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Trovare il modo di salvare i graffiti del Leoncavallo

E’ ironico che lo sgombero del Leoncavallo arrivi a poche settimane dall’inchiesta urbanistica che mette in discussione buona parte degli interventi realizzati in città negli ultimi anni, facendo finire ai domiciliari assessori, costruttori e architetti. Pare che l’ordine questa volta sia arrivato direttamente da Roma: il centro sociale milanese sarebbe, dunque, una questione nazionale. Ma il Leoncavallo è un simbolo, e si può capire.

Trasferito nella sede di via Watteau nel 1994 (era nato due decenni prima nell’omonima strada dalle parti di piazzale Loreto), incuneato in una mesta periferia urbana, il centro sociale in poco tempo ha ridisegnato la fisionomia dell’area.

Il quartiere Greco, a nord di Milano, è un’accozzaglia post industriale di spiazzi, capannoni, strade bigie, e pochissime vecchie case basse di ringhiera in stile meneghino. D’altro resta ben poco: torri residenziali che svettano in mezzo al nulla, un paio di supermercati, una farmacia. Poco più in là c’è il quartiere Bicocca, nato attorno all’università all’inizio del millennio, e mai realmente decollato. Si tratta di un’area divisa tra le aule dell’ateneo e grossi condomini, con pochi locali più che altro rivolti a un pubblico di studenti, un centro commerciale e nessuno spazio di aggregazione.

Quanto detto basta per ricostruire la fisionomia di una zona della città ispirata, a dir poco, alla mera funzionalità; dove le necessità di base sono soddisfatte, ma che giace da sempre al confine tra il non luogo e il dormitorio. Territorio dove è difficile incontrare, e incontrarsi.

Non è sempre stato così. Milano è una città policentrica per nascita, somma di comuni un tempo autonomi e autosufficienti: e Greco, che esiste da secoli, è citato già dal Manzoni. Renzo vi arrivava da Sesto san Giovanni sulla strada per il capoluogo, in tasca una lettera di Fra’ Cristoforo. La città era in preda alla rivolta per il pane. Come ricorda lo scrittore ottocentesco, ci troviamo abbastanza vicino a Lecco perché il viandante potesse girare la testa e ammirare i “suoi” monti.

Uno scorcio di Greco, il quartiere in cui si trova il centro sociale Leoncavallo

Il centro sociale, si diceva, trasloca in via Antoine Watteau nel 1994, dopo un paio d’anni di lotte. Uno spazio enorme, dotato di cucina, ampio salone per concerti, e ben tre bar. Prezzi popolari: una birra tre euro, un piatto di pasta poco più. Un’eccezione, nella Milano di quegli anni; figuriamoci di questi.

Ci ero tornato una sera del luglio scorso, dopo parecchio: e la sensazione era stata di insperato sollievo. Pareva che, tra quelle mura, il tempo si fosse fermato. L’ecosistema digitale – passatemi l’espressione – in cui ci troviamo nostro malgrado immersi non trovava cittadinanza nelle stanza ampie del Leoncavallo; sui muri erano ancora ben vive le vestigia del passato, con i manifesti delle lotte, i libri polverosi a disposizione di chi voleva portarli a casa, i volantini ciclostilati. Murales caleidoscopici, foto, panchine di legno. Odore di fumo di sigaretta e non solo (dispiacerà ai salutisti, ma il divieto di Sirchia qui non è mai arrivato; e l’odore di tabacco fa parte dell’arredamento).

Ai centri sociali fu concesso molto perché nati come risposta a esigenze trascurate: si accollarono, negli anni Settata, l’onere di fornire, alle periferie delle città, una serie di servizi che le amministrazioni non erano in grado di garantire. Corsi, asili, spazi di riunione e dibattito culturale: attività che sono presenti ancora oggi. Erano gli anni della prima emigrazione interna dal Meridione. Agli albori del nuovo millennio, i locali hanno aperto le porte agli stranieri, agli immigrati, che qui trovavano un posto dove riunirsi senza spendere troppo, e soprattutto essere giudicati, soprattutto nei primi, bui, tempi degli sbarchi.

Concerti, ce ne sono stati tanti nel corso degli anni; artisti di peso si sono alternati sul palco, e l’elenco è troppo lungo per farlo qui. Bandita la vendita di droghe: non il consumo – parliamo di cannabis –, in linea con la visione antiproibizionista. Ma ormai il tema è sdoganato ovunque.

Veniamo allo sgombero di giovedì 21 agosto 2025. Si dirà: resta pur sempre occupazione di proprietà privata, e poi al Leoncavallo non sono dei santi. E’ vero. La verità non sta mai da una parte sola. Certe prese di posizione, un certo oltranzismo, soprattutto negli anni duri della contestazione e delle guerre in Iraq e Afghanistan, sono stati decisamente opinabili.

Non è tutto passato. Al presidio di giovedì 21 agosto, sotto l’acqua, c’erano un paio di migliaia di persone. Tante, tantissime, considerato il periodo agostano e la pioggia. Durante la manifestazione, una parte del corteo ha sfidato i poliziotti che bloccavano  i cancelli urlandogli in faccia slogan carichi di insulti. Poche decine di persone, protette e ringalluzzite dalla psicologia della folla. 

Ora, è evidente che questi atteggiamenti, pur non rappresentendo la posizione ufficiale del centro sociale, spesso vi hanno indiscutibilmente trovato casa e accoglienza. Ma già i Clash negli anni Settanta avevano spiegato che tra i poliziotti ci sono molti proletari, mentre quelli che li insultano spesso sono i figli dei borghesi. Non si tratta di chiudere un occhio sulle violenze delle forze dell’ordine, ma di non lasciarsi trascinare dal branco. E un certo tipo di distinguo, purtroppo, nei centri sociali non hanno quasi mai trovato cittadinanza.

Gli anni, comunque, non passano invano. La linea è progressivamente diventata più moderata, complice anche la guida di una generazione più giovane rispetto a quella dura formatasi negli anni Settanta, quando la lotta politica poteva facilmente sfociare in violenza.

Il bilancio di mezzo secolo di storia, dunque, resta ampiamente positivo. E che il Leoncavallo abbia aggiunto valore a Milano, non il contrario, lo avevano riconosciuto anche tifosi insospettabili. Nel 2006 Vittorio Sgarbi, allora assessore alla Cultura del sindaco di centrodestra Letizia Moratti, organizzò una mostra sui graffitari (i writer) rimasta negli annali. Durante un tour coi giornalisti in via Watteau, gli fu chiesto come poteva un politico di destra appoggiare le scritte sui muri, e di conseguenza, il centro sociale. Risposta lapidaria (chi scrive era presente): “”Sono la Cappella Sistina della contemporaneità. Ma non vedete questi palazzi di merda…”

La somma di tutto fa un luogo che merita di sopravvivere. A Milano, negli ultimi anni, gli spazi di controcultura sono spariti quasi ovunque, e quelli rimasti sono sterilizzati da designer e dai soliti modelli di business che mischiano cultura, glam e profitto. Insomma, per usare un anglicismo: sono fake.

Il diritto alla proprietà privata dell’immobiliarista Cabassi non è in discussione, almeno per chi scrive. Non siamo d’accordo con le spese proletarie, le occupazioni, gli assalti alla polizia; ma con le lotte, anche quelle condotte a muso duro, sì. Con la resistenza allo strapotere del capitale, sì. Non dimentichiamo che la Milano perbenista non ha mai fatto una manifestazione contro la speculazione edilizia e il caro casa, salvo svegliarsi e piagnucolare quando a scoperchiare la pentola ci ha pensato la magistratura.

Al Leoncavallo, invece, certi temi sono sempre stati all’ordine del giorno. E a ragione. Per questo, se sgombero sarà, va trovata una sede adeguata alla storia che questo spazio si è conquistato sul campo, assieme al modo di assegnargliela in via definitiva.

Non solo. L’area che sarà lasciata vuota se il centro sociale se ne andrà (di proprietà dell’immobiliarista Cabassi) potrebbe essere occupata da nuove torri residenziali, che andrebbero a completare lo schema del quartiere dormitorio. Un dormitorio, per di più, destinato ai ricchi. I cosiddetti sviluppatori potrebbero addirittura mimetizzare la speculazione come va di moda oggi in città, con uno studentato da millecinquecento euro al mese a camera.

C’è da augurarsi che Palazzo Marino, che si è detto consapevole del valore dell’esperienza del “Leo”, sappia indirizzare la destinazione d’uso in maniera adeguata. Anche a costo di pronunciare qualche no, insolito a queste latitudini. Il centro sociale potrà pure andare altrove; ma la sua impronta nel quartiere non può più essere rimossa. E, anzi, mi spingo un passo oltre: bisognerebbe trovare il modo per salvare i graffiti del Leoncavallo, ormai parte irrinunciabile della cultura urbana e del paesaggio milanese. E’ possibile?

(Le foto sono mie. Qui di seguito qualche video tratto dalla manifestazione di ieri 21 agosto e pubblicato sul mio canale Instagram 1 | 2 | 3 )

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Calati iuncu

Non è come sembra, dice il marito trovato a letto con l’amante. Innumerevoli film della commedia sexy all’italiana su questa litania hanno fatto fortuna. Ma, per chi amasse riferimenti più colti, torna ancora una volta utile il milanese Alessandro Manzoni, con il dottor Azzeccagarbugli dei Promessi Sposi (duecento anni fa, quattrocento nella finzione): uno che annegava nel latinorum, un intruglio di parole con l’obiettivo di non far capire nulla ai malcapitati clienti e ai giudici. Spieghiamo.

In sostanza, l’immobiliarista Manfredi Catella e gli altri indagati nell’inchiesta sulla suburra dell’urbanistica meneghina si difendono (chi con memorie scritte, chi nel corso di audizione ) disseminando dubbi, facendo distinguo riguardo alle chat messe agli atti. Non è come sembra, sostengono tutti assieme. Così, in questa narrazione, le parole intercettate dai magistrati diventano poca cosa, chiacchiere informali tra conoscenti.
Ma in altri ambiti, distanti dall’urbanistica lombarda, quando si discute di questioni scomode si prendono certe precauzioni: si parla solo in presenza e ,quando lo si fa, non manca chi lascia il cellulare nell’altra stanza. Essere lassi al riguardo tradisce l’idea di sentirsi all’interno di una bolla dove nulla di male può accadere. Perché Roma ha assegnato a Milano il ruolo di locomotiva del pil italiano, un mandato ampio, tanto più dopo la crisi di inizio millennio: e il lavoro sporco qualcuno deve pur farlo. Tanto poi le cose si sistemano.

Nei tribunali non si fa giustizia: si applica la legge. Ed è per questo che le norme a Milano hanno cercato di scriverle da sé , arrivando a far votare al Parlamento un salvacondotto fortunatamente bloccato.

Con queste premesse, vedremo cosa dirà l’esame dei magistrati. Quello politico, però, è altra cosa. Si può evitare la galera, che peraltro è da poveracci: ma non il giudizio della Storia. E quello difficilmente sarà clemente. Una generazione di architetti, amministratori e faccendieri merita di essere allontanata dalla cosa pubblica: ed è strano che debba intervenire la magistratura per ricordarcelo. È strano che la gente abbia dato forma ed espressione alla propria rabbia solo dopo le inchieste della procura, come se prima fosse stata avviluppata dalle narrazioni marchettare all’americana, per cui “vivi in una città che offre tutto quanto si possa desiderare”, e se non ce la fai a tenere il passo “è solo perché non ti sei impegnato abbastanza”. È strano che a protestare contro l’andazzo del capoluogo lombardo fosse solo una ristretta cerchia di – chiamiamoli così – intellettuali, mentre gli altri, il popolo, si rifugiavano nel non voto, segno di una sfiducia ormai cronica verso il sistema. Come gli adolescenti che si chiudono in camera perché non si sentono compresi dagli adulti, e non hanno speranza di esserlo. L’adolescenza poi passa, di solito, e ci si prende la responsabilità della propria vita: è quello che c’è da augurarsi anche per Milano. A volte serve un supporto esterno: uno psicologo , un insegnante, un prete, ed è questo il ruolo della stampa. Ora che la questione è posta, non deve farsi irretire ancora una volta dai quattrini dei costruttori (Catella ha visto aperture, interviste e titoli accomodanti su troppi giornalini e giornaloni durante il suo regno). Perché il nostro non è e non sarà mai un popolo equilibrato; saremo sempre tentati parimenti dall’esaltazione e dalla forca; e in questo scenario, navigare fuori dalle acque tempestose non è facile. Tradotto: non facciamola finire in una bolla di sapone. Il potere di condizionamento di certi soggetti è suadente. E fra poco, passata la buriana e caduta qualche testa, ricominceranno a comprarsi le copertine, secondo i dettami della “comunicazione di crisi”, che ricalca il detto siciliano: calati juncu, che passa la china (piegati giunco, intanto che la tempesta passa ).

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Elezioni in Germania, la partecipazione all’83,5% alimenta la speranza contro i populismi?

Elezioni in Germania, vincono i conservatori della Cdu/Csu con il 28,5% delle schede. Non certo una sorpresa il secondo posto di Alternative für Deutschland, partito di estrema destra che al timone vede Alice Weidel. Afd, questa la sigla con cui è noto, duplica il consenso rispetto alla scorsa tornata elettorale

(che risale al 2021) e piazza un 20,8% che la rende una forza con cui il paese dovrà necessariamente fare i conti. Male la Spd (centrosinistra), il partito del cancelliere uscente, Olaf Scholz: 16,4% delle schede, per la peggior prestazione dalla fondazione della compagine, un secolo e mezzo fa. 

Quello che mi colpisce, anche più della prestazione di Afd (quasi inevitabile di questi tempi), è il dato sulla partecipazione: 83,5%, il più rilevante dalla riunificazione. In un momento di disaffezione alla politica, 8 eventi diritto su 10 si sono recati alle urne per dire la propria. E, considerato che il populismo e l’estrema destra allignano  tra chi fatica a tradurre le proprie sensazioni in una scelta politica, preferendo un generico rifiuto di tutto il sistema, mi pare un buon segnale. Se uno ce n’è. 

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Perché inchieste come quella di Fanpage servono alla destra

L’inchiesta di Fanpage sulle propensioni fasciste (quando non proprio francamente razziste e naziste) di Gioventù nazionale, cantera di Fratelli d’Italia, ha il merito di aver scoperchiato la pentola. Ai limiti del consentito dall’etica giornalistica? Sì, e ci vuole il pelo sullo stomaco per infiltrarsi, conquistarsi la fiducia di altre persone, e poi tradirle. Lo si può fare per un fine che si ritiene superiore: politico (per rendere un servizio al Paese), oppure semplicemente narcisistico, componente che nel nostro lavoro esiste e non è secondaria. Per tutti, compreso chi scrive.

Più probabilmente ( come quasi sempre) si tratta di entrambe. Ma il giornalismo è tollerato – nonostante i noti limiti – perché, alla fine, serve alla società. È meglio averlo, e averlo in salute, rispetto al contrario.

Da questa storia, c’è da augurarsi, la destra italiana uscirà ripulita, migliore. Sarà chiaro, una volta di più, che non c’è posto per chi inneggia al razzismo, al nazismo, o a stagioni della storia nazionale in cui qualcuno si arrogava il diritto di decidere per tutti, in ogni aspetto della vita: non solo economico (quella sarebbe la destra), ma anche nel quotidiano. Si chiamano totalitarismi proprio per questo. Anche il comunismo – lo dico prevenendo la critica – appartiene alla stessa schiera.

Perché non è possibile ammettere propensioni verso il fascismo? Non è un’intollerabile intrusione nella libertà di pensiero privare qualcuno delle proprie idee? In fondo, la cessione di una certa quota di libertà individuale è funzionale alla vita sociale: non si può organizzare una società lasciando ognuno libero di fare tutto ciò che vuole, e contando sulla sua capacità di regolarsi autonomamente. Non è possibile – se non nei sogni di qualche militante – fare a meno di un governo. Ma l’esecutivo (pur necessario perché una società prosperi in maniera armonica) deve aver cura di non essere troppo rigido, invasivo, dirigista.

E’ facile comprendere come nei momenti di confusione come quello che attravrsiamo la tentazione autoritaria e messianica guadagni fascino. Sosteneva Freud che “l’umanità ha sempre scambiato un po’ di libertà con un po’ di sicurezza”, e c’è chi offre questa preziosa merce a prezzi di saldo.

Ma la visione di chi, in nome della seconda, sacrifica la prima appartiene all’infanzia delle società. Oggi disponiamo di tutti gli strumenti culturali per gestire la complessità crescente che ci troviamo a fronteggiare senza cedere alla tentazione di accontentarci di risposte semplici, di un deus ex machina in grado di risolvere pronblemi che richiedono responsabilità e sforzo. Le classi dirigenti sono un buon compromesso. E qui no, non siamo tutti uguali: uno non vale uno, se devi guidare un Paese. A patto, però, che queste elite siano illuminate, propense al bene comune, e non portabandiera dei valori di una sola nicchia a scapito di tutte le altre.

Immagino che la destra italiana uscirà più forte da questa storia, avendo fatto, una volta di più, i conti con il proprio passato e la propensione all’uomo (o donna) forte. Processo lungo, ma che altrove non hanno ancora affrontato. Probabilmente alla Francia toccherà lo stesso destino.

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Ilaria Salis, se la pena (16 anni) è spropositata

Me la ricordo come una ragazza dolce, spesso silenziosa, un po’misteriosa. Ilaria Salis frequentava lo stesso liceo di chi scrive, il classico Zucchi di Monza. A differenza del sottoscritto, era un’ottima studentessa: se non ricordo male si diplomò col massimo dei voti, a cavallo tra il vecchio e il nuovo millennio. Poi la folgorazione con la sinistra e la militanza nel centro sociale Boccaccio, spazio autogestito attivo da vent’anni nel capoluogo brianzolo. Ilaria divenne un’attivista nella tante battaglie dei giovani monzesi, alcune più condivisibili (la lotta contro il precariato, che a inizio millennio era una novità appena introdotta dalle riforme del lavoro) altre meno, almeno per i moderati. Il collante era l’antifascismo, con Mussolini che  – allora – pareva uno spettro lontano, superato dalla storia. Coi postfascisti arrivati da poco al governo assieme a Berlusconi e alla Lega, il leader Gianfranco Fini si era affrettato a definire il movimento del dittatore romagnolo “male assoluto”.

Tanti di quella stagione, come spesso accade ai ragazzi, si sono dispersi. Altre vite, nuove esperienze, lavori, incontri, letture.

Non Ilaria, che proseguì la militanza, studiando nel frattempo per diventare maestra. Si dice si fosse avvicinata alla galassia anarchica.

Personalmente, ne ho perso le tracce. Fino a qualche settimana fa, quando si è diffusa la voce che la trentanovenne monzese è stata arrestata in Ungheria per aver aggredito alcuni militanti neonazisti, radunatisi a Budapest per la “Giornata dell’Onore” in ricordo di Wermacht e SS.

Un video, riportato dalla Bild, mostrerebbe l’italiana assalire, assieme ad altri, un uomo. L’agguato sembra brutale e gratuito; ma, in effetti, il malcapitato simpatizzante nero è in grado di rialzarsi in pochi istanti sulle proprie gambe. Pare che le lesioni siano state dichiarate guaribili in otto giorni, nulla, in termini medici: una formula che consente di tenere tutti al riparo e di prendere qualche spiccio dalle assicurazioni; ma anche di essere impiegata in un processo.

Per quell’azione, Salis rischia sedici anni di prigione, con il processo che si aprirà il 29  gennaio. Oggi è detenuta (da sette mesi) in un carcere di massima sicurezza, in condizioni durissime, trascinata in tribunale al guinzaglio, senza medicine per l’allergia, senza potersi cambiare i vestiti, priva di assorbenti. Nella cella, infestata da insetti, per mesi non è stato ammesso nessuno.

Ora, è chiaro che l’aggressione c’è stata, va sanzionata, e dovrebbe esserlo anche se per ipotesi fosse avvenuta in Italia. Ma è evidente la sproporzione. Date le conseguenze blande, difficile immaginare più di un anno di condanna. Il processo, però, è politico, in un’Ungheria come quella di Orban, con il baricentro spostato verso la destra estrema nonostante il Paese faccia parte a pieno titolo dell’Unione Europea. Vale la pena riflettere – e non è un dettaglio – sul perché una manifestazione neonazista che non avrebbe potuto avere luogo in alcun modo in Germania si sia svolta, invece, senza problemi nello stato orientale.

Del caso si è interessata la senatrice Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, ucciso dalle forze dell’ordine qualche anno fa. Cucchi è la persona giusta, pervicace, moderata.

Ma le lettere di Roberto Salis (padre di Ilaria) alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni non hanno ricevuto risposta.

Non è un mistero che la leader di Fratelli d’Italia e Orban siano legati da una certa simpatia, ed è lecito pensare che la presidente del Consiglio possa esercitare un ascendente. Ma, per il momento, ha scelto di non esporsi. Potrebbe anche essere una strategia diplomatica, considerato il carattere dell’ungherese. Budapest sta cercando di rendere chiaro che non è disposta ad accettare azioni di violenza politica sul proprio territorio, in particolare da parte della galassia anarchica, cui Ilaria sembra essere vicina. Il messaggio è chiaro, e può darsi che l’esecutivo italiano abbia scelto di attendere il processo per non delegittimare i giudici ungheresi e intervenire allora con maggiore forza negoziale.

Ma società civile e mezzi di informazione sono altra cosa. Ed è bene che di questa vicenda si parli, sui giornali, e sui social. Non per negare l’accaduto, ma per sottolineare la sproporzione tra il gesto e le conseguenze, che uno stato inserito nel contesto democratico europeo come l’Ungheria non può permettersi; la sorte di una ragazza costretta a subire un trattamento disumano e degradante; e il fatto che la protesta di Ilaria, per quanto estrema e senz’altro violenta, non ha avuto – fortunatamente – conseguenze. Sbagliati i paragoni con il caso Cospito: Salis non ha messo bombe. Se è chiaro che non si può tollerare l’aggressione di chi non la pensa come noi, per quanto si tratti di un neonazista (sono gli Stati ad avere il monopolio della forza, ceduto dai cittadini sulla base del cosiddetto contratto sociale), vale la pena di ricordare che, se proteste ci fossero state negli anni Venti e Trenta del secolo scorso, ci saremmo risparmiati una guerra mondiale e sei milioni di ebrei morti. Forse è il caso di pensarci.  

Ps. c’è un gruppo Facebook del comitato per Ilaria Salis. Il link è qui.Qui, invece, il link alla petizione per chiedere il ritorno della Salis in Italia durante il processo.

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La fine del sogno

Adesso che se ne sono andati i cronisti, attorno a mezzanotte c’è solo silenzio ad Arcore, piccolo borgo brianzolo divenuto noto negli anni per essere residenza del defunto. Di fronte alla villa che fu di Berlusconi, e che ne è diventata la tomba, le corone di fiori, le maglie da calcio, le foto. Una villa maledetta per la storia della povera erede Casati Stampa; una dimora divenuta, poi, simbolo di potere e riservatezza e poi ancora gaudenza, con quelle siepi impenetrabili oltre cui, per chi come chi scrive viveva lì vicino, l’immaginazione disegnava scenari fantastici, leopardiani.

Mi sono sempre chiesto come potesse la gente votarlo, quando, razionalmente, era assurdo, soprattutto per i poveri. L’ho capito, forse, meglio ieri sera.

Raccolgo un blocco, la grafia leggera, giace in mezzo ai fiori. “Caro presidente, ho 25 anni, e sono felice di aver fatto in tempo a votarla due volte” scrive un giovane. “Non ci siamo mai conosciuti se non attraverso la televisione: ma, dopo la sua morte, mi sento orfana per la seconda volta” piange una signora in stampatello rosso.

Le parole che ricorrono nelle dediche sono sempre le stesse: sogno, entusiasmo, speranza. Nei pensieri dei poveri che votavano Berlusconi – invece che a sinistra, come si converrebbe – di razionale c’era poco. Era piuttosto la ricerca di un’Italia da anni Cinquanta a muoverli, quella del boom economico, dove tutto pareva possibile e un Paese di analfabeti diventava la settima potenza del mondo.

Sul ruolo di Berlusconi si pronunceranno gli storici. Il cronista deve limitarsi a registrare che si è trattato di un’illusione. Ma una tale professione di affetto non può lasciare indifferenti. Saranno almeno trenta metri densi di storie calcistiche e politiche, che a leggerle tutte ci si impiega un’ora, con qualche occhiataccia delle pattuglie dei carabinieri di posta di fronte al cancello. Con qualche esagerazione ( “Nobel per la pace postumo”), ma non è il caso di sottilizzare.

Ogni tanto si ferma una macchina. Qualcuno scende per portare un saluto. Guarda un istante, si lascia colpire dall’impatto visivo di questo accrocchio. Rumore di sportelli, rimette in moto, parte. Su Arcore cala di nuovo il silenzio , come una coltre spessa che avvolge le siepi e l’erba umide.

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Berlusconi, ritratto di un leader controverso

Ha segnato cinquant’anni di storia italiana. Se ne va in silenzio in un letto d’ospedale, tutto il contrario di una vita trascorsa sotto le luci dei palcoscenici che, di volta in volta, si era scelto. E dove aveva trionfato. Prima l’imprenditoria, poi il calcio, infine la politica. Controverso, ma vincente. Spregiudicato, ma simpatico. Circondato da una pletora di cortigiani, ma solo, come raccontato nel Loro di Paolo Sorrentino, forse il miglior ritratto dell’uomo nato all’Isola, quartiere milanese ai tempi non ancora gentrificato, e vissuto ad Arcore, in quella Villa San Martino che del suo potere divenne il simbolo. Non compì mai la rivoluzione liberale che aveva promesso, troppo occupato a difendersi nei processi che lo videro imputato, e da cui riuscì quasi sempre a salvarsi. Silvio Berlusconi appartiene a un’epoca della storia nazionale in cui complicità inconfessabili erano tollerate nel nome della stabilità dello Stato. Chissà se a ragione. Chi è venuto dopo è suo figlio, e spesso lo ha fatto rimpiangere. Come figlia sua è l’Italia di oggi, plasmata dalle televisioni, dal suo ottimismo illogico, dal suo populismo da bandana. Si spegne solo, in quel San Raffaele che, anch’esso, era una sua creatura. I vecchi lo sentono vicino, i giovani non lo odiano più. Resta, in quelli di mezzo , l’acredine, spesso stemperata dall’oblio. Lo disse lui di Gheddafi: sic transit gloria mundi.

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Gli scontri in piazza a Parigi
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Quello che resta degli scontri di Parigi

Chissà che cosa deve aver pensato Emmanuele Macron quando il 24 marzo, assieme al vento e alla pioggia che dalla mattina si alternavano a squarci di sole, dal cielo di Parigi è scesa la grandine. Probabilmente, che se i chicchi fossero arrivati un giorno prima la capitale non sarebbe stata messa a ferro e fuoco. Che il destino di chi ha salvato la Francia per due volte da Marine Le Pen è ben triste, se la piazza gli si rivolta contro con una manifestazione da Sessantotto. E che quando ci si mette anche il meteo, c’è poco da fare. Meglio rassegnarsi.

Macron non è simpatico. Ho avuto l’occasione di vederlo da molto vicino a Sharm el Sheick, parliamo di istanti, ma la prima impressione – diceva qualcuno – si forma in dieci secondi, e passiamo tutta la vita solo a confermarla. Monsieur le President è un primo della classe, arrivato al potere giovanissimo, appoggiato da potentati economici i cui contorni non saranno mai del tutto chiari – come quelli di Renzi, per capirci – e, non ultimo, dall’Unione europea. E’ di sinistra perché non è di destra, non mi viene una definizione migliore. Certo, sui diritti civili il posizionamento è innegabile. Ma con la gauche, come è intesa in riva alla Senna, non ha niente a che spartire. E nemmeno con la rive gauche, quella degli intellettuali. L’inquilino dell’Eliseo è piuttosto un tipo pragmatico, metodico, uno che ama avere la situazione sotto controllo e che ha sempre la risposta pronta. Più maturo della sua età sin da quando era giovane, e ha sposato una donna che potrebbe essere sua madre.

Il problema dei tipi come Macron è che capiscono molto in fretta, baciati da una razionalità superiore. Non sono cattivi, ma mancano di empatia. Il presidente conosce la matematica abbastanza per sapere che, se l’età media si allunga, un sistema pensionistico pensato nell’Ottocento – quando si campava in media meno di sessant’anni – non può reggere.

Quindi, sicuro di non potersi ricandidare e senza più niente da perdere, all’inizio del secondo mandato ha fatto quello che un governante deve fare: la cosa giusta, anche se impopolare. In questo caso, alzare l’età del pensionamento di un paio d’anni, portandola da 62 a 64. Bastano un foglio e una matita per capire che ha ragione.

Il fatto è che nella piazza di giovedì, tre milioni di persone che hanno marciato da place de la Bastille all’Opera dopo dieci giorni di proteste, di razionalità ce n’era ben poca.

Abbiamo camminato coi manifestanti da place d’Italie fino al concentramento, e poi ancora verso i punti critici. Per strada c’erano persone comuni, gente di mezza età, studenti, pensionati – che la pensione, quindi, già la percepiscono – e poi, a guardare bene, tutti gli strati sociali. C’erano diplomi, lauree, elementari, licenze medie, senza che fosse possibile individuare un senso. Slogan comunisti misti a rivendicazioni più moderate. Qualcuno ha provato a prenderla con un sorriso: ma erano, francamente, pochi. Sguardi torvi, la rabbia si respirava a ogni passo, più forte assieme alle sirene, assordanti; e a ogni metro percorso, quando il serpente cominciava a raggomitolarsi e a mostrare la potenza delle proprie spire proprio in place de la Bastille, la psicologia dell’individuo cedeva il passo a quella, molto più pericolosa, delle folle. Risate. Qualcuno sparava bombe carta che spaventavano la gente, e rideva, per aver fatto paura a chi, in teoria, ne condivideva la lotta. I compagni a fianco, come da copione, assistevano. Sopportavano, in qualche caso scattavano persino foto ricordo.Non condividevano, forse, ma non protestavano, e questo è il prodromo delle escalation di piazza.

Si creava, insomma, quella sensazione di impunità per la quale esiste una zona franca dai limiti, una finestra temporale in cui tutto è permesso, in cui si arriva a concedersi atti da cui, in un contesto diverso, ci si asterrebbe per prudenza.

Probabilmente esisteva una componente organizzata e violenta che ha cercato lo scontro e la devastazione come unica ragione della propria presenza. Accanto a loro, però, e accanto alla gente normale, sfilava questa accozzaglia di codardi da branco. Quanti erano? Facciamo una stima, approssimativa perché basata sull’osservazione di chi ha esplorato un unico settore: uno ogni venticinque, trenta.

Quella di giovedì mi pare sia stata una manifestazione di pancia. Le rivendicazioni erano slegate dalla logica, anche chi aveva gli strumenti per capire si rifiutava di farlo. Mi sembra si possa inscrivere, piuttosto, in quel rifiuto più generale del sacrificio, della vita passata al lavoro, che caratterizza gli anni dopo la pandemia. La quale, dopo aver costretto a casa miliardi di persone, le ha abbandonate con la consapevolezza che passare due ore al giorno in automobile o sui mezzi per lavorarne altre otto – se va bene – è una follia. Che vivere in città dove uno stipendio basta a malapena a pagare un affitto è un controsenso in termini. Che le macchine, lontano dalla promessa di Keynes, ci hanno portato a lavorare di più e non di meno. E che questo surplus va sempre più a beneficio di pochi.

Ci si può chiedere come da questa logica stringente si possa passare alle devastazioni, e che cosa si possa salvare tra i cassonetti bruciati. Ma non dimentichiamo che in piazza c’erano tre milioni di persone – la polizia ne stimava centomila alla vigilia – , e sono tante, tantissime.

Qualcosa di simile era accaduto coi novax.

Si cerca un motivo per protestare, un pretesto, senza riuscire a tradurre le sensazioni in un pensiero coerente. Un tempo questo compito spettava a partiti e sindacati, i cosiddetti corpi intermedi: ma la gente non si fida più, e marcia da sola e alla mercé di minoranze organizzate che aspettano acquattate di intestarsi la protesta. Ironicamente, En marche è il nome del movimento che ha condotto al poter Macron.

Sono tempi duri, qualcosa si sta muovendo, non si capisce in che direzione. Se esprimere un disagio è corretto, e mettere a ferro e fuoco una città non lo è, cosa resta degli scontri di Parigi? L’umore della piazza è mutevole. Il presidente francese era stato acclamato a maggio, è ancora vivido il ricordo della folla radunata sotto la torre Eiffel per festeggiare la vittoria. Poi, però, quando ha assolto al compito per cui era stato chiamato – governare -, il botto. C’è rifiuto dell’autorità, della razionalità. Frustrazione, in una città dove i clochard sono ovunque, molto più che in qualunque altro posto, e dormono persino nei campetti da basket sotto i ponti della metropolitana dove i bambini giocano facendo attenzione a non lanciargli il pallone in testa. I ricchi da una parte, i poveri dall’altra. Le babysitter inglesi, le startup, la fisica quantistica e la potenza nucleare contro il destino di emarginazione già scritto a quattordici anni degli immigrati: li riconosci subito, girano in branco con cappelli di pelliccia e borse Gucci, calano in città dalle banlieu, e prendono tutto quello che possono perché sanno che, a loro, il domani non riserva niente. La grandeur, il ruolo della Francia, la scena mondiale e la ragione contano poco per chi non ha molto: e soprattutto non ha speranza. Confinati nei ghetti, lontani dagli edifici con le facciate dipinte da murales che mostrano il volto di una città moderna e fintamente inclusiva, non cercano altro che un’occasione per essere ascoltati. E se la prendono, come bambini che urlano, senza sapere perché, in attesa di un genitore che traduca il loro disagio in richieste. Sono loro, rimasti indietro nella corsa al futuro. E non c’è welfare, soccorso sociale che possa salvarli perché anche quello è già un ghetto. La Francia è un Paese costruito sulle colonie, quindi sullo sfruttamento. Ma ha marginalizzato i propri figli, che ora le si rivoltano contro, offrendo a chi sta dalla parte giusta l’occasione non per una riflessione, ma per l’ennesima condanna.

Non si possono condividere le bombe carta, ma chi ha gli strumenti per capire, deve accogliere la verità che siamo di fronte a un sistema che ha fallito e ha prodotto disuguaglianze ammantate dal marketing dei diritti. Il primo è quello al futuro. E per tanti è solo un miraggio.

[foto in alto: da Internazionale, le altre sono mie]  

Qui qualche video che ho girato a Parigi 1 | 2 | 3. Sono ospitati su Facebook. Per chi non l’avesse, qui su Instagram ci sono gli stessi video assieme a molte foto.

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politica

Elezioni: Von der Leyen? No, non ha sbagliato

La levata di scudi riguardo alla dichiarazioni di Von Der Leyen (ha detto, più o meno: “Se in Italia le elezioni vanno male, abbiamo gli strumenti”) è la classica foglia di fico, molto nazionalista, un po’ provinciale, per mascherare che il re è nudo. La presidente tedesca della Commissione ha detto quello che a Bruxelles e a Washington (e non solo) pensano tutti. Se avesse più carattere (non lo ha), non avrebbe nemmeno ritrattato.

L’Italia ha potuto predisporre un generoso Pnrr (più fondi del piano Marshall) grazie all’Europa. Denari che consentiranno al Paese di provare a continuare a mantenere il livello di benessere attuale – che è alto: provate ad andare in Sudamerica, in Asia o in Romania, per non parlare dell’Africa – nonostante attrraversi una lunga fase di declino. Assieme all’Occidente tutto, peraltro.

Chiaramente, i fondi sono sottoposti a condizionalità: per questi arrivano in tranche, con la possibilità di sospendere i pagamenti in caso di mancato rispetto degli accordi. Un’ipotesi già paventata per l’Ungheria.

Ora, in Parlamento, quasi con la maggioranza assoluta, dopodomani finiranno una destra che non ha mai rinnegato il passato fascista; una Lega che propone flat tax e scostamenti di bilancio, una politica economica da cumenda milanès che fa male ai conti dello Stato; un Berlusconi, l’unico moderato, che, se prima dava le carte, conterà molto poco (numericamente, oltre che per raggiunti limiti di età).

Il problema, quindi, è reale. E il fatto di essere attenzionati da un’Unione di cui siamo orgogliosamente membri e che tanto ci ha dato, personalmente mi rasserena. Non esistono pasti gratis: se i soldi del Next Generation Eu smettono di arrivare, tanto vale emigrare.

Si dirà: non c’è diritto a intromettersi negli affari interni. Questa è la versione di chi non vuole l’integrazione.

Per chi sostiene l’Europa, pur nei limiti che le vanno addebitati, e vuole far avanzare il processo, il fatto che Bruxelles ogni tanto intervenga è, invece, positivo.

Sovranità? Parliamoci chiaramente. Dopo l’ultima guerra mondiale l’Italia era un paese agricolo e distrutto, di cui otto abitanti su dieci non parlavano la lingua. Si è ricostruita, diventando in vent’anni la settima potenza industriale al mondo, grazie ai fondi del Piano Marshall. Quei soldi, però, non sono arrivati gratis. Il debito lo abbiamo pagato con la cessione a Washington di quote ampie di sovranità. Capita la stessa cosa negli stati federali: si concede qualcosa al centro in vista di un bene maggiore.

Personalmente, credo che se il nostro baricentro stesse a Bruxelles e non negli Stati Uniti avremmo solo da guadagnarci. Nei tempi grami che ci attendono, la nostra liretta non sarebbe stata in grado di garantirci benessere. Per cui, bene ha fatto Von der Leyen a mandare un segnale. Tanto, poi si può sempre precisare. Noi, invece, dovremmo assumerci la responsabilità di non mandare in Parlamento i soliti pifferai da quattro soldi, ma chi ha mostrato di volersi assumere le responsabilità di quello che ci aspetta. Buon voto a tutti.

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Cartina che mostra il confine tra Finlandia e Russia
esteri

Perché Finlandia e Svezia nella Nato non sono una buona idea

L’ingresso di Finlandia e Svezia nella Nato sarebbe un errore. Lo stesso tipo di sbaglio che ha portato a una guerra come questa. Brutale, vergognosa per la maniera in cui viene condotta dai Russi: ma, purtroppo, prevedibile dal punto di vista delle relazioni internazionali.

Putin non è pazzo: difende l’interesse nazionale russo, e lo fa ora, e a qualunque costo, soprattutto in un paese che dopo di lui potrebbe tornare in mano a una schiera anarchica di oligarchi corrotti. Un ulteriore allargamento della Nato, con un confine da 1350 km da cui possono passare agevolmente truppe di terra, alzerebbe la tensione e il rischio di incidenti. Pensare che l’autodeterminazione dei popoli prevalga sulla stabilità mondiale è illusione da adolescenti. O da furbetti. Cosa accadrebbe se Mosca dislocasse carri armati in Messico?

Mi rendo conto che può suonare impopolare, e certo non è un modo per mettere sullo stesso piano aggressore ed aggredito: ma la diplomazia ha codici e regole che non vanno infranti. Col suo cinismo serve a evitare le guerre più delle piazze e delle bandiere della pace alle finestre. Si rischia una crisi diplomatica per una sedia fuori posto a un consesso internazionale, per un invito mancato, riesce difficile immaginare come possano sfuggire le conseguenze di un atto che va a rompere gli equilibri, e verrebbe interpretato come irrimediabilmente aggressivo.

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