brexit, esteri

UK, è il giorno di Boris: Brexit adesso è più vicina

Questo  pezzo è stato pubblicato su StartupItalia

Il trionfo di Boris Johnson dimostra che il rapporto con la verità non è una componente fondamentale per vincere elezioni. C’era una volta un mondo in cui le bugie si raccontavano tentando di nasconderle. Johnson, eccessivo in tutto, non ci ha mai provato, e ha dimostrato – ma ce n’è ancora bisogno? – che la stagione è cambiata. Da Trump a Salvini al platinato neopremier britannico, vince il personaggio più furbo, quello più capace di creare tensione, per poi scioglierla ad arte. “Al governo consevatore è stato dato un nuovo, potente mandato – ha detto  -: portare a termine la Brexit, e non solo questo, ma unire il paese e concentrarsi sulle prorità del nostro popolo”. Il premier di tutti.

Nel segreto dell’urna i britannici hanno scelto con la pancia. L’Europa era il sogno dei londinesi e delle élite, non delle campagne, e nemmeno dei metalmeccanici. Paradossale che a votare per staccarsi dal continente siano stati proprio i territori che, tramite i fondi comunitari, hanno potuto attutire l’impatto della modernizzazione. La crisi, in certe aree a nord del paese, dura dagli anni Ottanta. E si sa, a giocare alla lotteria spesso sono i disperati.

Brexit, vince Johnson: i perché del no all’Unione

E qui torniamo alla verità. Johnson diede una spallata decisiva al referendum del 2016 spedendo in giro per il Regno un esercito di camion. Sulla fiancata, giganteschi poster raccontavano come, lontana da Bruxelles, Londra avrebbe risparmiato 320 milioni di sterline a settimana. Denari che  sarebbero finiti nelle casse dell’NHS, il sistema sanitario nazionale britannico: un mastodonte da 5 milioni di dipendenti che garantisce sì cure pressoché gratuite, ma è altamente inefficiente al punto da diventare insostenibile per la collettività.

Il biondo ex sindaco di Londra ammise in seguito che non era vero; ma, come insegnano i cronisti più smaliziati, una smentita è una notizia data due volte. Chi vive in UK conosce la situazione degli ospedali: medici spagnoli che trattano pazienti di madrelingua francese con il supporto di infermiere bulgare. Non è una sit-com, ma la realtà di tanti pronti soccorso, in particolare nelle grandi  città. Tutti comprendono poco, nessuno capisce completamente quello che si dice.

Non c’è solo questo, ovviamente. Le norme comunitarie, che pur il Regno Unito ha sempre accettato a seconda della convenienza, imponevano  di garantire libertà di movimento a tutti gli europei, e diritto universale ai sussidi. Ma sono tanti i casi di persone (intere famiglie) giunte in Gran Bretagna grazie al passaporto continentale che, dopo poche settimane di lavoro, si sono fatte insegnare l’arte di accedere ai benefit da compari più furbi. Per una volta non sono gli italiani, i maestri di questo discutibile artificio: pare si trattasse soprattutto di cittadini dell’est. I nostri connazionali, raccontava a chi scrive una persona informata dei fatti, tornavano spesso in Italia con voli di linea.  Qualche volta in cabina. Qualche altra, dentro a un sacco imbarcato nella stiva. Dopo essersi suicidati. Riportati a casa alla chetichella e in orizzontale mentre gli ignari passeggeri chiacchieravano del più e del meno. Non ce l’avevano fatta. Perché Londra può essere spietata, e non perdona chi resta indietro. O non ha una carta di credito.

L’elenco potrebbe continuare, ma il ragionamento è il medesimo. Se qualcuno vi chiedesse di non pensare a un elefante per i prossimi cinque minuti, non riuscireste a immaginare altro. Quando al popolo mediamente poco preparato in storia del Regno Unito è stato fatto balenare il sogno di un paese libero, padrone di se stesso e in grado di rivivere, finalmente, i fasti dell’Impero, si è superata una soglia oltre la quale è impossibile tornare indietro. A poco sono valsi i fact-checking di quotidiani come il Guardian e lo stesso Times.

Aggiungiamo che Jeremy Corbyn, dimissionario leader dei laburisti usciti pesantemente sconfitti dall’election day del 12 dicembre, probabilmente è un sostenitore della Brexit. Ne ha il diritto, per carità. Ma non sono pochi i compagni di partito scettici sull’Unione: Bruxelles, per loro, rimane un covo di finanzieri interessati solo al capitale e alla concorrenza. Non è escluso che ci sia stato un travaso di voti, e che più di qualche elettore storico della sinistra abbia ceduto al fascino di Johnson pur di liberarsi dell’Unione, come si fa con il dongiovanni con cui si va solo per vendicarsi del marito fedifrago.

 

Infine, e non è cosa da poco, sono passati tre anni e mezzo di tira e molla dal gusto più italiano che britannico. Oltre quaranta mesi che hanno logorato chiunque, persino i giornalisti impegnati a seguire la vicenda. Di cavillo in cavillo, scrivere di Brexit ha significato addentrarsi sempre più in un groviglio di minuzie legali di cui si percepiva  l’inconsistenza: era chiaro che la soluzione del rebus non sarebbe arrivata in punta di diritto, nondimeno si era costretti a seguirne l’evoluzione. Il sistema costituzionale britannico pare abbia retto: resta da vedere, ora,  se sarà in grado di resistere all’impatto dei nazionalisti scozzesi – europeisti convinti – che minacciano un’altra Catalogna.

 

Oltre la Brexit: un’Unione più solida ?

Ora si apre una fase nuova, una fase in cui l’Unione Europea deve trovare un nuovo assetto senza la Gran Bretagna. Il popolo ha votato di nuovo, e la sentenza è chiara. Johnson ha promesso di uscire entro il 31 gennaio: e, a questo punto, diventa possibile.

Ma c’è un risvolto positivo. Brexit è servita a parlare di Europa molto più di quanto fosse mai accaduto in passato: i giovani del continente oggi sanno che il rischio di perdere l’Unione c’è, e vogliono godersi la libertà di viaggiare senza confini e lavorare altrove. Ma anche Bruxelles sta imparando a presentarsi con un volto più umano, dopo la crisi del 2008 che l’ha vista recitare un ruolo da cerbero spietato.

Le elezioni di maggio hanno rappresentato, per la prima volta, un momento di vero dibattito su temi sovranazionali, e normative come quella antitrust e il GDPR hanno messo in luce l’enorme potere che si cela dietro ai trattati. Un potere che sta disegnando progressivamente un’Unione come soggetto politico distinto sia dal capitalismo d’assalto a stelle e strisce che, ça va sans dire, dal dirigismo cinese. Maggiore integrazione o un brusco stop: queste le alternative che si parano davanti agli Europei. Grazie a Brexit, siamo tutti di fronte alla scelta ogni volta che votiamo.

Standard
brexit, londra, politica

May dalla Regina, probabile accordo con il DUP

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Londra,Italia il 9 giugno 2017.

“L’alternativa a Theresa May è intollerabile”. Con queste parole, il Partito Democratico Unionista (DUP), formazione nordirlandese, apre la porta alla possibilità di sostenere un esecutivo guidato dall’attuale primo ministro. Sospiro di sollievo per l’inquilina di Downing Street, che rischia di abbandonare la carica dopo aver consumato il mandato più breve dagli anni Venti. Roba comune alle nostre latitudini, ma che Oltremanica fa un certo effetto.

Ma non si tratta di una situazione facile. Con la maggioranza assoluta dei seggi, necessaria per governare, fissa a quota 326 seggi, i 318 collegi vinti dai Tories non bastano. L’alleanza con il DUP garantirebbe altri dieci seggi: appena due sopra la quota di stallo. Significa che qualsiasi provvedimento sarebbe esposto al fuoco amico dei franchi tiratori, che non mancano soprattutto sui temi legati alla Brexit, e le questioni sociali. Il rischio è la paralisi decisionale. Il contrario di quello per cui il modello parlamentare inglese, il “modello Westminster”, è progettato.

Del resto, il costo politico di un accordo con il DUP potrebbe essere molto alto. Il partito rappresenterebbe un veto player in grado di condizionare qualsiasi decisione, con appena dieci deputati eletti, per di più localizzati in Irlanda del Nord.  May rischia di trasformarsi in un manichino.

La premier si è recata a Buckingham Palace attorno a mezzogiorno per incontrare la Regina e confermarle la possibilità di restare in carica.

La leader ha deciso di provare a restare in sella nonostante la scelta di convocare elezioni politiche per “rafforzare il mandato sulla Brexit” e fornire al Paese “un governo forte e stabile”si sia rivelata fallimentare. La maggioranza assoluta dei seggi ottenuta da David Cameron nel 2015, che secondo i calcoli dei conservatori avrebbe dovuto aumentare, è evaporata sotto il sole di giugno. Sei ministri non sono stati rieletti e un altro ha mantenuto il proprio collegio con un distacco di appena 300 voti.

Non è stato il tema della Brexit  a smuovere il consenso, quanto, piuttosto, le questioni di politica interna come l’aumento delle tasse scolastiche e la cosiddetta “dementia tax”, che ha allarmato molti cittadini anziani.

La politica internazionale, considerata un tema prioritario dallo staff conservatore, si è rivelata meno interessante del previsto per gli elettori, preoccupati di tirare avanti. A conti fatti, la Brexit era stata votata proprio da chi temeva la concorrenza dei lavoratori stranieri e ulteriori ristrettezze.

Jeremy Corbyn esulta. Un passato (e forse anche un presente) socialista, il leader laburista ha saputo recuperare combattendo la propria battaglia punto su punto e spostando l’asse del partito a sinistra. Se il tentativo di May di formare un governo dovesse fallire, toccherebbe a lui provare a imbastire un esecutivo di minoranza capace di incassare il voto dei Lib Dem e dello Scottish National Party di Nicola Sturgeon su singole questioni. Non certo un governo di prospettiva, ma un modo per superare un impasse che ricorda molto da vicino quello che si è verificato in Italia nel 2013.

Dal canto loro, i Lib Dem hanno già detto di non voler fare alleanze.

In UK manca una Costituzione scritta che preveda norme su come uscire dall’impasse. Ci si affida a consuetudini consolidate e al buonsenso. Non è esclusa la possibilità di nuove elezioni, ma non a breve termine.  Per gestire il momentum, si parlerebbe a questo punto di un esecutivo di scopo per gestire l’ordinaria amminisitrazione, che nel Regno Unito, ora, significa l’apertura delle trattative per la Brexit, fissata per  il 19 giugno. L’Unione Europea potrebbe, se richiesto, concedere una proroga.

Ciò che appare certo è che la May non mollerà facilmente. E che sembra sempre più innamorata di se stessa e del proprio sogno di essere ricordata come statista. Hubrys.

Antonio Piemontese
@apiemontese

Standard