economia, esteri, londra

Brexit, che succede adesso?

Brexit, siamo day after. Dopo la sbornia elettorale, nella capitale inglese si pensa a come gestire un risultato che molti, forse neppure chi lo ha caldeggiato, si aspettava. Boris Johnson, l’ex sindaco di Londra capofila del fronte Leave, e’ apparso teso in conferenza stampa. Cameron ha dato le dimissioni, mentre l’Unione Europea precisa che il divorzio non sara’ consensuale e spinge a fare presto. Bruxelles teme l’effetto domino, e deve tutelarsi.

Intanto, Scozia e Irlanda – che hanno votato per il Remain – minacciano di lasciare il Regno Unito: gli scozzesi, in particolare, riproporrebbero il referendum per l’indipendenza che nel 2014 non ebbe esiti, per tentare di restare nella UE.

Ma c’è un altro spettro che si aggira per Londra. Il timore, fondato, di una crisi immobiliare, che potrebbe avere conseguenza devastanti sull’economia.

L’articolo originale è stato pubblicato su Londra, Italia, e lo trovate qui.

Canary Wharf, il nuovo distretto finanziario, l’emblema della Londra capitale globale, rischia di diventare una città fantasma, tra viali vuoti e i grattacieli rimasti a memoria del tempo che fu. I bei negozi di lusso e i palazzi con portieri in livrea non si riempiranno ogni mattina di manager dal portafoglio imbottito e il gusto per il gessato, di neolaureati rampanti in cerca di denaro e signore in tallieur con tacco a spillo e borsa di Prada che lavorano in finanza. La reazione all’uscita sarà rapida e i mercati, come al solito, non stanno a guardare.

Brexit, il giorno dopo. Separata de facto dall’Unione, ma divisa anche all’interno, la Gran Bretagna è confusa. Qui sotto un grafico con le 5 domande sull’Unione Europea più poste a Google in UK il day after: la seconda è “What is the EU?”, segno che molti hanno votato senza conoscere lontanamente la questione. Credendo, in sostanza, di votare contro la crisi e gli immigrati, i britannici si sono auto-inflitti una recessione che potrebbe lasciare macerie dietro di sé.

goggle questions brexit

Smaltita la sbornia per la vittoria, le dimissioni di Cameron hanno lasciato un vuoto proprio nel momento in cui ci sarebbe bisogno di una guida. Il premier, ovviamente, non può restare: ma Boris Johnson, ex sindaco di Londra e capo del fronte del Leave, in conferenza stampa è apparso contratto, nervoso: come non si aspettasse di vincere, e dover gestire una patata bollente che non può passare a nessuno. La sterlina si alleggerisce, e brucia nelle tasche di chi la possiede, e assieme al calo della Borsa determina una situazione esplosiva  cui si aggiunge un possibile (e probabile) crollo del mercato immobiliare.

L’indice FTSE 100 ieri ha chiuso in perdita del 3.15%. Calo contenuto? Non proprio. Nell’indice, che considera le prime 100 imprese per capitalizzazione, compaiono molte compagnie che con il Regno Unito non hanno niente a che fare, a parte la residenza per fini fiscali. Un dato più significativo si ottiene guardando all’FTSE 250, che comprende una quota maggiore di imprese concore business nel Regno Unito: questo scende del 7,19%. “Depurandolo” ulteriormente dalle aziende sostanzialmente estranee al paese dal punto di vista strategico, e considerando le aziende inglesi in tutto e per tutto insomma, si stima, invece, una perdita attorno al 10%.

Le cose non vanno meglio sul piano monetario. Verso l’una del mattino di venerdi, quando le voci di corridoio sui risultati dei primi collegi “sentinella”  hanno cominciato a diventare definitive, il valore della divisa britannica è crollato. Dopo il risultato di Gibilterra, che aveva votato al 96% per il Remain, l’entusiasmo è calato ben presto. Già un’ora dopo, il fronte del Leave è passato in testa, e non ha mai più ceduto il passo. Nei comitati e nelle sale stampa le facce hanno cominciato a rabbuiarsi solo verso le due, come vi abbiamo raccontato in diretta, ma la finanza non dorme e a quell’ora chi aveva in portafogli titoli vendibili se ne era già sbarazzato. Per quanto possibile, si intende.

I mercati hanno reagito al Brexit peggio di quanto abbiano fatto dopo il crac di Lehman Brothers” spiega Andrea Beltratti, direttore dell’Executive Master in Corporate Finance alla Bocconi in un’intervista. In Gran Bretagna non si produce più quasi nulla: si trasformano materie prime, e si forniscono servizi ad alto valore tecnologico. La finanza è il motore dell’impressionante flusso di denaro che gira su Londra, dove, chi è ricco, è veramente ricco, a dispetto di una working class ampia che fatica a tirare la fine del mese.

Per la City si aggira lo spettro di una crisi immobiliare. Il grafico qui sotto (fonte: Halifax) mostra l’andamento del mercato di settore in UK negli ultimi dieci anni, e la situazione patrimoniale delle principali banche, esposte in mutui immobiliari per miliardi di pounds: Barclays per £126bn, Lloyds (il cui titolo  ha perso il 21%) addirittura per £289bn. Cosa potrebbe accadere?

Proviamo a immaginare lo scenario più catastrofico. Il valore delle case a Londra dal 2008 (crisi dei mutui, crisi Lehman) al 2016 è salito di quasi l’80 %. Una bolla senza precedenti. La Gran Bretagna, anche grazie all’ampia autonomia, è uscita dalla crisi meglio e più in fretta rispetto agli altri, e la capitale si è lanciata verso un periodo di sviluppo che sembrava destinato a durare. Nuove costruzioni, le Olimpiadi, un’attenzione internazionale che tornava.

mercato immobiliare ukLe banche, attente a non ripetere gli errori del passato, hanno concesso mutui a giovani rampanti della finanza, considerati pagatori affidabili, con cifre pari anche al 100 del valore dell’immobile: assieme al mutuo per la casa, l’istituto ne concedeva un altro con cui lo yuppie poteva comprarsi la macchina dei sogni. Unico vincolo, versare tutti i propri introiti sul conto corrente. Pochino. I mutui si concedono in base all’affidabilità, e questo segmento di popolazione è caratterizzato da alto reddito, scarsa propensione al risparmio e tenore di vita al top.

Ma se la miccia è già stesa a terra, il fiammifero potrebbe essere la decisione delle grandi banche d’investimento di muovere i propri headquarters da Londra ad altre zone del mondo fiscalmente vantaggiose. Ad esempio il Lussemburgo, ma anche Hong Kong. Già il 16 giugno, una settimana prima del voto, il Times riportava che JP Morgan ed Hsbc avevano cominciato a prepararsi a un’eventuale Brexit valutando lo spostamento di alcune divisioni in Lussemburgo, per evitare le regole che rendono oneroso condurre il business al di fuori dell’Eurozona. Con l’uscita che si materializza (e l’UE che mette pressione perché accada in fretta) molti altri istituti potrebbero seguirle. Le conseguenze? Chi lavora in finanza sa cosa sta per accadere: prima ancora di essere licenziato, cercherà un altro lavoro altrove, magari all’estero. Si determinerà una forte pressione di vendita sull’immobiliare, e un rapido calo dei prezzi.

Torniamo per un momento ai Lloyds, la banca più a rischio con il 65% dei propri libri contabili esposti a una crisi nell’immobiliare UK. Se i prezzi sono saliti tanto rapidamente, significa che sull’onda dell’entusiasmo le case sono state pagate più di quello che valgono. Per chi ha un lavoro si tratta, semplicemente, di un investimento che si deprezza; il problema comincia con chi perde l’impiego, e il Brexit potrebbe mettere molti a rischio. In caso di insolvenza, le banche si rifanno vendendo all’asta la casa del debitore per rientrare. Ma con il mercato in picchiata, gli introiti non riuscirebbero a coprire l’importo prestato per il finanziamento. Quei mutui, come nel 2008, venivano considerati sicuri dalle agenzie di rating, e piazzati in fondi acquistati da chi cercava garanzie. Le conseguenze sono note: si diffonde il panico, e la spirale comincia ad avvitarsi. La crisi, dalla finanza, passa all’economia. Chi si ritrova invischiato nel settore va in rovina.

Il futuro del paese dipende, quindi, dai rapporti che il Regno Unito riuscirà a negoziare dopo l’uscita dalla UE, e non c’e’ da aspettarsi buonismo. Nonostante la procedura sia stata creata con il Trattato di Lisbona del 2009 non ha mai trovato impiego. Il presidente della Commissione Europea Juncker ha chiesto alla Gran Bretagna di formalizzare quanto prima l’uscita dall’Unione, precisando che non sarà un divorzio consensuale. Fino ad allora, il paese è vincolato ai doveri di appartenenza, oltre a goderne dei relativi diritti.

Il problema, per Bruxelles, è il contagio: senza una punizione esemplare, c’è il rischio che la voglia di uscire dall’Unione Europea si diffonda a macchia d’olio sulla scorta dei movimenti populisti interessati alla propria sopravvivenza immediata piu’ che al futuro. La tornata referendaria ha avuto se non altro il merito di individuare i temi caldi che potrebbero portare altri paesi a chiedere una consultazione analoga:  spesa pubblica alta, benefit eccessivi, terrorismo, immigrazione e allargamento a Est, soprattutto, alla Turchia.  La lobby di chi esporta verso l’UK eserciterà pressioni nei confronti dei governi, e della stessa Bruxelles, per continuare le relazioni economiche con la Gran Bretagna: ma il paese, non producendo quasi nulla, sarà ugualmente costretto a importare, a condizioni di favore o meno.

Intanto, si apre il fronte interno. Il Regno Unito è diviso come non mai. Il “giorno dopo”, alcune delle grandi bugie raccontate durante la campagna elettorale cominciano a rivelarsi per quello che sono, frottole. Le cifre sui risparmi che si preparano nell’immediato grazie all’uscita sfigurano rispetto a quelle sui costi, per non parlare dei benefit agli stranieri, che con gli accordi a febbraio erano stati bloccati per anni e quindi si sarebbero fermati comunque.  Tra ritrattazioni e precisazioni, non sono in molti a volersi prendere la responsabilità di gestire la crisi, almeno nella fase piu’ delicata.

Scozia e Irlanda vogliono restare attaccate al treno del Vecchio Continente. Gli scozzesi potrebbero convocare un secondo referendum dopo quello del 2014 per decidere se separarsi dall’Inghilterra: come dire, il problema siete voi, non l’Europa. L’Inghilterra stessa è spaccata: nel complesso ha votato contro l’Unione, ma la capitale, Londra, si è espressa a favore. Le polarizzazioni sono evidenti e nessuno sa sul serio come gestirle.

Le analisi, infine, dicono che a votare Remain sono stati tanti giovani sotto i 24 anni e molti laureati, a cui sarà tolta la possibilità di girare il continente come è concesso ai loro coetanei. Il conto dell’uscita decisa dagli anziani sarà pagato, come sempre, dalle generazioni che c’entrano meno.

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