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What Giorgia Meloni should do after losing the referendum

Giorgia Meloni lost today the referedum on the justice reform the Italian Parlament already approved. The law was aimed, among other things, to separate judges’ and prosecutors’ careers, which in Italy follow the same path. A modification in the constitutional prescriptions long desired by Silvio Berlusconi. The referendum was held because Meloni did not have the 2/3 majority requirend to avoid the public consultation.
Heavily politicised, the vote nevertheless won’t lead to the resignation of the head of the government. Visibly saddened, she was quick to confirm she’d respected the people’s vote, but she’d stayed in charge.

Was it all wrong? No. It’s not too far from the truth to say that a big portion of the “nos” were because the reform project came from a political party and coalition long accused of being post fascist, and to have an ongoing project to turn the Italian political system towards an authoritarian regime. Meloni was never able to get herself free from these allegations. She also mistakenly decided to go alone with her coalition, without even trying to involve the oppositions. Another point must be stressed: the text came from the government, with the Parliament just called to approve.
Nevertheless, some of the provisions of the constitutional modification touched a nerve.
If Meloni were the statewoman she wants to be (and she’s never been), she’d take the chance to at least provoke a debate involving the other parties to amend the text and get to a shared version. But she’ll probably won’t do that.
That’s how things tipically work in Italy: every time starting from scratch, an everlasting stall which exposes the country to subtle authoritatian fascination.
If Meloni had won the vote, she’d been launched towards a second term, with less interventions from the judges. A perfect plan: what happened Trump by chance, Meloni could have reached intentionally. This way, things have gotten complicated. And this might be the end of her dream not only to be the first woman in Palazzo Chigi, but also the first to serve two mandates.
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Tenere Musk fuori dalla politica

Cosa succede con il silenzio stampa sul caso di Cecilia Sala? Quello che è successo ieri. Giorgia Meloni ha chiesto un incontro a Trump, ottenuto pare grazie all’intercessione di Elon Musk, che di Meloni è sostenitore. “Lasciateci lavorare, fidatevi di me” aveva detto alla famiglia.  Qualche ora dopo l’agenzia di stampa economica Bloomberg batte la notizia che, nel corso della visita negli Stati Uniti,  la presidente si sarebbe impegnata con Space X, società di Elon Musk, per un miliardo e mezzo di dollari. L’azienda dovrebbe fornire sistemi di comunicazione militare all’Italia.

Mettere sistemi di comunicazione vitali nelle mani di Musk è la nemesi di ogni strategia di sicurezza nazionale. Musk è un oligarca, un cane sciolto che risponde solo a se stesso. In virtù di una ricchezza esorbitante e del possesso di un importante social network – oltre che  di una spregiudicatezza fuori dal comune – è in grado di condizionare le democrazie globali. Andrebbe tenuto lontano dalla politica. Invece Trump l’ha coinvolto nell’amministrazione entrante, e potrebbe affidargli un ruolo di pontiere con l’Iran, di cui l’imprenditore ha incontrato l’ambasciatore all’Onu nei mesi scorsi. Meloni pure.

La contropartita per ottenere il rilascio di Cecilia Sala deve essere il rilascio dell’ingegnere iraniano. Bastano le questioni di diritto, numerose,  come leva negoziale per tenere a bada gli Usa: se ne faranno una ragione.

Ma i politici sono esseri umani, e, più spesso che no, agiscono in maniera irrazionale. Meloni vuole restare in carica fino al 2027, ed essere l’interlocutore privilegiato di Trump in Europa la aiuterebbe non poco. Per questo non può permettersi di indispettirlo a inizio mandato.

Ma la strada che sta seguendo non è corretta, è contraria all’interesse nazionale. E rimarcarlo è compito della stampa. Altro che silenzio stampa, altro che “Lasciateci lavorare”:  quando Tajani piagnucola che l’Iran negozia a carte coperte, “mentre ogni nostra mossa finisce sui giornali”, ammette di non essere all’altezza del compito che gli è stato affidato. Della democrazia i giornali fanno parte. Per il resto, il governo faccia il suo lavoro.

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