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EU and India toward an historic agreement. Thank Trump for it

The EU and India concluded negotiations today on one of the most ambitious free trade agreements ever for both. All along the economic aspects, renewed collaboration is expected on key topics, like security (even cybersec) and defence, classified information, climate, disaster management, startups.

It doensn’t look the timing is casual, obviously.

Donald Trump openly menaced the EU with tariffs from the United States in the last months while the agreement will cut them for a variety of goods exchanged between the Old continent and India. And when it comes to defence, there’s not much to add to the bullying over Greenland, counterbalanced by the search of new alliances.

Some figures. The EU and India already trade over €180 billion worth of goods and services per year, supporting close to 800,000 EU jobs, as referred by Bruxelles. The deal is expected to double EU goods exports to India by 2032 by eliminating or reducing tariffs in value of 96.6% of EU goods exports to India. Overall, the tariff reductions will save around €4 billion per year in duties on European products.

Bruxelles is reacting in a polite way, as usual. But it’s reacting, it’s doing it fastly, and that’s important. Please note that negotiations started in 2007, and were suspended in 2013 (in the same period, a diplomatic crisis involved 2 Italian troops accused of killing a fisherman). At the time, India was looking for a role on the international arena, to accreditate itself as a mid sized power, and wat way too assertive, so to speak.

Things have changed, in the meantime, and talks have been relaunched in 2022, accelerating last October. The country now is the most populous in the world, and the 4th largest economy. Not only. It hasn’t to struggle with demographic issues as China, burdened by an older population and the outcomes of the one-child policy of the 20th century. Moreover, the upper classes speaks English and uses Latin alphabet; it’s a democracy and its legal system is understandable and modelled on the British, and there’s still a deep tie with London.

In brief, India might be one of the countries to monitor in the next years.

It also has problems: a variety of languages, poverty, internal conflicts between Induists (largely dominant) and Muslims. Narendra Modi, the prime minister, can be tough in his repression. But Delhi’s constitution and institutions have proved resilient over time.

A few would have predicted this only 10 years ago.

Now the agreement needs to be finalized. On the EU side, the negotiated draft texts will be published shortly. The texts will go through legal revision and translation into all official EU languages. The Commission will then put forward its proposal to the Council for the signature and conclusion of the agreement. Once adopted by the Council, the EU and India can sign the agreements. Following the signature, the agreement requires the European Parliament’s consent, and the Council’s decision on conclusion for it to enter into force. Once India also ratifies the Agreement, it can enter into force.

It’s going to take time. But that of today is a good base (more info here). In the press release Trump is never mentioned, but is clearly present when Ursula von der Leyen comments “We have sent a signal to the world that rules-based cooperation still delivers great outcomes”. How will he react?

This deal might be considered a sign of hope in a future in which bullying lets diplomacy go ahead. Peace has been always built on trades – and even though globalization had plenty of excesses and lead us to deep inequalities, the world needs to correct its flaws while maintaing its most positive impact – a stable world.

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esteri, politica

Non si può evitare di scegliere sul populismo

Washington è sotto assedio. L’America, ancora una volta, è davanti a tutti. In questo caso, mostrando al mondo il peggio di sé.

Sono anni che politica e opinione pubblica si interrogano se le tesi dei sovranisti – termine che nobilita idee per molti versi troglodite – nonostante tutto vadano rispettate.

Brexit è stato il primo esempio, ora l’America mostra cosa significa lasciare crescere indisturbato il populismo, per giunta in un paese dove anche la circolazione delle armi è pressoché libera.

La tenuta di un sistema democratico evoluto si basa su pesi e contrappesi, che muovono, però, da un assunto di base: la buona fede di chi sta al governo, il suo senso del limite, il rispetto delle istituzioni che si trova a rappresentare. Trump ha ignorato tutto questo, fomentando la rivolta dopo aver perso le elezioni.

Schiere di sostenitori privi di una cultura che non fosse quella costruita sui social media, ma legittimati nella propria ignoranza dalla prima carica dello Stato, hanno invaso la capitale prendendo d’assalto il Congresso. Pistole sono spuntate tra i banchi, si è sentito anche almeno uno sparo. Ci sono state delle vittime. Mentre l’inquilino uscente della Casa Bianca, eletto nel 2016 – ormai è praticamente certo, con l’intervento della Russia –  si dissociava blandamente.

Restano ancora due settimane prima del passaggio di consegne, abbastanza per fare danni gravi. Il miliardario newyorkese, abbandonato anche dai principali sostenitori in parlamento, si rivolge direttamente al popolo frustrato dal Covid, da capo delle forze armate e in un paese stanco e ben dotato di pistole e fucili.

La tenuta del sistema è a rischio: l’esercito risponde a lui, e, come minimo, lo Stato maggiore non sa che pesci prendere, scisso tra l’ubbidienza alle regole, e la necessità di intervenire per preservare le istituzioni. I ritardi nella reazione ai disordini ne sono la prova.

No, populismo e sovranismo non possono crescere indisturbati. Si dice: se non si dà loro rappresentanza, se non si consente loro di entrare nell’agone politico, si mantengono queste energie al di fuori della dialettica parlamentare, con il rischio di rivolte. Ma Trump ha mostrato, molto più di personaggi come Boris Johnson, cosa può accadere se in una grande democrazia, dotata di arsenali atomici, influenza e tecnologie in grado di distruggere il mondo, al comando si ritrova un uomo pervaso da un narcisismo oltre il patologico, incurante delle conseguenze delle proprie azioni e attento solo al proprio interesse.

Le nazioni si danno un governo sulla base di un contratto sociale: i cittadini cedono allo Stato il monopolio della forza, convenendo che un soggetto terzo e imparziale meglio garantisca le condizioni minime del vivere civile. Altrimenti, l’unica legge resterebbe quella del più forte. Uno Stato, oltre che un insieme di norme e burocrazie, di tasse e imposizioni, come spesso viene percepito oggi, è innanzitutto un accordo basato sulla fiducia reciproca, un patto per temperare gli istinti di prevaricazione in nome di un bene più grande.

Personaggi come Trump una volta ersi muovevano al di fuori del sistema. Tra i filtri, c’era anche la stampa democratica, che selezionava le notizie prima di divulgarle, amplificandole. Ma cosa accade nell’era dei social media e delle fake news, dove non c’è intermediazione e, al contrario, il dibattito pubblico ha perso ogni credibilità?

Trump mostra i limiti del sistema democratico. Peraltro noti. Già Churchill affermava che la democrazia è il sistema di governo peggiore, eccetto tutti gli altri. Cina e Russia, intanto, sogghignano e stanno alla finestra: da loro non sarebbe mai potuto accadere.

In situazioni del genere cresce il fascino di soluzioni autoritarie, in cui si cedono quote maggiori di libertà in nome di stabilità e sicurezza. E’ la nemesi della democrazia, ma questi due termini sono non a caso gli stessi evocati dai capipopolo a tutte le latitudini: sono loro a creare il problema, aizzando folle ignoranti e frustrate, sono loro a offrire la soluzione.

Non è più possibile evitare una scelta. Per difendere la democrazia come la conosciamo è necessario che chi si riconosce in questi valori, al di là delle appartenenze politiche, lo affermi con forza, e isoli personaggi del genere dal principio delle carriere politiche.

Si prepara un’era di instabilità. La pax americana seguita al crollo del Muro di Berlino si è risolta in un mondo multipolare, dove il balance of threaths, l’equilibrio del terrore fondato sulla paura di un olocausto nucleare, è l’unica garanzia per il mondo. Come nella Guerra Fredda, ma qui gli attori sono cinque o sei, allora erano solo due.  Politici dotati di arsenali atomici e lontani dall’equilibrio possono scatenare conflitti di proporzioni inenarrabili. Einstein diceva “Non ho idea di quali armi serviranno per combattere la terza Guerra Mondiale, ma la quarta sarà combattuta coi bastoni e con le pietre”. L’ideale democratico non può commettere suicidio concedendo a forze antisistema di crescere fino a questo punto. Ora, forse, è più chiaro che ne va del futuro di tutti.

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