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Milano, cronache dal fronte / 3

Il telefono vibra, il segnale è quello. L’amicizia ai tempi del Covid è fare la spesa nello stesso momento, appuntamento all’Esselunga, e la coda assieme per raccontarsi che cosa significa stare in casa, tutto il giorno. Per una volta, di persona, non via Skype.

C’è da augurarsi che la tempesta perfetta dovuta al virus ci renda più capaci di apprezzare il piacere di uno sguardo, il calore di una stretta di mano, e non finisca per rinchiuderci, quando finalmente sarà alle spalle, ancor di più in uno scafandro inodore, con la complicità dell’ultima tecnologia disponibile.

Il cronista, per mestiere, ha facoltà di raccontare. Ma chi scrive queste righe non sfugge al senso di colpa quando si aggira per i vicoli deserti, che sfumano nella luce di un tramonto primaverile che tanti vorrebbero godersi.

Come una grande ora d’aria, le strade di Milano sembrano il cortile di un carcere abbellito dagli intarsi dei palazzi, dai portoni colorati, dai manifesti sui muri. Alle finestre, i detenuti-cittadini, gli stessi che fino a ieri giravano liberi per lavoro, per amore, o solo per piacere, cercano il profumo della libertà nella fragranza dei ciliegi in fiore. Per le vie, i fortunati cui è concesso il turno.

Alle diciotto, il web si è dato appuntamento in balcone. Via Colletta, a quattro passi da Porta Romana. Due ragazzi escono, tirano fuori un bongo. Lui suona, lei canta. Qualche decina di metri più in là, una chitarra elettrica tiene il ritmo con un giro sincopato. I galeotti a passeggio si accrocchiano col naso all’insù, per godersi l’inaspettato concerto. Pochi istanti, e anche i palazzi di fianco, quelli di fronte, si riempiono di famiglie alle finestre: chi fuma, chi prende un caffè, chi semplicemente si gode brandelli di vita guardando quella degli altri.

Università Statale, altra jam session improvvisata. Questa volta le note sono quelle di Ligabue. Qui, fra un mese, avrebbe dovuto esserci uno dei rendez-vous più frequentati del Salone del Mobile, la kermesse dove le fabbriche dello Stivale raccolgono commesse per tutto l’anno. Un evento di portata globale che la sera si trasferisce in città, dai Navigli a Lambrate, dal centro a via Tortona all’Isola.

Oggi, notizia di poche ore fa, nei padiglioni della Fiera si pensa invece di farci un lazzaretto, per curare i malati che non trovano più posto nei nosocomi. Tutto rimandato, forse, di qualche mese. Ma c’è da scommettere che la prossima edizione sarà molto diversa dal solito, tra mascherine protettive e saluti col gomito.

Fa uno strano effetto restare in casa, e pensare che il tempo è l’unica medicina che, per ora, funzioni. Il tempo che cura, il tempo che guarisce, il tempo che stiamo faticosamente riconquistando compressi nei pochi metri quadri delle abitazioni cittadine.

I medici lottano alla ricerca di una terapia che appare lontana. Nelle chat riservate, lontano da occhi indiscreti, si raccontano casi, procedure, tentativi di soluzione. Qualcuno avanza ipotesi, rispolvera i libri dell’università per provare a interpretare i sintomi e dar loro un senso. Altri sono preoccupati per i familiari, esposti al contagio come ci fossero loro, in corsia. Tanti hanno paura.

Nella calma irreale della metropoli deserta, sono le sirene delle ambulanze a ricordare che i numeri del contagio continuano ad aumentare. Oggi in Lombardia dicono 9.820. Probabilmente sono almeno cinque volte tanto (ma la stima è nostra), dal momento che il tampone viene fatto, ormai, solo al personale sanitario e a chi manifesta sintomi gravi. Chiunque può essere infetto, vale la pena di ricordarlo. E le cifre sono destinate a crescere, fino a che la quarantena imposta dal governo non manifesterà gli effetti sperati, fra un paio di settimane. Secondo un’analisi dell’Istituto Superiore di Sanità di qualche giorno fa, il 22% dei pazienti avrebbe tra i 19 e i 50 anni, il 37,4% tra i 51 e i 70, il 39,2% più di 70 anni. Rende l’idea.
Quando finirà? Secondo il virologo Fabrizio Pregliasco (Università di Milano) il picco arriverà fra 14 giorni, con il Sud Italia che potrebbe ottenere risultati migliori perché lì la diffusione è minore, e quindi ci sono meno difficoltà di contenimento.

Fortunatamente, l’impressione è che la mente si stia abituando, che stia gradualmente imparando a convivere con l’emergenza. La rassegnazione è un’arma potente. Non sopravvive la specie più forte, ma quella che sa adattarsi meglio. Nella clausura involontaria, tutto serve a tirar su il morale. Un fiore, un bacio, il disegno di un bambino. Un bicchiere di birra. Un film stupido.

Col calare della sera, esce dalle case il popolo dei runner. Violano la quarantena. Ma sono gli unici, se ti affacci alla finestra, a restituire un senso di pur precaria normalità. Che continuino a correre. E a ricordarci come torneremo ad essere.

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