londra

La tube come stile di vita

Innanzitutto voglio scusarmi per l’assenza prolungata. Mancano anche gli accenti, spariti dalla tastiera da quando il mio Mac italiano ha deciso di piantarmi in asso al secondo giorno nella perfida Albione (tanto per cominciare col piede giusto). L’ho sostituito con 300 pounds investiti in uno scassone con tastiera UK, ma di quello ce ne faremo una ragione.

Si, sono da due mesi a Londra. Quello che volevo, quello che sognavo. Ma quanto … è dura.

Quella dei mezzi pubblici e’ la maledizione quotidiana di ogni londinese. Non sei nessuno se non passi almeno 50 minuti – a dir poco –  perso nel commuting, che si tratti di tube o dei caratteristici bus rossi.  Quel che e’ peggio e’ che spesso prima di cambiare linea hai solo tre-quattro fermate di tempo: impossibile leggere, scrivere una mail o guardare un video. Senza impazzire, intendo. Sara’ per questo che ogni Londoner e’ dotato di un paio di auricolari e vive isolato dal mondo durante il tragitto: tanti pianeti schiacciati sui sedili, ma distanti anni luce.

Sfatiamo un luogo comune. Il web e’ pieno di resoconti che raccontano dei Britons che evitano di guardarsi in faccia o chiacchierare sui mezzi, mentre affollano le chat e i social network. A me sinceramente sembra di essere a Milano, dove funziona più o meno allo stesso modo. Mi colpiscono, semmai, i posti dove accade il contrario: Roma, Napoli, Palermo. Gente che parla e  socializza, fenomeno contagioso, e che crea dipendenza.

Quello che invece e’ vero e’ che a Londra si corre. Ma si corre davvero. Non sei mai abbastanza in orario, non hai mai fatto esattamente tutto, non sei mai sicuro che arriverai in tempo. Tutto dipende dall’alchimia tra quello che nel pentolone ci metti tu (organizzazione, avere un’idea precisa di cio’che vuoi fare) mischiato a una miriade di fattori esterni, imprevedibili e troppo numerosi per essere controllati. Beh, una scuola di vita.

Esempio. Hai (ho) un appuntamento molto, ma molto importante, un colloquio di lavoro che ti permetterà di mangiare anche a pranzo e cena, dato che in sostanza sei appena arrivato e sei povero. E’ tutto perfetto, sei in anticipo di mezz’ora (a me non accade praticamente mai), in modo da arrivare senza l’aria trafelata tipica di chi ha corso per chilometri. Perché sai che impressione, poi. Tre fermate di metro e ci sei.E’ tutto perdetto, ma a un tratto il treno si ferma. Niente di strano, no? Sulle metro succede. Il problema e’ che non riparte.

Si presenta il dilemma del prigioniero. Solo tre fermate: scendi e te la fai a piedi  (ma è Londra, non la conosci, e rischi grosso) oppure aspetti che quel maledettissimo metro riparta?

Il tempo stringe. I secondi sommati diventano minuti. Pensieri affannati  ti sfilano davanti e piu’ cerchi di tenerli in ordine, piu’ si accavallano e ti fanno esplodere la testa. Arriva la consapevolezza che il tesoretto di tempo che avevi da parte, quei giri di orologio  che ti eri guadagnato con metodo e rigore, insomma, la gran botta di c…  di essere in anticipo una volta tanto non valgono niente, assolutamente niente. Ci pensa il cellulare a ricordarti che sei nella merda, come dicono alla Sorbona.

Forse è li’ che cominci a percepire la sensazione che la tua storia, il tuo personale destino, per il mondo, non siano piu’ importanti di quelli del tuo vicino, del di lui dirimpettaio che magari viene dall’India, ha tre figli e cerca lavoro come te e naturalmente delle altre tremila persone compresse nei vagoni. Il che la rende insignificante.

Beh, se volete sapere una cosa, sono queste le situazioni in cui impari a vivere. Soprattutto quando sei un ansioso come me. Scendo subito o spero nel macchinista? Mi lancio in una corsa disperata rinunciando all’abito stirato o sto su e spero che mi vada bene?

Se non ricordo male, scelsi di restare fermo. Quel treno, per la cronaca, non e’ mai partito.

A quel punto è ovvio che, dopo 15 minuti inchiodato, salti giù  e cerchi una soluzione. Ma dovevi farlo prima.  E via con i sensi di colpa.

Amico, non hai altra scelta se non renderti conto che sei veramente  nella  cacca, e non puoi sperare di cavartela chiudendo gli occhi e aspettando che passi. Sei tu che devi  fare qualcosa per uscirne. Potrei scrivere libri sul “vuoto mentale”, su quanto serva raccogliere le energie. Dato che non vi interesserebbe, vi dico che l’epilogo è sempre lo stesso:alla fine devi scegliere, e ti devi muovere.

Comincia la corsa della vita. Ti metti a correre, sembri un invasato, chiedi indicazioni senza neanche fermarti ad aspettare la risposta, solo per avere conferme progressive e cercar di comporre il quadro di dove cacchio ti trovi, cerchi appigli visivi e boccate d’aria con la stessa ansia.  Ti fidi del prossimo tuo,  che devi amare come te stesso, te lo ripeti sempre, e speriamo se lo ripeta anche lui e preferisca un “non lo so” al mandarti aff… dall’altra parte della città… Intanto ripassi il campionario di imprecazioni italiane in naftalina che accompagnano tutti i momenti che contano, intendo quelli che contano veramente, e ti torna sempre su quel maledetto strafottuto senso di colpa.

Poi all’improvviso giri l’angolo e… la luce. I conti tornano. E’ Waterloo Station, meravigliosa e statica, la sua calma centenaria contro il mio fiatone. Sono vivo. Domani ci ridero’ sopra (si, dai, forse). Ma ho perso dieci mesi di vita. E l’abito, cazzo, l’abito. Comunque sono in orario, come sempre al pelo e senza un secondo di anticipo, rosso in viso e col fiatone.

La scena è sempre la stessa. Mi chiedo se veramente quello che facciamo abbia senso,  se possiamo programmare e pianificare serva a qualcosa, oppure siamo solo in balia delle circostanze. Magari l’arte di vivere consiste semplicemente nell’imparare a seguire la corrente, dando qualche colpo di pagaia di tanto in tanto. I colpi giusti, invece di affannarsi, e rovinarsi abiti e fegato.

Stasera, a questo proposito ho letto una frase di Bruce Lee. ( Si, proprio lui, l’attore).

“… if you are cursed with perfectionism, then you’re absolutely sunk. This ideal is a yardstick which always gives you the opportunity to browbeat yourself, to berate yourself and others. Since this ideal is an impossibility, you can never live up to it. You are merely in love with this ideal, and there is no end to the self-torture, to the self-nagging, self-castrating. It hides under the mask of “self-improvement.” It never works.”

E ancora .

“Where some people have a self, most people have a void, because they are so busy projecting themselves as this or that. This again is the curse of the ideal. The curse is that you should not be what you are. Every external control, even internalized external control—”you should”—interferes with the healthy working of the organism. There is only one thing that should control the situation. If you understand the situation that you are in, and let the situation that you are in control your actions, then you learn how to cope with life.”

Probabilmente, aveva ragione lui.

antoniopiemontese {chiocciola} hotmail.it
https://www.linkedin.com/in/apiemontese

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