brexit, coronavirus, economia, esteri, salute

Vaccino Covid, cosa significa per Londra arrivare primi

L’approvazione del vaccino Pfizer-BioNTech da parte dell’ente di vigilanza britannico, primo al mondo, ha un impatto pratico (ovviamente, quello legato alla protezione della popolazione) ma anche un significato politico molto più ampio. Il vaccino sarà disponibile dalla prossima settimana. Da Europa e USA, invece, non ci sono notizie sui tempi.

Il Regno Unito è tra i paesi più colpiti dal coronavirus dal punto di vista economico, in parte anche per le scellerate decisioni del premier Boris Johnson nelle fasi iniziali. Johnson sottovalutò i rischi puntando a un’immunità di gregge molto costosa in termini di vite umane per garantirsi una ripresa precoce, salvo poi, ammalarsi egli stesso, e correggersi nel giro di qualche settimana. La pandemia ha toccato Londra nel momento peggiore: pochi mesi prima, il paese aveva sbattuto per l’ennesima volta la porta in faccia all’Unione Europea e chiuso la telenovela Brexit, che durava da oltre tre anni.

Un problema serio, perché l’economia non beneficerà del generoso Recovery Fund messo in piedi da Bruxelles.

Oggi il Regno Unito è un paese solo, con le mani libere, ma che viaggia in mare aperto senza scialuppe. Avere approvato per primi il vaccino significa cominciare a distribuirlo subito e poter, quindi, sperare in un recupero più rapido. Ma non solo: significa anche guadagnare le copertine dei notiziari, e soprattutto: siamo qui, non siamo morti. Siamo sempre uno dei paesi più avanzati al mondo dal punto di vista tecnologico. Venite da noi, ce la possiamo fare.
Oltre che di impatto per gli investitori esteri, l’annuncio rinvigorisce il morale sul fronte interno.

Che basti, non è detto. I prossimi anni saranno duri, e a Downing Street lo sanno bene. Inoltre, l’attendismo delle agenzie del farmaco europea e americana sull’approvazione è un segnale chiaro: meglio andare sul sicuro che rischiare un nuovo disastro, in termini di vite umane e di immagine internazionale. Ma la tentazione, per Londra, è stata troppo forte: dopo una serie di sconfitte a cui il paese non era abituato, quello di oggi è il primo colpo messo a segno da tempo. O l’ennesimo flop di un leader nato per stupire, forse non per governare.

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giornalismo, internet, media

Due o tre riflessioni sul giornalismo digitale al tempo del Covid

La crisi pandemica ha avuto qualche effetto positivo, oltre alla tragedia globale delle vittime del Covid. Non sembri blasfemo, a volte è necessario cercare di guardare il bicchiere mezzo pieno per affrontare tempi difficili, pur evitando di gli eccessi dell’ottimismo a priori (che, osservava qualcuno, è un’arma di difesa essenzialmente tragica: vi si ricorre quando ogni tentativo razionale di spiegare un fenomeno è andato a farsi benedire).

Parlo di giornalismo, perché è il settore che conosco meglio.
Qualche premessa. Internet, non è una scoperta, ha cambiato completamente l’approccio all’informazione. Innanzitutto, non si parla quasi più di articoli ma, genericamente, di “contenuti”. Un calderone dove si può infilare tutto, dal tweet griffato alla foto d’autore allo screenshot rubato dal cellulare di un passante che lo ha pubblicato sui social media senza curarsi di impostare la privacy. Ciò è dovuto in buona parte al fatto che la metrica fondamentale con cui si valutano le performance di un sito web è quella delle pagine visitate: e dato che ogni “contenuto”, con un adeguato lavoro di “cucina” redazionale, può equivalere a una pagina, si assiste a una frammentazione che, peraltro, ben si sposa con i ritmi e le esigenze di una vita sempre più frenetica.

Il concetto di informazione si è lentamente imbastardito inglobando quello – uso un termine inglese tipico dell’ambito business non a caso – di entertainment, intrattenimento. Cellulare alla mano, dieci applicazioni aperte contemporaneamente, più un paio di giochini, si salta da una finestra all’altra con l’unica guida di ciò che colpisce di più l’attenzione; che, a questo punto, diventa essenzialmente visuale. A quel punto, ci si ferma per dieci secondi, esattamente il tempo per leggere un titolo, o un tweet, notare un brand di pubblicità, e il gioco ricomincia.

In questo modo, si è progressivamente persa la visione di insieme. Direi a livello sociale. Il cervello è una macchina che si atrofizza se non usata, e chi scrive appartiene alla generazione a cui veniva vietata la calcolatrice. Insomma, ricordo come si fa una divisione a mano.

Sostanzialmente, il pubblico si è abituato da anni a assumere la realtà in microdosi: poco efficaci per curare una malattia, chiamiamola così, quale l’ignoranza. Ogni argomento viene spezzettato. È come assumere un frammento di pastiglia al giorno: quale cura funzionerebbe?

In un’epoca non troppo lontana, non era raro incontrare ferrovieri con la quinta elementare e una cultura sindacale e di diritto del lavoro da far presumere ben più blasonati studi. I cretini laureati, dal canto loro, ci sono sempre stati; ma, francamente, ne giravano meno.

Torniamo a noi. Il modello di business per le aziende editoriali – che, va detto, non sono opere di carità – si è dovuto adeguare. Anche perché, e qui ritorniamo all’attenzione, per catturare l’interesse del lettore ha assunto sempre più importanza il ruolo della “firma”. Leggere un articolo di Gramellini, di Mattia Feltri, o degli altri bravi colleghi che scrivono in prima pagina vale il prezzo del biglietto, come si suol dire. Queste grandi star del giornalismo portano lettori e si fanno pagare di conseguenza, incidendo non poco sui bilanci.

Chiaramente, l’esempio più illustre è quello di Vittorio Feltri, capace di creare un personaggio e persino un giornale a propria immagine e somiglianza. Alzi la mano chi ha letto un articolo di Libero oltre agli editoriali: pochi. E, in certi casi, non sono neanche scritti male. Il punto, però, è un altro: quel quotidiano si compra più che altro per la figura del direttore. Il resto conta poco, e lo si cerca, di solito, altrove. Non parliamo degli epigoni, da Sallusti a Belpietro: una progenie che si limita più che altro a riprenderne le pose.

Nelle redazioni si è creata così una divisione estremamente netta tra grandi firme strapagate (ci sono anche dei giovani, anche se pochi) e redattori ordinari, con stipendi quasi proletari. Mi riferisco ai nuovi assunti: perché gli anziani godono ancora dei contratti sottoscritti quando le vacche erano grasse per tutti (e la ricchezza meglio distribuita). Ah, i diritti acquisiti. Questi contratti pesano ancora parecchio sui bilanci, anche se gli intestatari, bontà loro, non scrivono quasi più. Il resto dei lavoro lo fanno i freelance, i quali, in molti casi, sono pagati in visibilità e buonanotte al secchio. O poco più.

In queste condizioni, chi ha potuto è corso a cercare gloria altrove. Non in altri giornali, perché la situazione dell’editoria è la stessa ovunque. Mi riferisco a uffici stampa, pr, ma anche posizioni da segretaria in aziende. Ho visto personalmente colleghi dotati cambiare mestiere esasperati per la mortificazione e la frustrazione di non arrivare alla fine del mese dopo 30 anni di onorata carriera, trascorsi anche in testate nazionali.

In un mercato lasciato a se stesso, si è creata la solita polarizzazione. Capita anche nelle aziende. Negli anni Sessanta, un amministratore delegato guadagnava trenta volte un operaio. Oggi diverse centinaia. Chi resta, a queste condizioni, spesso lavora di fretta (“breaking news” è un’espressione inflazionata) e senza maestri, sapendo, peraltro, che l’errore è concesso, perché sul web basta poco per correggerlo. Così, capita che sul primo quotidiano nazionale un omicidio venga definito “killing”, senza che alcun caporedattore lo segni in rosso. Linguaggio da Instagram. Peraltro, il termine inglese sarebbe murder, o manslaughter.

Benvenuti nell’informazione digitale anno domini 2020.
Concludo. In questa accozzaglia, farsi un’idea è diventato sempre più difficile. Se prima bastava leggere un articolo lungo, scritto da un giornalista che teneva alla propria firma e che si era preparato a dovere per cominciare a capire qualcosa, oggi il lettore medio compone il quadro giustapponendo pezzi presi da ogni dove. Un po’ come il personaggio della Nausea di Sartre, che voleva farsi una cultura leggendo il volumi della biblioteca dalla a alla z: quello che conta non è la quantità. E’ la gerarchia.

E veniamo al Covid. La cosa positiva è che la pandemia, dopo uno sbandamento iniziale, ha rimesso in primo piano la competenza, marcando la differenza tra prodotti editoriali di serie a e altri di serie b.

Cominciano ad apparire (e a guadagnare spazio) firme meno blasonate ma più preparate dei tuttologi da prima pagina. Mi viene in mente Sandro Modeo del Corriere. Questo articolo nasce dopo aver letto l’ennesimo suo bel pezzo.

Modeo (ma non è l’unico) scrive articoli lunghi, documentati, precisi ma caratterizzati dallo sforzo di rendere comprensibili concetti ostici. Anche sul web, nel regno dell’effimero.

Si sta (finalmente) superando il concetto che l’articolo lungo non renda. Al contrario. Il longform è quello che ci vuole per spiegare al lettore che l’informazione di qualità va pagata, così come, peraltro, è sempre stato fino a 20 anni fa. E non con i dati. Oggi come oggi, superata la fase in cui abbonarsi al digitale costava parecchio, con pochi euro alla settimana è possibile accedere ai contenuti premium. Credetemi: dopo aver provato, non tornerete più indietro.

I nomi storici hanno cominciato a perdere i lettori più attenti (che spesso fa rima con fedeli) a vantaggio di realtà più piccole ma in grado di guadagnarsi credibilità senza rincorrere l’ultima idiozia, ogni giorno, a tutte le ore, si tratti di Salvini o dei testi sierologici. Niente di nuovo, in fondo: una mensilizzazione, potremmo dire, di una parte del web.

Sono anche nate (o meglio, si sono evolute) forme più raffinate di introiti. Dai branded content (che hanno una propria dignità, quando fatti bene: guardate l’esempio della serie Cocainomics del Wall Street Journal, sponsorizzata da Netflix prima del lancio di Narcos) alle testate che stanno in piedi grazie ai bandi. A volte li emettono soggetti privati, a volte sono aziende, come Google, che ha lanciato numerosi progetti e sta cercando di rifarsi una reputazione dopo essere finita nel mirino dei regolatori e di una parte sempre più consistente di pubbloco. Come sempre, per il lettore, la cosa più importante è sapere con esattezza chi ci mette i soldi: e tenere presente che è difficile parlare male di chi ti finanzia.

Insomma: alla pandemia dobbiamo la prima, e più importante, crepa in quella che era la vera barriera alla transizione digitale: la reticenza del lettore a pagare per i contenuti, a fare il gesto di inserire i dati della propria carta di credito per avere notizie che, credeva, avrebbe potuto avere gratis. Il problema non è solo questo: più spesso di quanto sembri, è una questione di pigrizia (nessuno ama alzarsi a cercare i codici nel portafoglio quando vuole solo leggere un articolo in santa pace), senza contare la paura di frodi informatiche. La nuova abitudine al commercio elettronico sta travolgendo molte resistenze ataviche.

Inoltre, la pandemia – che riguarda proprio tutti, mettendo a rischio il bene più prezioso, la salute – ha reso più chiara la differenza tra informazione di qualità (fatta da persone competenti, dove , come dicono gli anglosassoni, less is more e conta la gerarchia) – e l’accozzaglia di notizie confuse e prive di un reale significato proposta da molti media mainstream.

Al momento si sta ancora seminando, ma penso che manchi poco: i frutti arriveranno. C’è ancora posto per qualcuno sul treno: ma chi ha scommesso due o tre anni fa, riuscendo a restare in piedi nel frattempo, si appresta a raccogliere i risultati.

Anche le redazioni cominciano a cambiare assetto. Qualcuno va in pensione, qualcun altro, si diceva cambia mestiere.

Ogni tanto sui forum della nostra categoria un giovane chiede se fare o meno del giornalismo la propria strada. Personalmente, sconsiglierei. Ma è sempre stato così: solo chi è motivato comincia qualcosa dopo avere sentito tutto il male possibile. Aggiungerei, però, una cosa: se vuoi fare questo mestiere, ragazzo, devi studiare. Tanto. Il tempo del “sempre meglio che lavorare”, se mai è esistito, è finito. Il livello si è alzato: chi non lo ha capisce, verrà travolto. Ci sono, tra i restii al cambiamento, anche tanti padri e madri di famiglia.

La rivoluzione digitale ha impattato sull’editoria scardinando tutto quanto era vero fino a 20 anni fa. Certo, a far da guida, restano i capisaldi dell’etica professionale. Ma il problema, anche per noi che ci lavoriamo, è un altro. È che siamo solo agli inizi.

(Foto di Shutterbug75 da Pixabay)

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ambiente, sostenibilità

Essere sostenibili è cool, ma non per tutti

Fino a pochi anni fa, l’ecologia era una cosa da ambientalisti, e da ingegneri. Fuori dal giro delle riviste di settore se ne parlava poco, e quando capitava era con superficialità.

Il settore in sé non si presta. Parafrasando Jung, a nessuno piace soffermarsi sui propri lati oscuri. E quello dei rifiuti è l’altra faccia del benessere.

Parlare di spazzatura, materia sporca per definizione, non era bello sui giornali, ma nemmeno nei consigli comunali: difficile spiegare agli elettori inferociti che inceneritori e depuratori da qualche parte bisogna pur costruirli, e che questo è il prezzo delle comodità cui non sappiamo rinunciare.

Oggi, il vento è cambiato. Essere sostenibili, chi l’avrebbe detto, è addirittura di moda, o cool, se amate gli anglicismi.

I quotidiani aprono supplementi dedicati (l’ultimo di chiama Green and Blue, di Stampa e Repubblica), le aziende ingaggiano società in grado di spiegar loro come inquinare meno e c’è persino un movimento (FlightShame) che addita chi vola.

Le premesse per un cambio di passo, insomma, ci sono. Solo nel 2012, a Greta Thurnberg non sarebbe stato dedicato molto più di un trafiletto, o un articolo nelle pagine interne; oggi l’adolescente nordica parla all’ONU.

Non solo. I grandi gruppi finanziari, da Blackrock in avanti, sostengono le rinnovabili non solo (figuriamoci) per ecologia: nella scelta strategiche entrano, piuttosto, una serie di ragionamenti e proiezioni che vanno oltre la filantropia, dalle perdite delle assicurazioni (costrette a risarcire miliardi di euro di danni per le alluvioni che si verificano ai quattro angoli del pianeta) al progressivo esurimento delle riserve di petrolio, gas e minerali; l’elenco è lungo un chilometro e non è il caso di farlo qui.

Il risultato, comunque, è positivo, dal momento che queste realtà posseggono (o sponsorizzano) i principali media: alla sostenibiltà è stato concesso (finalmente!) di fare notizia ed essere inquadrata in maniera accattivante. La ragazzina bionda che attraversa l’oceano in barca è il personaggio perfetto per incarnare questo nuovo corso.

I consumatori seguono, e anche quelli di fascia media – non solo i ricchi – stanno progressivamente diventando più sensibili, modificando le proprie abitudini di acquisto. Arrivano anche i governi, in un circolo virtuoso che pare innescato.

Ma non è sempre stato così. Ci indigniamo per quello che accade nell’est Europa o in Cina, dove le normative nazionali sono molto più permissive che da noi o le autorità chiudono un occhio; scordiamo, però, quanto avveniva in casa nostra fino a non molto tempo fa.

Ogni tanto compro su una bancarella il libro di un vecchio giornalista. Le raccolte di articoli di cronaca e costume molto datati fotografano in maniera vivida il passato, a volte meglio delle immagini. Rileggere quei pezzi mi porta ai tempi dell’infanzia.

Sfogliando un volume di Luca Goldoni, ottima penna, sono tornato agli anni Ottanta, quando a essere “in via di sviluppo” eravamo noi. Con larghe zone del paese appartenenti al secondo mondo più che al primo, il benessere di oggi era inimmaginabile. Qualche esempio della questione ambientale che, con urgenza, si poneva.

Il mar Adriatico era pieno di alghe e mucillagini. Il Po, il fiume più lungo d’Italia, di schiuma nel migliore dei casi biancastra. I parchi erano zeppi di rifiuti ( e di siringhe) abbandonati da chissà chi. La centralina di rilevazione degli scarichi peggiore di Milano era quella di via Senato, in pieno centro, dove oggi passano solo poche auto grazie a un divieto di transito chiamato area C.

Gli anni Settanta erano peggio. Mio padre mi racconta di quando, arrivato in Lombardia dal Sud, si meravigliava di soffiarsi il naso e trovare il fazzoletto annerito: la causa erano ciminiere e tubi di scappamento. Sesto San Giovanni era la Stalingrado d’Italia per le sue fabbriche, Genova e Torino gli altri vertici di quello che, col capoluogo lombardo, era detto il Triangolo Industriale. Non solo: per chi faceva le elementari in quegli anni c’era una sigla diventata familiare, CFC, clorofluorocarburi, contenuti nelle bombolette spray e – vado a memoria – nei frigoriferi.

Insomma, un altro mondo. Oggi, in questa porzione del globo, i problemi sono incomparabilmente minori. Ma al benessere sta arrivando una parte di mondo che prima certi lussi poteva solo sognarli (o vederli grazie alle parabole satellitari). Ed è la più consistente. Cina, India, America Latina, Africa erano escluse dai consumi di massa. E vogliono recuperare il terreno perduto.

Il barista sotto casa, persona intelligente e gran lavoratore, è cinese. E’ preoccupato, mi confessa: teme che, per recuperare dalla crisi dovuta alla pandemia, possa scatenarsi un’altra guerra. E, inutile dirlo, ha paura che ad essere aggredito sia proprio il suo paese. Pechino gioca un ruolo di primo piano sullo scenario economico e politico mondiale. “Adesso tocca a noi”, mi dice. “Perché non volete che il nostro popolo goda del benessere che avete avuto per tanti anni?”.

Un fisico dell’ENEA mi raccontava come vedono la questione a Dehli, in India. A un congresso di scienziati e ministri (tema, l’energia) si riteneva disonorevole che il consumo pro capite di elettricità dei paesi vicini potesse superare quello locale. Bisognava, cioè, trovare il modo di aumentare – avete letto bene: non diminuirlo – anche quello indiano. Questione di reputazione.

In America Latina la vedono più o meno allo stesso modo. Difficile spiegare il climate change a persone che vivono in città cadenti, per cui il benessere è rappresentato dalle lattine colorate di Coca Cola, grandi televisori a cristalli liquidi e magliette di squadre di calcio europee. Proprio ciò che noi, sazi, cominciamo a ritenere superfluo.

Fermare (o, almeno, gestire) il cambiamento climatico è molto complicato perché non è solo una questione tecnologica, ma culturale. Non bastano batterie migliori, plastiche bio ed energia solare: si torna sempre lì, essere sostenibili, in certi contesti, non è una priorità. Come direbbe Celentano, non è rock, è lento. Anzi, fa un po’ sfigato, proprio come da noi fino a qualche anno fa, quando dicevi ambientalista e ti venivano in mente la zia hippy e il marito fricchettone.

Sono incuriosito da quanto tempo ci vorrà al resto del mondo per completare la transizione. Finanza, opinione pubblica, politica. Se il percorso sarà simile al nostro o se, come alle volte accade, chi arriva dopo potrà saltare qualche passaggio. In molti stati africani le soluzioni di pagamento fintech sono più avanzate rispetto a gran parte dell’Europa: con il denaro contante difficile da procurarsi, maneggiare e custodire, i cellulari, invece, sono universali: la scelta è stata immediata.

Non siamo senza colpe. Le stesse compagnie che si ripuliscono l’immagine finanziando progetti green non hanno ancora smesso di commettere le peggiori nefandezze, naturalmente al riparo da occhi indiscreti. Il codice di autoregolamentazione del settore internazionale del gioiello racchiude un lungo elenco di comportamente discutibili e vietati: dalla corruzione all’inquinamento, dallo sfuttamento del lavoro minorile al finanziamento dei signori della guerra, non c’è condotta turpe che manchi all’appello. Evidentemente il problema era grosso come un diamante da un milione di carati.

Basterà l’autodisciplina? Chissà. Sicuramente in questa fase contano, e molto, le scelte dei consumatori occidentali. Il loro potere di informarsi e condizionare le politiche di aziende e governi è un’arma potentissima. Insomma: se davvero lo vogliamo, dobbiamo prenderci la responsabilità di guidare il cambiamento. Magari rinunciando a qualche comodità, o lusso, in cambio di un pianeta migliore.

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economia, politica

È giusto che i manager pubblici siano pagati poco?

Non mi appassiona la vicenda dello stipendio di Tridico. Scandaloso trovo, anzi, il fatto che il presidente di un istituto (l’INPS) che è il primo centro di spesa italiano guadagnasse molto, molto meno rispetto ai dirigenti di prima fascia delle amministrazioni pubbliche. Chi può lamentarsi che i migliori restino nel privato se li paghiamo poco? E che il pubblico non funzioni? La retroattività mi sembra inopportuna, chiaramente, e lo sarebbe anche se dalle verifiche ne emergesse la correttezza dal punto di vista tecnico.

Ma, come spesso accade, si sta strumentalizzando una vicenda su cui sarebbe opportuno, invece, discutere in maniera aperta e schietta, da paese moderno. Perché il tema è lo stesso del taglio allo stipendio dei parlamentari: se vogliamo che a scrivere le leggi della Repubblica (o meglio, a votarle) siano persone preparate, va dato atto che la competenza costruita in anni di studio e di professione va ricompensata. E non facciamone una questione di spirito di servizio: a nessuno piace rinunciare ai quattrini. Detto, per inciso, da un giornalista freelance di sinistra.

Ma il punto, per gli scontenti e pure per la sinistra, è proprio questo: con l’invidia sociale si passano le serate al bar, ma si resta poveri. Meglio offrire a chi ha voglia di rimboccarsi le maniche una strada chiara da seguire per migliorare la propria condizione: la ragionevole certezza che l’impegno sarà ricompensato. E che certe nomine non siano solo, come appare spesso ora, un terno al lotto, questione di fortuna.

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cultura

Venezia da (ri)scoprire

A Milano o in qualunque altro posto, mi racconta mentre chiacchieriamo, io a spasso col mio cane, lui a godersi il sole delle undici, ci si riconosce dalla macchina. Italiana, straniera, grande piccola. “Qui le auto non ci sono, ovviamente. A Venezia basta la camminata. Da qui a cinquanta metri siamo in grado di identificare chiunque. Abbiamo sviluppato un occhio infallibile per l’andatura. E per i dettagli”.

Me la racconta così, la città di San Marco, quest’uomo di ottant’anni, mentre si gusta una passeggiata mattutina in Campo San Geremia, a due passi dalla stazione. Uno dei pochi veneziani orgogliosamente rimasti ad abitare in questa città unica, sempre uguale a se stessa, da secoli maestosa, imponente, commovente. Roba da stropicciarsi gli occhi, da darsi un pizzicotto per timore che, riaprendoli, il miracolo svanisca.

Perché i giochi dell’acqua, il suo rumore, il gorgoglio dei mulinelli tra i palazzi raccontano molto del genio italiano. Quello che, come una spina dorsale, attraversa la Penisola da millenni. Le facciate magnifiche testimoniano ancora oggi lo splendore della potenza che dettò legge nell’Adriatico, e non solo. Il paragone con il presente è impietoso.

Venezia, dopo il virus, è molto diversa. Presa d’assalto da decenni da un turismo mordi e fuggi che ne ha celato l’essenza e la lentezza, senza una visione che andasse oltre i profitti, ha l’occasione di riprendersi da se stessa.  Inutile guardare all’esterno: le ragioni del business hanno prevalso su tutto, e la scelta è stata proprio di chi avrebbe dovuto difenderla, i locali. Attenti “ai sghei”, e che il resto andasse a farsi benedire. 

La pandemia è arrivata dove la mano – o l’avidità – dell’uomo non avrebbero potuto: ne ha pulito le acque, svuotato i vicoli, restituito la bellezza. Che, nella quiete di un agosto diverso da tutti gli altri, ricorda la poesia di certi scorsi della Roma immortalata da Sorrentino. 

Le immagini delle navi da crociera stipate di migliaia di persone che – incredibilmente – incrociavano di fronte a piazza San Marco, in una fotografia cheap e americanoide, sbiadiscono poco a poco, ricordo di un’epoca che appare lontana.

Torneranno? Forse. Per il momento, è bello godersi ogni angolo, ogni sestiere, ogni scorcio. I mille ponti semivuoti, il ghetto ebraico – il più antico d’Europa – e i suoi silenzi. I viali assolati e coloratissimi di Burano. E la semisconosciuta Torcello, undici abitanti, in origine forse persino più importante del capoluogo, una cattedrale e un mosaico alto almeno otto metri che da soli valgono la visita.

Lascio la Laguna con la sensazione di aver vissuto un’esperienza riservata a pochissimi. Il virus, penso, ci ha restituito Venezia. Anche i prezzi – vivaddio – sono scesi. In fondo dista solo un paio d’ore di treno, perché non sono venuto più spesso? mi chiedo. 

Probabilmente, il problema è la folla. Molti di noi ricordano la Laguna come un pollaio in cui andare, mettere una croce, e poi scappare. Difficile muoversi, la sensazione onnipresente di essere spennati. Qualcuno, negli anni scorsi, ha persino pensato di farsi un caffè con un fornelletto sulle scalinate di San Marco. E’ stato multato e allontanato, con grande eco sui giornali. Senza sminuire la superficialità del gesto, pochi hanno ricordato che nei bar della zona un espresso può costare dieci euro. 

Prendo il treno per Milano promettendomi di spandere il verbo, prima che sia troppo tardi. Lo so, ci ho messo un po’. In trenta giorni, la paura del virus trattiene molti dal muoversi. Ma, per chi può, consiglio almeno un weekend qui: questo stato di grazia potrebbe non durare. Il futuro della città è nelle mani dei veneziani. Sarà banale dirlo, ma vale la pena di ricordarlo. 

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politica

Referendum, sfonda il sì: il 70% vuole il taglio dei parlamentari

Settanta per cento: la vittoria del sì è stata schiacciante. Adesso, per favore, andiamo avanti con le riforme.

Camera e Senato saranno molto diversi nella prossima legislatura. Se sarà un bene, come speriamo, o un male, sarà il tempo a dirlo, ma il popolo si è espresso, ed è stato un voto trasversale agli schieramenti. Con un’affluenza alta (54,3%) che non lascia dubbi sul valore politico della consultazione, tantopiù durante una pandemia, si apre una stagione potenzialmente foriera di cambiamenti.

Da oggi il Movimento Cinque Stelle, nato nel 2009 due anni dopo il primo Vaffa Day contro la Casta, ha un posto nei libri di storia e nei manuali di diritto pubblico.

C’è chi li ama a prescindere e chi, sempre a prescindere, li odia. Sbagliando in entrambi i casi.

Li seguo dagli inizi. Quando nel 2010 Crimi (che oggi fa il reggente) si candidò alle regionali in Lombardia, il partito valeva il 3%. Altri tempi. Provo a dare un’idea, per chi non ricordasse.

Quelle elezioni le vinse – per la quarta volta consecutiva – Roberto Formigoni, ciellino di ferro il cui regno al Pirellone pareva intramontabile. Andò diversamente. La sua giunta cadde nel 2012 travolta dagli arresti, lui stesso oggi sconta una condanna a cinque anni. Frequentazioni pericolose. Un assessore in odore di ‘ndrangheta per voto di scambio, un altro nel giro delle bonifiche, e ci fermiamo per non annoiare. E poi le tangenti, le vacanze nei resort di mezzo mondo. Tutto tra una camicia sgargiante e l’altra, tra un sorriso e una stretta di mano (meglio se amica), tutto mentre la piovra ciellina avvolgeva – e avvolge – il sistema sanitario lombardo. 

Andò peggio al suo avversario. Filippo Penati oggi non c’è più, portato via da un tumore. Pochi mesi dopo quella sfortunata campagna, l’ex sindaco di Sesto San Giovanni e uomo di fiducia di Bersani fu travolto dall’inchiesta sul presunto Sistema Sesto. Tangenti in quella che era la Stalingrado d’Italia. L’accusa sosteneva che in città non si lavorasse senza pagare: lui negò sempre. Alla fine fu prescritto, ma i magistrati ravvisarono situazioni vischiose, almeno sotto il profilo etico. 

La Lega era quella di Bossi, anche lui destinato a cadere in disgrazia nel giro di un paio d’anni. A tradirlo, il proverbiale Cerchio Magico  e il figlio, con lo scandalo delle spese pazze in regione e le lauree in Albania.

Furono le elezioni di Nicole Minetti, più nota per il ruolo nella vicenda Ruby, le forme e i flirt che per l’attività in aula. I tempi in cui il Parlamento italiano, lo stesso che dalla prossima legislatura sarà ridotto nell’organico, votava credendo a Silvio Berlusconi: Ruby fu liberata perché un’informativa dei servizi segreti la segnalava come nipote di Mubarak (anche lui, nel frattempo, passato a miglior vita).

Ecco: se dieci anni dopo questa Italietta da quattro soldi sembra un circo equestre indegno di un paese civile, si deve in buona parte a un movimento di mezzi matti che decisero che il paese si poteva cambiare a colpi di blog, tenendo alta l’attenzione. Non solo sugli scontrini. Chi parlava di ambiente nel 2009?

Non so se ci siano riusciti. L’Italia resta corrotta e schiava di correnti e mafie. Un paese dove un uomo come Nicola Gratteri può essere lasciato solo. E certo, ci sono state esagerazioni: un amministratore capace val bene qualche cena a scrocco. Ad avercene, però. Il problema è che al ristorante senza pagare il conto, fino a poco fa, ci andavano tutti. Ma proprio tutti.

I grillini hanno mostrato eccessi, accolto chi crede alle scie chimiche e no vax, pareggiato sostanzialmente un’elezione politica (quella del 2013) e stravinto quella successiva (nel 2018) promettendo di abolire la povertà e governando con un brutto ceffo come Salvini. Ma si sono evoluti, nel frattempo, e restano i controllori dell’establishment e della casta. Questo, i partiti tradizionali, non sono mai riusciti a farlo. E c’è un motivo: non hanno voluto. 

Oggi i sondaggi dicono che il Movimento di Di Maio si attesta attorno al 12-15%, che mi pare la loro soglia fisiologica. Viene da pensare che moderando i toni, imparando a parlare coi giornalisti e a fare compromessi si perdano voti, e forse è davvero così. Ma si aiuta il paese.
Chi sperava di levarseli di torno dovrà attendere.

C’è da augurarsi che, adesso, si apra una stagione di riforme della nostra Costituzione, figlia di un Ventennio lontano e inadeguata ai tempi. Il risultato di oggi non modifica  in nulla l’architettura dello Stato: per fare un paragone, è come dare una mano di vernice alla macchina. Il motore si cambia modificando le attribuzioni delle due Camere, rendendone, cioè, diversi i compiti. Si può, a mio avviso, anche pensare di toccare la figura del presidente del Consiglio.

Riforme spezzettate in più fasi corrono il rischio di essere disorganiche, è vero. Riforme ad ampio spettro, d’altro canto, rischiano di essere figlie della parte politica al governo, e per questo indigeste e parziali.

Sarebbe bello coinvolgere i cittadini, abituarli a dibattere su questi argomenti. Che si cominciasse, cioè, a fare educazione civica sui media, oltre che nelle scuole. Come notavano alcuni osservatori, il dibattito su questo referendum ha coinvolto in misura ampia intellettuali ed esperti; i partiti sono rimasti un passo indietro, consapevoli di essere divisi all’interno. A me sembra un buon segno, dopo tante campagne elettorali sguaiate.  

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giornalismo

Nasce Domani, nuovo quotidiano di De Benedetti

Nasce Domani, un’altra prima volta nell’editoria italiana. E’ uscito oggi il primo numero del quotidiano(online e cartaceo) diretto da Stefano Feltri. Nessuna parentela con il Vittorio di Libero, e se leggete l’editoriale di apertura è abbastanza chiaro. Il campo è quello del centrosinistra progressista e aperto, in America direbbero liberal (e in America Feltri ci è stato, occupandosi di economia con Luigi Zingales, docente della materia e partner di Oscar Giannino nella sfortunata lista Fermare il declino nel 2013). Feltri è stato vicedirettore del Fatto Quotidiano dal 2015 al 2019, ma ha lavorato anche nella squadra di Lilli Gruber per Otto e mezzo dal 2012 al 2014.

“La storia della democrazia liberale si intreccia a quella del libero mercato” scrive il direttore nell’editoriale di apertura. Tanta attenzione alle disuguaglianze, (“non solo di reddito e patrimoni ma anche e soprattutto di opportunità nella vita privata e in quella pubblica”) e alla crisi climatica.

Il modello di business sarà basato essenzialmente sulle vendite, in edicola e online, con un ruolo minore per la pubblicità. La versione online comprenderà contenuti in forma ridotta ma comunque fruibili per i non abbonati, con il riassunto delle notizie in punti, mentre ai sottoscrittori sono riservati i contenuti premium.

Editore, dichiarato apertamente, Carlo De Benedetti, “ma dopo la fase di avvio le azioni passeranno a una fondazione che garantirà risorse e autonomia” scrive Feltri.

Gli investitori pubblicitari del primo numero sono Enel, Trenitalia, Ferrarelle, Edison, Leonardo, Intesa San Paolo: il meglio del capitalismo italiano, significa che i contatti ci sono. 

L’ambizione è quella di non dare solo le notizie di ieri, ma fornire una visione del mondo su quelle di domani (in gergo sociologico, si chiama agenda setting). Tra le pagine, un servizio dedicato ai guai della Lega, gli incendi in California, un commento sulla tragica storia di Willy, la nuova enciclica di Francesco. Le inchieste sono garantite dal vicedirettore Emiliano Fittipaldi e da Giovanni Tizian, cronista de l’Espresso.

Domani mi sembra un quotidiano certamente di sinistra, un po’ ecumenico, forse, ma ambizioso, sicuramente rivolto a chi ha voglia di leggere e approfondire e che trarrà linfa dai lettori. Se non lo compreranno, facile immaginare che la baracca chiuderà in fretta. Non glielo auguriamo, ovviamente, anche perché il direttore dichiara che i giornalisti che collaborano sono assunti. Che dire: non è facile provarci di questi tempi: apprezziamo lo sforzo e auguriamo in bocca al lupo.

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politica

Referendum: perchè voterò sì

Fra pochi giorni (20 e 21 settembre) si voterà per il referendum sul taglio dei parlamentari. La proposta di riforma della Costituzione prevede la riduzione dei deputati da 630 a 400 e dei senatori da 315 a 200. Una sforbiciata non da poco. Provo a spiegare perché sono favorevole e voterò sì.

Le obiezioni di chi è contrario cominciano con la perdita di rappresentatività del parlamento: se il rapporto tra elettori ed eletti (qui trovate qualche dato) si annacqua non sarà un male per la democrazia? In realtà, in  Italia è tra i più alti in Europa (qui qualche dato). Il risultato? Confusione. Incompetenza. Poltrone elargite come ricompensa per i servigi prestati al ras di turno. Ogni partito ha bisogno di mandare a Roma un mix di “schiacciabottoni” buoni a pigiare il pulsante indicato dal capogruppo e personale politico competente, che scrive le leggi. Per carità, un po’ di disciplina ci vuole; ma ridurre lo spazio per figure francamente impresentabili potrebbe finire per aumentare la qualità media di chi deve rappresentarci. Che è preoccupantemente bassa. E poi: che rappresentatività si ha con le liste bloccate e i nomi paracadutati in collegi elettorali sicuri ma che si troano in regioni dove non hanno mai messo piede?

La seconda obiezione è che non si tratta di una riforma organica: bisognerebbe, cioè, rivedere le attribuzioni delle due Camere, le quali fanno oggi esattamente le stesse cose, palleggiandosi i provvedimenti, col risultato che a decidere è spesso il governo o lo stesso presidente del Consiglio, mentre l’Italia è una repubblica parlamentare. È vero. Quella tentata da Renzi nel 2016, però, era una riforma ad ampio spettro, e naufragò ugualmente (assieme a lui). Il punto, a quanto pare, non è questo.

La terza è che, con meno parlamentari, si ridurrà lo spazio per i partiti più piccoli. Naturalmente è vero, e a rilevarlo, come è normale che sia, sono loro stessi. Ma non è detto sia uno svantaggio. D’istinto, al maggioritario preferisco un sistema elettorale proporzionale, proprio perché dà spazio a tutti: ma ridurre la proliferazione di micro-feudi poco personali sarebbe, a mio avviso, un ottimo risultato. Anche perché questi piccoli potentati sono schegge impazzite: oscillano da destra a sinistra a seconda delle convenienze senza alcuna responsabilità. Più grande significa meglio piantato a terra.

La quarta obiezione riguarda il funzionamento del Parlamento stesso: le commissioni, in cui si svolge gran parte del lavoro, non riusciranno ad assolvere il proprio compito. Ma – me lo auguro – proprio da questa pressione i parlamentari restanti troveranno lo slancio per produrre le riforme che mancano, e distinguere finalmente le funzioni di Camera e Senato.

Insomma, quella che ci prepariaamo a votare non è una riforma completa, ma un primo passo. E una vittoria del sì sarebbe una chiara indicazione per chi verrà dopo sul fatto che l’Italia è pronta a compiere gli altri. Una gradualità che forse può addirittura aiutare a comprendere la questione – e i suoi risvolti – a chi non mastica di diritto costituzionale.

Ho, però, la sensazione che, al di là delle argomentazioni di facciata, molti opinion leader appoggino il no per un solo motivo: negare ai Cinque Stelle una vittoria storica, che li consegnerebbe ai libri di testo. Non solo: i pentastellati sono in crisi, e dal 36% di tre anni fa si attestaerebbero oggi tra il 12% e il 15% (a spanne). Un successo del genere sarebbe un’arma formidabile di propaganda da usare in campagna elettorale. Ma qualcuno spera di disfarsene.

Per alcuni influencer mi pare diventata una questione di principio contro il partito di Di Maio. Non conta il fatto che nel 2013 abbiano fatto irruzione (col botto) nella scena politica nazionale e nel 2018 abbiano stravinto le elezioni gestendo discretamente la crisi Covid. Non conta il fatto che siano stati loro a dare voce a chi chiedeva trasparenza, taglio dei costi, via i corrotti dalle liste. C’era chi lo faceva anche prima, si dirà; ma nessuno ha mai superato il 7 %. Loro sono arrivati al 30. Non conta che si tratti di una forza politica che da oltranzista che era – ricordate lo streaming con Bersani ? – ha imparato la moderazione e il compromesso, probabilmente dopo la morte di Casaleggio. E non conta nemmeno che in un paese lacerato e distrutto nei valori, preda della rabbia e dell’odio, come la morte del povero Willy ha mostrato, privo di una destra moderata, far fuori loro significherebbe lasciare campo libero a Salvini.

Ora, molte cose mi separano dai Cinque Stelle. Li ho spesso criticati, e chi mi legge lo sa, ma in loro riconosco un’evoluzione. Non posso essere sospettato di avere simpatie leghiste; ma, ciononostante, devo ammettere che la Lega (quella di Bossi) ha avuto il merito di portare maggiore attenzione ai livelli di governo più vicini al cittadino. Regioni e comuni hanno tratto beneficio dalla presenza sulla scena di quel partito. Si tratta chiaramente di un giudizio storico, che prescinde dall’opinione sugli atteggiamenti sguaiati. Ma pur sempre di un giudizio che riconosce loro un ruolo.

Vincere il referendum, si pensa, sarebbe il momento della legittimazione per i Cinque stelle, che finora non hanno mai firmato atti destinati a restare. E qualcuno spera di impedirglielo affossandone la riforma-bandiera. Mi sembra, francamente, una stupidaggine. 

C’è poi chi spera di far cadere il governo, e avere Draghi come presidente del Consiglio. Non credo sia una buona idea (qui spiego perchè): Draghi è un tecnico alla Monti, non se ne conoscono le idee, e ancora una volta la politica si deresponsabilizzerebbe. Di questo, perdonatemi, non abbiamo bisogno. Buon voto a tutti. 

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politica

Perché Draghi premier non è una buona idea

Non è un deus ex machina. Mario Draghi è un grande banchiere, un uomo di polso e di esperienza che ha saputo guidare con mano ferma l’euro fuori dalla crisi del 2012. Ma mitologicizzarlo (neologismo voluto) come l’uomo che salverà l’Italia nella fase post pandemica è un errore. Innanzitutto, perché Draghi è un tecnico, non un politico.

Già nel 2011 a Mario Monti toccò l’ingrato compito di governare l’Italia. Gli fu chiesto, e l’assolse come poteva, con rigore professoriale e assumendosi la responsabilità di scelte impopolari assieme a Elsa Fornero. Scelte necessarie (la riforme delle pensioni lo era, esodati a parte).

Per tutta risposta, l’ex rettore della Bocconi fu bistrattato da molte forze politiche negli anni a venire, anche da chi l’aveva sostenuto. Dai populisti e dagli altri, almeno da quelli che amano farsi trovare sempre dove spira il vento.

Non è strano. La storia  insegna da secoli che i tecnici al potere (tecnocrazia) sono spesso impopolari, quando non rischiano di far danni. Possono essere utili in certe fasi, ma il rigore del cattedratico va temperato con le virtù della mediazione e del compromesso, la sensibilità nel sapere leggere i tempi, la capacità di comunicare al popolo le decisioni assunte. 

Ora, Draghi non ha mai avuto bisogno di comunicare, e conosce, probabilmente, sin troppo bene quali sono i problemi dell’economia italiana per perdere tempo. Non è un mistero: sono noti a tutti gli economisti, non conta la scuola di pensiero

C’è un Sud che viene trascinato e non è in grado di partecipare alla spinta, ci sono corruzione, evasione fiscale, criminalità infiltrata nella pubblica amministrazione, nepotismo, assenteismo, clientelismo. Parole che un politico conosce bene, sa maneggiare; lemmi, insomma, di fronte a cui non si scompone, ma che sono in grado di instillare un senso di profondo fastidio nel tecnico abituato a ragionare nell’empireo delle proprie conoscenze, e a rivolgersi a una platea che parla (bene) la sua lingua. In compenso, nel nostro paese mancano ricerca, innovazione, merito, sburocratizzazione, meno sussidi e più mirati. Agire è necessario, ma, oltre a mano ferma, serve gradualità. 

Per questo Draghi, a mio avviso, non accetterà mai di fare il presidente del Consiglio: si troverebbe con le mani legate al momento di intervenire, non potrebbe incidere, e, se lo facesse, finirebbe a fare da parafulmine fino alla fine della legislatura. A meno che, ovviamente, non possieda un lato nascosto e un’ambizione che ancora non gli conosciamo, capaci di renderlo immune al fuoco di fila a cui sarebbe sottoposto anche da parte di chi oggi lo invoca. 

Veniamo, così, a un altro fatto. Qualcuno nei giorni scorsi si è meravigliato di vederlo al meeting di CL a Rimini. Il fatto è che di Mario Draghi sappiamo, certo, molto; eppure, alla fine, quasi nulla. Nonostante abbia passato i settant’anni e sia rimasto a lungo sotto i riflettori, il suo understatement è proverbiale. Lo imponeva il ruolo, non meno del carattere.

Ma chi è il Draghi privato cittadino? Quali sono i valori in cui si riconosce? Che tipo di figure ammira, e che cosa pensa degli ultimi quarant’anni di vita del paese, quelli, cioè, su cui esporre un pensiero significa sbilanciarsi?

L’ex presidente della Banca Centrale Europea è stimatissimo all’estero, e questo potrebbe aiutare; ma non illudiamoci che non sia un rigorista alla Monti. Non potrebbe essere altrimenti, dato il suo percorso, anche distinguendo tra “debito buono” e “debito cattivo”, come ha fatto nel corso dell’intervento a Rimini.

Lui, per il momento, sembra non pensarci, a salire a Palazzo Chigi. E forse le speculazioni sul suo nome sono solo il tentativo di destabilizzare il governo in carica. Il solito giochetto. Troppo facile, così.

Non ci sono, purtroppo, sostituti all’altezza per il presidente del Consiglio al momento. Non lo è certo Zingaretti, men che meno il leader della Lega. Conte, dal canto suo, gode del non trascurabile vantaggio di avere imparato dal nulla a fare il premier in due anni, grazie a talento innato e  una robusta dose di applicazione. Ha affrontato bene l’emergenza; quello che gli manca, al momento, è la visione. Dovrà dimostrare, ricostruendo, di essere un leader vero, ma cambiare in corsa senza alternative non è utile. 

All’Italia serve un presidente dotato di pensiero ad ampio spettro, capace di canalizzare il disagio del paese e che disponga di una solida rete di relazioni e conoscenze, di quelle che si sviluppano in anni di politica e lui ha solo da poco cominciato a costruire.

Perché, come diceva Rino Formica, “la politica è sangue e merda” e alla fine le cose funzionano meglio se chi è al comando è capace di sporcarsi le mani. E Draghi, nei suoi abiti impeccabili, nelle sue espressioni più british di quelle dei britannici (non dimentichiamo che a Downing Street siede Boris Johnson) mi sembra inadatto a prendervi parte, se non come arbitro.

Servirebbe, insomma, una figura alla Renzi. Carisma, strategia, polso. Peccato che l’ex segretario del PD abbia dimostrato più volte un narcisismo superiore al senso dello Stato,e non sia, quindi, un papabile. Persino un Berlusconi avrebbe potuto andar bene, e chi scrive non è mai stato un fan del Cavaliere; ma ha superato ampiamente i limiti di età.

Rebus sic stantibus, se davvero si vuole cambiare cavallo, meglio cominciare a studiare soluzioni effettivamente praticabili. Sono convinto che Draghi non ci starà a fare l’agnello sacrificale di cui la partitocrazia ha bisogno per riprodursi tal quale.

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coronavirus, economia, esteri, politica

Dalla Brexit alla pandemia, così nasce la nuova Europa

C’è un filo rosso che accomuna il voto britannico del 2016 con il risultato ottenuto ieri notte dal Giuseppe Conte, oltre 200 miliardi di euro ripartiti tra prestiti a lunghissima scadenza e aiuti a fondo perduto.

Nel giugno di quattro anni fa, l’Unione era sul ciglio di un baratro. La pressione dei migranti ai confini, i postumi della recessione mai completamente smaltiti se non nelle grandi città, la proposta di soluzioni che un tempo – dieci anni fa – si sarebbero dette xenofobe e oggi sono state nobilitate con il nome di sovranismo la tenevano alle corde. Personalità interessate alla propria carriera politica più che al bene comune (Farage, Salvini, Le Pen, tra gli altri) avevano guadagnato consensi crescenti. Pensando di poter gestire il problema affrontandolo di petto, David Cameron concesse il referendum su Brexit, convinto di vincerlo.

Ma, dopo una campagna elettorale giocate sulle menzogne, a prevalere fu il Leave.


Sin da subito Londra fece la voce grossa. “Brexit means Brexit” andava ripetendo Theresa May, convinta che un consesso, come era quello di Bruxelles, sempre incapace di trovare l’accordo su poche, ma nodali, questioni relative all’integrazione continentale (politica estera e fiscale, su tutte) non sarebbe stato in grado di raggiungere una visione comune sull’uscita del Regno Unito. Divide et impera, dicevano i Romani. Che era la cifra della presenza britannica nelle istituzioni continentali.

May si sbagliava. Fu nel no alle smargiassate di Londra che cominciò a prendere forma l’embrione di una nuova di Europa. Un’entità in cui le differenze nazionali continuano a esistere, ma sono bilanciate da una volontà altrettanto forte di cooperare che finalmente ha trovato modo di manifestarsi.

I semi gettati negli anni precedenti stavano giungendo a maturazione.  Oggi, negli uffici che ospitano la classe dirigente continentale, sempre più spesso le scrivanie che contano sono occupate da membri a pieno titolo dalla “generazione Erasmus”, quella che ha potuto approfittare dell’Unione per viaggiare, studiare e arricchirsi; il tutto mentre un’altra coorte di giovani, quella dei nati a cavallo del millennio, sta arrivando al voto. E si tratta di ragazzi che la lira (o il franco, il marco, il peso) non l’hanno mai conosciuto. Così come non hanno mai conosciuto la frontiera con la Francia o con l’Austria: per loro è naturale muoversi e oltrepassare distrattamente valichi che hanno significato sangue e terrore per secoli.


Londra, la terra promessa


Nel momento più duro della crisi 2008-2012, Londra esercitò un fascino eccezionale su chi cercava una seconda chance. Furono moltissimi i connazionali che si trasferirono in riva al Tamigi in cerca di fortuna, a volte trovandola, a volte no. Molti furono i delusi. La comunità tricolore rese la capitale britannica la terza città italiana, con oltre mezzo milione di abitanti.

Per questo il maldestro tentativo di distacco dall’Unione portato avanti da Downing Street ci coinvolse tanto: tutti avevano un parente o un amico che aveva attraversato la Manica. E fu così che, per la prima volta, il dibattito europeo entrò quotidianamente in un palinsesto televisivo che lo relegava ai margini.
A forza di sentir parlare di Brexit, la popolazione cominciò a conoscere pregi e difetti dell’Unione e a farsi un’idea propria. Grazie agli oppositori alla Salvini, ma anche alle difese appassionate.

Pur non volendo, Londra offrì un contributo fondamentale alla causa europea: tra ripensamenti, elezioni, leader da fumetto, manifestazioni di protesta, ci mise ben tre anni per lasciarsi alle spalle il Continente. La fuga dall’Europa venne percepita dai più per quello che era: un’operazione politica orchestrata da leader piccoli, che avevano sfruttato il malcontento popolare per diventare grandi. Ma certi treni passano una volta sola.


Il recovery fund


Per questo, al dibattito sul Recovery fund le opinioni pubbliche sono arrivate molto più preparate rispetto a qualche anno fa. E l’esempio della Gran Bretagna, ancora una volta, è servito: fuori dalla Ue, e con una crisi da coronavirus devastante (peggiorata dalle incertezze del premier Boris Johnson) Londra non potrà avvalersi del mutuo supporto cui avrebbe avuto diritto.

Raramente la sorte ha giocato contro un paese in maniera così sfacciata. L’Europa, che si era mostrata compatta parlando con la voce del capo negoziatore Michelle Barnier e stava per approvare il bilancio 2021-2027, aveva margine di manovra grazie alla vastità di un territorio colpito in maniera molto disomogenea dalla pandemia, e che per questo poteva redistribuire risorse laddove necessario. Perché fu subito chiaro che il recupero sarebbe stato lungo e che da questa prova i Ventisette sarebbero usciti assieme. L’alternativa era che il banco saltasse definitivamente.

Questo spauracchio ha pesato sicuramente nelle trattative. Si è discusso allo sfinimento, ma, una volta verificato che la frattura non è solo tra paesi “cicale” e paesi “formiche”, ma tra realtà colpite in maniera più o meno forte dal virus, la conclusione è stata più o meno questa: chi vuole andarsene, da oggi è libero di farlo. Le conseguenze, il Regno Unito insegna, sono sotto gli occhi di tutti. Per questo era inevitabile che si arrivasse a un compromesso, fatta la tara al posizionamento elettorale di leader come l’olandese Rutte, pronto a incassare la cedola dell’opposizione alle elezioni del 2021.


Il futuro e il piano di riforme


Ora si tratta di fare buon uso dei denari ottenuti. Conte, che si è dimostrato un abile politico nei cinque mesi (e non nei cinque giorni) di trattative con gli altri paesi, dovrà dimostrare di avere un piano serio di investimenti strutturali, di riforme (tra cui quella del lavoro e l’abolizione della sciagurata quota 100), misure per la riqualificazione della popolazione e la diffusione di competenze informatiche e inglese. È anche il momento per parlare di Europa, finalmente, in una chiave positiva.

L’Italia ha incassato il capitale di fiducia guadagnato piegandosi nel 2012. E, checché se ne dica, la riforma in un sistema pensionistico come il nostro era indifferibile. Ma a prendersene la responsabilità e gli oneri fu la sola Elsa Fornero, cui, invece, andrebbe tributato un grazie.
In sintesi: quella di oggi è un’occasione irripetibile per trasformare il piombo della pandemia in oro, un’occasione che l’Italia – e non solo – non può permettersi di perdere.

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