economia, londra

Marchesi apre a Londra: il panettone milanese firmato Prada sbarca a Mayfair

Questo articolo è stato pubblicato in origine su Londra, Italia.

Si tratta senza dubbio di uno dei marchi del lusso gastronomico milanese, che si muove, restando nel lusso, in uno dei quartieri più chic di Londra. Parliamo della pasticceria Marchesi, che nei prossimi mesi, secondo i rumours, alzerà le serrande a Mayfair.

Confetti, praline e ogni tipo di golosità per far impazzire gli inglesi, naturalmente quelli che se lo possono permettere. Lo store comprenderà anche una caffetteria dove trascorrere qualche piacevole momento di relax.

La storica insegna, partita da corso Magenta, ha aperto locali in via Montenapoleone e in Galleria Vittorio Emanuele dopo l’ingresso della maison nella proprietà. Ora, per la prima volta, punta all’estero. Prada è entrata nel 2014, rilevando una quota di controllo dell’80%. Non era il primo tentativo di approcciare il mercato alimentare: qualche tempo prima il brand, aveva tentato, senza successo, di rilevare Cova, altro marchio nobile della pasticceria milanese. Ma l’insegna finì a Lvmh, Luis Vuitton, per intenderci. Una guerra a colpi di zucchero.

Come ricostruisce il Gambero Rosso, la stilista milanese aveva sondato il terreno della capitale britannica una prima volta in contemporanea con la mostra-evento Pradasphere: in quell’occasione le specialità del laboratorio milanese arrivarono sulle terrazze di Harrod’s, e con gran successo: un esperimento talmente positivo da convincere la griffe  guidata da Miuccia e dal marito  Patrizio Bertelli a tentare l’apertura di un negozio.

Prada e Marchesi, Marchesi e Prada: entrambi marchi nati nel capoluogo lombardo, entrambi con una storia di lungo corso: la prima che data 1913, la seconda, addirittura,  1824.

L’apertura, rivelano le fonti, è prevista per primavera, probabilmente attorno al mese di aprile. In largo anticipo rispetto al periodo tipico del dolce lombardo più famoso: sua maestà  il panettone. C’è tutto il tempo per insegnarne ai Britons la storia. L’indirizzo, secondo le indescrizioni, sarà il numero 117 di Mount Street.

@apiemontese

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brexit, economia

Brexit in stallo, Olanda e Francia fanno “shopping” di aziende a Londra

Questo articolo è stato pubblicato in origine su Londra, Italia.

Su Brexit è ancora notte fonda. Theresa May è tornata in Parlamento lunedì, per spiegare all’aula il piano B dopo l’umiliante sconfitta incassata pochi giorni fa. La notizia è che una vera alternativa non esiste; c’è, piuttosto, la volontà della premier di tornare a Bruxelles per chiedere ulteriori concessioni sulla frontiera con l’Irlanda. Con successo? Non è dato saperlo. Dal Belgio hanno fatto sapere che l’Unione accetterà di tornare al tavolo delle trattative solo quando dalla capitale britannica arriverà una proposta chiara e supportata dal Parlamento.

Il problema è che nessuno sa che tipo di testo potrebbe raccogliere consenso sufficiente da essere approvato. I contrari all’accordo bocciato la scorsa settimana – e tra loro ci sono molti Conservatori compagni  di partito della May –  sono divisi in almeno sei fazioni. Metterli d’accordo è un’impresa sovrumana. A complicare il quadro, una variabile anche peggiore: non è più certo cosa pensi davvero la gente, se – cioè – la Brexit raccolga ancora la maggioranza del consenso popolare. Verificarlo con un referendum significherebbe svuotare di significato l’istituto, e pertanto l’opzione è stata esclusa da Downing Street. Insomma, si naviga a vista.

CAOS ISTITUZIONALE COME SENZA PRECEDENTI –  Theresa May nei giorni scorsi ha incontrato tutte le forze presenti in Parlamento, tranne il leader dell’opposizione Jeremy Corbyn, che si è negato. Il capo del governo si trova braccata. Martedì sera Westminster voterà un emendamento presentato dalla laburista Yvette Cooper, che costringerebbe il governo a votare nel giro di tre settimane un accordo con l’Europa o a rinviare la Brexit a fine 2019. Data l’ostilità trasversale al no-deal, è probabile che il testo passi.

La mossa di Cooper pone, però, problemi di respiro costituzionale: la democrazia inglese funziona da secoli con il governo che detta l’agenda e il Parlamento che vota le leggi proposte dall’esecutivo. In questo caso, sarebbe l’Aula a prendere l’iniziativa e costringere il governo ad seguirla. Il cosiddetto “modello Westminster“, da sempre garante della stabilità e governabilità al paese, sarebbe messo in discussione. Bisogna considerare che il Regno Unito non gode di una Costituzione scritta ma di consuetudini consolidate nei secoli: tutto si regge su un tacito accordo di rispetto delle regole, che in questo caso potrebbe venire a mancare. Su questo insistono gli hard brexiters, che vogliono coinvolgere la Regina, e chiedono addiritttura di sospendere il Parlamento.

BREXIT ED ECONOMIA, LE BIG COMPANIES SI SPOSTERANNO? – L’incertezza, d’altro canto, non giova all’economia. Sono molte le aziende che stanno rivedendo i propri piani per il futuro. Secondo EY, il 36% delle società di servizi finanziari con sede in UK starebbe considerando o realizzando l’idea di spostarsi altrove in Europa, con Dublino, Parigi, Lussemburgo e Francoforte in pole position. La percentuale sale al 56% se si considerano solo banche e broker.

L’Olanda si sta muovendo per capitalizzare il momentum: il governo  ha preso contatti con 250 società basate in UK per convincerle a prendere casa nel paese. Panasonic ha già portato il proprio quartier generale ad Amsterdam, Sony ha annunciato l’intenzione di seguirla.  La Francia di Macron non sta a guardare: lunedì il presidente ha ospitato un investment summit con 140 business leader, e ha cominciato le manovre per convincerli ad attraversare la Manica. Tra i corteggiati, pezzi da novanta come Goldman Sachs, Siemens e Google. Ma la minaccia più seria viene da Airbus, che in UK produce le ali dell’A380 e conta 25 sedi. Per l’azienda ha parlato il Ceo Tom Enders: il numero uno ha avvertito che la società potrebbe prendere “decisioni molto dannose per la Gran Bretagna” in caso di no-deal.

A dirla tutta, anche i britannici paiono non fidarsi dei tempi: sir James Dyson, patron del noto marchio produttore di aspirapolvere e fervente Brexiteer con un passato da europeista, ha annunciato l’intenzione di spostare il quartier generale dell’azienda a Singapore. Pragmatismo British? L’imprenditore nega che la decisione sia legata a un’eventuale uscita.

C’è, infine, una buona notizia per gli expat. Il Governo britannico abolirà la tassa di 65 sterline da pagare per richiedere il “settled status”. Chi vuole restare, adesso, potrà farlo gratis.

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economia, internet

Jeff Bezos, il divorzio costa caro: perchè lasciarsi può cambiare il volto di Amazon

Questo articolo è uscito in origine su StartupItalia.

Coppia di opposti. Amante dei party lui, riservata e profonda lei. Tanto duro con i dipendenti lui, al punto da  far – si dice – pagare persino il parcheggio aziendale, tanto materna lei, che accompagna a scuola i figli e fino al 2013 portava al lavoro pure il marito.

Era una storia da film. Lui vice presidente in un fondo di investimenti, lei in cerca di un lavoro da impiegata per mantenere la passione per la scrittura. E’ lui a farle il colloquio e ad assumerla, ma è lei a invitarlo a pranzo la prima volta. In tre mesi sono fidanzati, sei mesi dopo si sposano. E’ il 1993, la città è New York e loro sono il CEO di Amazon Jeff Bezos e la moglie, MacKenzie Tull.

Il divorzio, annunciato nei giorni scorsi, potrebbe costare caro all’imprenditore, la cui fortuna è stimata da Bloomberg in 137 miliardi di dollari. In gran parte sono dovuti a una quota azionaria pari al 16% della società di e-commerce, la seconda nella storia a superare la valutazione di 1000 miliardi di dollari dopo Apple, nel settembre scorso.

 

Jeff Bezos divorzia: la storia della coppia dagli inizi

Torniamo indietro di qualche anno. Amazon vede la luce nel 1994, quando Jeff e MacKenzie si trasferiscono da New York a Seattle, dall’altra parte dell’America. Lei guidava, lui scriveva col portatile sulle gambe il business plan di un negozio online che, nel giro di pochi anni, sarebbe diventato il più grande emporio virtuale del mondo. Da notare che si trattava di una visione: Internet come la conosciamo oggi era nata pochi anni prima, i siti web erano testuali e l’accesso alla Rete era costoso e privilegio di pochi.

La coppia lavora assieme al progetto, che parte dalla vendita di libri. Del resto, MacKenzie è una scrittrice con laurea in letteratura inglese e partecipa attivamente alla vita dell’azienda. “Era una di quelle che contavano quando si faceva una riunione” ricorda un dipendente della prima ora. Su Amazon si trovano i testi più disparati, e anche in Italia si comincia a comprare dall’azienda per procurarsi rarità.

Ma il business non è la passione della signora Bezos: mentre il marito si concentra sugli affari, la giovane narratrice si dedica sempre più alla scrittura. Ai tempi la coppia viveva in un monolocale.

Nel 1999 i soldi cominciano ad essere veri, e i due  si trasferiscono in una casa da 5 milioni di dollari.

Il resto è abbastanza noto, ed è una progressione verticale. Amazon, da bookseller che era, comincia a vendere di tutto, fino a diventare la potenza globale dei giorni nostri. Bezos si compra un giornale (il glorioso Washington Post, odiato da Trump), una società di missili alla Elon Musk (la Blue Origin)  e si diverte a praticare hobby costosi, come la ricerca di razzi NASA caduti nell’Oceano Atlantico. MacKenzie, in pubblico e in privato, sostiene il marito, che ha il dono di dividere il mondo in due: chi lo ama e chi, invece, lo odia, per i metodi non ortodossi che – si dice – l’azienda impiegherebbe con dipendenti e fornitori.

La crisi arriva… con un film

Il business si allarga, come si diceva. Amazon comincia persino a produrre film, ed è proprio sul set di uno di questi – Manchester by the sea  del 2016- che il CEO incontra Patrick Whitesell, potente agente di molte star di Hollywood, e comincia a lavorarci assieme. Le famiglie col tempo cominciano a frequentarsi, anche perché vicine di casa a Mercer Island.

Bezos e Lauren Sanchez, moglie di Whitesell, si conoscono allora. Secondo quanto riferito dai giornali di gossip statunitensi, avrebbero cominciato a flirtare parlando della comune passione per il volo. Lui, su suggerimento di Whitesell, la coinvolge in Blue Origin col compito di fare riprese aeree per  video promozionali (la Sanchez è pilota di elicottero). La relazione comincia, e sarebbe andata avanti per nove mesi, prima di essere svelata ai rispettivi coniugi. I media scandalistici parlano di un cinquantenne tornato ragazzino, con tanto di uscite sbarazzine in ristoranti esclusivi a Los Angeles e sms sdolcinati in cui lui, al settimo cielo, le confessa di amarla alla follia. Lei, dal canto suo, non nasconderebbbe di gradire il fatto di avere per sé le attenzioni dell’uomo più ricco del pianeta.

Conseguenze: l’agente divorzia dalla moglie, seguito a pochi mesi di distanza dal patron dell’e-commerce. “Continueremo la nostra vita comune da amici ” hanno dichiarato i Bezos in un post a firma congiunta pubblicato su Twitter. Di mezzo ci sono quattro figli.

Il divorzio di Jeff Bezos: una vicenda non solo personale

Ma non si tratta solo di una vicenda personale. La coppia ha sempre vissuto nello stato di Washington, e non pare aver sottoscritto alcun accordo prematrimoniale. Le leggi locali prevedono che tutti i beni acquisiti nel corso dell’unione vengano divisi in caso di divorzio, e pare non ci sia dubbio – commentano diversi legali sentiti dalla stampa USA – che Amazon ricada nella fattispecie.

Bezos, che secondo Forbes è l’uomo più ricco del mondo, detiene il 16% delle azioni di Amazon, poca cosa rispetto a Zuckerberg, che, ad esempio, possiede il 51% di Facebook. La quota gli garantisce una considerevole influenza, ma non certo il controllo.

Se i due si separassero in maniera amichevole, Bezos potrebbe liquidare alla moglie il controvalore delle azioni che le spetterebbero. In fondo, lei non ama gli affari. In questo caso nulla cambierebbe nella governance del colosso di Seattle.

Nel peggiore dei casi, la vicenda, invece, si complicherebbe.  Se l’ex moglie avesse interesse a mantenere le azioni, Bezos potrebbe scendere fino all’8%, e questo cambierebbe decisamente i rapporti di forza nella società. Ad esempio, nei confronti di un investitore istituzionale come Vanguard, che ha in portafogli il 6% del pacchetto.  Ma non solo. Se MacKenzie reclamasse un posto nel board, nota l’Economist, potrebbe anche opporsi alle strategie del marito. Ad esempio, proponendo di alzare i salari. Amazon è già da tempo sotto l’attacco dei media per le proprie politiche.

Il divorzio di Bezos pone, quindi, qualche domanda agli azionisti. Il fondatore dovrà rassicurare il board sul fatto che sarò in grado di restare concentrato sugli affari. Anche perché esistono studi che dimostrano come un divorzio renda spesso i Ceo più inclini al rischio, per compensare rapidamente la perdita di ricchezza con maggiori guadagni.

Il nostro, dal canto suo, è tutto fuorchè un manager tipico. Poco incline a farsi controllare dal consiglio di amministrazione, dorme otto ore a notte, non fa riunioni dopo le 5 del pomeriggio e fino a poco tempo fa trovava sempre il tempo per leggere i romanzi della moglie. Almeno da questo punto di vista, la sua routine è destinata a cambiare.

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brexit, politica

Brexit, l’UE approva il testo dell’accordo. Ecco cosa succede ora.

Questo articolo è stato pubblicato sul magazine Londra, Italia.

Diciotto mesi per scriverlo, solo 38 minuti per approvarlo. I rappresentanti dell’Unione Europea hanno firmato la bozza di accordo su Brexit domenica mattina, in un summit-lampo a Bruxelles. Ora che il compromesso è stato approvato dai governi, si tratta di “venderlo” al Parlamento britannico.

Non è un caso che i media locali usino proprio questo verbo: per Theresa May si tratta del “miglior accordo possibile”, ma il testo soddisfa pochi, e il rischio è che Westminster respinga la bozza, oltre cinquecento pagine accompagnate da un documento politico di una ventina di cartelle sul futuro delle relazioni tra l’isola e il continente.

Bruxelles ha fatto capire che non c’è possibilità di brandire un rifiuto come clava per spuntare condizioni migliori. I timori della vigilia – le riserve della Francia sulla pesca, e della Spagna su Gibilterra – sono stati superati dall’atteggiamento compatto dei Ventisette.

COSA ACCADE ORA? –  Se i deputati approveranno, il 29 marzo 2019  comincerà il periodo di transizione, che terminerà a dicembre 2020. Dal 2021, a cinque anni di distanza dal referendum, il Regno Unito sarà fuori.

Le riserve nel Parlamento britannico vengono dai laburisti, che sperano di far cadere il governo May e insediare  il leader Jeremy Corbin dopo nuove elezioni –, e dai deputati nordirlandesi, a cui l’esecutivo è appeso,  e che temono una frontiera “dura”con l’EIRE. Ma c’è anche una fronda di Conservatori, piuttosto agguerrita e capeggiata dall’ex ministro Boris Johnson.

 

La decisione del Parlamento londines è attesa per una data compresa tra il 10 e il 12 dicembre. La premier partirà nelle prossime ore per un tour di due settimane:  girerà il paese per spiegare che non si poteva fare meglio e che il Regno Unito ha riguadagnato il controllo dell’immigrazione, tema caro ai Leavers. In una lettera inviata alla nazione, May sottolinea come la libertà di movimento sia finita “una volta per tutte”:  “invece di un sistema di immigrazione basato sulla provenienza geografica – scrive –  ne avremo un altro basato sulle abilità e il talento che una persona porta in dote al paese”.

Dal punto di vista economico, la missiva  ricorda che con l’uscita si risparmierà molto denaro pubblico, pronto per essere reinvestito in progetti di lungo termine come ad esempio quello relativo all’NHS, il martoriato sistema sanitario britannico.

Ma dietro le quinte si lavora a un piano B per evitare il peggio in caso di rifiuto: secondo il Telegraph, nelle stanze del governo si pensa a un accordo alternativo che ricalchi il modello norvegese. Il paese nordico non fa parte nell’Europa politica, ma è nello Spazio economico europeo. La Norvegia, però, non partecipa ai tavoli dove le regole vengono decise. Se così fosse, e fatta la tara alla demagogia, sarebbe stato forse meglio restare nell’Unione, con le ampie libertà che un’Europa traballante aveva, da sempre, garantito al Regno Unito.

@apiemontese

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politica

Controesodo, incentivi anche per chi non ha una laurea. Il ddl alla Camera

Questo articolo è uscito sul magazine Londra, italia.

C’era un’epoca, circa vent’anni fa, in cui l’Erasmus era considerato una perdita di tempo, una sorta di vacanza studio a spese dei genitori a base di feste e party ad alto tasso alcolico. I docenti avevano capito bene: era esattamente così. Ma quelle vecchie cariatidi  di facoltà – nel ’68 si sarebbe detto “matusa” -, rinchiusi nei propri studi spesso inaccessibili,  non avevano compreso una cosa: i mesi spesi tra una festa e l’altra, dormendo tre ore a notte e frequentando lezioni come zombie avrebbero  lasciato un’eredità importante: la capacità di parlare le lingue, di apprezzare con culture diverse, l’autonomia – per chi non viveva già da solo. Era nata la prima generazione di europei. Complice il boom dei voli low-cost, nel giro di qualche anno, all’alba del millennio, non era più strano avere la fidanzata a Parigi o andare a trovare gli amici per un weekend in Spagna. Con buona pace di mamma e papà.

Il problema è che molti di quei giovani all’estero ci sono tornati. Per restarci. Li chiamano “talenti”, e sarebbero una risorsa importante per il paese che li ha formati, cresciuti e poi visti volare via. Circa due milioni di italiani hanno lasciato la Penisola negli ultimi dieci anni, duecentomila ogni dodici mesi, e i dati censiscono solo gli iscritti all’AIRE.

Ma esiste una quota importante di sommerso, persone che, per un motivo o per l’altro non hanno mai fatto questo passo, creandosi, tra l’altro, problemi con il fisco. C’è chi ha preferito restare in incognito per pagare meno tasse, ma anche chi, semplicemente, non voleva perdere il medico di base, come ha rivelato un’indagine di Gruppo Controesodo, community destinata a chi vuole tornare sui propri passi, ma aspetta l’occasione buona per farlo.

LEGGE BIPARTISAN – Per fermare l’emorragia, il Governo è intervenuto con una legge bipartisan già nel 2010, promettendo incentivi e sgravi fiscali per i lavoratori altamente qualificati che facevano rientro in Italia: la cosiddetta legge sul Controesodo, che, peraltro, ha avuto un’applicazione poco costante.

La 238/10 – questa la denominazione ufficiale – abrogata per due anni, è stata poi ripristinata nel 2015. In questi giorni è in corsia alla Camera una proposta a cura del giovane deputato PD Massimo Ungaro che mira a rivederne alcuni articoli, e ad armonizzare le stratificazioni che col tempo si sono accumulate.

Il progetto è dare un incentivo a tutti coloro che vogliono tornare ma non ne vedono ancora le condizioni, – spiega Ungaro a Londra, Italia – anche a chi non ha una laurea. La migrazione in passato serviva ad alleggerire la pressione demografica, ma, con i tassi di natalità ai minimi e le risorse migliori che se ne vanno, un incentivo è necessario”.

Tra i punti chiave della proposta, una sanatoria per chi si è “dimenticato” di iscriversi all’AIRE. La proposta di legge è stata presentata a metà ottobre, ed è in attesa di essere calendarizzata.

Basta una legge? Forse no. “Lo Stato deve fornire un ecosistema” ammette lo stesso Ungaro, expat da dieci anni. Difficile pensare a un controesodo se il contesto nazionale continuerà ad essere caratterizzato da burocrazia e corruzione, mali atavici che a chi ha vissuto altrove pesano anche di più. E il profumo del basilico, adagiato fresco sopra a un piatto di pasta, spesso non basta a dimenticare l’amaro del rientro.

@apiemontese

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cinema, musica

A star is born, Bradley Cooper fa centro al debutto come regista

A star in born, è nata una stella. Bradley Cooper sceglie questo soggetto per cimentarsi, per la prima volta, dietro alla macchina da presa. La versione originale è degli anni Trenta, un remake data 1954 e un secondo risale al 1976 (la parte femminile andò a Barbra Streisand). Ora è il turno dell’attore di Filadelfia.

La storia è quella di Jackson Maine, rocker maledetto e di successo, che incontra una cameriera, talento inespresso, voce e melodie da brividi ma ingaggi solo in bar di quart’ordine. I due si sfiorano di notte dopo un concerto. Lui la corteggia e la spinge a provarci sul serio con la musica; lei, inaspettatamente, ce la fa. Il film è il racconto dell’ascesa di Ally, interpretata da Lady Gaga, e del declino di Jack.

Avrebbe potuto essere una commedia sdolcinata, di quelle alla Jennifer Lopez. Invece Cooper, regista e attore protagonista, racconta il vissuto drammatico di un uomo schiavo dell’alcol, perennemente in lotta con i propri demoni, incapace di badare a se stesso. Un uomo che ha avuto tutto, ma vive affacciato su un abisso.

Film intenso, che emoziona, girato benissimo, con due attori protagonisti espressivi ed affiatati. Cooper è così bravo a recitare la parte del rocker maledetto che sembra nella vita non abbia fatto altro che bere, suonare e tirare coca. Lady Gaga dimostra di sapere recitare in maniera convincente. Fotografia alla Sorrentino – alcune scene sono di una delicatezza rara -, colonna sonora da urlo. Il contrasto tra l’artista con un’anima e quello da X Factor. Da vedere al cinema.

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internet

Digital tax: Amazon, Google e i giganti del web nel mirino del fisco UK

Questo articolo è stato pubblicato sul magazine StartupItalia!.

Una digital services tax sui proventi realizzati dai giganti del web, a partire da Amazon e Google. “Austerity is coming to an end”, l’austerità sta per finire, ha detto il Cancelliere dello Scacchiere Philip Hammond (l’equivalente del nostro Ministro delle Finanze)  di fronte al Parlamento a Westminster. L’occasione è stata la presentazione del budget 2018, che potremmo definire un bilancio di previsione, il documento programmatico con cui Downing Street pianifica come spendere il denaro pubblico.

E tra tante concessioni (20 miliardi di sterline all’NHS, il sistema sanitario pubblico che soffre una cronica mancanza di fondi, stanziamenti per un nuovo piano case, revisione delle soglie di tassazione e aumento del minimum wage, il salario minimo che riguarda moltissimi lavoratori, tra cui tanti italiani) spunta la batosta per i tech giant.

Un freno alla crescita? I timori dell’ecosistema

Nei piani del governo c’è una tassazione al 2% dei proventi, che porterà nelle casse pubbliche circa 400 milioni di sterline l’anno, più o meno l’equivalente dei fondi che verranno stanziati per le scuole. Il titolo potrebbe essere “Amazon e Google pagano le scuole britanniche”, e non sarebbe male; ma la notizia ha scosso l’ambiente. Non tanto per la consistenza della tassazione (una goccia nel mare dei profitti), quanto perché si crea un precedente pericoloso in un settore fino ad oggi poco normato.

Dom Hallas, della Coalition for a Digital Economy, ha messo sull’attenti il Governo qualche giorno fa, appena saputo delle intenzioni: “A perderci davvero non saranno i giganti della tecnologia, ma le aziende inglesi in fase di  crescita che hanno il loro business nel tech e gli stessi imprenditori” aveva dichiarato al Telegraph. “Le grandi companies che Hammond ha messo nel mirino sono ben attrezzate per fronteggiare un aumento del carico fiscale. Il vero costo colpirà le imprese innovative inglesi, quelle che cominciano l’attività nei confini nazionali per espandersi, poi, nel mondo”.

Insomma, il governo di destra di Theresa May fa una cosa di sinistra e si mette contro lo strapotere delle società che si spartiscono il grosso dei profitti web. Tra l’altro, mentre l’Europa nicchia, e si sa che i tempi di Bruxelles possono essere biblici. Se del caso,  “la Gran Bretagna andrà avanti da sola” ha dichiarato Hammond, ammettendo, però, che un approccio multinazionale sarebbe la soluzione migliore e che, qualora arrivasse una decisione del G20, il suo paese potrebbe considerare di adeguarvisi.

Chi riguarda davvero la Digital tax in UK

Il Cancelliere risponde ai timori dell’ecosistema spiegando che la misura è stata studiata per colpire i giganti della Rete e non i consumatori o le piccole aziende. “Verificheremo i dettagli per assicurarci di colpire nel segno, e che il Regno Unito continui ad essere il posto migliore per start up e scale up” ha rassicurato. La tassa dovrebbe entrare in vigore ad aprile 2020 e, stando a quanto si apprende, riguarderà le società con ricavi annui globali per almeno 500 milioni di sterline. Chi entrerà nel mirino del fisco? Praticamente tutti: motori di ricerca, piattaforme social e marketplace online. L’imposta, precisa il ministero, non vuole colpire i beni venduti online, ma solo i profitti generati dai servizi  di intermediazione. I primi 25 milioni di sterline fatturati in UK non rientreranno nell’imponibile, escludendo così le società giovani. E, soprattutto, il principio è: tassare chi guadagna lavorando con utenti che risiedono nel Regno Unito, non l’attività digitale in sé.

La mossa segue l’onda di indignazione che monta un po’ ovunque contro i giganti del web. Secondo quanto riportato dal quotidiano economico Bloomberg, Amazon UK Services (il ramo che fornisce servizi business alle imprese) ha ascritto a bilancio ricavi per 1,98 miliardi di sterline nel 2017; la corporate tax versata, però, è passata dai 7.4 milioni di pound dell’anno precedente a 4,46 mln. “Paghiamo tutte le tasse che il Regno Unito e i paesi in cui operiamo richiedono” ha affermato un portavoce della società. Basse o alte che siano; come dire, non è colpa nostra.  Sempre secondo Bloomberg, Amazon.com Inc UK – la “casa madre” in UK della società di Jeff Bezos –  ha visto il conto della corporate tax ridotto del 40% nel 2017, a fronte di ricavi triplicati. Chiaro come questo possa non piacere.

La digital tax che potrebbe chiudere un’epoca

La presa di coscienza dei mega profitti dei tech giants comincia a diffondersi a macchia d’olio. Passata la sbornia digitale, in molti paesi gli utenti cominciano a chiedere un atteggiamento diverso, a partire da quello dei regolatori. Persino a San Francisco, la Mecca della tecnologia, si parla di un balzello che vada ad aiutare gli homeless in quella che, con la febbre di inizio secolo, è diventata la città più cara d’America. La Frisco hippy di Kerouac e Ferlinghetti ha cambiato volto con i dollari dell’economia digitale.

Per ora né Facebook, né Twitter né Alphabet hanno rilasciato dichiarazioni. Sicuramente nei corridoi si sta alla finestra, cercando, come spesso è accaduto in casi del genere, di non fomentare la rabbia con commenti avventati. E con la consapevolezza che, se un paese come il Regno Unito muoverà davvero il primo passo in questa direzione, e, soprattutto, se la misura incontrerà il consenso popolare senza rovinare l’ecosistema dell’innovazione, la direzione imboccata dai britannici potrebbe essere seguita su entrambe le sponde dell’Oceano. E per l’economia digitale si chiuderebbe un’era.

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