Galeotte furono le vongole sgusciate e chi le cucinò. Altro che Paolo e Francesca: settecento anni dopo Dante, al posto dell’eterea pulzella c’è finito il tentacolare oste del “Cefalù”.
L’intervista di Paolo Mieli rilasciata al Corriere è tutta da gustare, ma difficile da associare a un direttore. Balbetta, si giustifica, distingue (“me ne voleva parlare, ma gli dissi di non dirmi il nome”, “lui parlava ma io mi limitavo a stare zitto e pensare ai fatti miei”, “figuriamoci se con tutte le cose che ho da fare potevo dare retta a lui”, cito a memoria, ma il senso è questo). E poi le vongole. Croce e delizia. Si perse la primogenitura per un piatto di lenticchie, si può ben rischiare lo status e quell’aplomb serioso da storico per un piatto di spaghetti.
Perché Mieli frequentava il ristorante del faccendiere Lavitola? Per i gustosi mitili, racconta. “Nessun altro me li faceva trovare sgusciati nel piatto”, ricorda.
Il direttorissimo narra delle pericolose battaglie con l’amato spaghetto. Nella tensione della tenzone, tra tovaglioli macchiati e camicie con schizzi di sugo, non si tratta di un dettaglio da poco. Tanto cruenta deve essere stata la pugna che, fino all’epifania di Lavitola, è possibile che non gli sia mai venuto in mente di chiedere agli chef il prezioso favore di fargli trovare un piatto solo da gustare.
E che favore.
Se dovessero sgusciare tutte le vongole che cucinano, i ristoranti di pesce dovrebbero assumere una persona ad hoc, forse chiudere.
E poi. “Arrivavo in taxi, ma al ritorno Lavitola mi accompagnava a casa”. Ah.
Un trattamento da re: sarei curioso, ora, di vedere il conto.
Purtroppo non finisce qui.
Il teatro dell’assurdo della vicenda Ranucci prosegue passando dalle mangerecce dichiarazioni di Mieli a quelle di Alessandro D’amato, caposervizio di Open che accettò di lavorare a una mailing list per lanciare la candidatura del giornalista di Report. Committente, Lavitola. D’Amato, esploso il bubbone, decide di raccontare tutto sul suo giornale. Per aggiungere particolari, spiega. Carino. Sembra però più un “mettiamo le mani avanti che non si sa mai”.
Poi ne parla anche col Corriere. Che gli chiede: Ranucci era a conoscenza del progetto elettorale? Riposta: non l’ho mai saputo. Ah.
Ora, mentre Mieli al Cefalù ci andava in taxi, mi viene il dubbio che D’Amato no. Forse a Open non pagano bene i giornalisti, se devono cacciarsi in guai del genere, con personaggi come “Valterino” (ipse dixit) per arrivare a fine mese.
Però la pena per la situazione del giornalismo italiano, la consapevolezza che spesso si fa fatica a campare (e fanno fatica anche quelli bravi davvero, non solo chi ha sbagliato mestiere) non esime del tutto uno che di professione fa il cronista dal fare attenzione.
Ma non fidatevi del mio riassunto.
Andate a leggervi gli originali e fatevi la vostra idea, oltre a quattro risate. Tanto, a questo punto, se mi diceste che non avete fiducia nella stampa capirei. Abbondantemente. Buono spaghetto con le vongole a tutti.