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Quattro autobiografie da leggere, quarantena o meno

Anche se il peggio è alle spalle e molti hanno ripreso a lavorare da casa, il lockdown non è ancora terminato. Mi permetto di offrire qualche consiglio di lettura per passare le ore che restano. Si tratta di un post che avevo in mente di scrivere da tempo ma che, per una ragione o per l’altra, non ho mai avviato. Rimedio ora: con la premessa che, a parte l’ultimo, si tratta di libri che ho letto uno o due anni fa. Mi si perdonerà, quindi, se non scendo troppo nei particolari. 


Il primo è “Life“, autobiografia di Keith Richards, leggendario chitarrista dei Rolling Stones. Il musicista inglese ripercorre la propria parabola personale e quella della band raccontando episodi inediti, ma anche i dettagli su origine, stile di vita e modo di lavorare del gruppo. Richards – o chi per lui – scrive bene. La descrizione della rivalità con Jagger porta a concludere che gli Stones, pragmaticamente, abbiano sempre scelto di restare insieme perché consapevoli di avere un potenziale economico non indifferente. Entrambi i leader tentarono strade soliste, tornando, poi, all’ovile. Più dell’ambizione poté il denaro, ma così va il mondo, e non è il caso di fargliene una colpa.


Il testo è imprescindibile per i fan, e va letto, a mio parere, tenendo come colonna sonora i dischi della band. Mano a mano che le pagine scorrono, diventa più chiaro il mood in cui gli album sono stati composti e registrati, la ricerca ossessiva di un suono chitarristico particolare – e dobbiamo ammettere che l’obiettivo è stato centrato, quello di Keef è inconfondibile – e lo sforzo che c’è dietro a una carriera del genere. Per fare un esempio: il chitarrista inglese re-imparò, da capo, a suonare la chitarra quando era già famoso “solo” per essere in grado di sfruttare le accordature aperte, in grado di fornirgli il sound giusto. Uno sforzo non proprio da tutti.

Come Jagger, Richards è altrettanto convinto dei propri mezzi, ma molto meno vanitoso, e sicuramente meno sbruffone. Un carattere più riflessivo, che lo porta a considerazioni interessanti e anche a una certa autocritica. Come quando racconta della session per una canzone. Un amico scuote la testa e gli dice che no, così non va. “Dov’è il groove?” chiede. Il commento è laconico. “Aveva ragione. Non c’era”. Difficile immaginare Mick ammettere un episodio del genere. O quando la figlia si rende conto che un brano degli Stones del ’97 firmato da Jagger (Anybody seen my baby) riprendeva il ritornello di una canzone in rotazione qualche anno prima, Constant Craving della canadese K.D. Lang.

Pare non fosse la prima volta. “Oh no, l’ha fatto di nuovo” sbottò Richards. Il plagio forse era involontario, ma c’era. Funzionava  più o meno così, racconta: il cantante degli Stones arrivava carico a mille per una nuova idea che gli ronzava in testa da qualche giorno, fino a che qualcuno non trovava il coraggio di dirgli che non era sua ma già registrata da qualcun altro. La cosa si risolse, in quel caso, inserendo la Lang nei credits, dal momento che il disco era già pronto e stava per uscire nei negozi. Insomma, si tratta di un libro imperdibile se siete fan della band, ma anche se volete calarvi in quegli anni che sono l’età dell’oro della musica rock. E magari rispondere alla domanda: “Ma come ha fatto a sopravvivere con tutto quello che si è preso?”

Il secondo è “True“, autobiografia di Mike Tyson. Dalle origini di ragazzo povero e ladruncolo a Hell’s Kitchen, quartiere di New York, agli allenamenti con Cus D’Amato, leggendario trainer che lo scoprì in carcere ma non fece in tempo a vederlo campione del mondo: già vecchio, morì poco prima.

Tyson è il prototipo della personalità autodistruttiva. Talento immenso, grandissima disciplina che lo portò a diventare un grande pugile già da giovanissimo, alternata, però, a momenti di blackout ed eccessi di ogni tipo: donne, alcol, droga. La potenza devastante di cui era dotato lo portava a vincere comunque, di solito al primo round. Quasi nessuno voleva combattere con lui, e anche gli sponsor non erano proprio contenti di incontri che duravano regolarmente meno di tre minuti. Sembrava inarrestabile, ma fu un’accusa di stupro a spedirlo in galera. Una volta uscito, non fu più lo stesso.

Se Richards era il drogato cronico ma capace di controllare le sostanze, la mente e i propri sballi, Iron Mike, come lo chiamavano, era completamente schiavo delle proprie ossessioni e dipendenze. Ci provò tante volte, a mettere la testa a posto, ma ogni volta gli amici e l’abitudine lo trascinarono indietro. Fu anche sfortunato: Don King, il suo agente, lo derubò di milioni di dollari, un figlio si impiccò per sbaglio con una corda trovata in garage. Tyson, in qualche modo, riuscì sempre a raccogliere i cocci, sopravvivendo a colpi che avrebbero steso molti.

Bambino solitario, preso in giro dai compagni, si trasformò nel giro di qualche anno in pugile devastante per prendersi le proprie rivincite. Ma la fragilità interiore non si cancella con gli allenamenti, e nemmeno con le vittorie. Citazione, non dal libro, ma che rende l’idea della lotta dilaniante: “Senza sforzo, non c’è progresso. Ci deve essere sforzo nella vita. Per controllare il tuo ego devi aumentare l’esperienza. Perché, sai, un ego può essere frantumato, può essere ucciso, può essere schiacciato: ma torna indietro. Non muore mai. Questo è il problema dell’ego: non muore mai”.

Un racconto appassionante, che ripercorre anche tutti gli incontri del pugile americano, narrati con disarmante semplicità. Di solito, una volta sul ring, gli bastava uno sguardo all’avversario per inquadrarlo e capire l’esito del match, a volte persino il numero di riprese (sempre poche) prima di mandarlo al tappeto. La storia  è quella di una lotta senza fine alla ricerca della serenità; una lotta che mostra, però, ancora una volta, come non si diventa mai campioni per caso.

E’ un libro più forte di quello di Richards; qui si parla di furti, rapine, violenza, droga. Il senso di inquietudine è costante, e, mentre alla fine il chitarrista tossico si è diventato un nonno felice e ricco, Mike deve ancora raggiungere il proprio equilibrio. Sicuramente il volume ha rappresentanto una terapia necessaria per sgravarsi dei troppi carichi accumulati nel corso di una vita altalenante, come tanti grandi del pugilato che hanno bruciato il proprio talento.

Open“, invece, è il titolo dell’autobiografia di Andrè Agassi. Il libro fu un successo clamoroso quando uscì, una decina di anni fa, e riportò in auge il genere delle autobiografie, anche se scritte con l’aiuto di un ghost writer. E’ ancora difficile trovarlo in biblioteca, tanto è richiesto. Provare per credere.

André è il figlio di un immigrato iraniano che, intravisto il talento del figlio, in perfetto stile americano, decide di farci un bel mucchio di quattrini. Per riuscirci, lo sottopone sin da piccolo ad allenamenti massacranti con una macchina sputapalline che il piccolo paragona a un mostro, e lo spedisce in Florida all’accademia quasi militare di Nick Bollettieri.

Ribelle e controcorrente, il talento e il look stravagante impongono il Kid  di Las Vegas all’attenzione rispettivamente dei circoli tennistici e dei media sin da giovanissimo. Chi c’era a fine anni Ottanta ricorda bene la sua chioma fluente e i pantaloncini colorati. Agassi si allena, vince, ma è un ragazzo insicuro che non è mai riuscito a completare il proprio sviluppo psicologico, forse perché gli è stata strappata l’infanzia dalla figura ingombrante del padre-despota. Non pervenuta la madre. La sua fragilità emotiva lo portò a vittorie fulminanti e a crolli disastrosi. Si ritrovò, a un certo punto, a ricominciare da zero, dai tornei per dilettanti, per ri-costruire il proprio stile di gioco e, soprattutto, la propria psiche. Arrivò un nuovo allenatore, estremamente pragmatico, che lo aiutò a badare al sodo, a non perdersi in ghirigori mentali: la vittoria tornò, ma quanta fatica.


Ovviamente destinato in primis agli amanti del tennis, Open è godibile anche da chi (come il sottoscritto) non rientra nel novero degli appassionati. Contiene, inoltre, due grandi rivelazioni, che ai tempi scioccarono la stampa: la prima è che Agassi ha odiato il tennis da sempre, e con tutte le forze. Difficile da credere, ma è così.

La sua è la storia di un ragazzo baciato da un dono eccezionale, ma incapace di provare amore per lo sport che lo rese famoso. La descrizione di questo sentimento è straziante, e credo che molti possano, in qualche maniera, ritrovarvisi. La seconda è che la sua ben nota chioma era, in realtà, un parrucchino, che, con il sudore e lo sforzo del campo, si impiastricciava fino a creare situazioni di cui non mi spingo a parlare. L’attenzione portata all’eccesso per il look da parte di uno sportivo – non, quindi, di un attore – ne evidenzia il bisogno di piacere ed essere accettato.

Il filo conduttore del libro è la rivalità con un altro grandissimo del tennis: Pete Sampras. Innumerevoli gli scontri tra i due. Alla fine la spunterà Sampras, più regolare: ma, probabilmente, è stata proprio questa sfida a fornire ad Agassi le motivazioni che, senza avversari all’altezza, avrebbe perso ben presto. E comunque, se non ricordo male, in questo duopolio tennistico fu solo lui a vincere tutti e quattro gli Slam. 

Uno dei pochissimi italiani citati nel volume è Andrea Gaudenzi. Mi capitò di intervistarlo, tempo fa. Alla domanda su quale fosse il giocatore più forte mai incontrato in carriera mi rispose così: “Senza dubbio Agassi. Quando era in forma, sembrava che lui giocasse a tennis e tu a ping pong”.  Se dovessimo sintetizzare cinquecento pagine, in questa frase si trova tutta l’essenza del campione statunitense.

Per concludere, un libro a metà tra biografia e l’autobiografia. Si tratta del lavoro di Sebastian Marroquìn, alias Juan Pablo Escobar, figlio del narcotrafficante ucciso in Colombia nel 1993. Mi ci sono imbattuto perché durante il lockdown mi sono lasciato appassionare da Narcos, serie di Netflix che avevo sempre snobbato perché non amo il marketing cinematografico (e non solo) che al giorno d’oggi si usa fare con droga e mafie. Premetto che in Colombia ci sono stato l’anno scorso, e ho avuto modo di apprezzarla di persona: magari ne scriverò, ma immergermi nella serie mi ha dato modo di rivivere luoghi e atmosfere, che, devo dire, sono descritti molto bene.


Il libro si chiama “Il padrone del male” (gli scagnozzi chiamavano il capo “patron”) e racconta la figura del boss dal punto di vista del figlio.


Quello che ne esce è il ritratto di una personalità scissa tra l’amore per la famiglia, che rese Escobar un padre affettuoso e attento, e la ferocia del criminale. La realtà, narra Sebastian, è stata molto peggiore di quella – già terrificante – raccontata da Netflix. La Colombia degli anni ’80 e dei primi ’90 (per non parlare di Medellìn) era un paese in cui la vita non valeva nulla e si poteva morire ammazzati per un’autobomba o crivellati di colpi mentre si faceva la spesa. La strategia terroristica del narcotrafficante faceva impallidire quel che accadde in Italia con la strategia della tensione, le Brigate Rosse e la stagione mafiosa. Del resto, il boss era un grande estimatore di Totò Riina, sanguinario leader dell’ala stragista di Cosa Nostra.


Il successo di Escobar comincia a vacillare quando si mette in politica: un tempo solo imprenditore amato dai poveri ma dalle attività poco chiare, una volta entrato in Parlamento la sua fortuna venne passata sotto la lente di ingrandimento. Fu l’inizio della fine. Il primo a rimetterci la vita fu il ministro della Giustizia, Lara Bonilla; ma el patron, da quel momento in avanti, condusse una guerra scoperta e sempre più efferata contro lo Stato colombiano, con l’obiettivo di ottenere l’abrogazione del trattato che consentiva l’estradizione dei narcos negli USA. Una guerra che, tra alti e bassi, lo condusse alla morte.


Tutto questo viene raccontato con dovizia di particolari nel libro da Marroquìn. Classe ’77, il ragazzo fu ben presto reso edotto delle attività del padre, rimanendo, però, sempre scettico, almeno a quanto racconta. Il genitore morì nel ’93, quando lui aveva 16 anni, non senza averlo trascinato prima in un vortice di fughe, nascondigli, sparatorie, e messo a parte di tanti delitti.


Quello che colpisce è come Marroquin sia riuscito a diventare un uomo profondamente distante dal genitore. Architetto e designer, fu costretto a cambiare identità per poter provare ad avere un futuro con la propria famiglia fuori dalla Colombia: dopo molti rifiuti – comprensibili a quel tempo – li accolse solo l’Argentina. Il cognome continuava a perseguitarli, e, nonostante l’impegno, rifarsi una vita non fu facile.


Morto il padre, i boss del cartello rivale di Cali considerarono l’idea di ucciderlo: avrebbe potuto vendicarsi, un giorno. Ma non voleva. “Mi chiusi in me stesso e iniziai a immaginare il modo in cui avrei potuto portare a compimento la mia minaccia [di uccidere i nemici del padre]. Il desiderio di vendetta era immenso. Ma in un lampo di lucidità, che sarebbe stato provvidenziale, mi si presentarono di fronte due strade: trasformarmi in una versione più letale di mio padre, oppure mettere da parte, per sempre, il suo cattivo esempio. In quell’istante mi tornarono alla mente tutti i momenti di depressione e di noia vissuti insieme a lui, quando ci nascondevamo nei suoi covi. Allora pensai che non potevo seguire le sue orme, che tante volte avevo criticato”.


Il giovane si trovò di fronte a una scelta. Sapeva vivere come un mafioso, conosceva i trucchi del mestiere, la diffidenza e la scaltrezza necessarie per scampare a un agguato e anche quelle per trattare con criminali, polizia e governo (che, nella Colombia di quegli anni, avevano ruoli intercambiabili) ma non aveva mai preso un autobus e non sapeva ordinare un hamburger da McDonald’s perché c’era sempre stato qualcuno a farlo per lui.


In Argentina si mise a studiare sodo, laureandosi. La sua storia fu scoperta, e non sempre trovò clienti disposti a farlo lavorare: ma si guadagnò con sudore una reputazione da persona onesta. Parliamo di un uomo che da designer prendeva uno stipendio di circa mille dollari al mese, buono per pagarsi l’affitto e le utenze, certo: ma soldi “che fino a qualche anno prima avrei lasciato in un paio di mance”. Un uomo abituato a comandare che si trovò, all’improvviso, a essere un parìa. Senza patria e senza colpa alcuna, dal momento che non aveva commesso crimini, né avrebbe potuto impedire quelli del padre.


Il cartello di Cali gli impose di non dedicarsi al narcotraffico, la cosa più semplice per uno come lui. E chissà quanto abbia contato la minaccia di un fucile puntato per costringerlo a rigare dritto. Quel che è certo è che, oggi, le parole di Marroquìn sono capaci di criticare Escobar in maniera implacabile ed estremamente lucida per tutto quanto fu capace di fare al di fuori dell’ambito familiare. Si tratta di un giovane a cui è stata rubata la vita, e che non ha mai potuto condurre un’esistenza veramente libera. E’ solo possibile immaginare, in lui, lo strazio, lo scoramento e  il conflitto tra gli istinti peggiori e la ragione. Ha sempre prevalso la seconda. Anche questa è resilienza. 

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Un’altra vita dopo il tennis: Andrea Gaudenzi, manager tra musica e tecnologia

Quest’articolo è stato pubblicato originariamente su StartupItalia.

Anno 2009: esce Open, autobiografia di Andrè Agassi, scritta a quattro mani con il giornalista premio Pulitzer J.R. Moehringer. Da allora il genere non sarà più lo stesso. Solo tre gli italiani citati nel volume. Il primo, e l’unico, per cui il fuoriclasse di Las Vegas spende qualche parola, è Andrea Gaudenzi.

Romagnolo verace, braccio veloce, mente sveglia, Gaudenzi ha scelto di raccontarsi a StartupItalia. Perchè la vita non finisce su un campo da tennis.

Esempio raro nel mondo dello sport professionale, la sua è la storia di una svolta. Terminata la carriera con la racchetta, il giocatore – arrivato al numero 18 del ranking mondiale – ha dovuto e saputo reinventarsi come manager e imprenditore. 

Talento naturale per gli affari e spirito di iniziativa non gli mancavano; ma Gaudenzi deve molto, per sua stessa ammissione, al campo da gioco. Una scuola di vita che ne ha forgiato il carattere. Ecco cosa fa ora, e come ci è arrivato.

L’intervista

Gaudenzi, partiamo dalla carriera sportiva. Giocatore di tennis professionista: risultati importanti, fama. Cosa è successo dopo?

Ho cominciato presto a giocare. Sono andato al Centro federale a Roma a 13 anni, ma da subito i miei hanno insistito perché non abbandonassi la scuola. Li devo ringraziare: sapevano che ci sarebbe stato un “post carriera”. Così, quando da junior ho vinto Roland Garros, non ho giocato né Australian Open né Winbledon: dovevo sostenere l’esame di maturità.

Nel 2003 la carriera finisce. Mai pensato di fare il coach?

Non mi piaceva l’idea di continuare nel mondo del tennis, almeno non come allenatore. Così, mentre giravo il mondo giocando, mi sono laureato in giurisprudenza a Bologna. La settimana dopo l’ultimo torneo mi sono iscritto a un MBA (Master in Business Administration, ndr) Sono sempre stato stato versato con i numeri e la tecnologia.

I primi passi sono nel mondo corporate. 

In realtà ho cominciato nello sport marketing mettendo in piedi un’agenzia che gestiva calciatori; poi ho pensato di fare un’esperienza in azienda, e ho lavorato per 5 anni in Bwin seguendo i contratti di sponsorizzazione con Milan, Real Madrid. Nomi importanti. Si è creato un forte legame con la componente business del lavoro, che ancora oggi è quella che preferisco. Mentre ero lì,  l’azienda ha comprato Giocodigitale. Fondata da Carlo Gualandri,  che ha realizzato una delle exit di maggior successo in Italia, è stata tra le prime realtà nel campo degli internet games. Ho lavorato due anni su integrazione ed espansione, arrivando a essere a capo di tutti i mercati dell’azienda. A quel punto ero pronto per un’esperienza da imprenditore.

Il grande salto. 

Bwin mi ha finanziato una startup nel campo del social gaming: si chiamava Real Fun Games. Un’esperienza durata 4-5 anni da cui ho imparato tantissimo. A quel punto Carlo Gualandri ha avuto un’altra idea: si tratta di Soldo, che si occupa di servizi finanziari. E’ una società basata a Londra, ma il team di sviluppo lavora a Roma. Altri due anni intensi. Infine incontro Max Ciociola, che con la sua capacità di seduzione mi porta in Musixmatch, dove lavoro ora.

Dal gaming ai testi delle canzoni. Qual è il legame?

Musixmatch è una data company in ambito musicale che si interfaccia da una parte con publisher come Warner e Sony che detengono i diritti delle canzoni e dall’altra con le piattaforme che la diffondono come – ad esempio – Spotify ed Apple Music. Abbiamo creato un database con i testi ma non solo: ci sono traduzioni, dati di sincronizzazione e moltissimi altri metadati. Infine, abbiamo sviluppato una parte di AI per analizzare mood e sentiment delle liriche.

 

 

Per farci cosa?

Oggi le playlist e le opzioni di recomendation sono proposte su base audio: l’algoritmo inquadra una canzone come “happy”se il tempo è veloce. Di solito il sistema non tiene in considerazione il significato delle parole, la poesia che c’è dietro la musica. Noi, invece, lo facciamo. Riusciamo a proporre canzoni in linea con l’umore del momento: per cui se si tratta di sofferenza amorosa, ecco arrivare una canzone che tratta il tema; se si parla di rapporti di amicizia adolescenziali, si scelgono i testi che parlano di litigi fra teenager, e via dicendo. Essere in grado di estrarre questi dati ha un grosso valore per le aziende che devono ingaggiare pubblico, perché significa offrire servizi estremamente graditi agli utenti, playlist personalizzate e via discorrendo.

E pare siate stati bravi a farlo.

A oggi, in tre anni, siamo orgogliosi di avere relazioni con le società di tecnologia più capitalizzate al mondo, Apple, Facebook, Google e Amazon. Ma ci sono ovviamente anche altri clienti, ad esempio Shazam. Siamo diventati leader nel nostro mercato.

Da imprenditore, è entrato anche nel capitale della società?

Si tratta di informazioni confidenziali. C’è parte di equity, comunque. E da qui a un mese entrerò nel board assieme a Massimo, Gianluca e ai soci di venture capital che ci hanno finanziato.

 

 

Nel suo profilo leggo, però, che non ha chiuso del tutto con il tennis. 

Si, è vero. Sono nel board di ATP Media, società che detiene e commercializza i diritti dei tornei Master Thousand 500 e 250: in pratica tutto il tennis tranne il Grande Slam.

Siamo sempre nell’ambito del marketing.

Esattamente. Negli ultimi 15 anni il movimento è cresciuto molto grazie a giocatori come Federer, Nadal, ma fino a poco tempo fa la maggior parte introiti arrivavano dalla distribuzione e vendita dei diritti lineari ai broadcaster come Sky ed ESPN. Oggi la distribuzione digitale consente di raggiungere direttamente i consumatori. ATP ha pensato di cavalcare l’onda e sviluppare Tennis TV, un’app su cui sono disponibili tutti i contenuti in tempo reale. Ma c’è anche un archivio digitalizzato che parte dal 1990 e arriva fino a oggi.

Facile chiedere se c’è anche lei.

C’è semifinale Muster-Gaudenzi del ’95, sì.

Alla fine è tornato al tennis.

Il mio non è un ruolo esecutivo, sono solo 4 board meeting all’anno, ma metto a disposizione la mia esperienza nel mondo del business e della tecnologia, e naturalmente la conoscenza dell’ambiente. E’ anche l’occasione per rivedere vecchi amici e assistere a qualche torneo, come ad esempio gli US Open.

 

 

Il vissuto da atleta l’ha aiutata nel mondo degli affari?

Credo fortemente che un ragazzo che ha fatto sport a livello agonistico, non necessariamente da professionista, abbia una marcia in più. Lo sport educa alla disciplina, al sacrificio e al raggiungimento di obiettivi: qualità utili anche nel mondo del business. Quello che manca è riuscire a dare a questi giovani un’educazione di livello in parallelo alla carriera sportiva. In Italia e Europa siamo indietro da questo punto di vista. Oggi è possibile solo negli Stati Uniti, dove puoi riuscire anche a giocare a tennis ad alto livello anche se frequenti un college; e infatti negli ultimi anni abbiamo avuto nella top ten giocatori usciti dalle università. Provare a fare il salto nel professionismo mentre si studia: se non ci riesci, pazienza, ma almeno entri nel mondo del lavoro con un titolo.

Lei, ad ogni modo, fa parte di quelli che hanno studiato. Cosa ha provato una volta appesa la racchetta al chiodo? Tutto facile?

Ripartire in un altro settore è stato difficile. Avessi continuato nel tennis, avrei avuto un nome, un pedigree, sarei stato qualcuno. E invece a 30 anni ho dovuto prendere il mio zainetto, lo scooter e frequentare un MBA 8 ore al giorno, quando io ne passavo cinque al giorno ad allenarmi all’aria aperta. Insomma, ricominci in un mondo dove non sei nessuno.

E dove magari era visto come “quello che gioca a tennis”.

Esattamente. Ti dicono “Cosa ci fai qui, non farmi perdere tempo”. Purtroppo è la mentalità che c’è in Europa. Negli USA hanno grande rispetto per il passato agonistico; da noi c’è la tendenza ad associare lo sportivo alla mancanza di istruzione. Ma chi ha giocato ha risolto problemi, ha girato il mondo sin da giovane, ha allenato la mente e parla le lingue: sono soft skills che nella nostra mentalità non vengono apprezzate a sufficienza. Del resto è chiaro: se forziamo i ragazzi che vogliono provare una carriera professionistica a lasciare la scuola, diventa difficile integrarsi nel mondo del lavoro a carriera finita. Ed è difficile anche rimettersi a studiare a 30-35 anni perché di tempo ne è passato troppo…

C’è un episodio che ricorda di quei tempi?

Una volta avevo un appuntamento a Roma. Arrivo in aereo, solo per sentirmi dire che la persona che dovevo vedere era impegnata e non poteva ricevermi. “Richiami la mia segretaria” mi ha detto, e ha chiuso la comunicazione. Sono tornato indietro con il primo volo. Non ci ero abituato. Da giocatore, c’era una macchina ad aspettarmi all’arrivo, l’autista che mi portava in un hotel a cinque stelle. Il cambio di passo e di vita è stato duro, per non parlare dell’abitudine a stare otto ore al giorni di fronte a un pc…

Comprensibile. Il suo percorso da sportivo a imprenditore mi fa venire in mente un parallelo con quello che compie chi a 35- 40 anni decide di cambiare carriera. Può succedere che un’azienda entri in crisi e ci si trovi a doversi reinventare, ma anche che si decida di dedicarsi a un’attività più in linea con le proprie aspirazioni. Quanto è difficile cambiare carriera in Italia? 

Molto. L’approccio anglosassone è che se hai provato a fare qualcosa e hai fallito, il tentativo ha un valore in sé. Fai bella figura a raccontrlo in un colloquio. “Come è andata?” “Malissimo abbiamo dovuto chiudere dopo tre anni”. Ma prendersi un rischio è considerato un grosso valore. In Europa, e in Italia in particolare, tendiamo a guardare un po’ più in superficie. Se è andata bene, se hai avuto successo sei ok, altrimenti sei uno “sfigato”. Il fatto è che siamo attaccati concettualmente, e culturalmente, al posto fisso di lavoro.

Ricette per un ventenne di oggi?

Buttarsi, seguire i propri sogni. Fare quello che piace. E poi avere umiltà. Prima di lanciarmi come imprenditore ho tracorso qualche anno in un’azienda per vedere come funziona, imparare. È stata una grande scuola. Se devo pensare a un’altra qualità, direi la capacità di accettare la sconfitta. In questo lo sport aiuta. Da tennista, a parte Federer e Nadal, si perde più o meno tutte le settimane. Nella vita da imprenditore è lo stesso: passi dalle stelle alle stalle, un giorno va bene e quello dopo è un dramma, oggi vendi, domani hai finito i soldi, devi chiedere capitali, i clienti non arrivano. Devi imparare a gestire l’ignoto, a non avere un futuro definito.

Conta la forza mentale, la resilienza di cui si parla spesso in questi anni.

Si, assieme a ottimismo e fiducia in se stessi. Se va male, non è un problema, ci hai provato. In Italia lo vediamo come un dramma, ma la paura che ci paralizza nasce da lì.

Chiudiamo con il tennis. Lei ha battuto Federer e Sampras, come tiene a sottolineare nel curriculum. Qual è stato l’avversario più duro contro cui ha giocato?

Nettamente Agassi. Ma solo quando era in forma. Sampras era capace di mantenere costante il rendimento; Agassi aveva periodi in cui era impossibile giocarci per quanto era bravo, e altri in cui poteva perdere contro chiunque. Io ho avuto lo sfortuna di trovarmelo di fronte 4 volte, e sempre quando era numero uno del ranking. Avevo l’impressione di giocare contro un rullo compressore, lui giocava a ping pong e io dietro che correvo…

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