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Venezuela, il punto di vista di un’attivista espatriata in Italia

Nei giorni scorsi ho pubblicato un’intervista a Oscar Castillo, avvocato venezuelano in Italia. Castillo offriva il suo punto di vista sul blitz di Trump e la politica venezuelana.

Oggi aggiungo la voce di Mercedes Vásquez, presidente dell’associazione Insieme per il Venezuela. Laureata in scienze internazionali e diplomatiche, Vásquez è in Italia da 25 anni e lavora come commerciale.

“Per noi venezuelani, l’arresto di Maduro è una cosa positiva, non certo negativa”, racconta. “E’ un criminale, contro cui c’è un procedimento della Corte penale internazionale per crimine di lesa umanità ”. “Sono delusa dall’atteggiamento dei media italiani e di certi politici. Dov’era la comunità internazionale quando nel 2017 il regime uccideva più di 200  ragazzi con colpi in testa durante le manifestazioni? O l’anno scorso, quando abbiamo vinto le elezioni? Si parla di colonialismo americano; ma pensate che russi e cinesi vengano in Venezuela a comprare caffè?”.

Vásquez si colloca, dice, in maniera equidistante nello schieramento politico. “Non amo le ideologie estreme. Non sono fascista, e non sono comunista. Sono andata molte volte al Pride, anche perché nella comunità trans ci sono molti venezuelani. Sono a favore del matrimonio gay, in generale, dei diritti civili e umani”. E in Italia? Da “migrante”, come si definisce, la questione è diversa. “Chiaramente non posso essere d’accordo con alcune idee politiche sull’ immigrazione o quando fanno le loro uscite contro i migranti senza motivazione. Fratelli d’Italia ci è stata molto vicina nella nostra lotta, ma ho amici cari anche a sinistra (fa il nome di un esponente dem, ndr). Mi piace quello che dice Calenda, per esempio sull’Ucraina”.

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Il Venezuela era un paese di latifondisti, dove la rendita agraria era una componente  importante dell’economia. E la maledizione delle risorse, per cui paradossalmente disporne impoverisce, dal momento che viene a mancare lo stimolo a costruire un’industria, non migliorava e non migliora le cose.

La presidenza di Hugo Chavez giustificava sé stessa con la lotta al latifondo. “Ma la situazione economica con lui e, soprattutto, con Maduro, è peggiorata. ll Venezuela è un paese impoverito. Un medico in pensione prende 3 dollari al mese. Mancano le medicine, gli antibiotici e i chemioterapici: lo so perché mia madre è morta di diabete e non aveva gli antibiotici per curare una cancrena alle gambe. Se nella nostra comunità in Italia qualcuno muore di tumore, andiamo subito a prendere i farmaci avanzati e li spediamo in Venezuela. Una scatola costa 400 euro, come potrebbero permetterseli là? Ma abbiamo spedito anche colori per i bambini, che ci inviavano disegni in bianco e nero perché avevano solo matite con la mina grigia”.

Per Vásquez, tra Chavez e Maduro non ci sono differenze. “Anche il primo, seppur eletto democraticamente, era un dittatore. Appena giunto al potere requisì imprese, chiuse televisioni: è come se il governo qui decidesse di chiudere Mediaset. Prima di loro forse non c’era un paese dove tutti stavano benissimo ma eravamo liberi, e non posso negare che ci fosse corruzione: ma c’era democrazia, libertà di fondare un partito politico, di esprimere la propria opinione. Oggi la separazione dei poteri esiste solo sulla carta: nella realtà, fa tutto capo a Maduro. E alle manifestazioni si spara in testa a ragazzi adolescenti. Un componente del regime ha detto che tanto non hanno cervello. Per non parlare delle torture: ho un amico che ha subito torture bianche per quattro anni per motivi politici. Significa stare in una stanza piccola con la luce accesa ventiquattro ore al giorno, senza aria condizionata. Ha tentato due volte il suicidio”.

Lei viene da una famiglia di professionisti: i suoi genitori erano docenti universitari. Se le domando quale percentuale della popolazione appoggia Chavez e Maduro, e che tipo di reddito ha questa componente, cosa risponde? “Che li appoggerà a malapena il 10% della popolazione, e sarebbe l’1% se tutti potessero realmente votare. Comunque, anche se i miei erano docenti universitari, io ho frequentato un’università pubblica. I professionisti, la classe media, in Venezuela se la passano veramente male”.

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Cosa pensa del piano di Trump per il Venezuela? Che transizione sarà? “Non ci sarà transizione fino a che ci saranno prigionieri politici”, risponde Vásquez. “Speravo che nel corso dell’operazione svuotassero le carceri, ma non è stato così. Adesso ci sono ancora miliziani del governo in giro per le strade. Pare ci siano alcuni regolamenti di conti in corso tra loro”. “ Vásquez dice di non tornare nel proprio paese da dieci anni. “Ho contribuito a raccogliere firme per portare Maduro di fronte alla Corte penale internazionale. Una ragazza che lavorava con me ha provato a tornare in Venezuela: è stata incarcerata per undici mesi come estremista di destra”.

Come scritto nel caso dell’intervista a Castillo, a tutte le affermazioni va fatta una tara giornalistica. Ma credo sia corretto dare spazio alle voci che provengono da un paese complicato, inscritto in un territorio complicato, e i cui destini, probabilmente, dipendono da un gioco molto più grande. 

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