economia, milano

Milano deserta, Sala e lo smart working

Stimo Beppe Sala sin da quando, di ritorno da Londra e alla ricerca di un inserimento in Italia, lavorai ad Expo in ruoli non propriamente dirigenziali. Sei mesi dietro le quinte mi diedero modo di vivere da vicino tutta la parabola dell’esposizione milanese: partita male, con cielo plumbeo e poca gente tra i viali, a forza di marketing e passaparola chiuse con code oceaniche all’ingresso dei padiglioni (proverbiale quello del Giappone) e un affollamento che fece gridare alcuni alla truffa. Cos’era accaduto? La macchina era stata lanciata a tutta velocità grazie a promozioni speciali, interventi social, post nei blog, attività di ufficio stampa, oltre, naturalmente a un ricchissimo calendario.

Non si andò lo stesso in pareggio, ma, considerando il punto da cui si era partiti (inchieste su infiltrazioni mafiose, cerimonia inaugurale con cantieri ancora aperti) non era il caso di lamentarsi. L’organizzazione, dopo alcuni balbettii, fu perfetta: se non lo fosse stato, non avrebbe potuto reggere quel tipo di impatto senza implodere. Di questo, a Sala, ho sempre dato atto.

Facile che alle elezioni comunali del 2016, quelle per il dopo-Pisapia, sembrasse lui il candidato naturale.
Accettò, e vinse. Milano era rinata: profondamente modificata nella struttura e nella mentalità, era diventata una città internazionale. Dico città non a caso: chi parla di metropoli probabilmente non ne ha mai conosciuto davvero una, con i problemi che sono molto diversi da quelli di una realtà con un milione e mezzo di abitanti.

Come politico, il mio giudizio su Sala cambiò parzialmente lungo il corso degli anni. Pur riconoscendone l’abilità nel tessere relazioni oltreconfine e attrarre capitali, dal mio punto di vista il primo cittadino commise lo stesso errore di Expo: quello di lanciare Milano a velocità supersonica, come se il domani fosse lì da mangiare in un solo boccone, spesso lasciando indietro chi non stava al passo.

Nei giorni scorsi si è spesso scritto del sentimento di malcelata invidia e persino di odio nei confronti della Lombardia e del capoluogo: il problema parte dal fatto che, per quanto sia importante per il paese dal punto di vista economico e di immagine, Milano non ha mai rappresentato la fotografia dell’Italia. Mentre all’ombra del Duomo il business prosperava come mai prima (ricordiamo che nel 2009 ci furono gli scontri in via Padova, nel 2013 i “forconi” in Piazzale Loreto) e in città arrivavano i migliori “talenti” da tutto il paese, il livello della competizione si alzava, assieme ai prezzi delle case e al biglietto del tram. Il centro si trasformò sempre più in una vetrina per i grandi marchi del commercio internazionale; il problema è che i negozi la sera chiudono, e fare un giro in Duomo dopo cena offre uno spettacolo desolatamente triste.

Le misure anti-inquinamento (ultima l’area B) divennero una bandiera. Ilproblema delle polveri sottili c’è, senza dubbio; ma è assurdo pensare di risolverlo ex abrupto, con normative che vanno a colpire i più poveri: quelli, cioè, che non cambiano l’auto da 15 anni e magari se la porterebbero dietro per altri 15 (cosa inquina di più? Sarebbe interessante approfondirlo). La norma, si dirà, prevede eccezioni per chi usa la vettura per lavoro: ma sostenerlo significa non riconoscere che oggi con i contratti sempre più precari, il lavoro a chiamata e altre amenità non è facile ottenere documenti e giustificativi scritti che domani potrebbero servire come pezze d’appoggio per cause in tribunale. Siamo tutti “collaboratori” di qualcosa, e le norme che valgono per i dipendenti spesso non funzionano per gli autonomi.

Sulla scia delle creazioni di Stefano Boeri, la vera superstar di questi anni, Palazzo Marino decise (non sto scherzando) di puntare sul verde sui tetti: basta alzare lo sguardo per rendersi conto che, in effetti, l’obiettivo è stato raggiunto. Intanto una stanza non costa meno di 600 euro, vivere da soli è impossibile per i giovani e moltissimi appartamenti sono comprati da fondi di investimento, rimanendo sfitti.

Del caso-Milano finì a occuparsi anche l’Economist, che non è certo un giornale di sinistra. Insomma, quella della Madunina era diventata una città-stato che faceva comodo citare quando si voleva parlare bene dell’Italia, e i cui i amministratori si beavano di raccontare al mondo a colpi di storytelling.

Il punto è che questo è un osservatorio privilegiato. A Milano ci vivo, e posso confermare che da qui non si ha la percezione che la crisi del 2008, nel resto d’Italia, non è mai passata del tutto. La distruzione creatrice di Schumpeter funziona nei contesti fortemente urbanizzati, ricchi di possibilità e di scambi; ma l’Italia è un territorio in massima parte formato da piccole realtà, dove la fine di determinate rendite di posizione (che, giusto o sbagliato che fosse, mantenevano un equilibrio) non ha coinciso con un modello di sviluppo basato su presupposti nuovi. Qui entrano in gioco il “familismo amorale” che caratterizza la Penisola, la corruzione, i favori, il voto di scambio (tutta roba da cui peraltro il Nord non è immune). Insomma, ciò che ha portato il Movimento di Grillo a stravincere le elezioni e la Lega a prendere valanghe di voti, incredibile dictu, dai “terroni” del Sud.

Per farla breve: Milano è lo scolaro troppo bravo e stronzo, quello a cui riesce tutto e ride mentre annaspi. Non è il De Rossi di De Amicis, impassibile nella propria torre d’avorio, nemmeno un rigo di sudore, sempre perfetto nel proprio algidismo: è, piuttosto, il “bauscia” che arriva sempre davanti a te, e te lo fa notare, quello che all’improvviso mette la freccia (quando se ne ricorda) e ti supera sgommando in un mare di polvere. E hai voglia a dire che non è giusto prendersela, che non si fa così, che l’invidia è da parvenu: chi ha memoria della vita tra i banchi ricorderà che questo tipo di soggetti non attirava simpatia.

Chiedetelo a Torino, schiacciata dall’onnipresente tentativo del capoluogo lombardo di fagocitare tutto quanto possibile, in barba ai rapporti di buon vicinato. Del resto, come diceva Sala fino a tre mesi fa, #milanononsiferma. Di fronte a niente, nemmeno al virus.

Sarà per questo che mi sono sorpreso di leggere la lettera del sindaco al Corriere della Sera. Spedita nei giorni scorsi, devo ammettere che condivido le sue parole.

In sostanza, afferma l’amministratore, il telelavoro (smart working è una parola grossa) è una conquista della civiltà, ma va perseguito per gradi e con attenzione, avendo cura di preparare il resto del sistema economico a un’inevitabile transizione.

Ciò che Sala intende è che, con i lavoratori a casa, le città si svuotano. Anche Milano. Fate un giro per i viali. Sembra fine luglio, poche auto, poche persone, molti ristoranti chiusi per pranzo, molti altri che, semplicemente, non riapriranno mai. Per non parlare dei negozi di abbigliamento, che hanno chiesto di posticipare i saldi nella speranza che arrivino soldi e animo.  Una città che lavora da casa, per quanto affascinante e meno inquinante, pone moltissimi problemi per il tessuto sociale.

Il miglior modo per distruggere una città a parte una bomba è una legge sugli affitti” ammoniva un economista. Intendeva dire che con l’equo canone i proprietari non avrebbero più fatto manutenzione; e questo nel giro di 20 anni avrebbe portato in rovina i palazzi. Le strade da trovare, secondo lui, erano altre.  

Riprendo la citazione perché l’immagine è evocativa. Basta uscire di casa per vedere insegne già annerite, piante non tagliate di fronte alle serrande. Cartelloni pubblicitari sgualciti. E immaginarsi le persone che in quei locali hanno investito, scommettendo su una crescita che appariva senza fine.

La desertificazione di Milano si può combattere solo sfidando la paura del futuro, questo è chiaro. Ma non c’entra solo il pensiero positivo, e non basta una missiva per incentivare a sobbarcarsi costi che ormai appaiono inutili

Molte aziende, forzate alla digitalizzazione, si sono accorte che il modello del telelavoro può funzionare dal punto di vista organizzativo se si trasforma in smart working (la distinzione c’è, e non è secondaria). In più, offre un importante vantaggio: permette di affittare sedi più piccole, riducendo i costi fissi. La turnazione dei dipendenti ha permesso a Microsoft di spostarsi da Segrate all’avveniristica sede di Porta Garibaldi, vicino al cuore dell’innovazione finanziaria meneghina. Questione di status. Molti potrebbero fare lo stesso.

Chiudo il ragionamento. Le aziende agiscono, per definizione, nel proprio interesse. Se c’è risparmio, cercano di perseguirlo, e Sala, che di mestiere faceva il dirigente, lo sa bene. È nobile, ma assurdo in termini economici, chiedere loro di sprecare denaro. A incentivare comportamenti virtuosi per la comunità scoraggiando gli altri deve pensarci la politica (cioè lui) individuando correttamente il cuore del problema: che non è diffondere statistiche in doppia cifra, ma garantire la miglior qualità di vita possibile.

Le città devono tornare a chi le abita: anche se non ha RAL da 60mila euro l’anno, e non è cool. Chi guadagna molto, soprattutto se è giovane, tende ad andarsene quando le condizioni non soddisfano più. Lo ha mostrato la legge sul rientro degli expat: il problema è la retention, perché chi è tornato resterà qui solo fino a che godrà dell’esenzione fiscale pressoché totale su redditi già altissimi. Lo stesso fanno gli yuppie stranieri, alla ricerca del prossimo place to be sullo scacchiere globale.

A restare in trincea sono quelli che non se lo possono permettere, di spostarsi. Quelli che non hanno “talento”, competenze o fortuna abbastanza da poter decidere di cambiare contesto ogni cinque anni sulla base delle tendenze di mercato, e al massimo passano da Porta Romana alla Barona. O a Cinisello Balsamo.

Sono quelli che la sera vanno a prendere il bianchino al bar, che conoscono almeno un poco il dialetto (io, figlio di meridionali, il milanese non lo capisco quasi). Quelli legati alla memoria storica, che protestano se l’androne del palazzo viene rifatto ignorando l’estetica, spesso sacrificata alla funzionalità e all’innovazione. Quelli che, quando c’è una pandemia, sono inseriti nel quartiere e danno una mano ai vicini, dal momento che li conoscono da trent’anni.

Credo davvero, e non lo scrivo da ora, che Milano avesse bisogno di rallentare. Per questo apprezzo le parole di Sala. La città deve ripartire da chi la abita, ma spetta a lui, prima di tutto, trovare una sintesi e proporre un nuovo modello di sviluppo realmente inclusivo, confrontandosi con lo scenario internazionale, certo, ma anche tenendo a mente che l’Italia è ciò che è proprio in virtù delle imperfezioni. Basta attraversare il confine a Chiasso, per rendersi conto di quanto siamo fortunati.

Standard
milano

Grandi occasioni

“Dove andiamo?” “Al Monumentale”. Insomma, ti porto al cimitero. Niente male come primo appuntamento post Covid. Ma non c’ero mai stato, e lei lo sapeva.


Milano è più bella, vista da due ruote che si muovono a pedali. Mi mancavano i volti rilassati dei passanti, i bambini in fila indiana sui marciapiedi. Scene che per due mesi abbiamo fatto fatica a immaginare. Invece, e come sempre, panta rei, tutto scorre. Non credo torneremo a barricarci in casa.

C’è ancora un che di carbonaro nell’avventurarsi per le strade, nel prendere un caffè al bar. Pedalando tra i viali ancora pervasi da brandelli del silenzio che fu mi sorprendo ad apprezzare il senso di intimità che la quarantena ci ha lasciato.

Per chi ha saputo separarsi dal clamore di computer e televisioni è stato il tempo dell’ascolto. Assenza di rumori, una discesa negli abissi del sè che, forse, ha fatto meno paura. Perché di tutti.

“Ottima è la misura”, per dirla coi Greci: nelle parole, nei pensieri, che hanno smesso di girare a vuoto. Nei gesti, nell’economia delle attività inutili.

Dopo tanto tempo, ho guardato la città con occhi nuovi. Darsena: quadretto per turisti, con tutte le catene della ristorazione in bella fila. Sa di vecchio, ed è giovane. Via Dante/Cordusio/Duomo: senz’anima. Banali di giorno, deserte la sera. Viale Majno: nobile, altero. La crisi, come sempre, si ferma alla cerchia dei bastioni. Citylife: i pannelli che raccontano la storia della Fiera mi hanno riportato ai tempi di Expo, le strutture slanciate mi fanno pensare al genio italico per il design. Non c’è niente da fare: mi piace. Monumentale: piazzale assolato, quieto, bianco, come certe descrizioni del Nordafrica coloniale. Di nuovo silenzio. San Vittore: non so se esista un’altra città in cui il carcere è nella zona più chic. Il contrasto fra libertà e clausura, quella che in parte abbiamo provato tutti. Le scritte tracciate sui muri nei giorni della ribellione sono ancora lì, a ricordarci che dentro, al riparo degli sguardi, ci sono persone.

Milano, domenica, mi è sembrata finta per metà. In attesa di scegliere se diventare tutta di plastica, o fermarsi un giro, e prendere fiato.

Immagino che esista una terza via rispetto allo sviluppo a base di brand, boschi verticali e bolle immobiliari.

Expo, io c’ero, partì in sordina. I viali erano vuoti. Poi si attivò la macchina del marketing, e finì come sappiamo: un biglietto per vedere tre padiglioni e restare otto ore in coda. Tanti uscivano delusi; restava lo status symbol di esserci andati. Un po’ come le vacanze in villaggio, potresti essere in Sardegna o alle Maldive, visto da lì non cambia molto.


Apprezzo Sala, ma non vorrei che, oggi, ripetesse lo stesso errore di allora. Le città sono di chi ci abita. Il virus ce le ha restituite, proviamo a tenercele.

Pare che i meno inclini allo smart working siano i manager: non hanno più nessuno da controllare. Quanto sembrano lontani i tempi dei  milanesi imbruttiti. Quanto appaiono ridicoli i capiufficio che sbraitano, oggi che le stanze sono vuote. E quanto sembrano comiche le abbuffate a base di cibo scadente e drink anche peggiori che della città sono diventate un simbolo.

Se è vero che non tutto si può imporre per decreto, proviamo a decidere in autonomia cosa conta veramente e a rivedere le nostre priorità. L’estate, in arrivo, è un buon momento per cominciare a farlo.

(credits: la bella foto che vedete è tratta da qui)

Standard
coronavirus, cronaca, milano

Milano, cronache dal fronte / 7

È successo anche stavolta. Fatta la legge, trovato l’inganno, recita il detto. E si sa, la saggezza popolare spesso ci prende.

La storia è più o meno questa. Il governo emana una norma. Chi ha scritto il testo sa benissimo che contiene alcune scappatoie (permesso di fare la spesa, jogging), utili a renderla applicabile. Risultato? Milioni di podisti improvvisati e spesaioli compulsivi mai visti prima si ritrovano in strada.

Il governo, visto l’andazzo, riduce progressivamente lo spazio lasciato al buonsenso ed emana un nuovo testo, più ricco di casi, eccezioni, deroghe e sanzioni.

Non basta. I parchi, complice il caldo, restano pieni. Intanto la gente negli ospedali muore. Si decide che bisogna correre ai ripari.

Nuovo decreto. I testi diventano tre, con riferimenti incrociati, richiami a codici e codicilli, tutto scritto, naturalmente, in linguaggio da azzeccagarbugli. Chi non ha seguito la vicenda dall’inizio prendendo appunti e facendo tabelle può rassegnarsi: ci sarà sempre un modo per avere torto, o una scappatoia per provare ad avere ragione.

Mi viene da pensare, in questi giorni di clausura in cui la mente può spaziare, che lo stesso accade con le normative fiscali, edilizie, commerciali: quelle, insomma, che regolano la vita quotidiana del nostro paese. Tranne per il fatto che, al posto di sessanta milioni di dilettanti del diritto, esistono eserciti di consulenti iper-specializzati e pagati profumatamente al solo fine di eludere le regole. Ovviamente, senza essere punibili, e mantenendo la fedina penale pulita.

Insomma: la burocratizzazione che ci tomenta è conseguenza dei furbetti che abbiamo attorno e tolleriamo. Che saranno pure la minor parte, come i runners improvvisati di questi giorni, ma producono effetti in grado di peggiorare la vita di tutti. Ricordiamocelo, quando, finalmente, il Covid sarà alle spalle.

Riflessione numero due. Qui, ovviamente, siamo nel campo delle opinioni.

Sui social, schiere di soloni hanno ridicolizzato chi si è recato a far la spesa temendo scarsità di rifornimenti, prendendolo – nel migliore dei casi – per provinciale. Peccato che lo stesso sia accaduto in ogni paese colpito dal virus, perché la psiche umana ragiona per archetipi universali. Ma non è questo il punto.

Paragonavo le code al supermercato al turismo di massa di questi anni.

Tutti in Asia, tutti in America, tutti ai Tropici, tutti in una capitale diversa ogni weekend, ogni festa comandata, ogni giorno rosso sul calendario. Non è anche questo un assalto da parvenu? Viaggiare così tanto, con tutto il corollario di costi ambientali dovuti ai voli intercontinentali, viaggiare così tanto, dicevamo, e di devastazioni durante il soggiorno, è veramente un diritto? O risponde solo al bisogno di fuga da un quotidiano vissuto come scadente?

Per fare cosa, poi. Gigabyte di foto che nella maggior parte dei casi nessuno guarderà più, in attesa di due-settimane-tutto-compreso nella prossima meta, oppure, per i più avventurosi, quindici-giorni-pieni-pieni-ma-abbiamo-visto-tutto. E tornare più stanchi di prima, ad arrancare fino alla prossima vacanza. Un’abbuffata compulsiva di cui poco resta, se non chiacchiere vanagloriose, e che nulla muta nello spirito di chi parte.

“Per viaggiare non è necessario vedere nuovi posti, ma avere nuovi occhi” scriveva, più o meno, Proust. Sarà questo virus, con le sue abitudini forzate, a cambiarci? Si profila una crisi economica simile (se non peggiore) a quella del 2008. C’è una generazione, quella nata negli anni Ottanta, cresciuta nel mito del posto fisso, ma che non ha fatto in tempo a finire gli studi e si è ritrovata nel caos di una recessione globale.

La lezione non è servita: in dieci anni le disuguaglianze sono aumentate, non certo diminuite. È sparita la classe media. Chi a fatica si era ripreso, è di nuovo a rischio. Forse, mi viene da pensare, è anche colpa nostra.

Finita l’epoca dei sindacati e delle lotte di massa – e delle loro esagerazioni –  ci siamo convinti che il successo fosse dietro l’angolo, per tutti, o almeno per quelli che lo meritavano. Se sei bravo ce la fai, e via col mito di Steve Jobs. Sii affamato, sii folle. Fotti il prossimo, aggiungerei, e vendigli la tua merce al doppio del valore, se sei capace. Poi viene fuori che a non farcela siamo noi. E giù lacrime amare.

Le belle giornate aiutano il morale, ma ieri – nuvoloso – per strada e in metropolitana la sensazione era che la gente abbia cominciato ad avere davvero paura. Gli sfortunati sprovvisti di mascherina camminano a passo svelto lanciando sguardi fugaci. Tanti vengono a sapere di parenti o amici contagiati. La battaglia, anche a Milano, è cominciata.

Il capoluogo per il momento tiene. I numeri sono in forte crescita, ma c’era da aspettarselo. La progressione non è esponenziale e fotografa le infezioni di due settimane fa. Monza, invece, preoccupa: ha avuto un raddoppio dei contagi acclarati (i pazienti, cioè, a cui è stato fatto il tampone) nel giro di sole 24 ore. Potrebbe essere il risultato del sabato al Parco due settimane fa.

La verità, ormai si dice apertamente, è che gli infetti sono molti più di quanto dichiarato. La nostra stima è tra le quattro e le cinque volte le cifre ufficiali. Molti in ospedale non ci arrivano mai perché non gravi, una quota di loro muore in casa.

Aumentano i medici contagiati. Croce Rossa e Comune di Milano hanno lanciato appelli per reclutare volontari tra la popolazione non sanitaria, e sembra siano stati in molti a rispondere. Non è dato sapere se siano stati arruolati.

E mentre pare che a Bergamo sia proibito al personale sanitario di avere contatti con i cronisti (a rischio di una denuncia penale), qualcuno inizia a ragionare su potenziali business legati al virus. La paura è una potente leva di marketing, in grado di condizionare le opinioni di pubblico, stampa e policy makers, soprattutto quando si dispone degli strumenti finanziari e relazionali per smuoverle. Manovre sono in corso, sfruttando il climax di queste settimane. Si gioca sul filo del rasoio, tra mercato e salute pubblica. Ma ne riparleremo, se sarà il caso, nei prossimi giorni.

Standard
coronavirus, cronaca, milano

Milano, cronache dal fronte / 6

Accetta di raccontarmi la sua storia, ma prima mi dice di aspettare. Tira fuori un cracker e lo lancia ai piccioni di piazza Duomo. Gli uccelli, abituati ai chicchi di mais gettati dai turisti, si avventano tutti assieme sulle poche briciole da spartirsi.

L’immagine funziona. Vagano per le strade del centro, raccogliendo rifiuti dai bidoni della spazzatura, bevendo birra da lattine lasciate da chissà chi. Oppure restano seduti, aspettando offerte che non arriveranno. Sono i senzatetto di Milano, gli invisibili di una città che correva e, tutto sommato, aiutava.

Wilmer e sua moglie abitano qui, nel salotto buono della città, da quattro anni (guarda il video). Lei è disabile psichica al cento per cento, lui si è venduto il cellulare l’altro giorno per sfamarsi.

L’emergenza Covid è anche la loro, perché sono rimaste le briciole. Di solito ci pensano i volontari delle tante organizzazioni. Ma in questi giorni, mi spiega, l’attività di supporto si è ridotta. Probabilmente, a causa dei servizi attivati per distribuire pasti e medicinali a domicilio. Restare a casa, ma una casa non ce l’hanno. Immagino che qualcuno commenterà: cazzi loro. Resto dell’idea che sono anche cazzi nostri.

 



Che questa crisi abbia anche un risvolto sociale lo ha sottolineato ieri Luciano Gualzetti, direttore di Caritas Ambrosiana.

“Esiste già un secondo fronte: accanto a quello sanitario ce n’è uno sociale. C’è anche chi ha già visto peggiorare la propria condizione economica già al limite della sussistenza – ha spiegato all’agenzia SIR – Ci sono colf e badanti, assunte in nero, che hanno perso i loro clienti e ci chiedono un aiuto maggiore”.

“Dobbiamo iniziare a prepararci sin da ora ad affrontare la crisi sociale che sta esplodendo dentro questa emergenza sanitaria – ha ripreso Gualzetti – Già adesso ci sono categorie più colpite: dai senzatetto a chi va avanti con lavori saltuari. Ma presto arriveranno ai nostri centri di ascolto tutte quelle persone che non potranno usufruire delle misure di protezione che il governo si appresta a mettere in campo, dalla cassa integrazione in deroga ai congedi familiari. Saranno loro a pagare il costo sociale più salato a questa crisi. Anche se fino ad ora se ne parla ancora poco”.

Ed è vero, se ne parla poco. Chi lavora nel silenzio sono gli avvoltoi, non solo quelli delle farmacie senza scrupoli. Dai “compro oro” che hanno riempito la città di pubblicità a chi rastrella case sul mercato immobiliare, che vive un brusco stop delle compravendite in quello che era diventato il paese dei balocchi. Il Movimento Cinque Stelle proponeva (sensatamente) di fermare le aste giudiziarie perché oggi, ad essere interessati agli acquisti, sono solo gli speculatori.

A Milano in centro non c’è nessuno o quasi per strada.
Il problema sono le periferie, gli anfratti. Viale Monza è deserto, ma basta infilarsi nelle stradine laterali e lo scenario cambia. Lungo la Martesana tra runners, passeggiate col cane, quattro passi con l’amica, il bimbo che deve uscire e i venti gradi primaverili oggi sembrava domenica pomeriggio. Pare che anche sul Monte Stella ci fosse il pienone.

Ci si è messa anche ATM, che ha improvvidamente ridotto le corse: risultato, sui primi treni del mattino, quelli dei pendolari, un affollamento da ora di punta.

Sta entrando in gioco il nemico più pericoloso. La frustrazione. Per ora Milano tiene, ma siamo all’inizio. È probabile che il tre aprile le misure siano prorogate. Oggi in città i casi sono 1.091, 127 in più di ieri. Il problema è che nelle statistiche finiscono solo i positivi sintomatici. Ma in casa c’è molta gente che il virus ce l’ha e non è conteggiata.

Nelle piazze si raccolgono tante persone, passatemi il termine, scazzate. Sole. Senza prospettive. La città sta diventando una grande galera. E la cosa peggiore che può capitare in carcere è una rivolta dei detenuti.

Standard
coronavirus, cronaca, milano

Milano, cronache dal fronte / 5

C’è una mamma incinta al quinto mese ricoverata con sospetto Covid, e un marito che fa avanti e indietro dall’ospedale con un figlio di tre anni a casa. Gli servono delle mascherine per tutelarsi, finalmente le trova. Questo qui sotto è lo scontrino. Duecentoquaranta euro.

La foto mi è arrivata da un’amica che lavora nel settore sanitario, e conosce di persona l’acquirente. Siamo in centro a Milano, l’indirizzo l’ho cancellato perché non ho (volutamente) verificato di persona con la farmacia. Non ho tempo e voglia di farlo. Ci penseranno le autorità, a cui il caso è stato segnalato. Ma pare che si tratti di normali mascherine Ffp3 che di solito costano meno di 10 euro, e che siano proprio 4 pezzi (non quattro scatole).

Sembra che a Milano ci sia ancora chi specula sulla tragedia. Denunciate sempre (ripeto: sempre) certi comportamenti, qui e altrove. Non si può vendere a questi prezzi.

Oggi il Corriere ha scritto dell’allarme lanciato dai medici di base. I contagi sarebbero molti di più di quelli ufficiali. È così. I tamponi ormai vengono fatti solo a chi è sintomatico grave, quindi, sostanzialmente, a chi deve essere ricoverato in ospedale. Fino a che i sintomi non si aggravano, la linea è quella di provare con l’isolamento domiciliare. Non si puo fare diversamente, perché mancano i letti.

In Lombardia risultano 14.649 positivi: in realtà sono (almeno) cinque volte questa cifra. Chiunque può essere infetto. Quindi restate a casa, perché sarà ancora molto lunga. E fare attenzione quanto uscite: anche il carrello del supermercato può veicolare il contagio. Il gel per le mani si trova in molte farmacie, compratelo e fatene uso abbondante. Costa tra di cinque e i sette euro.

Chiudo con una informazione. Sul sito della Croce Rossa è possibile offrirsi come volontari temporanei (in tutta Italia). Se volete info, questo è il link

Standard
coronavirus, cronaca, milano

Milano, cronache dal fronte / 4

Milano, notizia dal fronte / 4 (domenica 15 marzo). Fuori per la solita ricognizione. Sarà la domenica, il fatto che manca il traffico dei lavoratori, ma oggi la desolazione ha preso il posto del silenzio.

Il tram numero 9, quello della movida, corre dalla stazione Centrale a Porta Genova. Un solo passeggero, oltre a chi scrive. Scendiamo entrambi vicino all’Università Bocconi, simbolo della città rampante che sembra così lontana.

Mi chiedo se in questi anni non abbiamo corso troppo, peccato di vanità. Non c’entra col virus, ovviamente, il contagio non è la punizione divina per l’hybris. Ma accosto queste vie deserte allo spirito competitivo che vi si respirava fino a pochi giorni fa, e non riesco a scrollarmi la sensazione di una gigantesca giostrina che ha smesso di girare. L’onnipotenza del business ridicolizzata da un virus grande qualche milionesimo di millimetro. Che contrasto stridente.

Chissà come sarà la città d.C., dopo il Covid. Chissà se esiste un modo per salvare il lato umano (che stiamo riscoprendo) e coniugarlo allo sviluppo economico (di cui abbiamo bisogno).

Mi incammino a piedi verso la Darsena e i Navigli. Spettrali  (video). Qui, con 15 gradi e un cielo che alterna nuvoloni e schiarite, oggi sarebbe stato un brulicare di persone. Invece non c’è nessuno. Risalgo corso di porta Ticinese: solo clochard, mai visti così sconsolati, senza nessuno che dia loro una moneta.

Via Torino, strada dello shopping: pochi passanti. Oltre alle farmacie e agli alimentari, l’unico negozio aperto è quello di Iliad, la compagnia telefonica. Quattro o cinque commessi, in piedi, nelle loro divise rosse. Mi sembrano imbarazzati quando getto lo sguardo oltre l’ingresso. A ragione. C’è da chiedersi per quale motivo stiano lavorando, con che tipo di autorizzazione siano stati mandati qui a rischiare di ammalarsi, dato che gli esercizi commerciali sono tutti chiusi.

Torno a casa in metropolitana. Una persona per vagone, in media. Avverto un senso di sporcizia. Confermato: qualcuno ha defecato nei corridoi.

Chi è qui vorrebbe essere altrove. Non c’è gioia nei volti che incrocio, neanche l’ombra di un sorriso. Ci studiamo da dietro le mascherine. Milano oggi sembra una città abbandonata dopo un disastro atomico. Compro i giornali, e non vedo l’ora di risalire in superficie, chiudermi il portone dietro le spalle, e aspettare che venga domani.

Standard
coronavirus, cronaca, milano

Milano, cronache dal fronte / 3

Il telefono vibra, il segnale è quello. L’amicizia ai tempi del Covid è fare la spesa nello stesso momento, appuntamento all’Esselunga, e la coda assieme per raccontarsi che cosa significa stare in casa, tutto il giorno. Per una volta, di persona, non via Skype.

C’è da augurarsi che la tempesta perfetta dovuta al virus ci renda più capaci di apprezzare il piacere di uno sguardo, il calore di una stretta di mano, e non finisca per rinchiuderci, quando finalmente sarà alle spalle, ancor di più in uno scafandro inodore, con la complicità dell’ultima tecnologia disponibile.

Il cronista, per mestiere, ha facoltà di raccontare. Ma chi scrive queste righe non sfugge al senso di colpa quando si aggira per i vicoli deserti, che sfumano nella luce di un tramonto primaverile che tanti vorrebbero godersi.

Come una grande ora d’aria, le strade di Milano sembrano il cortile di un carcere abbellito dagli intarsi dei palazzi, dai portoni colorati, dai manifesti sui muri. Alle finestre, i detenuti-cittadini, gli stessi che fino a ieri giravano liberi per lavoro, per amore, o solo per piacere, cercano il profumo della libertà nella fragranza dei ciliegi in fiore. Per le vie, i fortunati cui è concesso il turno.

Alle diciotto, il web si è dato appuntamento in balcone. Via Colletta, a quattro passi da Porta Romana. Due ragazzi escono, tirano fuori un bongo. Lui suona, lei canta. Qualche decina di metri più in là, una chitarra elettrica tiene il ritmo con un giro sincopato. I galeotti a passeggio si accrocchiano col naso all’insù, per godersi l’inaspettato concerto. Pochi istanti, e anche i palazzi di fianco, quelli di fronte, si riempiono di famiglie alle finestre: chi fuma, chi prende un caffè, chi semplicemente si gode brandelli di vita guardando quella degli altri.

Università Statale, altra jam session improvvisata. Questa volta le note sono quelle di Ligabue. Qui, fra un mese, avrebbe dovuto esserci uno dei rendez-vous più frequentati del Salone del Mobile, la kermesse dove le fabbriche dello Stivale raccolgono commesse per tutto l’anno. Un evento di portata globale che la sera si trasferisce in città, dai Navigli a Lambrate, dal centro a via Tortona all’Isola.

Oggi, notizia di poche ore fa, nei padiglioni della Fiera si pensa invece di farci un lazzaretto, per curare i malati che non trovano più posto nei nosocomi. Tutto rimandato, forse, di qualche mese. Ma c’è da scommettere che la prossima edizione sarà molto diversa dal solito, tra mascherine protettive e saluti col gomito.

Fa uno strano effetto restare in casa, e pensare che il tempo è l’unica medicina che, per ora, funzioni. Il tempo che cura, il tempo che guarisce, il tempo che stiamo faticosamente riconquistando compressi nei pochi metri quadri delle abitazioni cittadine.

I medici lottano alla ricerca di una terapia che appare lontana. Nelle chat riservate, lontano da occhi indiscreti, si raccontano casi, procedure, tentativi di soluzione. Qualcuno avanza ipotesi, rispolvera i libri dell’università per provare a interpretare i sintomi e dar loro un senso. Altri sono preoccupati per i familiari, esposti al contagio come ci fossero loro, in corsia. Tanti hanno paura.

Nella calma irreale della metropoli deserta, sono le sirene delle ambulanze a ricordare che i numeri del contagio continuano ad aumentare. Oggi in Lombardia dicono 9.820. Probabilmente sono almeno cinque volte tanto (ma la stima è nostra), dal momento che il tampone viene fatto, ormai, solo al personale sanitario e a chi manifesta sintomi gravi. Chiunque può essere infetto, vale la pena di ricordarlo. E le cifre sono destinate a crescere, fino a che la quarantena imposta dal governo non manifesterà gli effetti sperati, fra un paio di settimane. Secondo un’analisi dell’Istituto Superiore di Sanità di qualche giorno fa, il 22% dei pazienti avrebbe tra i 19 e i 50 anni, il 37,4% tra i 51 e i 70, il 39,2% più di 70 anni. Rende l’idea.
Quando finirà? Secondo il virologo Fabrizio Pregliasco (Università di Milano) il picco arriverà fra 14 giorni, con il Sud Italia che potrebbe ottenere risultati migliori perché lì la diffusione è minore, e quindi ci sono meno difficoltà di contenimento.

Fortunatamente, l’impressione è che la mente si stia abituando, che stia gradualmente imparando a convivere con l’emergenza. La rassegnazione è un’arma potente. Non sopravvive la specie più forte, ma quella che sa adattarsi meglio. Nella clausura involontaria, tutto serve a tirar su il morale. Un fiore, un bacio, il disegno di un bambino. Un bicchiere di birra. Un film stupido.

Col calare della sera, esce dalle case il popolo dei runner. Violano la quarantena. Ma sono gli unici, se ti affacci alla finestra, a restituire un senso di pur precaria normalità. Che continuino a correre. E a ricordarci come torneremo ad essere.

Standard
coronavirus, cronaca, milano

…perché Milano non è la Cina


Perché a Wuhan hanno “chiuso” la città da subito e qui in Italia no? Risposta semplice, per chi non ha tempo: perché l’Italia non è la Cina, e gli italiani non sono cinesi. Neanche quelli di Milano, come insegnano Beppe Sala e i suoi #milanononsiferma. Non ci crede il sindaco, figuriamoci i cittadini.

I metodi autoritari di Pechino funzionano bene quando si tratta di mobilitare enormi quantità di persone e risorse in poco tempo. Coordinamento impeccabile, disciplina serrata, sanzioni dure. Ma dubito che molti di voi scambierebbero le libertà di una democrazia occidentale con quelle concesse nel paese che fu di Mao.

E poi ci siamo noi. Indisciplinati. Vigliacchi. Meschini. Un grande popolo…quando proprio non possiamo fare a meno di esserlo, cioè in piena emergenza.

Vengo al punto. Un governo che impone misure senza essere in grado di farle rispettare perde credibilità. Se ci riprova, è destinato ad essere deriso, e non è un lusso che, in questo momento, ci si può permettere.

Conte lo sapeva, e (mia opinione) ha scelto un atteggiamento graduale per evitare di perdere il controllo della situazione. Prima la Lombardia, il giorno dopo tutta Italia. Alle prime, seguiranno altre misure, più restrittive, e partiranno i controlli.

In Cina il sacrificio sarebbe stato imposto: ma, dicevamo prima, è un altro popolo.

Il governo ha fatto quello che ha potuto. Se non vi piace prendetevela con voi stessi. L’uomo forte, l’uomo solo al comando, avrebbe creato un disastro. Meglio mordere il freno, e portare a casa il risultato.

Ps. Milano ha risposto bene alle nuove norme (video). Per le strade pochissime persone, metropolitana deserta, tram vuoti. Mi dicono sia così anche a Cosenza. Buon segno, se dura. A Nord come a Sud. Sarà lunga, ma proviamoci.

Standard
coronavirus, cronaca, milano, salute

Milano, cronache dal fronte /2

(Premessa. Se non credete ai media, credete a uno che conoscete)


Il suono delle ambulanze spezza il silenzio ogni quarto d’ora. Milano è vuota, strade deserte, parcheggi liberi. Si potrebbe giocare a pallone in circonvallazione, unico pensiero schivare uno dei pochi rider che ogni tanto passano senza carico. I semafori segnano lunghi, interminabili istanti in attesa che nessuno attraversi. Gli infermieri che scendono quando le sirene si fermano non raccolgono superstiti di incidenti, ma pazienti da ricoverare per polmoniti da Covid. Uno dopo l’altro, casa per casa, in una processione senza sosta diretta ai tanti nosocomi della città. Tutti allo stremo.

Chi scrive ha creduto, come tanti, di poter abbassare la guardia per qualche giorno. Si sbagliava.
La zona rossa è a Codogno, si pensava, basta uscire un po’ meno. Giorno per giorno siamo tornati a condurre più o meno la solita vita. Le ordinanze e lo smart working avevano limitato il flusso di pendolari, gli studenti erano a casa; per il resto, la città aveva ripreso a vivere, a un ritmo più umano, senza la frenesia immotivata che caratterizza il capoluogo.
Intanto le cifre del contagio crescevano.

Oggi i malati in Lombardia sono più di 5mila, mille più di ieri, il 33% degli intubati ha tra i 50 e i 65 anni. Sospesi tra la vita e la morte ci sono ventenni e trentenni in buona salute. Chiunque potrebbe essere infetto. Ma mezza Italia non lo sa, e non crede ai resoconti. Il virus lavora nell’ombra, e la piena, al Sud, è attesa tra due settimane. A Palermo stanno preparando i letti. Ma quello che è chiaro ai dottori non lo è alla popolazione.

A Bergamo, Lecco, Como, medici e infermieri con 20 anni di esperienza piangono per quello a cui assistono in corsia, piangono perché sono costretti a scegliere a chi fornire l’ossigeno. Il criterio è l’aspettativa di vita, a pagare sono i più anziani. Che può voler dire sacrificare un 50 enne, se in attesa c’è un universitario che magari è andato a correre con la maglia dell’ateneo, come è accaduto stasera, porta Venezia, ore 19 e 30.

Metà delle insegne sono chiuse, l’altra è accesa. E viene da ringraziare chi, pur sapendo che non venderà un bottone, sceglie di scendere in strada e tenere aperto. La luce delle vetrine scalda il gelo di una notte che ricorda l’oscuramento bellico. Una chiesa di mattoni rossi, illuminata, le scritte in latino che si stagliano verso il cielo, e torno al Medioevo, quando l’uomo non si illudeva di aver imparato a dominare le forze della natura, e il giorno era giorno, la notte notte. Quando si guardava a questi altari urbani non come a belle suppellettili da studiare in mezzo ai grattacieli, ma come estrema invocazione verso la divinità: che fosse clemente, consapevoli che niente avrebbe potuto salvare l’umanità in caso d’ira.
Sabato sera la fiumana ha preso le vie del Sud, ma molti lombardi hanno lasciato il territorio e si sono rifugiati in Liguria, dove i piazzali della Riviera sono pieno di camper di finti turisti in fuga dal lazzaretto.
E mentre nelle carceri del paese infuria la rivolta, a Foggia un’evasione di massa rende le strade della città simili alla Baghdad dei tempi di guerra. Gruppuscoli di delinquenti fermano le auto, rapinano persone alla ricerca dei primi quattrini e di cellulari, in attesa di riallacciare i contatti con la malavita. La gente si chiude in casa. Per strada ci sono, letterlmente, i carri armati.

Si narra che circolino già soggetti che offrono passaggi in uscita verso il Meridione per qualche centinaio di euro. “Offerte speciali” rivolte a chi non possiede un’auto e non può prendere i treni a causa delle misure del governo. Magari per tornare a far festa, e far finta che basti non pensarci. Un modo di far soldi si trova sempre. E anche qualche stupido che ci casca.

Standard
cronaca, milano

Milano, cronache dal fronte / 1

(Premessa. Se non credete ai media, fidatevi almeno di una persona che conoscete).

Dopo l’ottimismo di facciata e, mi viene da dire, sfacciato, dei giorni scorsi, anche il Comune di Milano e il sindaco Giuseppe Sala cedono al buonsenso e invitano alla prudenza. Altro che #milanononsiferma, magliette e cazzate varie. La situazione è seria, perché in Lombardia gli ospedali sono al collasso, le terapie intensive non hanno più posti e dottori e infermieri sono distrutti da turni massacranti. Anche, orribile dirlo, a causa di chi non si è presentato al lavoro con la più classica delle scuse, un certificato medico.

Bergamo rischia di diventare un’altra zona rossa, anche se ancora non viene detto. E il capoluogo? Pure, purtroppo. I numeri del virus che vediamo oggi non rispecchiano i contagi odierni, ma quelli di 15 giorni fa, dato che l’incubazione dura due settimane, e, ai tempi, probabilmente la città era molto più sicura di quanto non lo sia ora.

E adesso, la parte più complicata di questo pezzo.

Ho girato a piedi, ho preso la metro. Non molto, ma l’ho fatto. Da cronista, per documentare cosa accadeva; ma anche da cittadino, per non impazzire in casa. Perché le uscite si possono ridurre, ma non ci si può rinchiudere tra quattro mura fino a che non sono le autorità a imporlo. Non ci si riesce proprio.
Non sono l’unico. La città non è il deserto dei giorni scorsi. Vedo studenti nei caffè. Anche la metropolitana sta lentamente tornando a essere rumorosa. Paura? Si, certo. Non tanto per il virus in sé, quanto per la quarantena di 15 giorni che ti aspetta se lo prendi. Il punto è che prima o poi rischiamo di beccarcelo tutti, l’abbiamo capito. Bisogna rallentare il contagio. Ma si può impazzire tra le pareti domestiche? Qual è il confine tra buonsenso e follia? C’è qualcun altro che si fa questa domanda?

Mi sembra che qui siano rimasti solo i residenti: una sorta di fotografia di chi, a Milano, ci abita. Deserti, soprattutto i giorni scorsi, i quartieri per turisti, a partire dal Duomo e dai Navigli; molto più tranquilli del solito, ma non certo vuoti, quelli residenziali, almeno Porta Romana, dove vivo ora. Sabato sera abbiamo sfidato la sorte in pizzeria, e c’era un pienone d’altri tempi. Non eravamo gli unici che cercavano sfogo dopo una settimana da reclusi.

Cosa c’è di complicato, allora? Il fatto di predicare prudenza e fare il contrario, probabilmente.
Sì, è vero, probabilmente abbiamo abbassato la guardia; ma, credetemi, è dura tenerla sempre alta. Non uscire, e, se esci, tieniti a due metri di distanza, non dare la mano, non toccarti il naso, e mille altre raccomandazioni. Chi va al lavoro è quasi guardato con invidia: ha la scusa per ammalarsi.

Invito a prendere sul serio l’epidemia sin dall’inizio. Ma inutile fare il manicheo, a ciascuno il suo: i giovani cerchino il compromesso tra esuberanza e precauzione, gli adulti chiedano lo smart working, e gli anziani se ne stiano a casa. Pare che il Comune stia attivando le reti di supporto, ed era ora: probabilmente anche a chi è solo i servizi sociali riusciranno ad assicurare un pasto.

Non si può rinchiudere i cittadini se non come extrema ratio, sarebbe inumano, per tutti, farlo prima. Certo, se accadrà, ci adegueremo. Ma sbarrare le porte ai city users – i pendolari per intenderci – ed evitare gli assembramenti nelle aule, nei cinema e nelle palestre è necessario. È dura, lo sarà ancor più nelle prossime ore: ma se non ci fossero state queste misure precauzionali l’impatto avrebbe potuto essere devastante.

Ancora una volta, e come sempre, non esistono soluzioni semplici a problemi complessi. Leggo editoriali di giornalisti navigati che rimpiangono l’allegria degli aperitivi, e mi ricordano quelli di certi studenti di liceo, bravi a fantasticare ma poco avvezzi al mondo reale: come si fa ad essere allegri se quando ci si alza al mattino e si guarda fuori dalla finestra alla ricerca di un segnale non lo si trova da nessuna parte? Chi sa dirci quanto manca alla fine di questo strazio lento, che si trascina una serie di incognite economiche che a scriverle tutte non basterebbe un libro?

Non ero lì, ma credo che dopo l’11 settembre New York abbiano vissuto più o meno la stessa cosa. Devi ricominciare a vivere in qualche modo, ma non sai bene come. Cerchi di sorridere, ma ti senti quasi in colpa. Alla fine, passerà, questo è sicuro. Ma sarà lunga, questa volta.

Standard