Epatite C: esposto allìAntitrust contro il caro farmaci.
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Epatite C, esposto all’Antitrust per il caro farmaci

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Abuso di posizione dominante. Questa l’accusa mossa dall’associazione Altroconsumo all’azienda americana Gilead, produttrice di Sovaldi e Harvoni, i nuovi farmaci per la cura dell’epatite C che promettono di eradicare la malattia.
Il trattamento, attualmente, è estremamente costoso in Italia: dopo una lunga contrattazione, l’AIFA (l’Agenzia per il Farmaco, che agisce per conto del governo), ha spuntato un prezzo di circa 74.260 euro per un ciclo da 12 settimane di Sovaldi e di 82.520 euro per Harvoni. Cifre monstre, che gravano sui bilanci delle Regioni e le costringono a pagare il trattamento solo ai malati terminali. Gli altri? Devono curarsi a proprie spese, corrispondendo il prezzo della terapia, o aspettare che la situazione si aggravi. Una situazione paradossale che ha portato alla crescita di un turismo sanitario ormai consolidato verso l’India e i paesi, come l’Egitto, dove il prezzo del medicinale è drasticamente inferiore: si parla di un massimo di duemila euro a trattamento.

Dal gennaio 2014 (data del nulla osta a Sovaldi da parte dell’EMAl’Agenzia Europea dei Medicinali) al gennaio 2015 (quando fu autorizzata l’immissione in commercio del Viekirax, il primo concorrente prodotto dalla AbbVie) la multinazionale americana si sarebbe trovata, secondo l’esposto presentato da Altroconsumo, in posizione dominante e avrebbe approfittato di questo vantaggio per imporre un prezzo estremamente più alto di quello giustificato da un recupero dei costi sostenuti. Gilead, secondo il documento, applicherebbe, inoltre, sconti solo a posteriori, a fronte, cioè, dell’acquisto di determinati scaglioni di quantità: AIFA, per ottenere un risparmio, avrebbe quindi fatto pressioni sulle Regioni perché “spingessero” i medici a cominciare il trattamento sui pazienti affetti da epatite C con i prodotti dell’azienda, distorcendo la normale concorrenza.

Non solo. Le Regioni, dovendo anticipare il costo salatissimo delle terapie prima di conoscere quale scaglione sarebbe stato raggiunto – e quindi che rimborso avrebbero ricevuto da Gilead  – si sarebbero trovate, secondo l’associazione di consumatori, nell’impossibilità di programmare la spesa sanitaria per l’acquisto di altri farmaci. Una politica commerciale cinica, quella della compagnia statunitense, basata sul presupposto che, in Occidente, la disponibilità economica permette di sostenere spese enormi.

Niente a che fare con il recupero dei costi, o con un guadagno congruo: Gilead acquistò nel gennaio 2012 la Pharmasset, che aveva scoperto la molecola del Sofosbuvir alla base di Sovaldi e Harvoni, per una cifra record di 11,2 miliardi di dollari. Di fronte alle critiche, i vertici aziendali  si difesero sostenendo che, a dispetto delle apparenze, si trattava di “un affare”. Non si sbagliavano: i ricavi, fin da subito, furono pari a circa 20 milioni di dollari al giorno. Con un incasso di 15 miliardi, l’operazione era in attivo già alla fine del primo anno, mentre nel primo trimestre 2016 i ricavi complessivi avevano superato di ben tre volte il capitale investito.

Lo sviluppo del farmaco, però, costò molto meno a Pharmasset: secondo un’inchiesta voluta dal Senato americano, l’investimento condotto fra il 2008 e il 2011 fu di poco superiore ai 64 milioni di dollari. A conti fatti, il Sovaldi è una gigantesca macchina da soldi. Sulle spalle dei malati.

@apiemontese

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Epatite C, la UE e lo strapotere delle lobby

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Un nuovo farmaco contro l’epatite C promette l’eradicazione del virus in una percentuale attorno al 90% dei casi. Certo, non significa guarigione per tutti (se c’è cirrosi conclamata, il danno strutturale non è riparabile): ma, se non altro, si impedisce l’evoluzione della malattia. C’è, però, un problema: il farmaco costa tanto, troppo.

L’anno scorso sono stati spesi, in Italia, 1.7 mld di euro per curare 31.069 ammalati (fonte: elaborazione su dati AIFA). Il trattamento per il virus nel nostro paese costa 55.000 euro a paziente.

QUESTIONE DI PREZZO – Si ripropone la questione del prezzo dei medicinali. La Gilead, azienda californiana che produce il preparato in questione (Sovaldi), è infatti in grado di contrattare con le varie agenzie nazionali del farmaco condizioni di vendita più che favorevoli.

Funziona così: dal punto di vista dell’azienda che produce un bene necessario (ad esempio, il farmaco per l’epatite C, ma anche i pannoloni per gli incontinenti, per restare in ambito sanitario), un mercato frammentato è quanto di più desiderabile. Se al tavolo delle contrattazioni si siedono soggetti relativamente piccoli (come le agenzie del farmaco dei singoli paesi), la negoziazione sarà a senso unico: l’ideale per un’azienda farmaceutica che mira al massimo profitto (ricordiamo che, in fondo, si tratta di business, e l’etica c’entra poco). Le trattative, tra l’altro, sono per lo più segrete.

Ma cosa accadrebbe se la contrattazione fosse concordata a livello sovranazionale, diciamo europeo?
Probabilmente, quello a cui si assiste per un altro bene “di prima necessità” , i già citati pannoloni: prezzi più bassi se lo Stato ne acquista centralmente grandi quantità, distribuendole tramite il sistema sanitario. Nella Ue esiste senz’altro la possibilità di centralizzare le decisioni di acquisto. Basta trovare l’accordo.

IL PROBLEMA DI STIMOLARE LA RICERCA – Tutto risolto, quindi? Non proprio. Anche Big Pharma ha le sue buone ragioni (ne avevamo parlato qui): prezzi troppo bassi significano perdere lo stimolo per la ricerca e, quindi, ogni incentivo allo sviluppo di nuove terapie. Cerchiamo di spiegarci.

In pratica, per come è strutturato il settore, nessuno investe in ricerca su farmaci che, nel lungo periodo, non hanno il potenziale di ripianare i costi. E dato che, fra le tante molecole testate, sono poche quelle che superano le severe fasi disperimentazione, è solo ed esclusivamente da quelle capaci di arrivare in commercio che le aziende dipendono per tenere in piedi i bilanci e fare utili. Le altre rappresentano perdite secche. Un esempio evidente del meccanismo sono i farmaci orfani (leggi qui), quelli che curano malattie poco diffuse: fare ricerca in questo campo non conviene a nessuno perché manca un mercato sufficientemente ampio. Con tutto quello che ne consegue nei termini di un diritto alla salute che cessa di essere universale.

TRASPARENZA ZERO – Ci si addentra in un terreno estremamente scivoloso che dall’economia declina verso la politica. Se le aziende ragionano in base ai bilanci e alle logiche di mercato (e non potrebbe essere altrimenti), spetta ai governi intervenire con correttivi utili ad aggiustare i prezzi, badando però a non azzerare lo stimolo che porta ad assumersi il rischio di impresa.

In concreto, sono due le strade che gli Stati impiegano per incentivare le aziende a investire: ricorrere ad aiuti diretti oppure fornire agevolazioni indirette come, ad esempio, sgravi fiscali (probabilmente un’opzione migliore).

Ma c’è una terza arma, probabilmente ancora più efficace: la trasparenza, e una regolamentazione vera delle lobby. Che, a Bruxelles, sono da sempre un’istituzione parallela. Stazionano nei palazzi del potere, preparando comodi riassunti (ovviamente interessati) sulle questioni del giorno, ad uso di parlamentari che di farmacologia non masticano più di quanto si intendano di fiscalità internazionale o dimensione delle olive.

Se poi ai bignami si accompagna la “riconoscenza” dell’industria, e Big Pharma sa essere munifica, si comprende come mai, a tutti i livelli, sulle lobby si preferisca non decidere. Ma quanto converrebbe portare tutto alla luce del sole, come qualche forza politica (ad esempio i Cinque Stelle) chiede a ragione?

Guglielmo Pepe su Repubblica ricorda che per trattare tutti i malati – gravi e meno gravi – di epatite C nel nostro paese servirebbero 8 miliardi di euro l’anno, pari circa alla metà di una finanziaria di media portata. Una cifra da spendere da qui al 2025, cui va aggiunto il resto della spesa farmaceutica. Certo, si tratta di un investimento. Ma sedersi al tavolo delle contrattazioni nella maniera migliore per spuntare un prezzo equo è quanto farebbe ogni “buon padre di famiglia” recandosi al mercato. E quindi, anche ciò che dovrebbe fare l’Europa

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