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Guns N’Roses: 3 (+1) autobiografie

Los Angeles, anni Ottanta. Sesso, droga, rock and roll. O forse, droga, sesso, e rock. La California è tra le capitali del glam. Lacca, capelli lunghi, movenze sensuali, a far da contraltare a riff durissimi e chitarre distorte. Ogni tanto, qualche melodia da accendino. Band come i Motley Crue ei Poison dettano legge nei club della città e tra gli appassionati. Poi arrivano loro, e spazzano via tutto quello che c’era prima.

La storia della musica è piena di band capaci di creare la propria leggenda e distruggerla. Ma quella dei Guns n’ Roses è più unica che rara, per la rapidità con cui la parabola si è avviata e per come la rotta si è, all’improvviso, invertita. Altri hanno avuto un declino simile in termini strettamente musicali, ma sono riusciti a mantenere in piedi la baracca per convenienza, sfornando ogni tanto qualche gemma senza mai tornare ai fasti del decennio che li aveva lanciati (ogni riferimento ai Rolling Stones e agli Aerosmith è voluto). I Guns sono stati, a modo loro, onesti, e, incapaci di fingere per soldi. Si sono sfasciati dopo meno di due lustri, e ci hanno lasciato con molti, forse troppi rimpianti.

Questo pezzo è il resoconto di un paio di settimane passate a leggere le autobiografie dei membri di quella che, nel giro di pochi anni, diventò la band più popolare del pianeta, capace passare da stamberghe infestate da topi a lussuosi hotel a cinque stelle, voli in Concorde e perfino un jet privato affittato per il tour più lungo della storia del rock, quello di Use Your Illusion.

Tre i volumi finora usciti: quello del bassista Duff McKagan (“It’s so easy and other lies”), di Slash (chitarra solista, titolo omonimo) e Steven Adler (batterista, “My Appetite for destruction”), cui ho aggiunto il libro di Mick Wall, leggendario giornalista musicale (“Last of the Giants”).  

Il primo suggerimento, se, come me, siete fan della band, è: comprate questi libri, ne vale la pena. Pur parlando dello stesso periodo, sono estremamente diversi per stile di scrittura, gerarchia data agli avvenimenti, e, in qualche caso, versioni.

Quello che emerge, alla fine, è il quadro di un complesso rovinato dalla droga, in cui alla personalità dispotica del cantante-icona non faceva da contrappunto un alter ego dal carattere abbastanza forte. Il duo mediatico Axl-Slash, tandem che ricalcava le accoppiate Lennon-McCartney, Jagger-Richards, Tyler-Perry, era, appunto, un’invenzione dei giornali. Nella realtà, le cose stavano diversamente.

Ma andiamo con ordine. I cinque ragazzi si incontrano per le strade di Los Angeles. Slash e Steven erano nati ad Hollywood: amici di infanzia, due scavezzacollo che alternavano BMX e skateboard. Duff era un musicista punk di Seattle (patria del grunge), molto attivo e inserito nel circuito underground. Polistrumentista, ottimo organizzatore, giunse in California per scappare dalla piaga della droga che stava uccidendogli tutti gli amici. Axl e Izzy, compagni di scuola a Lafayette, piccolo centro dell’Indiana, puntarono a Ovest alla ricerca della grande occasione.

Dopo aver militato in varie band, si trovarono a suonare assieme un po’ per caso, e crearono l’alchimia giusta vivendo in cinque in una stanza (soprannominata Hellhouse: il nome dice molto), provando di continuo e facendo all’unisono tutto quanto che potete immaginare, ragazze comprese.

Erano poveri: nessun piano B, e, messa così, farcela era un dovere, anche perché nessuno, a parte Izzy, aveva un diploma.

Dopo tre o quattro annidi live incendiari riuscirono a incidere un disco, Appetite For Destruction, che non ebbe successo immediatamente. Ma che, quando cominciò ad essere passato da Mtv, cambiò la vita dei cinque, e la storia della musica. Al crocevia tra punk e metal: ecco dove si poneva Appetite, riprendendo i Led Zeppelin (stranamente mai citati tra le influenze) ma anche tutte le band del primo punk e mischiandoli con i ritmiche potenti e veloci alla Motorhead .

Ok, la storia si trova su Wikipedia e potete leggervela tranquillamente. Dicci qualcosa di nuovo, chiederete.

Va bene. Axl, innanzitutto: perfezionista, con una diagnosi di disturbo maniaco depressivo, non drogato in senso stretto, piuttosto, uno che usava sostanze ogni tanto ma era ben conscio di non potersele permettere, ammesso di non voler impazzire. Era il leader della band, capace di passare da estrema empatia e sensibilità a una freddezza glaciale. Voce eccezionale, sapeva benissimo di essere il marchio di fabbrica del gruppo, e che senza di lui l’esperienza sarebbe finita in un battito di ciglia, e decise di approfittarne con atteggiamenti dispotici, pose da rock star e una tendenza ad arrivare in ritardo ai concerti (una, due, tre ore) che sarà tra i motivi principali dell’abbandono degli altri componenti. Fin qui il negativo. Quello che non molti sanno, e che risulta dalla lettura dei libri, è che Axl era anche il più determinato di tutti al successo, folle abbastanza da immaginare un futuro come grande band internazionale, e il più dotato di un gusto pop, in sintonia con MTV. Non a caso, era un grandissimo fan di Elton John e dei Queen. Le sue crisi, i suoi problemi con le donne – non superò mai, pare, la fine della storia con la supermodella Stephanie Seymour, quella di November Rain, per intenderci – erano il pane quotidiano per chi gravitava nella galassia Guns; ma Rose era anche capace di atti di umanità sconosciuti ai compari (fu l’unico ad andare a trovare il batterista Steven Adler ricoverato per overdose).

Slash era molto diverso. Gran chitarrista, capace, a 23 anni, di scrivere e suonare parti da veterano per solidità e impatto, musicalmente non era (e non è) dotato di gran visione d’insieme: resta un maniaco delle sei corde, dei riff e degli assoli, a prescindere da tutto quello che ci ruota attorno. Lui fa il suo, per il resto rivolgersi altrove. Insomma: Slash da solo non poteva essere l’anima di una band capace di arrivare alle grandi platee, ma, al massimo, di un cult per amanti del genere: non è un grande songwriter, i suoi pezzi spesso sono amati dai musicisti ma difficilmente colpiscono il pubblico (ad esempio: Locomotive, Garden of Eden, Coma).

Figlio di una coppia di artisti attivi nel music business che contava (la madre disegnava vestiti e per un certo periodo frequentò David Bowie, amico di famiglia,  il padre copertine di dischi), aveva una fascinazione per l’eroina e, naturalmente, per il Jack Daniel’s. Leggendone l’autobiografia, si comprende molto del carattere del nostro. Inglese di nascita ma naturalizzato americano, è dotato di un senso dell’umorismo tipicamente british, che gli permette di vivere con un certo distacco le situazioni in cui si trova. Slash alterna timidezza (il cappello e i riccioli neri calati sugli occhi, l’amore un po’ puerile per i dinosauri e i serpenti) ad atteggiamenti da vero rocker. I riff potentissimi mostrano un lato esplosivo e inaccessibile che il musicista esprime a colpi di chitarra, mai a parole, neanche nelle interviste. È il principe del “vivi e lascia vivere”: perso nel suo mondo, aiutato in questo dalle sostanze, è un animale da strada, un jeans, una maglietta e un pullmino per girare l’America. Molto professionale (Wall racconta di non aver mai visto un musicista capace di sbronzarsi in quelle maniera e arrivare puntuale alle prove alle dieci del mattino), il suo evitare ogni responsabilità e confronto fu ciò che consentì ad Axl di credere che tutto gli fosse concesso all’interno della band. L’inizio della fine, come racconterà lui stesso. Il suo libro è godibile e pieno di aneddoti sulla nascita delle canzoni che hanno reso famosi i Guns. Amico d’infanzia di Steven, legò, però, molto con Duff, suo compagno di debauche: i due, evidentemente, si trovavano, e non a caso hanno suonato ancora assieme nel supergruppo Velvet Revolver. In sintesi, l’autobiogragfia di Slash è un titolo godibile e onesto, che non può mancare nella vostra libreria rock, anche se a volte si ha l’impressione che sorvoli artatamente su determinati episodi.

Diverso il discorso per My Appetite for Destruction, il libro di Steven, il cui pregio è offrire un punto di vista alternativo ed estremamente naif, e proprio per questo sincero. Il batterista dei Guns era un ragazzotto semplice con un’infanzia difficile (sbattuto fuori di casa a dodici anni) che, una volta raggiunto il successo, pensò solo a goderselo oltre ogni limite. E, per essere ripreso da una band come i Guns, facile intuire di cosa stiamo parlando. Adler (o chi per lui) non scrive bene, il suo periodo nei Guns dura poco, ma vale la pena di sentire la sua versione perché era l’unico a sfidare Axl Rose, e proprio per questo odiato dal cantante. Origini italiane, gran donnaiolo, non era un batterista tecnico, ma dotato di uno swing che rese Appetite For Destruction (l’unico disco in cui suonò, oltre al debole Lies) quello che è. Slash lo riconosce: il contributo di Steven e del suo approccio disincantato è molto, molto più importante di quanto si creda: in una parola, fondamentale per dare velocità e grip ai pezzi. Purtroppo il biondino non seppe regolare i conti con la droga: buttato fuori dal gruppo, trascorse vent’anni e forse più tra overdose ricorrenti, ictus, infarti, buttando letteralmente via la propria vita. Adesso pare sia pulito, ed è quello che ci auguriamo. A volte il volume è una mezza lagna, perché il nostro non ha mai superato l’estromissione dalla band e cerca di arruffianarsi il lettore con pietismi vari. La verità è che Steven ne ha combinate un sacco e una sporta, come quando Erin Everly, fidanzata di Rose, quasi morì di overdose a casa sua. Lui sorvola, ma in rete c’è il racconto di un membro degli Hanoi Rocks (presente quel giorno) che lo smentisce. Insomma, la sua versione va presa con le pinze.

Del quarto membro, Izzy Stradlin, si è sempre scritto poco. Schivo, poco interessato alla notorietà, lasciò i Guns nel 1991 nel corso del tour di Use Your Illusion: “pulito” da un paio d’anni, viveva separato dagli altri per non lasciarsi tentare, ed era insofferente – anche lui – ai ritardi di Rose. Perdita enorme: Izzy era, probabilmente, il miglior songwriter della band, capace di quella visione di insieme necessaria a trasformare idee incoerenti in una canzone. Dotato di uno stile essenziale – suonava la chitarra da cinque anni all’uscita di Appetite – era complementare a Slash, di cui non si limitava a doppiare le parti; era, piuttosto, capace di scrivere linee di chitarra che valorizzavano i riff durissimi del collega, di per sé a volte troppo duri e poco digeribili, aggiungendo armonie e facendo da collante. Vero cuore pulsante dei Guns, Izzy era anche un individuo sostanzialmente equilibrato, che avrebbe potuto mandare avanti la baracca ancora per anni, se solo le condizioni fossero state diverse. Tra i suoi pezzi, Dust n’ bones, You ain’t the first, Double Talking Jive, Think About You, 14 Years. Le canzoni avevano swing, ma la sua influenza si nota soprattutto in quelle degli altri. Uno così, più attento al collettivo che a sé stesso, non ha prezzo in una band. Si stufò, se ne andò. I suoi dischi da solista (con gli Ju Ju Hounds) non sono male, ma non li promosse mai. Sostanzialmente, se ne fregò; accontentandosi, da milionario, di vivere la propria vita e fare musica. Chapeau.

L’ultima storia, la più incredibile, però, è quella di Duff McKagan. Polistrumentista, come già ricordato, decise di imbracciare il basso ritenendosi saggiamente poco competitivo rispetto ai guitar heroes che bazzicavano la California del tempo. Già da questo si capisce il personaggio: estremamente pragmatico, energetico, pieno di contatti e idee, Duff era la seconda anima della band, uno a cui piaceva davvero suonare, e che sapeva che per farlo non basta chiudersi in un garage ma bisogna sbattersi e smazzarsi il lavoro organizzativo e promozionale del caso. Amante del punk, della vodka e della coca, arrivò a un passo dalla morte nel 1994 per una pancreatite acuta. Troppo alcol. Sul letto di morte scattò la scintilla. Duff fu capace di riprendersi ( gli davano poche settimane di vita), iniziò a dedicarsi alla bicicletta e alle arti marziali, allenandosi duramente tutti i giorni in palestra. E iniziò a studiare. Prese prima il diploma, poi, non contento, si iscrisse all’università. Il racconto di quegli anni è impagabile: da una parte la voglia di imparare, dall’altra il fatto di non avere metodo, qualcosa che si apprende da giovani, e lui aveva già trent’anni suonati. Sport e disciplina pagarono: si laureò in economia, frequentando i corsi con ragazzi molto più giovani, e che, soprattutto, erano fan! Essere uno dei tanti agli esami – racconta – , quando la sera prima ti hanno accompagnato al concerto con una limousine e scortato dalla polizia, non è stato facile, ma in questo modo il nostro affrontò i propri demoni e vinse la sua personale battaglia.

La storia prosegue. Una volta abbandonata la droga, Duff continuò a suonare, prima da solo, poi con Slash nei Velvet Revolver. Ma non è tutto. McKagan si è costruito, negli anni, una bella famiglia, sposando la modella Susan Holmes, da cui ha avuto due figlie oggi ventenni, e si è arricchito con investimenti azionari azzeccati. Quanto? Pare che, una volta sobrio, non sapendo come far fruttare i propri soldi, abbia scelto di scommettere su un paio di – all’epoca – promettenti aziende di Seattle, la sua città. I nomi? Amazon e Starbucks. Quando si dice avere fiuto. Il suo è il libro scritto meglio dei tre, un testo da cui traspare una personalità pragmatica ma affascinante, quella di un ragazzo innamorato della musica e della vita, che nella band aveva avuto – dipendenze a parte – il ruolo di risolvere i problemi e tornare coi piedi per terra. Oro colato.

L’ultimo volume è “Last of the giants”, di Mick Wall. Una leggenda nell’ambito musicale, con esperienza in molti dei più importanti magazine anglosassoni, Wall offre un punto di vista distaccato e necessario per mettere in prospettiva i racconti dei Gunners. Da amico della band, con cui spesso usciva, Wall ne visse gli esordi, fino a scatenare le ire di Axl Rose, che se la prese con lui (ed altri colleghi) nella canzone Get in the ring. Il giornalista non manca di ricordare di essere stato immortalato dal cantante di Lafayette. Le pagine, ricchissime di dettagli e documentate, lasciano molto spazio alle questioni legate al music business, con interviste ai vari manager e produttori della band. Estremamente professionale e dotato di una scrittura piacevolissima, non essendo parte in causa, l’autore indaga a fondo la psicologia dei musicisti con quella che mi è parsa una franca lucidità. II testo di Wall ha anche un altro pregio: arriva fino al 2016, l’anno della reunion, e racconta le avventure recenti di tutti i membri dedicando al tema ampio spazio.

Siamo all’epilogo. Nel 2016, dopo vent’anni, i Guns si sono riuniti per un tour mondiale. Ero scettico, e non andai alla data italiana. Sbagliai: chi c’era racconta meraviglie. Axl, riemerso dalle nebbie, è un bambino felice (e puntuale sul palco). Guardare YouTuber per credere. Slash è migliorato moltissimo tecnicamente: anche se questo gli ha tolto forse un po’ di quella rozzezza che nel rock non sta mai male, il suo live è poderoso. Di Duff abbiamo già detto: un musicista vero, intelligente e bravo a fare la sua parte senza i protagonismi che lo renderebbero uno dei tanti narcisisti inutili e un po’ ridicoli.

Di dischi nuovi non se ne parla. I Guns di oggi sono una macchina da concerti, ma va bene così. Resta il rimpianto di cosa avrebbero potuto fare se si fossero drogati meno, se avessero avuto la capacità di affrontare i propri demoni. Forse, nulla di valido. Persa la freschezza degli esordi, già gli Use Your Illusion furono due dischi iperprodotti; un filone che, sviluppato, avrebbe rischiato di portare la band a essere la parodia di sé stessa. Rispecchiavano le manie di grandezza di Axl, non condivise dagli altri. Che, però, avevano un orizzonte troppo limitato e settoriale per poter veramente compiere il salto di qualità. Insomma, l’alchimia creatasi nei primi cinque anni si era dissolta in fretta. Ma che musica. Ci resta Appetite for Destruction, un disco che, come tutti i classici, non invecchia mai. E la fotografia di una decade, gli Ottanta, i cui eccessi sfociarono fatalmente nella depressione dei Novanta. Molti ci lasciarono la pelle. I Guns, se non altro, sono ancora qui a raccontarlo.

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