Toni Servillo nei panni di Berlusconi
cinema

Loro 1/2: l’Italia di Berlusconi ritratta da Sorrentino

Scenografico, avvolgente. Malinconico. E’ il Sorrentino di Loro, ultima opera del cineasta italiano premio Oscar nel 2014 con La Grande Bellezza. E senza quel film, come senza Il Divo, non avrebbe potuto nascere questo lavoro, che affresca la corte berlusconiana di stanza a Roma negli anni attorno al 2008.

Sembra passato un secolo, ma si tratta solo di un decennio. Mascherati –  ma non troppo – sfilano Tarantini, la D’Addario, Sabina Began (l’Ape Regina), Nicole Minetti, Noemi Letizia, Sandro Bondi, Daniela Santanché, nomi entrati nell’immaginario collettivo a colpi di intercettazioni pubblicate e scoop giornalistici.

Non ci sono rivelazioni, tutto ciò che si vede è ampiamente noto. E’ un punto di vista, quello di Sorrentino, che non tralascia la grandezza dell’uomo Berlusconi, la sua genialità, pur evidenziandone i limiti.

Il primo episodio è francamente piuttosto lento e noioso, un’introduzione  per larghi tratti ripetitiva. Sesso, droga, e le miserie umane dei governanti, una sfilata di corpi che si trascina senza sorprese. La seconda parte è, invece, il cuore dell’opera, decisamente più valida e con un approfondimento psicologico degno di nota.

Girato magistralmente dal punto di vista tecnico, la fotografia di Bigazzi conferisce ai paesaggi della Sardegna una intensità nuova mentre la colonna sonora, come sempre, è all’altezza. Toni Servillo si è calato nel personaggio del tycoon milanese fino a imitarne la postura, i gesti, le manie, insomma, ha fatto quello che ci si aspettava da un interprete del suo spessore.

Discorso a parte merita, invece, la sceneggiatura. Non si tratta di un film politico, di un’invettiva. E’, piuttosto, un’opera dal sapore storico, quasi una biografia. Come spesso capita in Sorrentino, la trama è liquida, diffusa, e l’insieme conta più della somma delle parti.

Pur evidenziandone i limiti, si diceva,  il regista non tralascia la genialità dell’uomo Berlusconi, il suo talento. La sua solitudine. L’ex premier appare un uomo stanco, circondato da una pletora di yesmen pronti a tradirlo, incapace di trovare un interlocutore con cui confrontarsi, tranne – forse – gli amici Confalonieri e Doris.

Veronica Lario è ben interpretata da Elena Sofia Ricci. Il rapporto di coppia tra i due è descritto con la delicatezza che si deve a un amore che, probabilmente, è stato tale agli inizi, e poi si è perso nella vita frenetica del capitano d’azienda, del presidente di calcio, del leader politico. Veronica, la donna legata a un uomo di cui conosce e accetta le debolezze, perennemente scontenta eppure incapace di staccarsi, rassegnata, e forse anche irretita da una vita fatta di case vacanza e viaggi in Cambogia. Fino a Noemi.  Silvio, incapace di uscire dalla torre d’avorio di un narcisismo che lo condanna all’isolamento, un analfabeta dei sentimenti. Sembra quasi di conoscerli, i due ormai quasi ex coniugi, mentre in cucina scrivono l’epitaffio del loro rapporto. L’interpretazione di Servillo e Ricci dà sostanza a ciò che tante volte si è letto sui giornali, e riesce a caricarsi dei sentimenti ambivalenti che segnano il decorso di ogni storia.

Bravo Riccardo Scamarcio nel ruolo di Tarantini, brava la Smutniak nel ruolo di Sabina Began. Un altro film  di Sorrentino da guardare a notte fonda, in silenzio. Non adatto alla televisione.

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cinema

American Pastoral

America, anni ’60. La storia dello Svedese, il prototipo del vincente a stelle e strisce, prima dell’era di Wall Street. Kalos kai agathos, come dicevano in Grecia, quando alla bellezza del fisico si accompagna quella dell’animo. Una personalità semplice, ingenua, baciata dalla vita, colpita dall’invidia degli dei. Mentre il ’68 scuote il mondo dalle fondamenta, lui si ritira in campagna per non sentire, tornando in città solo per lavorare nella sua fabbrica di guanti. Si costruisce una vita perfetta, sposa una reginetta di bellezza, si rifugia nella quiete bucolica assieme alla moglie, che aveva altre ambizioni. Ma la campana di vetro non regge all’urto. Finirà solo in mezzo a tanti, consumato da un dolore sordo. Alla fine sarà il più forte di tutti a rivelarsi il più debole e fragile. Il campione che eccelleva nello sport, dove le regole rendono la pugna prevedibile, crolla nella lotta da strada, quando i colpi arrivano da tutte le parti, senza un ordine. E senza regole a premiare i buoni.

Passione  e bontà d’animo non bastano, al di là della retorica: questo il messaggio di Roth. La realtà è molto diversa. E intanto l’America va avanti, come sempre, col pragmatismo che le impone di lasciare indietro chi non ce la fa.

Ewan Mac Gregor è stato bravo a rendere un romanzo complesso, semplificandolo (lo scrittore è prolisso, può piacere o meno, ma è il suo stile). Niente male come prima prova di regia, fotografia ottima, scenografia e costumi più che all’altezza. Musiche adeguate. Il film tocca, senza eccedere nell’introspezione come sarebbe stato sin troppo facile.

La storia della figlia dello Svedese e di Dawn mi ha ricordato Lilly di Venditti, una delle canzoni più belle del repertorio italiano. Per strade diverse, i due autori declinano lo stesso concetto: i tormenti di un’anima debole  e inadatta a reggere la pressione sociale, il conformismo. Facile passare dalla parte del torto.

Pastorale americana è un film che rivedremo sicuramente a notte fonda su Retequattro, un piccolo cult destinato a sopravvivere alla stagione cinematografica. Merita.

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cinema, politica, salute

Sicko, o della fortuna di vivere in Europa

L’articolo qui sotto è stato pubblicato in origine su TiSOStengo, ed è disponibile a questo link. Buona lettura. 

Michael Moore è sempre stato un regista controcorrente. Americano fino al midollo, ha fatto della critica al suo paese il fil rouge di tutti i suoi film. Da “Bowling a Columbine” a “Fahrenheit 9/11”, passando per “Capitalism: a love story”, fino a “Where to invade next?” ha affrontato dietro alla macchina da presa tutti i temi più importanti della politica e della società a stelle e strisce. Nel 2007 Moore uscì con un nuovo lavoro, dedicato alla sanità: si chiamava Sicko, ed era destinato, come tutti gli altri, a far riflettere.

Il documentario – le opere del regista di Flint appartengono a questo genere – si apre con la storia di un falegname con due dite amputate da una sega circolare: arrivato al pronto soccorso, e verificato il tipo di copertura assicurativa di cui disponeva, i medici gli chiedono di scegliere quale delle due riattaccare. “Ho scelto l’anulare, per tenerci l’anello del mio matrimonio” confesserà lui; la verità è che costava molto meno del medio.

Benvenuti negli USA, dove le assicurazioni sanitarie dettano legge, e si può essere buttati fuori da un nosocomio (patient dumping) se non si dimostra di essere in grado di pagare, lasciati in mezzo a una strada con il camicione da ricovero ancora addosso.

Quando la salute è un business, le compagnie sanitarie si appellano a ogni cavillo pur di non pagare, fino a rifiutare esami fondamentali. La figura del supervisore medico, retribuito in base a quanto riesce a risparmiare rifiutando visite e prestazioni, ha letteralmente potere di vita e di morte sui pazienti, cercando nell’anamnesi le ragioni per rifiutare la copertura: ogni ricovero deve essere autorizzato, e si dà il caso che, talvolta, qualcuno nell’attesa prenda il volo verso l’ aldilà.

Del resto, negli USA il modello europeo di sanità pubblica viene percepito come “socialista”, in omaggio alla nota allergia americana a ogni sfumatura di rosso che non sia quella della bandiera. Eppure, a pochi passi dalla frontiera, in Canada, curarsi è gratis: ma lo è anche in Francia, in UK, a Cuba, e da noi.

Ben girato, con una colonna sonora all’altezza, Moore con “Sicko” ha il merito di portare fuori dai confini nazionali una situazione che difficilmente può essere immaginata. Come al solito, calca un po’ la mano con la retorica, fino a tratteggiare un quadro di Cuba come paradiso terrestre (e infatti pare che il film sia stato vietato nell’isola: la gente avrebbe potuto agitarsi), ma è un difetto che gli si perdona volentieri.

“Sicko” va visto per ricordarci che, nonostante sia migliorabile nella gestione degli sprechi, nella formazione e selezione del personale e nello spadroneggiare della politica, il nostro modello sociale e sanitario è ancora di gran lunga superiore a quello a stelle e strisce. La salute, in Europa, è garantita a tutti, non solo a chi è ricco. Vale la pena di rifletterci ogni tanto.

(L’articolo originale è stato pubblicato su tiSOStengo del 12 ottobre 2016)

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cinema, cultura

Perché vedere “La grande Bellezza”

Premetto:  non sono un critico cinematografico, né posso definirmi un esperto di cinema, ma questo potrebbe essere un vantaggio.

Dato che non riesco a postare da un po’, lo ammetto: ho bisogno di un argomento semplice per cavarmela in fretta. Provo quindi a condividere alcune impressioni su “La grande bellezza” di Sorrentino, che ho visto due giorni fa dopo essermelo perso a maggio. Un film che a me  è piaciuto parecchio.

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