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Marchesi apre a Londra: il panettone milanese firmato Prada sbarca a Mayfair

Questo articolo è stato pubblicato in origine su Londra, Italia.

Si tratta senza dubbio di uno dei marchi del lusso gastronomico milanese, che si muove, restando nel lusso, in uno dei quartieri più chic di Londra. Parliamo della pasticceria Marchesi, che nei prossimi mesi, secondo i rumours, alzerà le serrande a Mayfair.

Confetti, praline e ogni tipo di golosità per far impazzire gli inglesi, naturalmente quelli che se lo possono permettere. Lo store comprenderà anche una caffetteria dove trascorrere qualche piacevole momento di relax.

La storica insegna, partita da corso Magenta, ha aperto locali in via Montenapoleone e in Galleria Vittorio Emanuele dopo l’ingresso della maison nella proprietà. Ora, per la prima volta, punta all’estero. Prada è entrata nel 2014, rilevando una quota di controllo dell’80%. Non era il primo tentativo di approcciare il mercato alimentare: qualche tempo prima il brand, aveva tentato, senza successo, di rilevare Cova, altro marchio nobile della pasticceria milanese. Ma l’insegna finì a Lvmh, Luis Vuitton, per intenderci. Una guerra a colpi di zucchero.

Come ricostruisce il Gambero Rosso, la stilista milanese aveva sondato il terreno della capitale britannica una prima volta in contemporanea con la mostra-evento Pradasphere: in quell’occasione le specialità del laboratorio milanese arrivarono sulle terrazze di Harrod’s, e con gran successo: un esperimento talmente positivo da convincere la griffe  guidata da Miuccia e dal marito  Patrizio Bertelli a tentare l’apertura di un negozio.

Prada e Marchesi, Marchesi e Prada: entrambi marchi nati nel capoluogo lombardo, entrambi con una storia di lungo corso: la prima che data 1913, la seconda, addirittura,  1824.

L’apertura, rivelano le fonti, è prevista per primavera, probabilmente attorno al mese di aprile. In largo anticipo rispetto al periodo tipico del dolce lombardo più famoso: sua maestà  il panettone. C’è tutto il tempo per insegnarne ai Britons la storia. L’indirizzo, secondo le indescrizioni, sarà il numero 117 di Mount Street.

@apiemontese

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“L’austerità sta finendo”: la promessa di Hammond alla presentazione del nuovo budget

Questo articolo è stato pubblicato sul magazine Londra, Italia.

Austerity is coming to an end”, l’austerità sta finendo: così sintetizza il budget 2018 il Cancelliere dello Scacchiere Philip Hammond, l’equivalente del nostro ministro delle Finanze. Secondo il documento presentato in Parlamento la Brexit avrà poco o nessun impatto sulla crescita che, seppur fiacca, si stabilizzerà  attorno all’1,5% fino al 2023. Anzi, le previsioni sono al rialzo di quache decimale rispetto a marzo. Niente cifre da capogiro, ma nemmeno numeri negativi. Ottimismo di facciata?

Non la pensa così Hammond, che ha spiegato come il “duro lavoro del popolo britannico abbia pagato”, aprendo i rubinetti e stanziando per i prossimi cinque anni 20 miliardi di sterline in piú per l’NHS, il sistema sanitario pubblico che paga una cronica mancanza di fondi, e una drastica perdita di qualità nelle prestazioni.

Tra le varie misure, 400 milioni di sterline per le scuole (destinati alle “spese extra” – ma il sistema scolastico è bisognoso di fondi strutturali) e una digital tax del 2% sui profitti realizzati dai giganti del web dai clienti UK.  Insomma, Amazon e Google pagheranno le scuole, e se nessuno si indignerà a vederli versare più imposte, non manca chi chiedeva più coraggio.

L’housing beneficerà di 500 milioni di sterline in piú, che sbloccheranno 650.000 abitazioni, mentre un fondo da 675 milioni sarà destinato al sostegno delle high streets, penalizzate dalla crescita del commercio online. Con la postilla che il cambiamento dei modelli di consumo (leggasi, il declino)  è “irreversibile” e si tratta di adattarvisi, senza pretendere di invertire la rotta.

Le forze armate riceveranno un miliardo di sterline da destinare alla prevenzione dei crimini informatici, nuova frontiera della guerra fredda, mentre 500 milioni saranno accantonati per l’eventualità di una no-deal Brexit. E non mancano interventi per riparare le buche nelle strade (420 milioni) e piantare piú alberi (60 milioni).

Previsto, infine, un aumento del 4,9% del minimun wage, che passerà da 7.83 a 8.21 sterline: una buona notizia per i tanti lavoratori italiani della ristorazione, e non solo. Su uno stipendio da 1000 sterline, garantirebbe 50 pound in più al mese.

Scettiche le opposizioni. Il leader del Labour Jerey Corbyn ha commentato che “qualunque cosa dica oggi Hammond, l’austerità non è finita”. Non ha tutti i torti. La messa in pratica della manovra dipenderà in buona parte dal fatto che la Gran Bretagna strappi un accordo finale soddisfacente, o almeno non penalizzante, con l’Europa su Brexit. In caso contrario,  il documento dovrà subire una pesante revisione.

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Londra città-stato? Improbabili suggestioni

Londra città-stato? Improbabili suggestioni che dimostrano, una volta di più, quanto in riva al Tamigi si sa da sempre: la Brexit è stata un errore, e il paese sconta l’ambizione politica di David Cameron. Quella che gli fece promettere un referendum su una questione strategica per l’interesse nazionale. Convinto di vincere, perse.

Per entrare in Europa il Regno Unito impiegò 20 anni. Per uscirne, una notte: e ora che i termini previsti per separarsi dal Continente (entro marzo 2019) stanno stringendo, è arrivato il momento di prendere decisioni difficili, come evidenzia bene in chiusura il collega del Corriere. Qui il link al pezzo del quotidiano milanese.

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Dal Prosecco al Times: il vizio del buon giornalismo

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su Londra,Italia. 

Più dei diplomatici potè il prosecco. Che le interminabili discussioni sulla Brexit nelle stanze del potere siano in stallo lo sanno tutti, ma nessuno lo dice. In questo mare magnum di informazioni spesso inutili e dichiarazioni di facciata entra in gioco il buon giornalismo, quello che interpreta e non si limita a riportare i fatti. E qualche volta trova la chiave giusta. La guerra, ormai, è anche commerciale.

La lettura che Londra, Italia ha dato di una vicenda a dir poco singolare come quella del Prosecco nostrano (che secondo un Carneade dell’odontoiatria inglese rovinerebbe i denti) ha fatto scuola: molti nell’ambiente pensano si tratti di una campagna denigratoria, strumentale e giocata ai limiti – per non dire al di fuori – del regolamento, simile a quella contro l’olio di palma.

L’editoriale del nostro direttore a difesa di un prodotto che ha saputo conquistare il cuore tiepido degli inglesi è stato il classico sassolino scagliato dalla fionda di Davide contro Golia.  E invece, di blog in blog, di testata in testata, il passaparola ha coinvolto i più alti vertici istituzionali.

La prima pagina del Times di venerdì 1 settembre con l’articolo che cita Londra, Italia

Il nostro giornale è letto, ” fa opinione a Londra“, e viene spesso ripreso in patria. Però se a seguirci è addirittura il Times con un bel pezzo in taglio basso, lo prendiamo come motivo di soddisfazione (qui il link alla versione online).

Londra, Italia ha quasi tre anni. Un bambino a quell’età comincia ad articolare frasi. Dai primi vagiti, alle parole, giorno dopo giorno tenta di costruire il linguaggio e la propria identità attraverso l’interazione con il mondo. Un giornale funziona allo stesso modo.

Chi comincia un’avventura editoriale ha un’idea, ma deve confrontarsi con la realtà, con le risorse, con i vincoli di bilancio. Nel nostro caso, anche con la tendenza a rinchiudersi di chi vive all’estero. Noi non l’abbiamo fatto. Londra, Italia è fatto da persone che vogliono innanzitutto fornire un servizio: quello di interpretare la realtà che gli expat vivono, quotidianamente.

E’ nato da loro e per loro, e chi ci scrive sa bene che il nostro Paese è criticato, odiato talvolta, ma sempre rimpianto. Non ha commesso l’errore di costruire una torre d’avorio. Al contrario, è probabilmente l’unica realtà ad aver creato e sempre mantenuto un legame forte con la Penisola. Molti di noi viaggiano ogni mese tra Stansted e Bergamo, tra Heatrow e Fiumicino, vivono in UK ma ragionano come se avessero due patrie: Londra, Italia ne tiene conto.

Un giornale, due paesi. L’Europa si sta formando nella quotidianità prima che nei palazzi. Per molti esiste sul serio, e da tempo. Sono quelli che viaggiano, emigrati per  lavoro e non per piacere, quelli che non hanno paura di ammettere che tornerebbero, un giorno, se ve ne fossero le condizioni. E’ a loro che ci rivolgiamo. E sono molti. Sarà per questo che, a noi, la Brexit non piace. E se anche il Times è dalla nostra, allora, dopo tre anni, è il caso di brindare. Con una bottiglia di Valdobbiadene, ovvio.

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May dalla Regina, probabile accordo con il DUP

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Londra,Italia il 9 giugno 2017.

“L’alternativa a Theresa May è intollerabile”. Con queste parole, il Partito Democratico Unionista (DUP), formazione nordirlandese, apre la porta alla possibilità di sostenere un esecutivo guidato dall’attuale primo ministro. Sospiro di sollievo per l’inquilina di Downing Street, che rischia di abbandonare la carica dopo aver consumato il mandato più breve dagli anni Venti. Roba comune alle nostre latitudini, ma che Oltremanica fa un certo effetto.

Ma non si tratta di una situazione facile. Con la maggioranza assoluta dei seggi, necessaria per governare, fissa a quota 326 seggi, i 318 collegi vinti dai Tories non bastano. L’alleanza con il DUP garantirebbe altri dieci seggi: appena due sopra la quota di stallo. Significa che qualsiasi provvedimento sarebbe esposto al fuoco amico dei franchi tiratori, che non mancano soprattutto sui temi legati alla Brexit, e le questioni sociali. Il rischio è la paralisi decisionale. Il contrario di quello per cui il modello parlamentare inglese, il “modello Westminster”, è progettato.

Del resto, il costo politico di un accordo con il DUP potrebbe essere molto alto. Il partito rappresenterebbe un veto player in grado di condizionare qualsiasi decisione, con appena dieci deputati eletti, per di più localizzati in Irlanda del Nord.  May rischia di trasformarsi in un manichino.

La premier si è recata a Buckingham Palace attorno a mezzogiorno per incontrare la Regina e confermarle la possibilità di restare in carica.

La leader ha deciso di provare a restare in sella nonostante la scelta di convocare elezioni politiche per “rafforzare il mandato sulla Brexit” e fornire al Paese “un governo forte e stabile”si sia rivelata fallimentare. La maggioranza assoluta dei seggi ottenuta da David Cameron nel 2015, che secondo i calcoli dei conservatori avrebbe dovuto aumentare, è evaporata sotto il sole di giugno. Sei ministri non sono stati rieletti e un altro ha mantenuto il proprio collegio con un distacco di appena 300 voti.

Non è stato il tema della Brexit  a smuovere il consenso, quanto, piuttosto, le questioni di politica interna come l’aumento delle tasse scolastiche e la cosiddetta “dementia tax”, che ha allarmato molti cittadini anziani.

La politica internazionale, considerata un tema prioritario dallo staff conservatore, si è rivelata meno interessante del previsto per gli elettori, preoccupati di tirare avanti. A conti fatti, la Brexit era stata votata proprio da chi temeva la concorrenza dei lavoratori stranieri e ulteriori ristrettezze.

Jeremy Corbyn esulta. Un passato (e forse anche un presente) socialista, il leader laburista ha saputo recuperare combattendo la propria battaglia punto su punto e spostando l’asse del partito a sinistra. Se il tentativo di May di formare un governo dovesse fallire, toccherebbe a lui provare a imbastire un esecutivo di minoranza capace di incassare il voto dei Lib Dem e dello Scottish National Party di Nicola Sturgeon su singole questioni. Non certo un governo di prospettiva, ma un modo per superare un impasse che ricorda molto da vicino quello che si è verificato in Italia nel 2013.

Dal canto loro, i Lib Dem hanno già detto di non voler fare alleanze.

In UK manca una Costituzione scritta che preveda norme su come uscire dall’impasse. Ci si affida a consuetudini consolidate e al buonsenso. Non è esclusa la possibilità di nuove elezioni, ma non a breve termine.  Per gestire il momentum, si parlerebbe a questo punto di un esecutivo di scopo per gestire l’ordinaria amminisitrazione, che nel Regno Unito, ora, significa l’apertura delle trattative per la Brexit, fissata per  il 19 giugno. L’Unione Europea potrebbe, se richiesto, concedere una proroga.

Ciò che appare certo è che la May non mollerà facilmente. E che sembra sempre più innamorata di se stessa e del proprio sogno di essere ricordata come statista. Hubrys.

Antonio Piemontese
@apiemontese

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Morire di disperazione a Londra

“Testa in giù, contorni a rovescio/ disperazione in heavy rotation/Londra dov’è/Forse non c’è” cantavano i Negrita nel 2005, smontando in anticipo il sogno di quanti sarebbero andati nel Regno Unito a cercare gloria negli anni a venire. Il pezzo si chiamava “Greta” e raccontava la storia di una ragazza che non ce l’aveva fatta.

Londra, per molti, è un punto d’arrivo, ma sarebbe meglio considerarla un punto di partenza. Bastano pochi giorni qui per capire  quanto la capitale inglese sappia essere spietata. Di fianco alla ricchezza e al lusso sfrenato degli arabi, dei russi e dei finanzieri convive la miseria dei disperati impiegati nelle decine di migliaia di ristoranti, caffè, pizzerie, lavanderie, musei, parrucchieri, supermercati della capitale.

Con un salario di 6.50 sterline all’ora si lavora, se va bene, 50 ore a settimana, spesso lontano dall’abitazione,  e solo per sopravvivere. 450 vanno per l’affitto, poi c’è l’abbonamento ai mezzi, le bollette, i vestiti, il cellulare per comunicare. Il freddo dell’inverno, il riscaldamento, la corrente.

Non conosco la storia di Benedetta, una ragazza ligure di 19 anni venuta qui per imparare l’inglese. Nulla so delle sue motivazioni, delle sue condizioni di salute.  Quello che so lo apprendo da una notizia del Corriere:   “Non riusciamo a seguire tutti i decessi” ha risposto il consolato al padre. Perché Benedetta, qui, a Londra, ci è morta. Un’altra storia tragica.

Chissà cosa pensava. Forse, come tanti, voleva cambiare vita, forse, come tanti, si è lasciata massacrare giorno dopo giorno da turni infernali di da 12 ore, col terrore di essere licenziati o di ammalarsi, perché non c’è tempo per andare dal medico. Ammesso che un dottore si riesca a vederlo. C’è chi offre visite nello stesso giorno con un medico di base per 75 sterline. Il claim recita: “Non hai tempo di ammalarti? Ecco il servizio per te”.  Capirai.

Addio chiamate svogliate a casa, ogni contatto è prezioso, ogni abbraccio virtuale dei parenti o di un amico è una boccata di ossigeno. Addio choosyness: qui ci si adatta, e si lotta per sopravvivere nella guerra di tutti contri tutti. Non c’è posto per la pietà, tra i sedili della Tube.

No, Londra non è cambiata.

Due anni e ora l’ho vista, finalmente, da turista, dopo averci lavorato come tanti in passato.

Ero uno di quelli che cercavano di sbarcare il lunario con due o tre lavori, tanta fatica ma buoni solo per sopravvivere.

Dei suicidi, per convenzione, sui media non si parla. Poco prima di andarmene, era il 2015,  una fonte ben informata mi raccontò quello che non si dice mai. L’ambasciata italiana – o il consolato, non ricordo, ma fa lo stesso –  ha stipulato un accordo con una compagnia aerea (probabilmente – ma usiamo i condizionali del caso – quella di bandiera),  per rimpatriare le salme dei connazionali che muoiono in questa maledetta città. Le bare vengono imbarcate con discrezione sui voli di linea. Non lo sapete, ma viaggiate con un morto nella stiva. I casi di suicidio, del resto, si contano a decine l’anno.  Difficile organizzare trasferimenti privati. Gente disperata, ragazzi, adulti, uomini e donne fatti che,  invece, semplicemente, non ce l’hanno fatta, e non mollano per paura di tornare a mani vuote da quello che doveva essere il paradiso. Perché, è vero, alcuni ce la fanno. Ma chi?

Ci sarebbe molto da dire al riguardo, soprattutto pensando a quanto affermiamo sugli immigrati che sbarcano a Lampedusa. Qui, nella civile Inghilterra, siamo nella stessa situazione, forse messi peggio. Ce la fa chi ha un lavoro prima di sbarcare a Stansted, chi guadagna migliaia di sterline, e ne spende altrettante per mantenere un tenore di vita accettabile, chi non passa quattro ore al giorno sui mezzi di una città in cui puoi guidare per cinque ore da nord a sud senza vederne la fine, campagne e grattacieli che scorrono dai finestrini. Gli altri cercano di non morire, e di andarsene.

Scrivo dalla City, da Southwark. Di fronte a me ho St Paul, Westminster, il London Eye, i traghetti che portano in giro i visitatori. Sono seduto e guardo questo Tamigi di un marrone torbido, discarica di tutte le lacrime e i veleni di chi è venuto in cerca di speranza.

Questa volta ho alloggiato a Canary Wharf, la nuova zona finanziaria, in uno splendido hotel. E’ passato molto tempo. Ma ogni volta che apro il rubinetto, ricordo i tempi in cui rientravo in casa a notte fonda e non avevo luce e acqua calda per lavarmi, per il semplice fatto che nessuno, nell’appartamento,  aveva soldi per pagare le bollette. Quando finiva il credito del contatore, beh, era finito.

Ogni volta che tiro fuori una carta di credito per pagare un caffè penso a quando  mi riempivo di Digestive (sono biscotti) alla mattina per tirare fino a notte fonda, quando mi sarei fiondato in un supermercato aperto 24 ore che mi avrebbe dato la mia dose quotidiana di junk food a buon mercato. Not healthy, at all.

Oggi sono uno dei tanti turisti che sorseggiano una birra in un pub. Ma non è sempre stato così. Chi non lo ha passato non sa quanto si possa invidiare, e persino odiare, chi ha quattro soldi da spendere per un panino, e un po’ di tempo per godersi uno delle centinaia di musei, gallerie, teatri della città. Io, assieme a milioni di altre persone, ai tempi non l’ho mai fatto. Se devi sopravvivere, il giorno di riposo lo passi a casa. A letto, con le ossa rotte.

No, Londra non è cambiata.  Una città che funziona grazie all’autista di bus pakistano, a quello di Uber che è albanese, alla security di Marks and Spencer che è serba, all’idraulico polacco, alla nanny turca, e, of course, al barista italiano che prepara 1.500 caffè al giorno, sapendo che c’è la fila per prendere il suo posto.

Manca il tempo. Quello per vivere, per cercare un altro lavoro, per studiare e prendere un diploma inglese, che  garantisce salari più alti. Mancano gli amici, che sono pochi, e tutti immigrati come te.

E si, conosco bene la sensazione di chi non vuole tornare a casa a mani vuote, e magari qui ci crepa. O magari, di tornare non può permetterselo. Provate a prenotare un volo. Se non lo fai con mesi di anticipo costa centinaia di sterline. Sei, letteralmente, bloccato qui. L’ambasciata fa quel che può , il Progetto primo approdo, le conferenze per spiegare come si cerca lavoro, come rifarsi il cv. Ma la verità è che dovrebbero raccontare, con il consenso dei familiari, le storie di quelli che sono venuti a Londra e ci sono crepati come cani, magari gettandosi nelle acque  rancide di questo fiume malato, tra liquami intrisi di cocaina e la disperazione putrefatta dei cadaveri degli invisibili che nessuno cercherà mai.

Questa è Londra, signori. Andate e raccontatelo.

@apiemontese

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Brexit, May annuncia elezioni a luglio

Theresa May annuncia nuove elezioni a luglio in Uk, “per avere un mandato più ampio sulla Brexit”. E se, questa volta, vincesse il Remain? Il popolo dà, il popolo toglie, volontà popolare rispettata e niente uscita dalla Ue, con un Parlamento in grado di assumersi la responsabilità di ratificare questa inversione di rotta . In pratica, sarebbe l’unico modo per uscirne puliti, rimediare all’errore di Cameron e restare nel mercato comune. Se i britannici ieri, poco informati e blanditi dai populisti, hanno scelto in maniera inconsapevole, questa volta lo faranno a ragion veduta, dopo un anno di dibattito sui media, senza la pressione della campagna elettorale e dopo aver intravisto le conseguenze. Senza contare che il Leave vinse di pochissimo, e se quel giorno su Londra e, dintorni non si fosse abbattuto uno dei peggiori nubifragi degli ultimi anni, probabilmente lo scarto sarebbe stato ancora minore, poche decine di migliaia di voti. Pochi, per una decisione che cambia la storia. Resta da vedere che posizione assumeranno i partiti, dato che gli schieramenti erano trasversali già nel 2016. Stiamo a vedere. A me sembra una buona notizia.

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May, una Brexit incerta per superare la Thatcher

Theresa May ha affermato che “Nessun accordo sulla Brexit è meglio che un cattivo accordo”. In realtà, come spiega molto bene Bloomberg, le cose non stanno così.
La sicumera del primo ministro inglese ha il sapore del bluff: un modo per presentarsi al tavolo delle trattative da una posizione forte, che incuta timore agli avversari, ma con la consapevolezza di avere in mano carte mediocri. A volte, si vince anche così. Dipende da chi sta dall’altra parte.

Prima di ricevere il mandato di traghettare il Regno Unito fuori dalla Unione Europea, May faceva campagna per il Remain: dopo l’incarico a Downing Street, la musica è cambiata. Qualcuno si chiede perché.

Per capire la strategia della Signora, bisogna, innanzitutto, comprendere il personaggio.
Chi la conosce bene, ricorda quando la giovane conservatrice Theresa seppe dell’incarico a Margareth Thatcher. Ci rimase male: avrebbe voluto essere lei la prima donna a varcare la soglia di Downing Street. Da premier.

Lo smacco la scoraggia solo temporaneamente. La carriera politica di May prende le mosse e la condurrà fino al ministero degli Interni. Ma la Thatcher resta un’ossessione. Del resto, le somiglianze con la Lady di ferro non finiscono qui: entrambe, ad esempio, non vengono da famiglie ricche, ed entrambe hanno a fianco un marito che è un pallido comprimario.

La svolta della vita avviene il 24 giugno scorso, quando, all’indomani del voto, l’allora premier David Cameron è costretto alle dimissioni. Per la successione, si fa il nome di Boris Johnson, ex sindaco di Londra e paladino anti UE. Ma qualcuno ritiene che il ciuffo biondo e le maniere a dir poco tranchant di Johnson mal si adattino a un negoziato che si annuncia lungo e complesso. Un negoziato, ai piani alti si sa, gravido di conseguenze per il futuro. Serve qualcuno non eccessivamente compromesso, in grado di discutere tutti i punti dell’accordo senza concedersi atteggiamenti sopra le righe che poco piacerebbero agli impacciati burocrati di Bruxelles. In altre parole, un servitore dello Stato, più che di se stesso, lontano dal personal branding e vicino, invece, agli interessi del Regno. I conservatori, che sulla Brexit erano divisi, pensavano di averlo trovato in Theresa May.

Chiamata a sbrogliare il pasticcio del referendum, la nostra ha finalmente l’occasione di passare alla storia, e legare il nome al momento perfetto della rinnovata democrazia britannica. Theresa sa che gli anni passano, e la carriera potrebbe presto giungere al capolinea: non ha intenzione di lasciarsela sfuggire. Ecco perché accetta di buon grado la missione, nonostante configuri un cambio di schieramento: da tiepida attivista pro-Remain ad alfiere del Leave. Con pragmatismo British, da quel momento in avanti, impersonerà il volto e la figura della Brexit.

Per prima cosa riorganizza le truppe allo sbando dopo il referendum. L’esito della consultazione è stato, infatti, talmente inaspettato che non esisteva un vero piano per il dopo.

Poi, comincia a girare l’Europa, alternando bastone e carota. Da una parte il Regno Unito vuole avere una “relazione speciale e privilegiata” con il continente, magari restando nel mercato unico. Dall’altra, il mantra è ”Brexit means Brexit”. Non manca qualche stilettata, per togliere l’impressione che in riva al Tamigi serpeggi una certa paura: ad esempio, la minaccia di trasformare Londra in paradiso fiscale per arrestare la temuta emorragia di compagnie finanziarie.

Si tratta di una tattica negoziale basilare, consolidare le proprie posizioni per  presentarsi al tavolo mostrando fermezza. In realtà, a Downing Street sperano che l’Europa si suicidi con i voti cui, nei prossimi mesi, alcuni stati chiave saranno chiamati. In gergo calcistico si direbbe che a Downing Street stanno “gufando”, sperando che le forze nazionaliste fiacchino dall’interno l’Unione e magari ne allentino i vincoli. A quel punto, perché no, si potrebbe anche restare dentro.

Con l’Olanda è andata male: il populismo non ha sfondato. La prossima tappa è la Francia, e fra qualche mese sarà la volta della Germania. Se l’UE supererà queste prove, e troverà una propria compattezza, il bluff verrà scoperto. Personalmente, a quel punto, non sono convinto che la Gran Bretagna non ci ripensi.

@apiemontese

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EMA: Milano in corsa per l’Agenzia Europea del Farmaco

Ancora Brexit, questa volta in chiave italiana. Milano potrebbe avvantaggiarsi dell’uscita dall’Unione Europea della Gran Bretagna. Tra le agenzie che nel capoluogo lombardo potrebbero trovare collocazione ideale ci sono l’EBA (European Banking Agency, che regola il settore bancario) e l’EMA (European Medicines Agency, che si occupa dei farmaci). Due giganti. Ecco perché l’Italia questa volta può farcela. L’articolo  qui sotto  è stato pubblicato su TiSOStengo e si trova in originale a questo link. 

L’EMA, l’Agenzia Europea del Farmaco, presto potrebbe spostarsi da Londra. Per trovare casa in Italia? Si tratta, per il momento, solo di una proposta presentata dal presidente di Farmindustria Massimo Scaccabarozzi. Qualche riflessione, però, è d’obbligo, visto il voto anti-Europa del Regno Unito che rende difficile immaginare una permanenza dell’authority nella capitale inglese.

“A nostro favore giocano importanti fattori – spiega Scaccabarozzi in una nota – L’industria farmaceuticamade in Italy è ormai una realtà 4.0 di primo piano in Europa. Seconda per produzione a un’incollatura dalla Germania, ma prima per valore pro-capite. Con un export da record che supera il 70% della produzione, un’occupazione qualificata in ripresa (+6.000 addetti nel 2015) e investimenti in crescita (+15% negli ultimi due anni). E a un passo dal diventare un hub europeo per la ricerca, anche clinica, con investimenti di 1,4 miliardi (700 milioni solo in studi clinici)”. Le stime della Camera di Commercio di Milano basate su dati Istat confermano: l’export farmaceutico del capoluogo è in crescita del 21,4% (comparazione tra il primo trimestre 2015 e il primo trimestre 2016): numeri che rendono credibile l’ipotesi di un trasferimento all’ombra della Madonnina.

Ma non è tutto. “L’Italia può contare – continua Scaccabarozzi –  su un’Agenzia del farmaco (Aifa) riconosciuta a livello internazionale come modello di best practice per l’innovatività delle modalità di accesso ai farmaci. Un modello a cui guardano molti Paesi e che andrebbe reso ancora più efficiente”.

SOSTEGNO TRASVERSALE – Chi nella Brexit vede innanzitutto un’opportunità ha raccolto la sfida. La proposta ha riscosso plauso trasversale dal Pd fino alla Lega, segno che l’entusiasmo di occupare lo slot prevedibilmente lasciato vuoto da Londra non conosce colore. Parere favorevole ha espresso il responsabile salute del PD Federico Gelli, parere favorevole ha espresso anche il governatore della Lombardia, il lumbard  Roberto Maroni.

Quest’ultimo ha corroborato la candidatura annunciando l’intenzione di costituire un fondo da 50 milioni di euro per spingere i ricercatori italiani scappati all’estero a rimpatriare. Non è chiaro come il politico intenda conciliare le posizioni anti-europee  delle camicie verdi con l’ambiziosissima candidatura per il capoluogo; ma l’idea sembra buona.

IL LUOGO IDEALE – Milano, del resto, parte bene. La città è pronta a mettere sul piatto l’area Expo, ora ribattezzata Human Technopole: un complesso da un milione di metri quadri su cui insiste un piano del Governo con prospettive ad ampio raggio, e su cui si insedieranno colossi come l’IBM (con il progetto Watson Health) e Nokia. Si tratta, con tutta probabilità, dell’area più ricca di infrastrutture d’Europa, proprio perchè pensata in vista dell’Esposizione Universale del 2015: aeroporti e autostrade vicini, strutture alberghiere e ricettive di qualità nei paraggi e Fiera Milano a far da corollario. Senza contare la stazione ferroviaria e la metropolitana in loco. Insomma: il luogo ideale per il viavai che caratterizza le organizzazioni internazionali.

Qualcuno (in primis Renzi, che ne ha parlato a Bruxelles, e il neosindaco Giuseppe Sala ) si è spinto oltre, fino a immaginare una sorta di zona franca per attirare le imprese: un’area a regime fiscale speciale come ne esistono altre in Italia (Livigno, ad esempio) e nel mondo (la Polonia ne conta ben 14, ma ce ne sono anche in Francia, Germania, Danimarca, Cina, tra gli altri paesi). Idea eccellente: per realizzarla occorre, però, il nulla osta dell’Unione Europea, che non dovrebbe ravvisare nel progetto gli estremi dell’ “aiuto di Stato”, vietato dalle norme comunitarie.

CANDIDATURE – Milano è in lizza anche per un’altra agenzia di peso: si tratta dell’ EBA (European Banking Autorithy), organismo che dal 2011 fissa le regole del sistema bancario nel Vecchio Continente. A favore del capoluogo lombardo gioca un fattore politico non da poco: Francoforte è già sede della BCE e dell’EIOSPA (l’Autorità europea sulle assicurazioni), Parigi dell’ESMA (una sorta di Consob europea) e Madrid dello IOSCO (che raccoglie le autorità di vigilanza sui mercati finanziari): all’Italia manca un’assegnazione di peso.

Nel caso la politica possa scegliere, non c’è dubbio che cercherebbe di portare in Lombardia il cuore della finanza continentale: troppe implicazioni economiche e di prestigio. Ma in realtà, più che sul tavolo delle Borse, l’Italia ha buone carte da spendere nel settore farmaceutico. E non è escluso che Roma si decida a giocare la partita più “facile”, per portarla a casa senza problemi.

La decisione sulla strategia da seguire spetterà a Palazzo Chigi, che dovrà intessere il lavoro diplomatico su cui costruire la candidatura.  Il fatto che a capo dell’EMA ci sia l’italiano Guido Rasi potrebbe senza dubbio aiutare, così come il fatto che il sindaco meneghino sia un manager dotato di ampia visione internazionale e ottime entrature nei palazzi europei comeSala. Sempre che la Gran Bretagna non decida di restare nella UE, magari usando il referendum come grimaldello per spuntare condizioni insperate.

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Brexit, che succede adesso?

Brexit, siamo day after. Dopo la sbornia elettorale, nella capitale inglese si pensa a come gestire un risultato che molti, forse neppure chi lo ha caldeggiato, si aspettava. Boris Johnson, l’ex sindaco di Londra capofila del fronte Leave, e’ apparso teso in conferenza stampa. Cameron ha dato le dimissioni, mentre l’Unione Europea precisa che il divorzio non sara’ consensuale e spinge a fare presto. Bruxelles teme l’effetto domino, e deve tutelarsi.

Intanto, Scozia e Irlanda – che hanno votato per il Remain – minacciano di lasciare il Regno Unito: gli scozzesi, in particolare, riproporrebbero il referendum per l’indipendenza che nel 2014 non ebbe esiti, per tentare di restare nella UE.

Ma c’è un altro spettro che si aggira per Londra. Il timore, fondato, di una crisi immobiliare, che potrebbe avere conseguenza devastanti sull’economia.

L’articolo originale è stato pubblicato su Londra, Italia, e lo trovate qui.

Canary Wharf, il nuovo distretto finanziario, l’emblema della Londra capitale globale, rischia di diventare una città fantasma, tra viali vuoti e i grattacieli rimasti a memoria del tempo che fu. I bei negozi di lusso e i palazzi con portieri in livrea non si riempiranno ogni mattina di manager dal portafoglio imbottito e il gusto per il gessato, di neolaureati rampanti in cerca di denaro e signore in tallieur con tacco a spillo e borsa di Prada che lavorano in finanza. La reazione all’uscita sarà rapida e i mercati, come al solito, non stanno a guardare.

Brexit, il giorno dopo. Separata de facto dall’Unione, ma divisa anche all’interno, la Gran Bretagna è confusa. Qui sotto un grafico con le 5 domande sull’Unione Europea più poste a Google in UK il day after: la seconda è “What is the EU?”, segno che molti hanno votato senza conoscere lontanamente la questione. Credendo, in sostanza, di votare contro la crisi e gli immigrati, i britannici si sono auto-inflitti una recessione che potrebbe lasciare macerie dietro di sé.

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Smaltita la sbornia per la vittoria, le dimissioni di Cameron hanno lasciato un vuoto proprio nel momento in cui ci sarebbe bisogno di una guida. Il premier, ovviamente, non può restare: ma Boris Johnson, ex sindaco di Londra e capo del fronte del Leave, in conferenza stampa è apparso contratto, nervoso: come non si aspettasse di vincere, e dover gestire una patata bollente che non può passare a nessuno. La sterlina si alleggerisce, e brucia nelle tasche di chi la possiede, e assieme al calo della Borsa determina una situazione esplosiva  cui si aggiunge un possibile (e probabile) crollo del mercato immobiliare.

L’indice FTSE 100 ieri ha chiuso in perdita del 3.15%. Calo contenuto? Non proprio. Nell’indice, che considera le prime 100 imprese per capitalizzazione, compaiono molte compagnie che con il Regno Unito non hanno niente a che fare, a parte la residenza per fini fiscali. Un dato più significativo si ottiene guardando all’FTSE 250, che comprende una quota maggiore di imprese concore business nel Regno Unito: questo scende del 7,19%. “Depurandolo” ulteriormente dalle aziende sostanzialmente estranee al paese dal punto di vista strategico, e considerando le aziende inglesi in tutto e per tutto insomma, si stima, invece, una perdita attorno al 10%.

Le cose non vanno meglio sul piano monetario. Verso l’una del mattino di venerdi, quando le voci di corridoio sui risultati dei primi collegi “sentinella”  hanno cominciato a diventare definitive, il valore della divisa britannica è crollato. Dopo il risultato di Gibilterra, che aveva votato al 96% per il Remain, l’entusiasmo è calato ben presto. Già un’ora dopo, il fronte del Leave è passato in testa, e non ha mai più ceduto il passo. Nei comitati e nelle sale stampa le facce hanno cominciato a rabbuiarsi solo verso le due, come vi abbiamo raccontato in diretta, ma la finanza non dorme e a quell’ora chi aveva in portafogli titoli vendibili se ne era già sbarazzato. Per quanto possibile, si intende.

I mercati hanno reagito al Brexit peggio di quanto abbiano fatto dopo il crac di Lehman Brothers” spiega Andrea Beltratti, direttore dell’Executive Master in Corporate Finance alla Bocconi in un’intervista. In Gran Bretagna non si produce più quasi nulla: si trasformano materie prime, e si forniscono servizi ad alto valore tecnologico. La finanza è il motore dell’impressionante flusso di denaro che gira su Londra, dove, chi è ricco, è veramente ricco, a dispetto di una working class ampia che fatica a tirare la fine del mese.

Per la City si aggira lo spettro di una crisi immobiliare. Il grafico qui sotto (fonte: Halifax) mostra l’andamento del mercato di settore in UK negli ultimi dieci anni, e la situazione patrimoniale delle principali banche, esposte in mutui immobiliari per miliardi di pounds: Barclays per £126bn, Lloyds (il cui titolo  ha perso il 21%) addirittura per £289bn. Cosa potrebbe accadere?

Proviamo a immaginare lo scenario più catastrofico. Il valore delle case a Londra dal 2008 (crisi dei mutui, crisi Lehman) al 2016 è salito di quasi l’80 %. Una bolla senza precedenti. La Gran Bretagna, anche grazie all’ampia autonomia, è uscita dalla crisi meglio e più in fretta rispetto agli altri, e la capitale si è lanciata verso un periodo di sviluppo che sembrava destinato a durare. Nuove costruzioni, le Olimpiadi, un’attenzione internazionale che tornava.

mercato immobiliare ukLe banche, attente a non ripetere gli errori del passato, hanno concesso mutui a giovani rampanti della finanza, considerati pagatori affidabili, con cifre pari anche al 100 del valore dell’immobile: assieme al mutuo per la casa, l’istituto ne concedeva un altro con cui lo yuppie poteva comprarsi la macchina dei sogni. Unico vincolo, versare tutti i propri introiti sul conto corrente. Pochino. I mutui si concedono in base all’affidabilità, e questo segmento di popolazione è caratterizzato da alto reddito, scarsa propensione al risparmio e tenore di vita al top.

Ma se la miccia è già stesa a terra, il fiammifero potrebbe essere la decisione delle grandi banche d’investimento di muovere i propri headquarters da Londra ad altre zone del mondo fiscalmente vantaggiose. Ad esempio il Lussemburgo, ma anche Hong Kong. Già il 16 giugno, una settimana prima del voto, il Times riportava che JP Morgan ed Hsbc avevano cominciato a prepararsi a un’eventuale Brexit valutando lo spostamento di alcune divisioni in Lussemburgo, per evitare le regole che rendono oneroso condurre il business al di fuori dell’Eurozona. Con l’uscita che si materializza (e l’UE che mette pressione perché accada in fretta) molti altri istituti potrebbero seguirle. Le conseguenze? Chi lavora in finanza sa cosa sta per accadere: prima ancora di essere licenziato, cercherà un altro lavoro altrove, magari all’estero. Si determinerà una forte pressione di vendita sull’immobiliare, e un rapido calo dei prezzi.

Torniamo per un momento ai Lloyds, la banca più a rischio con il 65% dei propri libri contabili esposti a una crisi nell’immobiliare UK. Se i prezzi sono saliti tanto rapidamente, significa che sull’onda dell’entusiasmo le case sono state pagate più di quello che valgono. Per chi ha un lavoro si tratta, semplicemente, di un investimento che si deprezza; il problema comincia con chi perde l’impiego, e il Brexit potrebbe mettere molti a rischio. In caso di insolvenza, le banche si rifanno vendendo all’asta la casa del debitore per rientrare. Ma con il mercato in picchiata, gli introiti non riuscirebbero a coprire l’importo prestato per il finanziamento. Quei mutui, come nel 2008, venivano considerati sicuri dalle agenzie di rating, e piazzati in fondi acquistati da chi cercava garanzie. Le conseguenze sono note: si diffonde il panico, e la spirale comincia ad avvitarsi. La crisi, dalla finanza, passa all’economia. Chi si ritrova invischiato nel settore va in rovina.

Il futuro del paese dipende, quindi, dai rapporti che il Regno Unito riuscirà a negoziare dopo l’uscita dalla UE, e non c’e’ da aspettarsi buonismo. Nonostante la procedura sia stata creata con il Trattato di Lisbona del 2009 non ha mai trovato impiego. Il presidente della Commissione Europea Juncker ha chiesto alla Gran Bretagna di formalizzare quanto prima l’uscita dall’Unione, precisando che non sarà un divorzio consensuale. Fino ad allora, il paese è vincolato ai doveri di appartenenza, oltre a goderne dei relativi diritti.

Il problema, per Bruxelles, è il contagio: senza una punizione esemplare, c’è il rischio che la voglia di uscire dall’Unione Europea si diffonda a macchia d’olio sulla scorta dei movimenti populisti interessati alla propria sopravvivenza immediata piu’ che al futuro. La tornata referendaria ha avuto se non altro il merito di individuare i temi caldi che potrebbero portare altri paesi a chiedere una consultazione analoga:  spesa pubblica alta, benefit eccessivi, terrorismo, immigrazione e allargamento a Est, soprattutto, alla Turchia.  La lobby di chi esporta verso l’UK eserciterà pressioni nei confronti dei governi, e della stessa Bruxelles, per continuare le relazioni economiche con la Gran Bretagna: ma il paese, non producendo quasi nulla, sarà ugualmente costretto a importare, a condizioni di favore o meno.

Intanto, si apre il fronte interno. Il Regno Unito è diviso come non mai. Il “giorno dopo”, alcune delle grandi bugie raccontate durante la campagna elettorale cominciano a rivelarsi per quello che sono, frottole. Le cifre sui risparmi che si preparano nell’immediato grazie all’uscita sfigurano rispetto a quelle sui costi, per non parlare dei benefit agli stranieri, che con gli accordi a febbraio erano stati bloccati per anni e quindi si sarebbero fermati comunque.  Tra ritrattazioni e precisazioni, non sono in molti a volersi prendere la responsabilità di gestire la crisi, almeno nella fase piu’ delicata.

Scozia e Irlanda vogliono restare attaccate al treno del Vecchio Continente. Gli scozzesi potrebbero convocare un secondo referendum dopo quello del 2014 per decidere se separarsi dall’Inghilterra: come dire, il problema siete voi, non l’Europa. L’Inghilterra stessa è spaccata: nel complesso ha votato contro l’Unione, ma la capitale, Londra, si è espressa a favore. Le polarizzazioni sono evidenti e nessuno sa sul serio come gestirle.

Le analisi, infine, dicono che a votare Remain sono stati tanti giovani sotto i 24 anni e molti laureati, a cui sarà tolta la possibilità di girare il continente come è concesso ai loro coetanei. Il conto dell’uscita decisa dagli anziani sarà pagato, come sempre, dalle generazioni che c’entrano meno.

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