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Barilla, ovvero buoni giornalisti e cattivi giornali

Partiti come semplici emanazioni del cartaceo (proponevano, cioè, gli stessi pezzi del quotidiano di carta), i siti dei maggiori quotidiani stanno sempre più assumendo vita propria, con la creazione di redazioni esclusivamente dedicate alla Rete che producono contenuti pensati esclusivamente per il web.  Fotogallery, attenzione smodata alla cronaca, video virali sono i nuovi mantra, oltre alle solite tre S (sesso sangue soldi) e agli incidenti stradali. Una selezione di notizie che a volte più che interpretare la realtà sembra ricalcarla, con uno stile di scrittura veloce e adatto per i motori di ricerca, che spesso però diventa approssimativo.

Certo,  i buoni giornalisti esistono anche sul web. Quello che mi domando, e che mi incuriosisce,  è fino a quando avremo  buoni giornali.

Il caso Barilla, che ha tenuto banco – per così dire – in questi giorni, offre l’occasione per riflettere su un aspetto interessante dell’informazione online.

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I giornali (dovrebbero saperlo tutti a partire da chi li fa), sono fatti per essere venduti. E’ la logica ha scavato la differenza tra la professione di giornalista e quella di scrittore.

Su Internet, però, questa tendenza è stata estremizzata.  Si tende, cioè, a dare al lettore quasi esclusivamente ciò che vuole per aumentare il numero di pagine viste, e quindi il valore del sito per gli inserzionisti.

La differenza tra Internet e gli altri media è  data dalla possibilità di vivisezionare il  proprio pubblico grazie alle statistiche fornite da Google Analytics – e di conseguenza capire esattamente cosa “tira” e cosa no con bassissimo margine di errore. Molto di ciò che fino a poco tempo fa  era lasciato all’intuito, all’esperienza e al fiuto del direttore oggi è immediatamente disponibile in forma numerica.

Chi dirige un giornale, ma anche chi cerca notizie come i giornalisti, si trova quindi di fronte a una scelta dilaniante: rinunciare  deliberatamente a fare il pieno di visite in nome della qualità del prodotto – che comporta anche andare controcorrente, o massimizzarle seguendo gli umori della rete?

E’ un po’ la differenza tra governare con i sondaggi alla mano o cercare di capire cosa è meglio per il bene del Paese a prescindere dagli umori popolari. La sfida affascinante è cercare il giusto mix, certamente. Che poi, dato che i gusti sono personali, forse sarebbe meglio parlare di “mix accettabile”.

E’ proprio questo il punto. Cosa è accettabile per poter continuare a vantarsi di fare informazione e non, semplicemente, riportare notizie? Qual è il limite oltre cui il giornale smette di essere tale e diventa qualcosa d’altro, ad esempio un aggregatore di blog?

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