cultura, milano

L’Eco che non ti aspetti

Sono stato ai funerali di Umberto Eco al Castello Sforzesco di Milano. Rito civile, una sequela di interventi di autorità, amici oltre a quello, toccante, del nipote. Mi ha colpito l’affetto che la gente ha dimostrato verso questo studioso versatile come pochi.

Ammetto di non aver mai letto niente dell’Eco narratore, ma l’ho apprezzato parecchio come editorialista (lui) e studente di un corso universitario di semiotica (io).  

Semiotica, per un non amante della filosofia come me, fu uno degli esami più difficili, ma anche uno di quelli che, in un’altra vita, avrebbero giustificato l’iscrizione a un corso di laurea ad hoc.

Con le sue derivazioni è alla base dell’intelligenza artificiale, dei motori di ricerca e di quello che in definitiva sarà il nostro futuro. Significa capire come funziona la mente umana, come riconosce la realtà, cioè la base per cercare di riprodurla tramite un calcolatore. Probabilmente ci vorrà ancora parecchio, ma se un giorno arriveremo ad avere dei computer intelligenti, il merito sarà anche di questo esperto di estetica medievale, appassionato di fumetti e mass-media, inventore del Dams e dei tanto bistrattati corsi di laurea in Scienze della Comunicazione che ha saputo sporcarsi le mani impastandosele ben bene con la cultura “bassa”.

Eco era capace di passare dall’erudizione al vino da quattro soldi bevuto all’osteria con gli studenti. Come solo chi è veramente grande sa fare, si mostrava forte con i presuntuosi e umile con chi saccente non era, e magari si rivolgeva a lui per ottenere una massima, uno spunto di riflessione. Risposte che a volte probabilmente neppure pensava di possedere, ma elargiva ugualmente, forse temendo di deludere le attese che era in grado di scatenare.

Al Castello Sforzesco bastava ascoltare il mormorio delle persone per capire che erano tanti ad avere una storia da raccontare. Come quella signora che lo andò a cercare per abbracciarlo al termine di una conferenza e gli chiese a bruciapelo: professore, cos’è la felicità? Ho provato a immaginarmi la replica, mi sarebbe piaciuto sentirla.

In Calabria, a Diamante, c’è un bar sulla scogliera. Tra i drink del menù ce n’è uno, forse un negroni, che sulla lista viene riportato come “variante Umberto Eco“. Ne ho chiesto la storia al proprietario. Mi rispose raccontandomi che, di passaggio sul Tirreno, il professore si fermò a prendere un aperitivo al tramonto. Raccolta la comanda, l’intraprendente oste spiegò volle proporre una piccola scommessa: se al semiologo fosse piaciuta la variante dell’aperitivo che usavano servire nella sua terrazza, allora e solo in quel caso gli avrebbe consentito di darle il suo nome.
Se passate da Ninì, sul menù c’è ancora la firma di Umberto Eco.

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