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La (finta?) banana di Dani Alves e i media creduloni

Dani Alves e il gesto di mangiarsi la banana. Uno schiaffo al razzismo, una trovata che supera decenni di retorica e che resterà impressa nella mente di chi ha visto la scena in diretta, di chi l’ha guardata su Youtube, persino di chi ne ha solo sentito parlare.


Fiumi di inchiostro sono stati versati per commentare il gesto del giocatore del Barcellona che, nella partita contro il Villarreal, si è staccato un pezzetto del frutto lanciato in campo a mo’ di sfottò razzista e se l’è mangiato pochi istanti prima di battere un corner.

Nelle ore immediatamente successive, alcuni giornali hanno riportato una ricostruzione meno poetica. L’operazione potrebbe essere stata pianificata a tavolino: finto il lancio, finta la reazione, pianificato in anticipo anche l’hashtag lanciato su Twitter dal compagno di squadra Neymar poche ore dopo (#somostodosmacacos, siamotuttiscimmie), diventato virale.

Se anche così fosse, non ci sarebbe niente di male. La forza mediatica della campagna, geniale come poche e destinata a far scuola nell’ambito della comunicazione, non si discute.

Ma per un istante ci eravamo illusi si fosse trattato di un gesto spontaneo, di una reazione istintiva del numero 22 del Barca, capace di digerire così bene anni di insulti razzisti da trasformarli in ironia.

Un gesto piccolo così, ma di grande portata. Un po’ come l’allunaggio di Neil Armstrong. Ricordate? “Un piccolo passo per un uomo, un passo da gigante per l’umanità” disse l’astronauta scendendo dalla navicella. Sentenza storica, ma probabilmente preparata ben prima dello sbarco.

Da persona comune, mi viene da dire che la realtà, purtroppo, è molto più banale di come ci piace dipingerla e ricordarla. Non partono musichette nei momenti topici della nostra vita, non ci sono esplosioni quando vinci le piccole grandi battaglie quotidiane, e anche i grandi eroi, quelli senza macchia e senza paura, hanno delle esitazioni. Figuriamoci noi.

Da giornalista, le considerazioni sono diverse. Subito dopo l’episodio, si è scandagliato il passato di Alves alla ricerca di elementi che testimoniassero che  quello della banana non era un gesto isolato. Era o non era lui  il ragazzo che nel 2010 offrì il proprio fegato al compagno malato di tumore? Un campione dentro e fuori dal campo di gioco.

E invece, potrebbe essere tutto sbagliato:  non ci saremmo accorti che si trattava di una montatura, e che le prove della bontà del difensore ce le siamo cercate a nostro uso e consumo, per sostenere la tesi che ci piaceva.

Se fosse confermata la ricostruzione  di As, quotidiano spagnolo che per primo ha messo in dubbio l’autenticità dell’episodio, avremmo preso tutti  un clamoroso abbaglio. Certo, ci si può consolare pensando che  il giorno dopo la verità ha trionfato.  Ma ormai il dado era tratto, il fine raggiunto: una campagna pubblicitaria globale a costo zero, tanto efficace da coinvolgere leader come Dilma Roussef (presidente del Brasile) e Matteo Renzi.

Resta una certa malinconia a pensare che potremmo aver prestato la penna a una trovata pubblicitaria, per quanto riuscita e dal contenuto antirazzista.
Siamo veramente così facili da fregare noi giornalisti?
E quante altre volte è successo e succede? Domande che dovremmo porci senza aver fretta di sciacquarci la coscienza.

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