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Guns N’Roses: 3 (+1) autobiografie

Los Angeles, anni Ottanta. Sesso, droga, rock and roll. O forse, droga, sesso, e rock. La California è tra le capitali del glam. Lacca, capelli lunghi, movenze sensuali, a far da contraltare a riff durissimi e chitarre distorte. Ogni tanto, qualche melodia da accendino. Band come i Motley Crue ei Poison dettano legge nei club della città e tra gli appassionati. Poi arrivano loro, e spazzano via tutto quello che c’era prima.

La storia della musica è piena di band capaci di creare la propria leggenda e distruggerla. Ma quella dei Guns n’ Roses è più unica che rara, per la rapidità con cui la parabola si è avviata e per come la rotta si è, all’improvviso, invertita. Altri hanno avuto un declino simile in termini strettamente musicali, ma sono riusciti a mantenere in piedi la baracca per convenienza, sfornando ogni tanto qualche gemma senza mai tornare ai fasti del decennio che li aveva lanciati (ogni riferimento ai Rolling Stones e agli Aerosmith è voluto). I Guns sono stati, a modo loro, onesti, e, incapaci di fingere per soldi. Si sono sfasciati dopo meno di due lustri, e ci hanno lasciato con molti, forse troppi rimpianti.

Questo pezzo è il resoconto di un paio di settimane passate a leggere le autobiografie dei membri di quella che, nel giro di pochi anni, diventò la band più popolare del pianeta, capace passare da stamberghe infestate da topi a lussuosi hotel a cinque stelle, voli in Concorde e perfino un jet privato affittato per il tour più lungo della storia del rock, quello di Use Your Illusion.

Tre i volumi finora usciti: quello del bassista Duff McKagan (“It’s so easy and other lies”), di Slash (chitarra solista, titolo omonimo) e Steven Adler (batterista, “My Appetite for destruction”), cui ho aggiunto il libro di Mick Wall, leggendario giornalista musicale (“Last of the Giants”).  

Il primo suggerimento, se, come me, siete fan della band, è: comprate questi libri, ne vale la pena. Pur parlando dello stesso periodo, sono estremamente diversi per stile di scrittura, gerarchia data agli avvenimenti, e, in qualche caso, versioni.

Quello che emerge, alla fine, è il quadro di un complesso rovinato dalla droga, in cui alla personalità dispotica del cantante-icona non faceva da contrappunto un alter ego dal carattere abbastanza forte. Il duo mediatico Axl-Slash, tandem che ricalcava le accoppiate Lennon-McCartney, Jagger-Richards, Tyler-Perry, era, appunto, un’invenzione dei giornali. Nella realtà, le cose stavano diversamente.

Ma andiamo con ordine. I cinque ragazzi si incontrano per le strade di Los Angeles. Slash e Steven erano nati ad Hollywood: amici di infanzia, due scavezzacollo che alternavano BMX e skateboard. Duff era un musicista punk di Seattle (patria del grunge), molto attivo e inserito nel circuito underground. Polistrumentista, ottimo organizzatore, giunse in California per scappare dalla piaga della droga che stava uccidendogli tutti gli amici. Axl e Izzy, compagni di scuola a Lafayette, piccolo centro dell’Indiana, puntarono a Ovest alla ricerca della grande occasione.

Dopo aver militato in varie band, si trovarono a suonare assieme un po’ per caso, e crearono l’alchimia giusta vivendo in cinque in una stanza (soprannominata Hellhouse: il nome dice molto), provando di continuo e facendo all’unisono tutto quanto che potete immaginare, ragazze comprese.

Erano poveri: nessun piano B, e, messa così, farcela era un dovere, anche perché nessuno, a parte Izzy, aveva un diploma.

Dopo tre o quattro annidi live incendiari riuscirono a incidere un disco, Appetite For Destruction, che non ebbe successo immediatamente. Ma che, quando cominciò ad essere passato da Mtv, cambiò la vita dei cinque, e la storia della musica. Al crocevia tra punk e metal: ecco dove si poneva Appetite, riprendendo i Led Zeppelin (stranamente mai citati tra le influenze) ma anche tutte le band del primo punk e mischiandoli con i ritmiche potenti e veloci alla Motorhead .

Ok, la storia si trova su Wikipedia e potete leggervela tranquillamente. Dicci qualcosa di nuovo, chiederete.

Va bene. Axl, innanzitutto: perfezionista, con una diagnosi di disturbo maniaco depressivo, non drogato in senso stretto, piuttosto, uno che usava sostanze ogni tanto ma era ben conscio di non potersele permettere, ammesso di non voler impazzire. Era il leader della band, capace di passare da estrema empatia e sensibilità a una freddezza glaciale. Voce eccezionale, sapeva benissimo di essere il marchio di fabbrica del gruppo, e che senza di lui l’esperienza sarebbe finita in un battito di ciglia, e decise di approfittarne con atteggiamenti dispotici, pose da rock star e una tendenza ad arrivare in ritardo ai concerti (una, due, tre ore) che sarà tra i motivi principali dell’abbandono degli altri componenti. Fin qui il negativo. Quello che non molti sanno, e che risulta dalla lettura dei libri, è che Axl era anche il più determinato di tutti al successo, folle abbastanza da immaginare un futuro come grande band internazionale, e il più dotato di un gusto pop, in sintonia con MTV. Non a caso, era un grandissimo fan di Elton John e dei Queen. Le sue crisi, i suoi problemi con le donne – non superò mai, pare, la fine della storia con la supermodella Stephanie Seymour, quella di November Rain, per intenderci – erano il pane quotidiano per chi gravitava nella galassia Guns; ma Rose era anche capace di atti di umanità sconosciuti ai compari (fu l’unico ad andare a trovare il batterista Steven Adler ricoverato per overdose).

Slash era molto diverso. Gran chitarrista, capace, a 23 anni, di scrivere e suonare parti da veterano per solidità e impatto, musicalmente non era (e non è) dotato di gran visione d’insieme: resta un maniaco delle sei corde, dei riff e degli assoli, a prescindere da tutto quello che ci ruota attorno. Lui fa il suo, per il resto rivolgersi altrove. Insomma: Slash da solo non poteva essere l’anima di una band capace di arrivare alle grandi platee, ma, al massimo, di un cult per amanti del genere: non è un grande songwriter, i suoi pezzi spesso sono amati dai musicisti ma difficilmente colpiscono il pubblico (ad esempio: Locomotive, Garden of Eden, Coma).

Figlio di una coppia di artisti attivi nel music business che contava (la madre disegnava vestiti e per un certo periodo frequentò David Bowie, amico di famiglia,  il padre copertine di dischi), aveva una fascinazione per l’eroina e, naturalmente, per il Jack Daniel’s. Leggendone l’autobiografia, si comprende molto del carattere del nostro. Inglese di nascita ma naturalizzato americano, è dotato di un senso dell’umorismo tipicamente british, che gli permette di vivere con un certo distacco le situazioni in cui si trova. Slash alterna timidezza (il cappello e i riccioli neri calati sugli occhi, l’amore un po’ puerile per i dinosauri e i serpenti) ad atteggiamenti da vero rocker. I riff potentissimi mostrano un lato esplosivo e inaccessibile che il musicista esprime a colpi di chitarra, mai a parole, neanche nelle interviste. È il principe del “vivi e lascia vivere”: perso nel suo mondo, aiutato in questo dalle sostanze, è un animale da strada, un jeans, una maglietta e un pullmino per girare l’America. Molto professionale (Wall racconta di non aver mai visto un musicista capace di sbronzarsi in quelle maniera e arrivare puntuale alle prove alle dieci del mattino), il suo evitare ogni responsabilità e confronto fu ciò che consentì ad Axl di credere che tutto gli fosse concesso all’interno della band. L’inizio della fine, come racconterà lui stesso. Il suo libro è godibile e pieno di aneddoti sulla nascita delle canzoni che hanno reso famosi i Guns. Amico d’infanzia di Steven, legò, però, molto con Duff, suo compagno di debauche: i due, evidentemente, si trovavano, e non a caso hanno suonato ancora assieme nel supergruppo Velvet Revolver. In sintesi, l’autobiogragfia di Slash è un titolo godibile e onesto, che non può mancare nella vostra libreria rock, anche se a volte si ha l’impressione che sorvoli artatamente su determinati episodi.

Diverso il discorso per My Appetite for Destruction, il libro di Steven, il cui pregio è offrire un punto di vista alternativo ed estremamente naif, e proprio per questo sincero. Il batterista dei Guns era un ragazzotto semplice con un’infanzia difficile (sbattuto fuori di casa a dodici anni) che, una volta raggiunto il successo, pensò solo a goderselo oltre ogni limite. E, per essere ripreso da una band come i Guns, facile intuire di cosa stiamo parlando. Adler (o chi per lui) non scrive bene, il suo periodo nei Guns dura poco, ma vale la pena di sentire la sua versione perché era l’unico a sfidare Axl Rose, e proprio per questo odiato dal cantante. Origini italiane, gran donnaiolo, non era un batterista tecnico, ma dotato di uno swing che rese Appetite For Destruction (l’unico disco in cui suonò, oltre al debole Lies) quello che è. Slash lo riconosce: il contributo di Steven e del suo approccio disincantato è molto, molto più importante di quanto si creda: in una parola, fondamentale per dare velocità e grip ai pezzi. Purtroppo il biondino non seppe regolare i conti con la droga: buttato fuori dal gruppo, trascorse vent’anni e forse più tra overdose ricorrenti, ictus, infarti, buttando letteralmente via la propria vita. Adesso pare sia pulito, ed è quello che ci auguriamo. A volte il volume è una mezza lagna, perché il nostro non ha mai superato l’estromissione dalla band e cerca di arruffianarsi il lettore con pietismi vari. La verità è che Steven ne ha combinate un sacco e una sporta, come quando Erin Everly, fidanzata di Rose, quasi morì di overdose a casa sua. Lui sorvola, ma in rete c’è il racconto di un membro degli Hanoi Rocks (presente quel giorno) che lo smentisce. Insomma, la sua versione va presa con le pinze.

Del quarto membro, Izzy Stradlin, si è sempre scritto poco. Schivo, poco interessato alla notorietà, lasciò i Guns nel 1991 nel corso del tour di Use Your Illusion: “pulito” da un paio d’anni, viveva separato dagli altri per non lasciarsi tentare, ed era insofferente – anche lui – ai ritardi di Rose. Perdita enorme: Izzy era, probabilmente, il miglior songwriter della band, capace di quella visione di insieme necessaria a trasformare idee incoerenti in una canzone. Dotato di uno stile essenziale – suonava la chitarra da cinque anni all’uscita di Appetite – era complementare a Slash, di cui non si limitava a doppiare le parti; era, piuttosto, capace di scrivere linee di chitarra che valorizzavano i riff durissimi del collega, di per sé a volte troppo duri e poco digeribili, aggiungendo armonie e facendo da collante. Vero cuore pulsante dei Guns, Izzy era anche un individuo sostanzialmente equilibrato, che avrebbe potuto mandare avanti la baracca ancora per anni, se solo le condizioni fossero state diverse. Tra i suoi pezzi, Dust n’ bones, You ain’t the first, Double Talking Jive, Think About You, 14 Years. Le canzoni avevano swing, ma la sua influenza si nota soprattutto in quelle degli altri. Uno così, più attento al collettivo che a sé stesso, non ha prezzo in una band. Si stufò, se ne andò. I suoi dischi da solista (con gli Ju Ju Hounds) non sono male, ma non li promosse mai. Sostanzialmente, se ne fregò; accontentandosi, da milionario, di vivere la propria vita e fare musica. Chapeau.

L’ultima storia, la più incredibile, però, è quella di Duff McKagan. Polistrumentista, come già ricordato, decise di imbracciare il basso ritenendosi saggiamente poco competitivo rispetto ai guitar heroes che bazzicavano la California del tempo. Già da questo si capisce il personaggio: estremamente pragmatico, energetico, pieno di contatti e idee, Duff era la seconda anima della band, uno a cui piaceva davvero suonare, e che sapeva che per farlo non basta chiudersi in un garage ma bisogna sbattersi e smazzarsi il lavoro organizzativo e promozionale del caso. Amante del punk, della vodka e della coca, arrivò a un passo dalla morte nel 1994 per una pancreatite acuta. Troppo alcol. Sul letto di morte scattò la scintilla. Duff fu capace di riprendersi ( gli davano poche settimane di vita), iniziò a dedicarsi alla bicicletta e alle arti marziali, allenandosi duramente tutti i giorni in palestra. E iniziò a studiare. Prese prima il diploma, poi, non contento, si iscrisse all’università. Il racconto di quegli anni è impagabile: da una parte la voglia di imparare, dall’altra il fatto di non avere metodo, qualcosa che si apprende da giovani, e lui aveva già trent’anni suonati. Sport e disciplina pagarono: si laureò in economia, frequentando i corsi con ragazzi molto più giovani, e che, soprattutto, erano fan! Essere uno dei tanti agli esami – racconta – , quando la sera prima ti hanno accompagnato al concerto con una limousine e scortato dalla polizia, non è stato facile, ma in questo modo il nostro affrontò i propri demoni e vinse la sua personale battaglia.

La storia prosegue. Una volta abbandonata la droga, Duff continuò a suonare, prima da solo, poi con Slash nei Velvet Revolver. Ma non è tutto. McKagan si è costruito, negli anni, una bella famiglia, sposando la modella Susan Holmes, da cui ha avuto due figlie oggi ventenni, e si è arricchito con investimenti azionari azzeccati. Quanto? Pare che, una volta sobrio, non sapendo come far fruttare i propri soldi, abbia scelto di scommettere su un paio di – all’epoca – promettenti aziende di Seattle, la sua città. I nomi? Amazon e Starbucks. Quando si dice avere fiuto. Il suo è il libro scritto meglio dei tre, un testo da cui traspare una personalità pragmatica ma affascinante, quella di un ragazzo innamorato della musica e della vita, che nella band aveva avuto – dipendenze a parte – il ruolo di risolvere i problemi e tornare coi piedi per terra. Oro colato.

L’ultimo volume è “Last of the giants”, di Mick Wall. Una leggenda nell’ambito musicale, con esperienza in molti dei più importanti magazine anglosassoni, Wall offre un punto di vista distaccato e necessario per mettere in prospettiva i racconti dei Gunners. Da amico della band, con cui spesso usciva, Wall ne visse gli esordi, fino a scatenare le ire di Axl Rose, che se la prese con lui (ed altri colleghi) nella canzone Get in the ring. Il giornalista non manca di ricordare di essere stato immortalato dal cantante di Lafayette. Le pagine, ricchissime di dettagli e documentate, lasciano molto spazio alle questioni legate al music business, con interviste ai vari manager e produttori della band. Estremamente professionale e dotato di una scrittura piacevolissima, non essendo parte in causa, l’autore indaga a fondo la psicologia dei musicisti con quella che mi è parsa una franca lucidità. II testo di Wall ha anche un altro pregio: arriva fino al 2016, l’anno della reunion, e racconta le avventure recenti di tutti i membri dedicando al tema ampio spazio.

Siamo all’epilogo. Nel 2016, dopo vent’anni, i Guns si sono riuniti per un tour mondiale. Ero scettico, e non andai alla data italiana. Sbagliai: chi c’era racconta meraviglie. Axl, riemerso dalle nebbie, è un bambino felice (e puntuale sul palco). Guardare YouTuber per credere. Slash è migliorato moltissimo tecnicamente: anche se questo gli ha tolto forse un po’ di quella rozzezza che nel rock non sta mai male, il suo live è poderoso. Di Duff abbiamo già detto: un musicista vero, intelligente e bravo a fare la sua parte senza i protagonismi che lo renderebbero uno dei tanti narcisisti inutili e un po’ ridicoli.

Di dischi nuovi non se ne parla. I Guns di oggi sono una macchina da concerti, ma va bene così. Resta il rimpianto di cosa avrebbero potuto fare se si fossero drogati meno, se avessero avuto la capacità di affrontare i propri demoni. Forse, nulla di valido. Persa la freschezza degli esordi, già gli Use Your Illusion furono due dischi iperprodotti; un filone che, sviluppato, avrebbe rischiato di portare la band a essere la parodia di sé stessa. Rispecchiavano le manie di grandezza di Axl, non condivise dagli altri. Che, però, avevano un orizzonte troppo limitato e settoriale per poter veramente compiere il salto di qualità. Insomma, l’alchimia creatasi nei primi cinque anni si era dissolta in fretta. Ma che musica. Ci resta Appetite for Destruction, un disco che, come tutti i classici, non invecchia mai. E la fotografia di una decade, gli Ottanta, i cui eccessi sfociarono fatalmente nella depressione dei Novanta. Molti ci lasciarono la pelle. I Guns, se non altro, sono ancora qui a raccontarlo.

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Quattro autobiografie da leggere, quarantena o meno

Anche se il peggio è alle spalle e molti hanno ripreso a lavorare da casa, il lockdown non è ancora terminato. Mi permetto di offrire qualche consiglio di lettura per passare le ore che restano. Si tratta di un post che avevo in mente di scrivere da tempo ma che, per una ragione o per l’altra, non ho mai avviato. Rimedio ora: con la premessa che, a parte l’ultimo, si tratta di libri che ho letto uno o due anni fa. Mi si perdonerà, quindi, se non scendo troppo nei particolari. 


Il primo è “Life“, autobiografia di Keith Richards, leggendario chitarrista dei Rolling Stones. Il musicista inglese ripercorre la propria parabola personale e quella della band raccontando episodi inediti, ma anche i dettagli su origine, stile di vita e modo di lavorare del gruppo. Richards – o chi per lui – scrive bene. La descrizione della rivalità con Jagger porta a concludere che gli Stones, pragmaticamente, abbiano sempre scelto di restare insieme perché consapevoli di avere un potenziale economico non indifferente. Entrambi i leader tentarono strade soliste, tornando, poi, all’ovile. Più dell’ambizione poté il denaro, ma così va il mondo, e non è il caso di fargliene una colpa.


Il testo è imprescindibile per i fan, e va letto, a mio parere, tenendo come colonna sonora i dischi della band. Mano a mano che le pagine scorrono, diventa più chiaro il mood in cui gli album sono stati composti e registrati, la ricerca ossessiva di un suono chitarristico particolare – e dobbiamo ammettere che l’obiettivo è stato centrato, quello di Keef è inconfondibile – e lo sforzo che c’è dietro a una carriera del genere. Per fare un esempio: il chitarrista inglese re-imparò, da capo, a suonare la chitarra quando era già famoso “solo” per essere in grado di sfruttare le accordature aperte, in grado di fornirgli il sound giusto. Uno sforzo non proprio da tutti.

Come Jagger, Richards è altrettanto convinto dei propri mezzi, ma molto meno vanitoso, e sicuramente meno sbruffone. Un carattere più riflessivo, che lo porta a considerazioni interessanti e anche a una certa autocritica. Come quando racconta della session per una canzone. Un amico scuote la testa e gli dice che no, così non va. “Dov’è il groove?” chiede. Il commento è laconico. “Aveva ragione. Non c’era”. Difficile immaginare Mick ammettere un episodio del genere. O quando la figlia si rende conto che un brano degli Stones del ’97 firmato da Jagger (Anybody seen my baby) riprendeva il ritornello di una canzone in rotazione qualche anno prima, Constant Craving della canadese K.D. Lang.

Pare non fosse la prima volta. “Oh no, l’ha fatto di nuovo” sbottò Richards. Il plagio forse era involontario, ma c’era. Funzionava  più o meno così, racconta: il cantante degli Stones arrivava carico a mille per una nuova idea che gli ronzava in testa da qualche giorno, fino a che qualcuno non trovava il coraggio di dirgli che non era sua ma già registrata da qualcun altro. La cosa si risolse, in quel caso, inserendo la Lang nei credits, dal momento che il disco era già pronto e stava per uscire nei negozi. Insomma, si tratta di un libro imperdibile se siete fan della band, ma anche se volete calarvi in quegli anni che sono l’età dell’oro della musica rock. E magari rispondere alla domanda: “Ma come ha fatto a sopravvivere con tutto quello che si è preso?”

Il secondo è “True“, autobiografia di Mike Tyson. Dalle origini di ragazzo povero e ladruncolo a Hell’s Kitchen, quartiere di New York, agli allenamenti con Cus D’Amato, leggendario trainer che lo scoprì in carcere ma non fece in tempo a vederlo campione del mondo: già vecchio, morì poco prima.

Tyson è il prototipo della personalità autodistruttiva. Talento immenso, grandissima disciplina che lo portò a diventare un grande pugile già da giovanissimo, alternata, però, a momenti di blackout ed eccessi di ogni tipo: donne, alcol, droga. La potenza devastante di cui era dotato lo portava a vincere comunque, di solito al primo round. Quasi nessuno voleva combattere con lui, e anche gli sponsor non erano proprio contenti di incontri che duravano regolarmente meno di tre minuti. Sembrava inarrestabile, ma fu un’accusa di stupro a spedirlo in galera. Una volta uscito, non fu più lo stesso.

Se Richards era il drogato cronico ma capace di controllare le sostanze, la mente e i propri sballi, Iron Mike, come lo chiamavano, era completamente schiavo delle proprie ossessioni e dipendenze. Ci provò tante volte, a mettere la testa a posto, ma ogni volta gli amici e l’abitudine lo trascinarono indietro. Fu anche sfortunato: Don King, il suo agente, lo derubò di milioni di dollari, un figlio si impiccò per sbaglio con una corda trovata in garage. Tyson, in qualche modo, riuscì sempre a raccogliere i cocci, sopravvivendo a colpi che avrebbero steso molti.

Bambino solitario, preso in giro dai compagni, si trasformò nel giro di qualche anno in pugile devastante per prendersi le proprie rivincite. Ma la fragilità interiore non si cancella con gli allenamenti, e nemmeno con le vittorie. Citazione, non dal libro, ma che rende l’idea della lotta dilaniante: “Senza sforzo, non c’è progresso. Ci deve essere sforzo nella vita. Per controllare il tuo ego devi aumentare l’esperienza. Perché, sai, un ego può essere frantumato, può essere ucciso, può essere schiacciato: ma torna indietro. Non muore mai. Questo è il problema dell’ego: non muore mai”.

Un racconto appassionante, che ripercorre anche tutti gli incontri del pugile americano, narrati con disarmante semplicità. Di solito, una volta sul ring, gli bastava uno sguardo all’avversario per inquadrarlo e capire l’esito del match, a volte persino il numero di riprese (sempre poche) prima di mandarlo al tappeto. La storia  è quella di una lotta senza fine alla ricerca della serenità; una lotta che mostra, però, ancora una volta, come non si diventa mai campioni per caso.

E’ un libro più forte di quello di Richards; qui si parla di furti, rapine, violenza, droga. Il senso di inquietudine è costante, e, mentre alla fine il chitarrista tossico si è diventato un nonno felice e ricco, Mike deve ancora raggiungere il proprio equilibrio. Sicuramente il volume ha rappresentanto una terapia necessaria per sgravarsi dei troppi carichi accumulati nel corso di una vita altalenante, come tanti grandi del pugilato che hanno bruciato il proprio talento.

Open“, invece, è il titolo dell’autobiografia di Andrè Agassi. Il libro fu un successo clamoroso quando uscì, una decina di anni fa, e riportò in auge il genere delle autobiografie, anche se scritte con l’aiuto di un ghost writer. E’ ancora difficile trovarlo in biblioteca, tanto è richiesto. Provare per credere.

André è il figlio di un immigrato iraniano che, intravisto il talento del figlio, in perfetto stile americano, decide di farci un bel mucchio di quattrini. Per riuscirci, lo sottopone sin da piccolo ad allenamenti massacranti con una macchina sputapalline che il piccolo paragona a un mostro, e lo spedisce in Florida all’accademia quasi militare di Nick Bollettieri.

Ribelle e controcorrente, il talento e il look stravagante impongono il Kid  di Las Vegas all’attenzione rispettivamente dei circoli tennistici e dei media sin da giovanissimo. Chi c’era a fine anni Ottanta ricorda bene la sua chioma fluente e i pantaloncini colorati. Agassi si allena, vince, ma è un ragazzo insicuro che non è mai riuscito a completare il proprio sviluppo psicologico, forse perché gli è stata strappata l’infanzia dalla figura ingombrante del padre-despota. Non pervenuta la madre. La sua fragilità emotiva lo portò a vittorie fulminanti e a crolli disastrosi. Si ritrovò, a un certo punto, a ricominciare da zero, dai tornei per dilettanti, per ri-costruire il proprio stile di gioco e, soprattutto, la propria psiche. Arrivò un nuovo allenatore, estremamente pragmatico, che lo aiutò a badare al sodo, a non perdersi in ghirigori mentali: la vittoria tornò, ma quanta fatica.


Ovviamente destinato in primis agli amanti del tennis, Open è godibile anche da chi (come il sottoscritto) non rientra nel novero degli appassionati. Contiene, inoltre, due grandi rivelazioni, che ai tempi scioccarono la stampa: la prima è che Agassi ha odiato il tennis da sempre, e con tutte le forze. Difficile da credere, ma è così.

La sua è la storia di un ragazzo baciato da un dono eccezionale, ma incapace di provare amore per lo sport che lo rese famoso. La descrizione di questo sentimento è straziante, e credo che molti possano, in qualche maniera, ritrovarvisi. La seconda è che la sua ben nota chioma era, in realtà, un parrucchino, che, con il sudore e lo sforzo del campo, si impiastricciava fino a creare situazioni di cui non mi spingo a parlare. L’attenzione portata all’eccesso per il look da parte di uno sportivo – non, quindi, di un attore – ne evidenzia il bisogno di piacere ed essere accettato.

Il filo conduttore del libro è la rivalità con un altro grandissimo del tennis: Pete Sampras. Innumerevoli gli scontri tra i due. Alla fine la spunterà Sampras, più regolare: ma, probabilmente, è stata proprio questa sfida a fornire ad Agassi le motivazioni che, senza avversari all’altezza, avrebbe perso ben presto. E comunque, se non ricordo male, in questo duopolio tennistico fu solo lui a vincere tutti e quattro gli Slam. 

Uno dei pochissimi italiani citati nel volume è Andrea Gaudenzi. Mi capitò di intervistarlo, tempo fa. Alla domanda su quale fosse il giocatore più forte mai incontrato in carriera mi rispose così: “Senza dubbio Agassi. Quando era in forma, sembrava che lui giocasse a tennis e tu a ping pong”.  Se dovessimo sintetizzare cinquecento pagine, in questa frase si trova tutta l’essenza del campione statunitense.

Per concludere, un libro a metà tra biografia e l’autobiografia. Si tratta del lavoro di Sebastian Marroquìn, alias Juan Pablo Escobar, figlio del narcotrafficante ucciso in Colombia nel 1993. Mi ci sono imbattuto perché durante il lockdown mi sono lasciato appassionare da Narcos, serie di Netflix che avevo sempre snobbato perché non amo il marketing cinematografico (e non solo) che al giorno d’oggi si usa fare con droga e mafie. Premetto che in Colombia ci sono stato l’anno scorso, e ho avuto modo di apprezzarla di persona: magari ne scriverò, ma immergermi nella serie mi ha dato modo di rivivere luoghi e atmosfere, che, devo dire, sono descritti molto bene.


Il libro si chiama “Il padrone del male” (gli scagnozzi chiamavano il capo “patron”) e racconta la figura del boss dal punto di vista del figlio.


Quello che ne esce è il ritratto di una personalità scissa tra l’amore per la famiglia, che rese Escobar un padre affettuoso e attento, e la ferocia del criminale. La realtà, narra Sebastian, è stata molto peggiore di quella – già terrificante – raccontata da Netflix. La Colombia degli anni ’80 e dei primi ’90 (per non parlare di Medellìn) era un paese in cui la vita non valeva nulla e si poteva morire ammazzati per un’autobomba o crivellati di colpi mentre si faceva la spesa. La strategia terroristica del narcotrafficante faceva impallidire quel che accadde in Italia con la strategia della tensione, le Brigate Rosse e la stagione mafiosa. Del resto, il boss era un grande estimatore di Totò Riina, sanguinario leader dell’ala stragista di Cosa Nostra.


Il successo di Escobar comincia a vacillare quando si mette in politica: un tempo solo imprenditore amato dai poveri ma dalle attività poco chiare, una volta entrato in Parlamento la sua fortuna venne passata sotto la lente di ingrandimento. Fu l’inizio della fine. Il primo a rimetterci la vita fu il ministro della Giustizia, Lara Bonilla; ma el patron, da quel momento in avanti, condusse una guerra scoperta e sempre più efferata contro lo Stato colombiano, con l’obiettivo di ottenere l’abrogazione del trattato che consentiva l’estradizione dei narcos negli USA. Una guerra che, tra alti e bassi, lo condusse alla morte.


Tutto questo viene raccontato con dovizia di particolari nel libro da Marroquìn. Classe ’77, il ragazzo fu ben presto reso edotto delle attività del padre, rimanendo, però, sempre scettico, almeno a quanto racconta. Il genitore morì nel ’93, quando lui aveva 16 anni, non senza averlo trascinato prima in un vortice di fughe, nascondigli, sparatorie, e messo a parte di tanti delitti.


Quello che colpisce è come Marroquin sia riuscito a diventare un uomo profondamente distante dal genitore. Architetto e designer, fu costretto a cambiare identità per poter provare ad avere un futuro con la propria famiglia fuori dalla Colombia: dopo molti rifiuti – comprensibili a quel tempo – li accolse solo l’Argentina. Il cognome continuava a perseguitarli, e, nonostante l’impegno, rifarsi una vita non fu facile.


Morto il padre, i boss del cartello rivale di Cali considerarono l’idea di ucciderlo: avrebbe potuto vendicarsi, un giorno. Ma non voleva. “Mi chiusi in me stesso e iniziai a immaginare il modo in cui avrei potuto portare a compimento la mia minaccia [di uccidere i nemici del padre]. Il desiderio di vendetta era immenso. Ma in un lampo di lucidità, che sarebbe stato provvidenziale, mi si presentarono di fronte due strade: trasformarmi in una versione più letale di mio padre, oppure mettere da parte, per sempre, il suo cattivo esempio. In quell’istante mi tornarono alla mente tutti i momenti di depressione e di noia vissuti insieme a lui, quando ci nascondevamo nei suoi covi. Allora pensai che non potevo seguire le sue orme, che tante volte avevo criticato”.


Il giovane si trovò di fronte a una scelta. Sapeva vivere come un mafioso, conosceva i trucchi del mestiere, la diffidenza e la scaltrezza necessarie per scampare a un agguato e anche quelle per trattare con criminali, polizia e governo (che, nella Colombia di quegli anni, avevano ruoli intercambiabili) ma non aveva mai preso un autobus e non sapeva ordinare un hamburger da McDonald’s perché c’era sempre stato qualcuno a farlo per lui.


In Argentina si mise a studiare sodo, laureandosi. La sua storia fu scoperta, e non sempre trovò clienti disposti a farlo lavorare: ma si guadagnò con sudore una reputazione da persona onesta. Parliamo di un uomo che da designer prendeva uno stipendio di circa mille dollari al mese, buono per pagarsi l’affitto e le utenze, certo: ma soldi “che fino a qualche anno prima avrei lasciato in un paio di mance”. Un uomo abituato a comandare che si trovò, all’improvviso, a essere un parìa. Senza patria e senza colpa alcuna, dal momento che non aveva commesso crimini, né avrebbe potuto impedire quelli del padre.


Il cartello di Cali gli impose di non dedicarsi al narcotraffico, la cosa più semplice per uno come lui. E chissà quanto abbia contato la minaccia di un fucile puntato per costringerlo a rigare dritto. Quel che è certo è che, oggi, le parole di Marroquìn sono capaci di criticare Escobar in maniera implacabile ed estremamente lucida per tutto quanto fu capace di fare al di fuori dell’ambito familiare. Si tratta di un giovane a cui è stata rubata la vita, e che non ha mai potuto condurre un’esistenza veramente libera. E’ solo possibile immaginare, in lui, lo strazio, lo scoramento e  il conflitto tra gli istinti peggiori e la ragione. Ha sempre prevalso la seconda. Anche questa è resilienza. 

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A star is born, Bradley Cooper fa centro al debutto come regista

A star in born, è nata una stella. Bradley Cooper sceglie questo soggetto per cimentarsi, per la prima volta, dietro alla macchina da presa. La versione originale è degli anni Trenta, un remake data 1954 e un secondo risale al 1976 (la parte femminile andò a Barbra Streisand). Ora è il turno dell’attore di Filadelfia.

La storia è quella di Jackson Maine, rocker maledetto e di successo, che incontra una cameriera, talento inespresso, voce e melodie da brividi ma ingaggi solo in bar di quart’ordine. I due si sfiorano di notte dopo un concerto. Lui la corteggia e la spinge a provarci sul serio con la musica; lei, inaspettatamente, ce la fa. Il film è il racconto dell’ascesa di Ally, interpretata da Lady Gaga, e del declino di Jack.

Avrebbe potuto essere una commedia sdolcinata, di quelle alla Jennifer Lopez. Invece Cooper, regista e attore protagonista, racconta il vissuto drammatico di un uomo schiavo dell’alcol, perennemente in lotta con i propri demoni, incapace di badare a se stesso. Un uomo che ha avuto tutto, ma vive affacciato su un abisso.

Film intenso, che emoziona, girato benissimo, con due attori protagonisti espressivi ed affiatati. Cooper è così bravo a recitare la parte del rocker maledetto che sembra nella vita non abbia fatto altro che bere, suonare e tirare coca. Lady Gaga dimostra di sapere recitare in maniera convincente. Fotografia alla Sorrentino – alcune scene sono di una delicatezza rara -, colonna sonora da urlo. Il contrasto tra l’artista con un’anima e quello da X Factor. Da vedere al cinema.

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musica

Liga Rock Park: la recensione

Ottantamila persone, una “macchia” da 250 metri visibile anche dallo spazio con un satellite a infrarossi, un boato che si è sentito a Villasanta, Vedano, Lissone, Biassono, Lesmo, e insomma in tutta la Brianza. Dopo trecentosettanta giorni Luciano Ligabue è tornato sul palco, e lo ha fatto a Monza, all’Autodromo. Un’organizzazione perfetta per un live dal suono possente, acustica generosa grazie a casse alte venti metri e una scenografia laser con maxischermo che ha permesso di vedere e ascoltare anche a chi era più distante. Gente da Sassari, da Bologna, dal Sud Italia, ma anche tanti che al concerto sono venuti a piedi godendosi la passeggiata nel Parco che della città brianzola è il simbolo.

Era attesissimo il ritorno del rocker di Correggio, che apre lancinando l’aria con la chitarra di Libera nos a malo e ripercorre venticinque anni di carriera tra rock duro e ballate acustiche.

Il concerto dura tre ore, suonate con prepotenza, qualche momento di stanca in corrispondenza dei brani dei primi anni duemila, quando l’ispirazione era (temporaneamente) volata via. Ma da qualche tempo il cantautore emiliano ha ritrovato vis poetica e chitarre, virando verso un suono più potente e vissuto. Dieci anni di purgatorio  per uscirne rinato e con un sound nuovo di zecca, da vero animale del palcoscenico. La voce, quella c’è, e migliora con gli anni: mai una stecca, perfetto nell’intonazione, mai in affanno anche nei passaggi più veloci.

A fianco a lui il compagno di mille palcoscenici, Fede Poggipollini, e una band precisa e potente. Rullate di batteria mixate come tuoni, e lo schermo che accompagna il live interagendo con le canzoni. Tre pezzi dal nuovo album Made in Italy, concept dedicato a un uomo che riflette su un passato fatto di alti e bassi, ma non ha perso la voglia di vivere e godersi l’esistenza, come nella peccaminosa “Dottoressa”.

Il Parco di Monza potrà essere cornice di eventi di prestigio grazie alla capacità organizzativa mutuata dal Gran Premio. Il vialone che lo taglia in due, illuminato a giorno, si è riempito di ragazzi che si baciavano, mamme con figli e bandane annodate in testa, stremati ma felici per aver vissuto un evento unico. Esame superato per Ligabue. Nel tempio della velocità, il cronometro sembra essersi fermato a 30 anni fa.

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