foresti, più presente di sulle testate di Speranza, che di mestiere fa il ministro della Salute. A marzo i sierologici, oltre che non validati da nessuno, erano completamente inutili, perché non trattasi di strumento diagnostico, come ben sanno i medici specialisti in materia. Fallito il pressing delle lobby dei test (almeno in Lombardia), ecco l’app : Foresti, uscito dalla porta di Milano, è rientrato dalla finestra del ministero a Roma. Così va il mondo.

Aggiungo il fatto che a lungo non furono resi noti i criteri di selezione. Altro elemento che non depone a favore della trasparenza, almeno di quella percepita, dal momento che le proposte presentate furono 200.

Infine, il concetto di tracciamento in sé: a me piace poco, ma questa è filosofia morale, ed è personale. Ma per convincermi bisogna fare molto meglio di così.

Insomma, una serie di scelte mi rendono pesantemente scettico. Voi che ne pensate?

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Milano, cronache dal fronte / 14

Le voci dei bambini per strada, il rumore delle auto, la fila di fronte alla banca, i duecento scontrini in un giorno del panettiere sotto casa, gli anziani stanchi che trascinano le membra intorpidite sulle panchine per godersi un raggio di sole, i runner in mascherina, la mamma che disegna una campana sul marciapiede con i gessetti e insegna al figlio di tre anni a giocarci mentre mi affaccio in balcone. L’odore del caffè di fronte a un bar, girarsi e sorprendersi di trovarlo aperto, la bellezza delle vetrine di un antiquario – ebanista – mobili antichi che non avevo mai notato. L’edicola che è rimasta aperta tutto questo tempo. La pila di giornali e libri sulla scrivania, le serie che abbiamo consumato, le birre che abbiamo ingollato, le cene luculliane che abbiamo preparato. L’ora di fila per fare la spesa, e la sera che non scorderò mai: domenica 23 febbraio, supermercato, negli occhi il terrore, la paura, la diffidenza, l’aria pesante, lunare, sembrava un film. Ed era tutto vero. I risvegli la mattina, aprire gli occhi come hai fatto per una vita, pensare alla colazione, all’acqua fredda, e poi ricordarsi, dopo un minuto, di cosa c’è là fuori. Le strade deserte, il duomo, l’odore di disinfettante ovunque, il terrore nella metro. I poveri per strada, scheletri che vagavano da un cestino all’altro alla ricerca di cibo. Le liti, la frustrazione, le riconciliazioni. L’ammasso di notizie che ripetono sempre le stesse stronzate, lo schifo dell’informazione che cerca di far quattrini pure sulle tragedie, gli sciacalli che vendono mascherine, test e notizie senza riguardo per chi sta dall’altra parte. I libri che ho letto, i giornali che ho conosciuto, i rapporti che si sono stretti – paradossale – quando non era possibile vedersi, e quelli che si sono allentati e si perderanno – e andrà come doveva andare. I matrimoni rimandati, le feste saltate, gli aperitivi in video. Le notizie da Bergamo, i volti degli anziani, le immagini strazianti delle bare portate via dai camion militari. Gli infermieri, i medici, il personale sanitario.

Non so se ci sarà una ricaduta, se il virus tornerà a far male come a marzo. Ma so che una fase si è chiusa, ed è giusto . Le “cronache dal fronte” finiscono qui. Non c’è più bisogno di un cronista che vi racconti come va là fuori. E’ stato bello farlo, confrontarci, dividere le ore e le emozioni di questi giorni. Ma adesso il faut vivre, bisogna tornare a vivere.

( vi lascio con il pezzo migliore che ho letto su questi due mesi di virus in Lombardia. Lo ha scritto, con raro equilibrio, il Post).

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Milano, cronache dal fronte / 13

Sono uscito qualche volta per documentare il disastro del Covid, forse invidiato da qualcuno per il lasciapassare giornalistico. Si sbagliava. Ciò che si mostrava agli occhi del cronista era l’anticamera della morte. Dov’è finita tutta quella gente, mi chiedevo, aggirandomi nelle vie spazzate dal vento, in certe giornate uggiose come Milano sa regalare. Non dentro ai palazzi, non è possibile siano tutti lì, alle finestre non c’è nessuno. Sembrava l’indomani di un disastro nucleare. E invece erano dentro, i compagni di sventura, rintanati al chiuso di appartamenti stretti e pensieri circolari.
Povera mente umana che si abitua a tutto, anche al dolore, fino a farne dimora. Si diventa avvezzi persino alla mancanza di piacere, come creature che per sopravvivere si mimetizzano e imparano a rallentare impulsi vitali e battiti del cuore. Quanto sembrava lontana la città che si specchiata negli aperitivi.


Se mi giro indietro, mi sembra incredibile ciò che abbiamo vissuto. E un po’ – lo confesso – mi spaventa. Lo spettro della morte in ogni telegiornale, ambulanze a sirene spiegate come sveglia, sguardi terrorizzati in fila al supermercato, che col passare delle settimane si sono spenti in occhi rassegnati, stanchi.


Qualcosa è cambiato. Oggi, per strada, si sente di nuovo sbuffare il motore delle macchine. L’ottico non venderà nulla, con tutta probabilità, ma prende posto ugualmente nel laboratorio sotto casa. I rider scorrazzano pacchi e pizze legandosi le casse alla bici e sparando musica a tutto volume (pare sia questa la nuova moda). Ma quello che mi colpisce sono le voci dei bambini. Sono loro che stanno riportando una parvenza di normalità e colore in un mondo rattrappito, in cui la linfa ricomincia a scorrere. I genitori li accompagnano negli scarni cortili di città per godersi, finalmente, qualche sprazzo di gioco e caldo. E le voci cristalline si mischiano come se nulla fosse accaduto. Magari è un’impressione, in fondo non sono esperto di poppanti. Chissà se ricorderanno questo periodo strano, se la memoria conserverà traccia della clausura forzata, o il tempo scorrerà e sciacquerà i panni. E chissà cosa rimarrà a noi adulti. Di certo, mi ripeto, dobbiamo sforzarci di uscire dal letargo. Tornare a prenderci il rischio di vivere davvero. Al di là delle videochiamate, con la consapevolezza che una generazione che non ha avuto guerre dovrà combattere ancora una volta. Contro il nemico invisibile della recessione.

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Milano, cronache dal fronte /12

Un’app per tracciare il contagio. L’ha sviluppata Bending Spoons, software house milanese di livello mondiale, in collaborazione con il Centro Medico Santagostino, noto per aver martellato sin dall’inizio dell’epidemia sull’utilizo dei test sierologici. Che però, non sono validati. Ma sorvoliamo, non vorrei ripetermi.

Personalmente, non sono incline a scaricarla, e mi pongo alcune domande. Quali sono stati i criteri utilizzati per decidere la proposta vincitrice? Non sono riuscito a trovarli, ma magari è colpa mia. La seconda: ho parecchie perplessità lato privacy. Le avrei a prescindere: ma cosa c’entra esattamente un centro diagnostico il cui business è, per definizione, la salute con un’applicazione che della riservatezza dovrebbe fare la priorità, peraltro realizzata da gente che le app le sa fare anche da sola? Terzo: non si può obbligare a scaricarla, ma si propone di limitare la mobilità di chi non ce l’ha. A me non piace, e non sono neanche sicuro che sia legale.

L’articolo del Fatto Quotidiano che riporto qui dà conto di una mossa che mi sembra più una trovata pubblicitaria che altro. Spiace che il Governo ci metta la firma. E peccato che quasi nessuno si sia posto queste domande sulla stampa

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Milano, cronache dal fronte /10

Ripropongo questo pezzo scritto 20 giorni fa solo per ricordare tristemente che, da allora, poco è cambiato. Quasi nulla. Mi sembra, piuttosto, che il dibattito sui test sierologici (che, lo ripeto, non sono ancora sicuri) sia finito italicamente a tarallucci e vino. Insomma, siamo alle solite: una bugia ripetuta mille volte che diventa verità. Vogliamo uscire di casa e aspettiamo il miracolo; pazienza se rischiamo di infilarci in un guaio più grosso di quello che vorremmo lasciarci alle spalle. Molti sciacalli (imprenditori e politici amici) non aspettano altro che speculare sul coronavirus: ai tempi, si era lanciata solo la Toscana. Quasi un mese dopo si sono aggiunte altre regioni, tra cui la Lombardia. Ma se i test attualmente in commercio sono offerti a dieci volte il valore, se possono scambiare un raffreddore per Covid e se, soprattutto, non garantiscano alcuna “patente di immunità”, (espressione giornalistica peraltro orribile), meglio farne a meno. In UK, dove c’è ancora un giornalismo serio e capace di fare ammenda, anche media come il Times – che li hanno difesi da principio – hanno cominciato a porsi delle domande. A chi fosse interessato posso mandare gli articoli. Preciso che il governo di Londra ne ha comprati 17 milioni. E dovrà forse cestinarli.
L’unica parola da cercare negli articoli quando si parla di questi esami è “validazione”. Provateci: non la troverete. Potrà arrivare anche domani, e ne saremmo tutti felici. Ma, se mancasse, saremo in presenza di una truffa bella e buona. Punto. Serve altro?

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Milano, cronache dal fronte / 9

Ogni volta che lo intravedo, Bernie Sanders è capace di emozionarmi. Come Pepe Mujica, ex presidente del l’Uruguay. O come certi grandi del nostro passato, a partire da Pertini. Dieci milioni di donazioni da 18 dollari l’una in media: questo il budget della sua campagna per contrastare le corazzate multimiliardarie di candidati ricchi e potenti, e garantire sanità a tutti. In un paese dove il denaro sembra essere la misura di tutte le cose, figure del genere sono rare. Anche altrove, mi viene da dire.

Non è andata bene, forse bene non poteva andare; ma è stato bello assistere alla corsa di un anziano diventato idolo dei giovani. Un uomo che, invece di cedere al cinismo e al disincanto dell’età, in una sorta di processo machiavelico al contrario, con gli anni è stato capace di osare sempre più.

Sanders ha mostrato che le collusioni col business peggiore, di cui la politica sembra non potere più fare a meno, non sono una necessità, ma una scelta. E che anche il cinismo lo è. Apprezzo Conte e la sua capacità di rassicurare il paese, ma un uomo come Sanders, col suo carico di primavere, aiuterebbe in questo momento.

A Milano qualcosa comincia a muoversi. Un ferramenta che torna ad aprire, una signora anziana che fa la spesa e sorride nel negozio sotto casa, un runner che corre. Danno una parvenza di normalità, assieme al sole di questi giorni. Ma inutile negarlo, la clausura pesa. Sul morale, sul fisico. I dati sono confortanti ma non basta. A volte c’è bisogno di una figura a cui ispirarsi.

Intanto, certa stampa (e l’opinione pubblica) continuano a insistere sui test sierologici. Peccato non siano ancora validati, quindi non sicuri. Il Times di Londra (il Regno Unito ne ha acquistati tre milioni), dopo aver approfondito, è arrivato alla conclusione che non fare nessun test è meglio che usarne uno che sbaglia, anche solo del 5%. La matematica dice che potrebbe significare mandare in giro come “sani” centinaia di migliaia di individui che non lo sono. Evidentemente non è sufficiente. Auguri.

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Milano, cronache dal fronte / 8

In questi giorni di donazioni e donatori, mi viene da pensare che è facile – certo, anche costoso, quando l’assegno staccato è da dieci milioni– sentirsi più buoni. Ma, come dice il proverbio, se dai un pesce a un uomo mangerà un giorno, se gli insegni a pescare lo sfamerai tutta la vita.

Finita l’emergenza l’economia dovrà ripartire. Ma credo che la generosità nei confronti del Paese debba manifestarsi in un lasso di tempo più lungo, e, soprattutto, che allo sforzo debbano partecipare tutti. Piaccia o meno.

I soldi non può metterceli solamente lo Stato, indebitandosi e scaricando il peso della crisi sulle generazioni future. Toccherà a tutti rinunciare a qualcosa, in proporzione a quanto posseggono, e darsi da fare per ripartire.

Vanno incentivate le attività produttive, non patrimoni e rendite. Se anche ci fosse un prelievo forzoso dello “zero virgola” e una tassa di emergenza su seconde, terze e quarte case non ci vedrei nulla di male. La vita e il sistema economico distribuiscono senza equità, spetta ai governi correggere le storture.

Dubito che un pensionato con la minima si lamenterebbe se gli prelevassero cinque euro (l’uno per cento) dal conto corrente per aiutare chi ha ancora meno. Forse perché conosce la fame. Perché lo stesso discorso fa storcere il naso a parecchi che poveri non sono? Su certa stampa sento parlare di “furto”. Rimango basito.

I denari raccolti, naturalmente, non vanno sprecati. Dovranno servire a investire in ricerca, istruzione, riqualificazione professionale, infrastrutture: roba che fa crescere sul lungo periodo, e non certo solo a dare sussidi, pur sacrosanti in certuni casi.

Un po’ di aggiornamento professionale farà bene a tutti, e serve anche al Paese. Linea dura: chi si tira indietro è fuori da tutto.
Vi piace questo discorso? Bene. Ricordatevene quando il prossimo venditore di tappeti proverà convincervi che esistono soluzioni semplici a problemi complessi. Ripartire non sarà facile, ma certo non è impossibile sfoderando un’arma preziosa a tutte le latitudini, il senso della comunità a cui tutti, nessuno escluso, apparteniamo.


A Milano, intanto, i contagi non diminuiscono ed è arrivato il caldo.
La primavera prende a mostrarsi sugli alberi, le nuove spiagge sono i balconi.

Alle spalle c’è un inverno che non è stato inverno, di fronte c’è un’estate che non sarà estate. Poco male, anche questa è vita. Ma il valore di un giorno dipende da quanti ne hai davanti. Non è lo stesso per gli anziani, non è lo stesso per i malati. Ho letto di sei pensionati beccati a giocare a carte in un bosco nel Varesotto. Non è la cosa giusta da fare, ma vanno compresi. Cerchiamo di essere indulgenti con le debolezze altrui: la ruota, prima o poi, gira. Per tutti.

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Sierologico o tampone? La guerra sotterranea della lobby delle analisi

Sempre più scienziati chiedono di effettuare tamponi a tappeto per imprimere una svolta alla lotta al coronavirus. La situazione è al limite soprattutto al Nord, dove i reparti sono pieni, i medici si ammalano uno dopo l’altro e gli ospedali sono diventati bombe biologiche. Ma, anche nel mezzo di un’emergenza di portata storica, conviene tenere gli occhi aperti.

Nei giorni scorsi le agenzie hanno battuto la notizia di un laboratorio di Afragola (Campania) che prometteva test per il Covid19 alla modica cifra di 120 euro. L’annuncio, postato su Facebook, parlava non di tamponi, ma di test sierologici. Non è un dettaglio, e vedremo perché.

Grazie a quest’ultima tecnica, è possibile individuare gli anticorpi eventualmente presenti nel sangue del paziente: una “traccia”, per così dire, che il virus è passato e l’organismo ha cercato di combattere l’infezione. Seguiva numero di telefono per appuntamenti.

Il cronista (precario, tra l’altro) che ha scoperchiato il caso ha passato la notizia all’ANSA. Pochi giorni dopo è stato sentito dai carabinieri: i test sierologici per il coronavirus ,infatti, non sono validati, non hanno ottenuto, in parole povere, dagli organi competenti il via libera che ne certifica l’affidabilità. Proporli alla popolazione sotto l’onda emotiva di una pandemia potrebbe comportare profili di illiceità, nonostante i distinguo per tutelarsi da azioni legali. Oggi solo poche strutture sono autorizzate a condurre analisi del genere. C’è poi il tema del prezzo: esiste una quota di persone disposta a pagare molto denaro per sapere con certezza se è positiva o meno. L’affare è dietro l’angolo.

Meglio monitorare la situazione, dicevamo. In attesa di accertare se ci siano state violazioni, riporta il “Fatto Quotidiano”, il centro diagnostico campano è stato diffidato dall’Asl dal continuare la “promozione” delle analisi sui social media.

La materia è tanto tecnica che persino molti medici non specializzati in immunologia hanno difficoltà a orientarsi. Proviamo a spiegare.

Le mani sui rimborsi regionali

L’unica metodica attendibile per fare diagnosi, fino a oggi, risulta essere il tampone, divenuto tristemente noto nelle ultime settimane. Si tratta di un test molecolare con cui, in sostanza, si va alla ricerca dell’RNA del virus. Più lungo nelle tempistiche, più costoso, ma decisamente più affidabile del test sierologico; e, soprattutto, validato dall’OMS (l’Organizzazione Mondiale della Sanità). Per chi non credesse ai “burocrati” di Ginevra, aggiungiamo che così la pensa anche il noto virologo Roberto Burioni, che ne ha parlato sul proprio sito Medical Facts.

Insomma, sembra una storia di quelle tipiche del nostro Sud. E lo è, infatti.  A Milano, come da copione, le cose si fanno in grande.

La diagnostica medica è un settore attorno a cui ruotano denari e interessi, tra vendita di prestazioni specialistiche e, soprattutto, rimborsi regionali. Per il momento, sono pochi i soggetti autorizzati a eseguire i tamponi necessari per cercare il Sars-Cov-2, tutti pubblici.

I laboratori privati di analisi grandi e piccoli si dichiarano pronti da settimane, ma non hanno ancora ottenuto il via libera dalla politica.

Per aprire la serratura, rimasta chiusa fino a questo momento, senza rischiare di incappare in profili penali (come potrebbe accadere nel caso campano) bisogna  procedere per gradi e passare da Palazzo. Significa disporre di risorse non comuni. Capitali economici e relazionali, impiegati con strategia.

Si può cominciare, ad esempio, mettendo assieme un parterre di imprenditori del ramo, startupper e soggetti con conoscenze a diversi livelli, dalla politica alla finanza all’editoria.

Si prosegue, poi, creando gruppi Whatsapp per giornalisti, fornendo presunte anteprime, e annunciando interviste già concordate con importanti testate. Basta ottenerne una per innescare la reazione a catena. Se sono di più, e al codazzo si aggiungono le televisioni, tanto meglio.

A questo punto, si può procedere a diffondere le paginate pubblicate da un importante quotidiano nazionale per convincere i cronisti scettici di essere rimasti indietro. Si sa, il terrore delle redazioni è “prendere un buco”. Qualcuno, nella fretta, ci casca sempre, e riprende la notizia.

Non può mancare la petizione. Siamo pur sempre nell’era degli influencer. Per preparare il terreno e guadagnare credibilità grazie a uno dei numerosi strumenti disponibili online basta  far sottoscrivere a importanti (e ignari) nomi della scienza una raccolta firme in cui si parla, genericamente, della necessità di eseguire test a tappeto per combattere la diffusione del contagio. Senza specificare, in quella sede, se si tratta di tamponi o di sierologici.

Da giorni sul web circolano appelli dai toni enfatici, a prima vista condivisibili. Le petizioni, rivolte al Governo e al Comitato tecnico scientifico creato nelle scorse settimane, chiedono screening di massa per arginare il contagio. Leggiamo l’elenco dei firmatari: molti sono noti, altri lo sono diventati in questi giorni. Professori, personaggi della cultura, imprenditori. E, ovviamente, direttori di centri diagnostici, che hanno tutto l’interesse a “liberalizzare” gli esami. Ma attenzione: nessuno degli appelli specifica che tipo di analisi si chieda di effettuare sulla popolazione.

Ottenuto l’appoggio dei grandi sponsor, il più è fatto: non resta, a questo punto, che usare la petizione per supportare l’offerta alle autorità politiche… di collaborazione disinteressata. E di test sierologici estensivi, ovviamente.

Test contro test: una guerra tra laboratori

Ecco come si crea nuovo business ai tempi del coronavirus, partendo da un’idea semplice: se la politica non apre le porte spontaneamente, e in fretta, la strada buona è metterla sotto pressione sfruttando l’onda emotiva e creando un movimento di opinione. Se poi i giornali si inseguono l’un l’altro convinti di perdere lo scoop del momento, c’è il rischio che la mossa riesca. Anche se in gioco c’è la salute pubblica, e l’operazione potrebbe rivelarsi del tutto inutile dal punto di vista della lotta al virus, dato che gli esami sono inaffidabili. Ma tant’è.

Così, sottotraccia e lontano dai riflettori, si sta combattendo una guerra tra laboratori: quelli disposti ad assumersi il rischio di proporre un esame non ancora validato con un’operazione spericolata, e quelli che si limitano a suggerire il “vecchio” tampone. Più costoso, ma più attendibile, nonostante un percentuale di falsi negativi che può sfiorare il 30%.

Ma vediamo meglio la differenza.  “I test sierologici – spiega ai colleghi in una chat riservata un medico e professore universitario esperto nelle materie di riferimento – non hanno valenza diagnostica, ma di solo accertamento della positività anticorpale. Il che, in corso di epidemia, serve a poco o a nullla“. Sapere che una persona si è infettata senza conoscere se è ancora contagiosa può avere una valenza statistica a posteriori, insomma, ma non certo preventiva.

L’isolamento dei soggettiprosegue infatti il medicosi basa sull’infettività, non sul fatto che in qualche momento della loro vita abbiano incontrato il virus e generato anticorpi (che, per quel che ne sappiamo finora, possono essere rivolti contro qualsiasi coronavirus)”. Cioè: oggi come oggi, il test potrebbe confondere il Sars-CoV-2 con un’infezione diversa.

L’OMS aggiunge: “Alla data odierna, i test basati sull’identificazione di anticorpi (sia di tipo IgM che IgG) diretti contro il virus Sars-CoV-2 non sono in grado di fornire risultati sufficientemente affidabili e certi per la diagnosi rapida in pazienti che sviluppano il Covid 19” scrive in una nota. Insomma, “non possono sostituire il classico test basato sull’identificazione dell’RNA virale” anche se l’organizzazione avverte di stare conducendo studi su oltre 200 test rapidi. I risultati saranno disponibili nelle prossime settimane.

Pressione sui decision maker

Sull’affare dei test sierologici si sono fiondati in tanti. In Toscana, secondo quanto riportato dall’agenzia Impress, il presidente della Regione Enrico Rossi avrebbe firmato un’ordinanza per effettuare test sierologici su 7.800 sanitari. I casi positivi dovranno poi essere confermati con tampone. Ma l’inaffidabilità del primo esame rende il meccanismo traballante.

Inutile negarlo, il morale è allo stremo. Ma la domanda è se abbia senso, per un ente pubblico, inseguire gli umori della popolazione, e farlo battendo una strada la cui efficacia non è stata ancora riconosciuta nemmeno dal Comitato Tecnico Scientifico creato ad hoc dal Governo per fronteggiare l’emergenza.

Nel gioco delle parti, anche in piena crisi, ognuno agisce pro domo sua. Ma la politica dovrebbe fare gli interessi di tutti. Difficile immaginare che decisioni – operative e di spesa – tanto delicate siano prese sulla base della semplice emotività. E, magari, di campagne stampa martellanti che soffiano sul fuoco della paura.

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Milano, cronache dal fronte / 7

È successo anche stavolta. Fatta la legge, trovato l’inganno, recita il detto. E si sa, la saggezza popolare spesso ci prende.

La storia è più o meno questa. Il governo emana una norma. Chi ha scritto il testo sa benissimo che contiene alcune scappatoie (permesso di fare la spesa, jogging), utili a renderla applicabile. Risultato? Milioni di podisti improvvisati e spesaioli compulsivi mai visti prima si ritrovano in strada.

Il governo, visto l’andazzo, riduce progressivamente lo spazio lasciato al buonsenso ed emana un nuovo testo, più ricco di casi, eccezioni, deroghe e sanzioni.

Non basta. I parchi, complice il caldo, restano pieni. Intanto la gente negli ospedali muore. Si decide che bisogna correre ai ripari.

Nuovo decreto. I testi diventano tre, con riferimenti incrociati, richiami a codici e codicilli, tutto scritto, naturalmente, in linguaggio da azzeccagarbugli. Chi non ha seguito la vicenda dall’inizio prendendo appunti e facendo tabelle può rassegnarsi: ci sarà sempre un modo per avere torto, o una scappatoia per provare ad avere ragione.

Mi viene da pensare, in questi giorni di clausura in cui la mente può spaziare, che lo stesso accade con le normative fiscali, edilizie, commerciali: quelle, insomma, che regolano la vita quotidiana del nostro paese. Tranne per il fatto che, al posto di sessanta milioni di dilettanti del diritto, esistono eserciti di consulenti iper-specializzati e pagati profumatamente al solo fine di eludere le regole. Ovviamente, senza essere punibili, e mantenendo la fedina penale pulita.

Insomma: la burocratizzazione che ci tomenta è conseguenza dei furbetti che abbiamo attorno e tolleriamo. Che saranno pure la minor parte, come i runners improvvisati di questi giorni, ma producono effetti in grado di peggiorare la vita di tutti. Ricordiamocelo, quando, finalmente, il Covid sarà alle spalle.

Riflessione numero due. Qui, ovviamente, siamo nel campo delle opinioni.

Sui social, schiere di soloni hanno ridicolizzato chi si è recato a far la spesa temendo scarsità di rifornimenti, prendendolo – nel migliore dei casi – per provinciale. Peccato che lo stesso sia accaduto in ogni paese colpito dal virus, perché la psiche umana ragiona per archetipi universali. Ma non è questo il punto.

Paragonavo le code al supermercato al turismo di massa di questi anni.

Tutti in Asia, tutti in America, tutti ai Tropici, tutti in una capitale diversa ogni weekend, ogni festa comandata, ogni giorno rosso sul calendario. Non è anche questo un assalto da parvenu? Viaggiare così tanto, con tutto il corollario di costi ambientali dovuti ai voli intercontinentali, viaggiare così tanto, dicevamo, e di devastazioni durante il soggiorno, è veramente un diritto? O risponde solo al bisogno di fuga da un quotidiano vissuto come scadente?

Per fare cosa, poi. Gigabyte di foto che nella maggior parte dei casi nessuno guarderà più, in attesa di due-settimane-tutto-compreso nella prossima meta, oppure, per i più avventurosi, quindici-giorni-pieni-pieni-ma-abbiamo-visto-tutto. E tornare più stanchi di prima, ad arrancare fino alla prossima vacanza. Un’abbuffata compulsiva di cui poco resta, se non chiacchiere vanagloriose, e che nulla muta nello spirito di chi parte.

“Per viaggiare non è necessario vedere nuovi posti, ma avere nuovi occhi” scriveva, più o meno, Proust. Sarà questo virus, con le sue abitudini forzate, a cambiarci? Si profila una crisi economica simile (se non peggiore) a quella del 2008. C’è una generazione, quella nata negli anni Ottanta, cresciuta nel mito del posto fisso, ma che non ha fatto in tempo a finire gli studi e si è ritrovata nel caos di una recessione globale.

La lezione non è servita: in dieci anni le disuguaglianze sono aumentate, non certo diminuite. È sparita la classe media. Chi a fatica si era ripreso, è di nuovo a rischio. Forse, mi viene da pensare, è anche colpa nostra.

Finita l’epoca dei sindacati e delle lotte di massa – e delle loro esagerazioni –  ci siamo convinti che il successo fosse dietro l’angolo, per tutti, o almeno per quelli che lo meritavano. Se sei bravo ce la fai, e via col mito di Steve Jobs. Sii affamato, sii folle. Fotti il prossimo, aggiungerei, e vendigli la tua merce al doppio del valore, se sei capace. Poi viene fuori che a non farcela siamo noi. E giù lacrime amare.

Le belle giornate aiutano il morale, ma ieri – nuvoloso – per strada e in metropolitana la sensazione era che la gente abbia cominciato ad avere davvero paura. Gli sfortunati sprovvisti di mascherina camminano a passo svelto lanciando sguardi fugaci. Tanti vengono a sapere di parenti o amici contagiati. La battaglia, anche a Milano, è cominciata.

Il capoluogo per il momento tiene. I numeri sono in forte crescita, ma c’era da aspettarselo. La progressione non è esponenziale e fotografa le infezioni di due settimane fa. Monza, invece, preoccupa: ha avuto un raddoppio dei contagi acclarati (i pazienti, cioè, a cui è stato fatto il tampone) nel giro di sole 24 ore. Potrebbe essere il risultato del sabato al Parco due settimane fa.

La verità, ormai si dice apertamente, è che gli infetti sono molti più di quanto dichiarato. La nostra stima è tra le quattro e le cinque volte le cifre ufficiali. Molti in ospedale non ci arrivano mai perché non gravi, una quota di loro muore in casa.

Aumentano i medici contagiati. Croce Rossa e Comune di Milano hanno lanciato appelli per reclutare volontari tra la popolazione non sanitaria, e sembra siano stati in molti a rispondere. Non è dato sapere se siano stati arruolati.

E mentre pare che a Bergamo sia proibito al personale sanitario di avere contatti con i cronisti (a rischio di una denuncia penale), qualcuno inizia a ragionare su potenziali business legati al virus. La paura è una potente leva di marketing, in grado di condizionare le opinioni di pubblico, stampa e policy makers, soprattutto quando si dispone degli strumenti finanziari e relazionali per smuoverle. Manovre sono in corso, sfruttando il climax di queste settimane. Si gioca sul filo del rasoio, tra mercato e salute pubblica. Ma ne riparleremo, se sarà il caso, nei prossimi giorni.

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Milano, cronache dal fronte / 6

Accetta di raccontarmi la sua storia, ma prima mi dice di aspettare. Tira fuori un cracker e lo lancia ai piccioni di piazza Duomo. Gli uccelli, abituati ai chicchi di mais gettati dai turisti, si avventano tutti assieme sulle poche briciole da spartirsi.

L’immagine funziona. Vagano per le strade del centro, raccogliendo rifiuti dai bidoni della spazzatura, bevendo birra da lattine lasciate da chissà chi. Oppure restano seduti, aspettando offerte che non arriveranno. Sono i senzatetto di Milano, gli invisibili di una città che correva e, tutto sommato, aiutava.

Wilmer e sua moglie abitano qui, nel salotto buono della città, da quattro anni (guarda il video). Lei è disabile psichica al cento per cento, lui si è venduto il cellulare l’altro giorno per sfamarsi.

L’emergenza Covid è anche la loro, perché sono rimaste le briciole. Di solito ci pensano i volontari delle tante organizzazioni. Ma in questi giorni, mi spiega, l’attività di supporto si è ridotta. Probabilmente, a causa dei servizi attivati per distribuire pasti e medicinali a domicilio. Restare a casa, ma una casa non ce l’hanno. Immagino che qualcuno commenterà: cazzi loro. Resto dell’idea che sono anche cazzi nostri.

 



Che questa crisi abbia anche un risvolto sociale lo ha sottolineato ieri Luciano Gualzetti, direttore di Caritas Ambrosiana.

“Esiste già un secondo fronte: accanto a quello sanitario ce n’è uno sociale. C’è anche chi ha già visto peggiorare la propria condizione economica già al limite della sussistenza – ha spiegato all’agenzia SIR – Ci sono colf e badanti, assunte in nero, che hanno perso i loro clienti e ci chiedono un aiuto maggiore”.

“Dobbiamo iniziare a prepararci sin da ora ad affrontare la crisi sociale che sta esplodendo dentro questa emergenza sanitaria – ha ripreso Gualzetti – Già adesso ci sono categorie più colpite: dai senzatetto a chi va avanti con lavori saltuari. Ma presto arriveranno ai nostri centri di ascolto tutte quelle persone che non potranno usufruire delle misure di protezione che il governo si appresta a mettere in campo, dalla cassa integrazione in deroga ai congedi familiari. Saranno loro a pagare il costo sociale più salato a questa crisi. Anche se fino ad ora se ne parla ancora poco”.

Ed è vero, se ne parla poco. Chi lavora nel silenzio sono gli avvoltoi, non solo quelli delle farmacie senza scrupoli. Dai “compro oro” che hanno riempito la città di pubblicità a chi rastrella case sul mercato immobiliare, che vive un brusco stop delle compravendite in quello che era diventato il paese dei balocchi. Il Movimento Cinque Stelle proponeva (sensatamente) di fermare le aste giudiziarie perché oggi, ad essere interessati agli acquisti, sono solo gli speculatori.

A Milano in centro non c’è nessuno o quasi per strada.
Il problema sono le periferie, gli anfratti. Viale Monza è deserto, ma basta infilarsi nelle stradine laterali e lo scenario cambia. Lungo la Martesana tra runners, passeggiate col cane, quattro passi con l’amica, il bimbo che deve uscire e i venti gradi primaverili oggi sembrava domenica pomeriggio. Pare che anche sul Monte Stella ci fosse il pienone.

Ci si è messa anche ATM, che ha improvvidamente ridotto le corse: risultato, sui primi treni del mattino, quelli dei pendolari, un affollamento da ora di punta.

Sta entrando in gioco il nemico più pericoloso. La frustrazione. Per ora Milano tiene, ma siamo all’inizio. È probabile che il tre aprile le misure siano prorogate. Oggi in città i casi sono 1.091, 127 in più di ieri. Il problema è che nelle statistiche finiscono solo i positivi sintomatici. Ma in casa c’è molta gente che il virus ce l’ha e non è conteggiata.

Nelle piazze si raccolgono tante persone, passatemi il termine, scazzate. Sole. Senza prospettive. La città sta diventando una grande galera. E la cosa peggiore che può capitare in carcere è una rivolta dei detenuti.

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