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Perché vedere Naza

Torno ora da vedere Naza, il documentario sulle “vittime collaterali” (“Naza”, nel linguaggio militare israeliano) dei bombardamenti su Gaza. La prima cosa che mi viene da dire è: andateci, è ancora per qualche giorno nelle sale in italiano ma è disponibile anche gratis sul sito del Guardian. Si tratta di un lavoro potente di denuncia, non a caso premiato a Venezia per l’impatto che ha.
Una ventina di membri dell’IDF, l’esercito israeliano, raccontano come, per uccidere un membro di Hamas, Tel Aviv accetti il rischio di far morire sotto le macerie venti, trenta, cinquanta innocenti.
Un sistema basato sull’intelligenza artificiale permette di mappare il territorio incrociando dati sulla posizione dei cellulari, ascolto di conversazioni e qualsiasi cosa riusciate a immaginare, anche la voce di bambini che dicono “Papà è tornato”. Festa grande, e bum, la casa salta in aria.

Naza mostra la banalità del male, il disaccoppiamento tra la morte e rischio di causarla, implicito in ogni combattimento fino a ieri, e oggi venuto meno. Roba da Olocausto. (Accade anche in Ucraina, con i droni pilotati da joystick, peraltro).

Alla fine della proiezione, la gente è uscita mestamente in fila. Si faceva fatica ad alzare lo sguardo. Diversi piangevano, qualcuno aveva le lacrime trattenute a fatica. Nessuno ha parlato. C’è poco altro da aggiungere.

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