economia, salute

Epatite C, la UE e lo strapotere delle lobby

L’articolo che segue è stato pubblicato su TiSOStengo a questo link

Un nuovo farmaco contro l’epatite C promette l’eradicazione del virus in una percentuale attorno al 90% dei casi. Certo, non significa guarigione per tutti (se c’è cirrosi conclamata, il danno strutturale non è riparabile): ma, se non altro, si impedisce l’evoluzione della malattia. C’è, però, un problema: il farmaco costa tanto, troppo.

L’anno scorso sono stati spesi, in Italia, 1.7 mld di euro per curare 31.069 ammalati (fonte: elaborazione su dati AIFA). Il trattamento per il virus nel nostro paese costa 55.000 euro a paziente.

QUESTIONE DI PREZZO – Si ripropone la questione del prezzo dei medicinali. La Gilead, azienda californiana che produce il preparato in questione (Sovaldi), è infatti in grado di contrattare con le varie agenzie nazionali del farmaco condizioni di vendita più che favorevoli.

Funziona così: dal punto di vista dell’azienda che produce un bene necessario (ad esempio, il farmaco per l’epatite C, ma anche i pannoloni per gli incontinenti, per restare in ambito sanitario), un mercato frammentato è quanto di più desiderabile. Se al tavolo delle contrattazioni si siedono soggetti relativamente piccoli (come le agenzie del farmaco dei singoli paesi), la negoziazione sarà a senso unico: l’ideale per un’azienda farmaceutica che mira al massimo profitto (ricordiamo che, in fondo, si tratta di business, e l’etica c’entra poco). Le trattative, tra l’altro, sono per lo più segrete.

Ma cosa accadrebbe se la contrattazione fosse concordata a livello sovranazionale, diciamo europeo?
Probabilmente, quello a cui si assiste per un altro bene “di prima necessità” , i già citati pannoloni: prezzi più bassi se lo Stato ne acquista centralmente grandi quantità, distribuendole tramite il sistema sanitario. Nella Ue esiste senz’altro la possibilità di centralizzare le decisioni di acquisto. Basta trovare l’accordo.

IL PROBLEMA DI STIMOLARE LA RICERCA – Tutto risolto, quindi? Non proprio. Anche Big Pharma ha le sue buone ragioni (ne avevamo parlato qui): prezzi troppo bassi significano perdere lo stimolo per la ricerca e, quindi, ogni incentivo allo sviluppo di nuove terapie. Cerchiamo di spiegarci.

In pratica, per come è strutturato il settore, nessuno investe in ricerca su farmaci che, nel lungo periodo, non hanno il potenziale di ripianare i costi. E dato che, fra le tante molecole testate, sono poche quelle che superano le severe fasi disperimentazione, è solo ed esclusivamente da quelle capaci di arrivare in commercio che le aziende dipendono per tenere in piedi i bilanci e fare utili. Le altre rappresentano perdite secche. Un esempio evidente del meccanismo sono i farmaci orfani (leggi qui), quelli che curano malattie poco diffuse: fare ricerca in questo campo non conviene a nessuno perché manca un mercato sufficientemente ampio. Con tutto quello che ne consegue nei termini di un diritto alla salute che cessa di essere universale.

TRASPARENZA ZERO – Ci si addentra in un terreno estremamente scivoloso che dall’economia declina verso la politica. Se le aziende ragionano in base ai bilanci e alle logiche di mercato (e non potrebbe essere altrimenti), spetta ai governi intervenire con correttivi utili ad aggiustare i prezzi, badando però a non azzerare lo stimolo che porta ad assumersi il rischio di impresa.

In concreto, sono due le strade che gli Stati impiegano per incentivare le aziende a investire: ricorrere ad aiuti diretti oppure fornire agevolazioni indirette come, ad esempio, sgravi fiscali (probabilmente un’opzione migliore).

Ma c’è una terza arma, probabilmente ancora più efficace: la trasparenza, e una regolamentazione vera delle lobby. Che, a Bruxelles, sono da sempre un’istituzione parallela. Stazionano nei palazzi del potere, preparando comodi riassunti (ovviamente interessati) sulle questioni del giorno, ad uso di parlamentari che di farmacologia non masticano più di quanto si intendano di fiscalità internazionale o dimensione delle olive.

Se poi ai bignami si accompagna la “riconoscenza” dell’industria, e Big Pharma sa essere munifica, si comprende come mai, a tutti i livelli, sulle lobby si preferisca non decidere. Ma quanto converrebbe portare tutto alla luce del sole, come qualche forza politica (ad esempio i Cinque Stelle) chiede a ragione?

Guglielmo Pepe su Repubblica ricorda che per trattare tutti i malati – gravi e meno gravi – di epatite C nel nostro paese servirebbero 8 miliardi di euro l’anno, pari circa alla metà di una finanziaria di media portata. Una cifra da spendere da qui al 2025, cui va aggiunto il resto della spesa farmaceutica. Certo, si tratta di un investimento. Ma sedersi al tavolo delle contrattazioni nella maniera migliore per spuntare un prezzo equo è quanto farebbe ogni “buon padre di famiglia” recandosi al mercato. E quindi, anche ciò che dovrebbe fare l’Europa

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