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Folding@home, la ricerca sul cancro si fa da casa

La scuola di informatica dell’Università di Stanford è famosa per i programmi di studio innovativi. Percorsi che intersecano materie eterogenee, alla ricerca di un quid che agli specialisti, semplicemente, sfugge. Marissa Mayer, amministratore delegato di Yahoo e tra i primi venti dipendenti di Google, si laureò lì in Sistemi Simbolici: un curriculum che comprende informatica, linguistica, psicologia, comunicazione, statistica. Spiegò Mayer, ripensando al cambio di facoltà dopo un anno a Medicina: “Fino a quel momento studiavo le stesse cose che avrei potuto approfondire nel Wisconsin”. Ma era in California, e non c’era motivo di pagare la retta di una delle università più care d’America senza imparare qualcosa di veramente nuovo. La scelta si rivelò vincente.

UNA STORIA AMERICANA – La cittadina di Stanford si trova nella San Francisco Bay. Confina con Palo Alto, dove hanno sede alcune delle principali aziende informatiche Usa. Compagnie come Facebook, Linkedin, Amazon, ma anche realtà come l’American Institute of Mathematics e il Mental Research Institute, che diede i natali a una famosa scuola di psicoterapia. Palo Alto fu fondata da Leland Stanford per creare un’università in memoria del figlio morto di tifo a 15 anni. Pare che il magnate avesse chiesto – e ottenuto – di mettere al bando l’alcol, causa di non pochi problemi di salute e ordine pubblico nella zona.

Il legame tra l’ateneo e la medicina si fece via via più solido. Dall’humus che ha dato vita a uno dei più straordinari agglomerati tecnologici della storia, non poteva non nascere innovazione anche in campo sanitario.

Fu così che nel 2000, sotto la guida del professor Vijay Pande, vide la luce il progetto Folding@Home. L’idea è che chiunque può dare un contributo alla conoscenza semplicemente mettendo a disposizione il proprio personal computer.

Non si tratta, per la verità, di un assunto nuovo. Il “calcolo distribuito” nacque più di 50 anni orsono in ambiente accademico e ha trovato applicazione in diversi ambiti, consentendo una flessibilità decisamente maggiore rispetto a quella offerta dai mega-elaboratori di atenei e centri di ricerca. Non solo. Ripartendo i compiti sulla base delle singole esigenze di ricerca, si ottiene un risparmio che consente di impiegare le potenze maggiori solamente per le operazioni di particolare complessità, riducendo gli sprechi e allocando meglio le risorse disponibili.

Stanford si gettò nella partita dando vita al progetto Folding at Home, focalizzato sulla ricerca medica. Nonostante la versione dell’università californiana si caratterizzi per alcune peculiarità, assomma le caratteristiche principali degli altri progetti simili come, ad esempio, Rosetta@home.

IL PROGETTO DI RICERCA – Le proteine sono alla base della vita. Ma per svolgere il proprio compito, la lunga catena di amminoacidi che le compone deve ripiegarsi su se stessa infinite volte in strutture tridimensionali, interagendo con l’ambiente circostante fino ad assumere una conformazione che coniughi funzionalità ed economia di spazio. Un processo che avviene milioni di volte al giorno e in tempi ridottissimi: analizzarlo, si ritiene, può essere la base per trattare patologie fino ad oggi incurabili. Se i meccanismi di correzione non funzionano e il processo non va a buon fine (come accade raramente, per la verità) la proteina deforme che si viene a creare può innescare processi patologici, tra cui molti tipi di cancro, ma anche l’Alzheimer e il Parkinson.

Ma lo studio delle strutture tridimensionali è complesso. In assenza di un modello teorico che spieghi il ripiegamento (chiamato in inglese folding)  in maniera esaurientegli scienziati hanno provato a simulare quello che accade nella realtà con l’utilizzo di un calcolatore, per trarne conclusioni empiriche.

Studiare il processo di folding richiede potenze di calcolo enormi, e neanche i supercomputer delle università come Stanford sono sufficienti, perché spesso condivisi tra i dipartimenti di medicina, fisica, astronomia e matematica. Perché, allora, non sfruttare gli elaboratori domestici?

DIRIGERE IL TRAFFICO – Si tratta, ovviamente, di un contributo volontario. Alla base di tutto c’è una sorta di afflato ideale, la scelta di un cittadino di dare una mano alla ricerca. A costo zero. Le motivazioni affondano spesso nella storia personale o familiare, ma non manca chi è mosso dal semplice amore per la scienza.

Il compito di ogni Pc connesso alla rete di Folding@home è quello di risolvere una parte dei calcoli (work units) in cui è stato diviso il problema oggetto di studio. Che si tratti della simulazione del ripiegamento di una proteina o degli effetti di una determinata molecola sull’organismo, ogni quesito può essere scomposto. C’è un tempo massimo per completare le work unit , sorta di compiti a casa hi-tech: i risultati confluiscono poi alla centrale operativa, sotto il controllo diretto dei ricercatori, che dirige il traffico e aggrega i dati.

COME PARTECIPARE AL PROGETTO – Partecipare al progetto richiede soprattutto la pazienza di ascoltare la ventola del pc girare al massimo: un problema risolvibile con un leggero sottofondo musicale. Il software si può scaricare facilmente da internet (clicca qui per il download dal sito dell’università di Stanford) ed è pronto per essere installato.

Nel giro di cinque minuti il computer diventa operativo, con una maschera che indica i progressi ottenuti. Il programma è impostato per lavorare con priorità bassa, e sfruttando solo la potenza inutilizzata dal processore. In pieno spirito americano, un sistema di punteggio tiene il conto del contributo fornito da ciascun utente, stilando una classifica di quelli più attivi: non c’è un premio in denaro, solo la consapevolezza di aver contribuito alla ricerca su alcuni dei grandi misteri della medicina moderna.

MEDICINA A DUE CORSIE? – Il ruolo dell’informatica nella cura della salute sta diventando rilevante. E le applicazioni della computer science in campo medico e biologico sono solo agli albori.  Le simulazioni tridimensionali ottenute da progetti come Folding@home sono utilissime agli scienziati per comprendere i meccanismi attraverso cui ci ammaliamo. Ma, al pari della mappatura del genoma, completata anni fa, ben lontane dall’essere sfruttate appieno.

Oltre alla diagnostica e ai robot, già usati da anni in sala operatoria, il futuro sarà l’analisi dei big data, che permette di confrontare le statistiche raccolte su campioni estremamente ampi di popolazione, rivedere la letteratura, fare inferenze, tutto alla ricerca di soluzioni sempre più raffinate e personalizzate. Anche IBM, con il progetto Watson Health si è lanciata nella partita. E la sede italiana del progetto sarà a Milano, in quell’Human Technopole nato sulle ceneri dell’area Expo.

Il problema è se, e quando, i risultati saranno a disposizione di tutti. La tendenza alla riduzione della spesa pubblica in ambito sanitario potrebbe condurre a due corsie, una super-moderna per le classi ad alto reddito, e un’altra, “normale”, per quelle a reddito medio-basso. Non è un buon motivo per rinunciare alla ricerca; ma lo è per inaugurare una riflessione schietta. Che dovrà, per forza di cose, coinvolgere anche la politica e le lobby farmaceutiche.

Antonio Piemontese
@apiemontese

(L’articolo originale è stato pubblicato su tiSOStengo del 28/10/2016)

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Twitter e Yahoo: fine di un ciclo

Settimana di notizie di un certo peso per il web. Dopo la conferma che sarebbero state rubate le password di 500 milioni di account Yahoo, arriva quella che Google e Salesforce sarebbero interessate a Twitter. Vediamo di capire qualcosa di più.

Il furto di dati è stato rivendicato da un hacker, a quanto pare russo, che si fa chiamare Peace. Il mago della tastiera ha messo in vendita sul deep web (il web non accessibile con i normali browser e motori di ricerca, dove è possibile comprare di tutto, da documenti falsi a organi e persino assoldare un killer) i dati all’equivalente di 1800 dollari in bitcoin, la moneta virtuale. La faccenda assume contorni grotteschi perché Yahoo, un tempo uno dei principali player online, non ha fatto immediatamente chiarezza. Un’altra macchia per Marissa Mayer, pagatissima e bionda Ceo che si vanta di lavorare 130 ore alla settimana. Tra i primi dipendenti di Google, talento indiscutibile sul lato tecnico, la Mayer non si è mai calata nei panni della manager, fallendo il rilancio del motore di ricerca che alla fine degli anni ’90 faceva concorrenza a Brin e Page. Il passaggio a un ruolo marcatamente business non può dirsi riuscito: ma se rianimare un cadavere non è impresa da poco, resta il dubbio che le sfide, in qualche caso, sia meglio rifiutarle. Come insegnava Lao Tzu, la strategia migliore è non combattere le battaglie che si è destinati a perdere.

Nel caso di Yahoo, il distacco dai concorrenti era già abissale ai tempi dell’entrata in gioco di Mayer. Anche Microsoft ha provato a entrare nel settore, con Bing, ma il colosso di Seattle ha dalla sua la proprietà del sistema operativo più diffuso al mondo, Windows: base d’appoggio di tutto rispetto. In Usa pare che il lavoro ai fianchi stia dando i suoi frutti: se fare concorrenza a Mountain View è impensabile, si può sempre pensare di tenere botta in attesa di tempi migliori.

La notizia dell’interesse di Google e Salesforce per Twitter ha scosso il mercato: il titolo è salito del 21% in Borsa. Premesso che parliamo di impressioni, la mia sensazione è che siamo alla fine di un ciclo.

Twitter va male, lo sanno tutti. Il 2016 non è stato, come si sperava, l’anno del rilancio. I ricavi sono sotto le attese, e l’aumento degli utenti pure.  Concorrenti come Instagram sono riusciti a fare di meglio.

Il problema, in questo caso, è strutturale. Twitter è un raro caso di prodotto (meglio sarebbe dire “servizio”) icona dei tempi. Un ruolo che, se conferisce enorme prestigio, non sempre si presta ad essere capitalizzato. Salito alla ribalta nel 2009, anno delle proteste in Iran, come strumento dei dissidenti per informare il mondo tramite flash brevi ed efficaci, è entrato nell’immaginario comune al punto che il cancelletto è diventato, per tutti e ovunque, hashtag: alla vecchia maniera, ormai, lo chiamano solo le voci registrate delle segreterie telefoniche.  Il linguaggio di una generazione è stato tematizzato da queste parole-chiave, che rappresentano un modo di pensare veloce, rapido e per immagini: quello dei millenials, i nati dopo il 2000.

Il problema è che Twitter è rimasto quello che era all’inizio: uno strumento utile ai  pochi eletti con milioni di followers, apprezzatissimo dai giornalisti che possono seguire rapidamente le storie di loro interesse grazie al limite dei 140 caratteri, ma assolutamente inutile per tutti gli altri. Le opinioni dell’uomo comune, le sentenze in formato ridotto che si postano sul social media, non interessano nessuno. E alla fine, le notizie dei “VIP” la gente preferisce ancora leggerle sui giornali, con un minimo di rielaborazione, e di contesto. A interpretare il narcisismo da selfie riesce meglio Instagram.  La pubblicità non è mai decollata, e anzi, ha persino rovinato l’immagine della piattaforma, da sempre pulita; né sono servite le innovazioni proposte col tempo, sempre lontane dalla natura di un medium nato per essere conciso.

Ecco perché, sinceramente, non comprerei le azioni di Twitter.  Dal mio  punto di vista, il passaggio di mano significherebbe che qualcuno ha deciso di gettare la spugna. Una delle strategie più usate negli ultimi tempi è quella di inglobare i concorrenti di cui non si riesce a sbarazzarsi. Così ha fatto Facebook con Whatsapp, con l’intento non troppo nascosto di portarne gli utenti su Messenger: una piattaforma su cui Zuckerberg immagina la gente vivrà un’esperienza a 360 gradi, usandola, ad esempio, anche per fare acquisti. Così fece Microsoft con Skype e, più di recente, con Linkedin.  Google potrebbe ragionare allo stesso modo e preparare sorprese: una nuova app?

Discorso diverso per Salesforce, piattaforma cloud usatissima nel settore del business development, la nuova frontiera dello sviluppo commerciale: consente, in sostanza, di gestire la propria forza di vendita in maniera coordinata, affidando obiettivi precisi a ogni agente e monitorandone la progressione e i risultati in tempo reale.

Forse in questo caso, l’utilizzo potrebbe essere quello di uno sviluppo del servizio, aggiungendo nuove funzioni a quelle esistenti  (ad esempio, una piattaforma megafono per le aziende che vogliono investire in pubblicità online).

Ribadisco: si tratta di impressioni a caldo, ma sulla fine della parabola di Twitter come lo conosciamo sarei pronto a scommettere. E’ entrato come pochi prodotti (pardon, servizi) nell’immaginario collettivo, plasmando il mondo e diventando il simbolo di un’epoca. Se sopravviverà (e se il nuovo management lo vorrà) manterrà intatto il suo charme. Ma è chiaro che, nella mente di chi lo ha fondato, si tratta di una scommessa persa. C’è un che di tragico in tutto ciò: creare una delle applicazioni più famose della storia, e perdere la sfida con l’ambizione. Se la realtà non smette di annoiarci, probabilmente questi chiaroscuri ne sono il motivo.

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