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La vittoria di Macron dà fiato all’UE

Emanuel Macron è il nuovo presidente della Francia. Il non ancora quarantenne ex ministro dell’Economia di Hollande, enfant prodige formato alle scuole più prestigiose di Parigi, europeista dichiarato quando la parola appariva un peso anche per i più convinti, ha sconfitto al ballottaggio Marine Le Pen, figlia di Jean Marie, madre e padrona del Front National, partito xenofobo che prometteva un’uscita dalla moneta unica, se non dall’Unione.

La Francia ha opposto una diga al populismo di questi mesi, che mai come oggi ha avuto l’occasione di confrontarsi a viso aperto nell’agone politico non come forza anti-sistema, marginale, di colore, ma come scelta alternativa  e di maggioranza. Già Jean Marie Le Pen arrivò al ballottaggio nel 2002 con Chirac, ma più per un “bug di sistema”, una conseguenza imprevista nel gioco delle alleanze, che con vera credibilità. Avrebbe potuto vincere, tecnicamente, ma il FN, allora, era un marziano ritrovatosi improvvisamente sulla Terra.

Nel 2017 la questione è diversa. Prima di Le Pen, c’è stato Trump. Prima di Trump, il referendum sulla Brexit. Eventi che hanno dato fuoco alle polveri del populismo, mostrando che sì, è possibile fare l’impensabile, solleticando gli istinti di elettori in massima parte poco informati ( e come potrebbero esserlo?) sul peso di determinate scelte. Particolare non da poco: nessuno, al momento, ne ha ancora visto le conseguenze. La Brexit non è ancora avvenuta, se mai avverrà, e ci vorrà del tempo per mostrare a tutti, dati alla mano, quale ne sia la portata; Trump è al potere da poco più di 100 giorni, e si trova con una situazione “tremendamente vicina alla piena occupazione” (come titolava il New York Times di ieri) che solo chi è in malafede non riconosce eredità dell’amministrazione precedente. Quella di Obama, che nel suo doppio quadriennio ha fronteggiato la crisi più dura dai tempi della Grande Depressione ed è riuscito a tenere il Paese in piedi, anche se le disuguaglianze aumentano e il lavoro di qualità scarseggia.

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Se la Francia fosse “caduta” nella trappola del populismo, l’Europa avrebbe perso uno dei membri fondatori, e sarebbe stata, probabilmente, la fine del sogno. Le spinte centrifughe si sarebbero diffuse, ringalluzzite dal successo di chi promette miracoli a buon mercato ma, più banalmente, pensa al proprio tornaconto, a breve termine peraltro.

La seconda consultazione importante del 2017, dopo quella dell’Olanda, ha, invece, arriso all’Unione con una vittoria schiacciante. Manca la Germania, a settembre.

Macron ha vinto, e lo sa bene, solo perché dall’altra parte c’era un candidato come Le Pen. Governare sarà cosa diversa. I francesi, scampato il pericolo, già lo aspettano al varco, anche quelli che hanno votato per lui.

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Guardando le immagini del giovane neopresidente che arrivava sul palco allestito al Louvre per il suo primo discorso sulle note dell’Inno alla Gioia, ho ripercorso mentalmente  le pagine della storia francese a partire dalla Rivoluzione. Da quell’atto, cioè, di rivolta contro il potere che sta alla base del mondo moderno. Li odiamo per il calcio, ma, con onestà, dobbiamo riconoscere la grandezza di un popolo che ha dato molto al mondo sotto il profilo delle istituzioni. E all’Europa in particolare. Libertè, egalitè, fraternitè sono le parole che caratterizzano il Continente meglio di tutte e marcano la differenza con il mondo anglosassone. Non è il “diritto” alle felicità della Costituzione Americana (ma la felicità è un diritto? O forse un regalo della vita?), non è il pragmatismo british che non si scompone di fonte a nulla. E’ la visione dell’individuo, e non del successo, come metro e misura di tutte le cose. Del resto, osservava già Weber, l’etica protestante è molto diversa, e forse più adatta al capitalismo. In Europa, invece, si parla di economia sociale di mercato, e ci si svena per tenere in piedi un sistema che allo sviluppo economico unisca le tutele per i più deboli. A volte, si esagera anche. Ma è la realtà.

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Si è discusso per anni se l’Europa avesse senso. Sì, ce l’ha. Oggi nessuno si preoccupa più di cambiare valuta, si può circolare senza problemi, investire e cercare lavoro in uno spazio geografico vastissimo e multiculturale, dove sono garantite le libertà fondamentali e l’individuo è messo al centro del discorso politico. Di fronte a un povero, non pensiamo che non si è impegnato abbastanza e che ciascuno ha quello che si merita; ragioniamo sul fatto che la vita può essere cattiva, e non è sempre giusta.

In questi anni, per la prima volta, le elezioni di uno stato incollano alla televisione anche i cittadini dell’altro, come accade solo nelle grandi compagini federali. Provate a pensarci. Le decisioni dell’uno impegnano e hanno conseguenze a cascata. Comincia a crearsi un’opinione pubblica europea. Non era così, fino a poco fa.

Esiste una generazione di studenti ed ormai quasi quarantenni che ha studiato all’estero, ha amici, case, lavoro e fidanzate in uno qualsiasi dei paesi membri. E’ possibile aprire un mutuo o un conto in banca, dove si vuole. A giugno tramonterà l’epoca del roaming sulle chiamate internazionali, e si potrà telefonare senza problemi ovunque e verso ovunque. L’Unione Europea ha garantito il più lungo periodo di pace e prosperità della storia continentale.

Certo, soffre ancora di paralisi decisionale, è ingessata dall’eccessiva burocrazia, l’inglese non è ancora la lingua franca e a Bruxelles mandiamo non i migliori politici, ma gli scarti.

Ma guardando Macron, uno della mia generazione, parlare sul palco, confesso di aver avuto le lacrime agli occhi. Si è sciolta in un istante la paura che tutto quanto abbiamo costruito in questi anni si fosse perso sull’onda della rabbia del momento, che la democrazia si fosse rivoltata contro se stessa ancora una volta (succede) e che la rabbia avesse prevalso sulla ragione. I francesi hanno dato una lezione al mondo; contestatori per indole, hanno saputo ragionare. Del resto l’Illuminismo è nato lì.

Una considerazione finale. Il duello Macron-Le Pen è ricco di aspetti edipici che potrebbero non significare nulla, o forse qualcosa dicono. Macron è sposato dal 2007 con Brigitte Trogneaux, ventiquattro anni più anziana. La loro relazione cominciò quando lei insegnava nel liceo dove lui era studente. La famiglia del giovane Emanuel spedì lui in un altro istituto; lei si sposò e fece figli. Si rividero anni dopo, il resto è storia. Macron è diventato il padre acquisito di ragazzi poco più giovani di lui, in un gioco in cui  i ruoli si mischiano e che ha prodotto una personalità sicuramente interessante. Brigitte è stata, forse, un po’ madre, una guida senza dubbio, e non c’è dubbio abbia avuto un ruolo nel suo percorso. Un ruolo che, con ogni probabilità, avrà anche all’Eliseo. Qualcuno ha scritto che, se la vicenda non fosse accaduta in un contesto alto-borghese, lui sarebbe finito ai servizi sociali e lei in prigione. Vero. Chissà: magari sarebbe stato un errore.

Marine Le Pen, dal canto suo, sei anni fa commise il “parricidio”, prendendo il posto del genitore alla guida del Front National, e addirittura espellendolo dal partito. Da allora, tra i due, è guerra. Il Fn era la creatura del vecchio Jean Marie che mai, mai si sarebbe aspettato un tradimento dalla figlia.  Ma ormai era diventato vecchio e ingombrante, e finì rottamato. L’irruenza di Marine, l’ansia di rompere con il passato restano a galla in questa giornata di sconforto. Chissà che cosa starà pensando il vecchio leone dalla sua poltrona. E chissà che la sconfitta e lo scontro con la realtà conducano la bionda leader a posizioni politicamente più mature. Chissà che non possa proporsi come una leader credibile, non populista, per la destra francese. Probabile? No. Possibile? Forse.  Basta mettersi en marche. 

Antonio Piemontese
@apiemontese

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