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Larger than life

Claudio Ranieri ha compiuto un’impresa da leggenda. Lui e il suo Leicester hanno vinto la Premier League, alla faccia di compagini milionarie possedute da sceicchi e guidati da tecnici molto più blasonati.

E’ vero, l’abbiamo sottovalutato: eppure non ha mai fatto veramente male. Solo, non ha vinto. Man mano che accumulava grandi squadre in curriculum, crescevano le attese: ma in Inghilterra restava The Tinkerman, mentre in Italia era semplicemente il Normalizzatore. Sarà per l’aria serafica, sarà per i modi composti; sarà perché, in effetti, in una situazione caotica (come quella dell’Inter post-Triplete) serve sempre uno così; ma forse il problema di Ranieri e’ che non ha mai trovato una squadra veramente sua. Arrivava ad aggiustare i cocci lasciati da altri, poi se ne andava.

Dicevano fosse finito, dopo la fallimentare esperienza con la nazionale greca, culminata con la sconfitta casalinga per 0-1 contro le Faer Oer. Probabilmente, ci avrà creduto anche lui. E invece, gli dei del calcio lo hanno avuto caro. Se lo sono preso, e portato in spalla fino al trionfo che vale una vita.

Viene da chiedersi cosa spinga un presidente ad assumere uno così e dergli fiducia, contro tutti. Forse lo stesso genio che portò Berlusconi a scegliere Sacchi (dalla serie C alla Coppa dei Campioni nel giro di tre anni ) o Capello (da un ufficio a un’altra Coppa dei Campioni). Forse qualcuno vede più lungo dei giornalisti,  che per mestiere devono riempire pagine e  spesso sono solo capaci di saltare sul carro del vincitore.

Ne siamo felici. Sta di fatto che Claudio Ranieri ha realizzato, assieme ai suoi uomini, un’epopea da leggenda, definita “la più grande impresa dello sport”.

Anche Mourinho gli si è riavvicinato. Forse lo Special One si è reso conto di aver esagerato, approfittando della mitezza dell’uomo. E anche del fatto che, questa volta, a essere esonerato e uscire a orecchie basse non è stato il romano. L’impresa di Claudio vale almeno quanto la prima  Champion’s targata Setubal, quella col Porto senza giocatori di grido, forse di più. Perché  – Josè dixit – non sempre la squadra migliore vince una Coppa; ma è sempre la migliore che vince il campionato.

Ieri c’è stata la festa scudetto in Inghilterra. Sono partiti pullman da Milano, tre giorni di viaggio, solo dodici ore nella perfida Albione. Ma assistere al trionfo di Davide contro i Golia nella patria del football non ha prezzo.

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