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“I suppose you don’t know me”, he said. Then he won the gold metal

This guy has a very special spark. We found and interviewed him with my colleagues from Cbc ten days ago knowing nothing about his story, just because he was passing by us. We were justified, in case you ask: we’re here in Milan to cover the economic, political and social aspects of the Olympics. We have dozens of colleagues super skilled in every kind of winter sports in the four locations of the Games.

That afternoon, he was roaming through the Olympic Village in Porta romana, just landed, surrounded by other teammates. We were looking for stories, and a Brazilian group dressed with ski suits instlantly hooked our attention. But there actually was just one star shining in that group of six-seven guys, and that’s why we pointed the microphone and the camera on him.

It was one of those vox populi interviews, when you try to smell the mood. What’s your name?, we asked finally. “Pinheiro” , he replied. “But I suppose you don’t know me”. Well, that was true. “Yet”, I read in his eyes.

A week and a half later, I spotted the headlines and – boom – a Brazilian to-be-champion had just won the gold medal in giant slalom. I looked at the face in the Tv and…yes. There he was.

As a journalist, I thought: if we only knew. We shot a couple of questions, nothing more. And now he was the new gold medalist! The first Brazilian in winter Olympics. This chance won’t easily come to us again.

But, as an Italian, I couldn’t help but think of Alberto Tomba, our ace in the ’90. Like Tomba, Pinheiro is good looking, self confident and – though half Norwegian – he comes from a sunny country (well, Tomba is from Bologna, not much sun there, but mountains neither). Not only. They both have a magnetic personality. In a few words, let me borrow Trump’s payoff, he can make skying great again.

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The problem is not disqualifyng Heraskevych: is the use of double standards

I was there at Vladyslav Heraskevych’s press conference held at the Ukrainian Consulate in Milan, on Thurdsay night (yesterday). I know during war times communication counts to guide public opinion, and therefore their governors. But, for once, the Olympic committee took the right decision by disqualifying the young athlete for wearing an helmet with the faces of several athletes dead over the course of the conflict.

So states article 50 of the Olympic Charter: “No kind of demonstration or political, religious or racial propaganda is permitted
in any Olympic sites, venues or other areas”. Basically, you’re not allowed to show symbols, even powerful ones. And – if you do so, which might make sense as a form of protest – you must accept the consequences. Exceptions have been made during press conferences.

The problem lies elsewhere.

During these Games, the International Olympic Committee obliged the Russian athletes to compete without a flag, understandable as a means of pressure on Moscow (not a premiere: apartheid’s South Africa was banned from the Games ) but hard to bear for them as single men and women.

Not only.

They allowed former member of the Idf (Israeli defence forces) who allegedly fought in Gaza and showed support to the genocide on their social media accounts to compete: not very Olympic-like.

Both were wrong decisions.

For once, by disqualifying Heraskevych, they did the right thing. It was emotional, it might have been hard, but nevertheless, it was necessary: if not done, it would have created a precedent. Who decides what’s worth being shown during a race? You enter into the political arena.

The problem lies in the use of double standards, as shown before. Israel committed a genocide, the Us themselves invaded Venezuela deporting its president Nicolàs Maduro. As usual, with no consequences regarding their participation and their athletes.

Vladyslav’s gesture is understandable from a human point of view, but rules are rules. And must be respected. By everyone. Please tell the Ioc.

ps.

This doesn’t mean any support to Russian invasion or antisemitism, needless to say.

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Olympic dreams

A tired Olympic athlete with a five-rings tattoo, after her performance. She’s from Spain, competing in ice dance. Abnegation and discipline are at the heart of professional sport. And getting here, even without gaining any medals, repays for a whole life of sacrifices.

[my photo, Thursday Feb 12th 2026]

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Why should we need a Visa to pay at the Milano Cortina Olympics?

Well, I know they paid a bunch of money to be one of the main sponsors. But still I can’t understand why someone owning a Mastercard, Amex or any other credit card must pay cash at the Milano Cortina Olympics. Try to imagine someone coming from another continent without cash , relying on the fact that in a city like Milan there should not be any problems. And try to imagine how to buy a ticket online for the Games without a Visa.

Inclusiveness doesn’t belong here. We’re not only excluding the poors from access to finance, as usual: here we’re excluding the middle class (and even the rich).
That’s fun…

ps they provide you the link to apply for a card. Just in case.

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Cherchez l’ami

Non c’è da esultare molto se vinci con il 60 % dei voti, ma alle urne si è recato meno del 50% degli aventi diritto, dato più basso di sempre a Milano. La sinistra ha tradizionalmente più potere di mobilitazione; il resto dei meneghini ha deciso che non valeva la pena perdere un quarto d’ora di vita per scegliere chi sostenere tra l’offerta politica di questo 2021.

E come dar loro torto. Con un avversario all’altezza sarebbe stato ballottaggio sicuro. Ma uno come Albertini, di prendere ordini da Salvini non ne ha voluto sapere. E infatti ha salutato, simpaticamente addossando la responsabilità alla consorte.

Con Sala vince l’idea di città internazionale ma poco attenta alla spina dorsale di lavoratori, quella delle settimane della moda ma anche del vino, del coniglio, del design, dello spritz (scegliete un sostantivo e cercatelo nel calendario: probabile che lo troviate). La città che non si ferma, quella degli Ambrogini alla Premiata multinazionale del marketing Ferragni / Fedez e dei progetti di riqualificazione tutti diversi eppure tutti uguali perché senz’anima (dov’è il rispetto delle identità dei quartieri, se fai sempre la stessa cosa da Loreto a porta Romana?).

Quella che spinge fuori i poveri per attirare manager e fondi di investimento. Quella che accontenta i proprietari immobiliari, felici degli aumenti folli dei valori perché guadagnano senza muovere un dito (si chiama rendita).

A Roma, dice il resoconto di un convegno recente, i palazzinari già esultano per la candidatura all’Expo 2030: il valore degli immobili è dato in salita, e si sono messi a fare i conti nei giorni scorsi, guarda caso poco prima delle elezioni.

Milano, naturalmente, da prima della classe le sue Olimpiadi le ha già. Quelle invernali. Peccato che nessuna città al mondo li voglia, i giochi, perché durano due settimane, costano miliardi, e di solito lasciano cattedrali nel deserto, come ben sappiamo qui in Italia. Non solo. A Milano la neve non c’è. Se il profeta non va dalla montagna, sarà la montagna a venire al Duomo, devo aver pensato a Palazzo Marino. Oppure è il solito marketing.

Insomma, chi, come chi scrive, ha il cuore che batte a sinistra (e conosce il mondo reale, non quello delle ztl) stappa una bottiglia per la fine dell’ondata sovranista. Ma tiene gli occhi aperti. Cherchez la femme, dicono i romanzi polizieschi. Qui bisogna cercare i finanziatori. “Non ho chiesto e non ho ricevuto – ha detto Sala – diciamo che godo di tanta stima e quindi ho amici e conoscenti che in trasparenza aiutano nella campagna, però l’ho fatto volontariamente, perché credo che l’indipendenza passi anche attraverso quello. Io non chiedo soldi ai partiti”. Da oggi, io direi cherchez l’ami.

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Milano vince le Olimpiadi. Ma è fuori dai “giochi” che contano

Diciamocela tutta: non era difficile. Milano (assieme a Cortina) ha ottenuto dal Comitato Olimpico Internazionale l’assegnazione delle Olimpiadi invernali 2026. La città festeggia; ma non c’era, a dire il vero, questa gran competizione. Le candidature di Calgary (Canada), Sion (Svizzera), Graz (Austria), Sapporo (Giappone) hanno perso mordente una dopo l’altra;  l’unica avversaria rimasta in lizza era la capitale svedese. Dove, peraltro, la gente era tiepida al riguardo: solo metà degli abitanti del paese favorevole. Naturale convergere su chi ha mostrato più interesse (in Italia, pare, il sì sfiora l’80% degli intervistati).

La città, galvanizzata dall’effetto Expo, si accaparra, così, un altro evento in grado di portarla sulla scena internazionale. Ottimo per il ritorno d’immagine, se la macchina funzionerà; ma le ragioni per esultare mi pare vadano cercate esclusivamente nel marketing territoriale.

In realtà le Olimpiadi invernali sono un evento che spesso si traduce in perdite colossali dal punto di vista economico e lascia cattedrali nel deserto a livello infrastrutturale. Per questo non c’è la fila per organizzarle. Inoltre, durano poche settimane, e sono rivolte a un pubblico ristretto di appassionati: non sembra abbastanza per generare un impatto paragonabile a quello di Expo2015, che ha generato turismo e business per sei mesi, oltre a lasciare un’area su cui sta sorgendo un importante distretto dell’innovazione. Persino allora il conto economico fu negativo nell’immediato; ma le ricadute per la città e il suo ecosistema ripagarono ampiamente la scelta di assumersi l’onere.

Valeva la pena di riprovarci con le Olimpiadi? Probabilmente, sì; ma è un lusso che solo una città funziona e, in fondo, sull’immagine ci vive, può permettersi. Personalmente, ero contrario all’organizzazione dei Giochi a Roma, che ha ben altri problemi da risolvere.

La riflessione che mi viene in mente è, però, un’altra. Quando, causa Brexit, si trattò di assegnare la sede dell’EMA (l’Agenzia Europea per il Farmaco), Milano perse al fotofinish  la sfida con Amsterdam, appoggiata da tutto il Nord Europa. L’Italia, allora, fu sostenuta solo dai piccoli.

L’EMA, quella sì, era un obiettivo strategico, i cui effetti in termini occupazionali, di business e di peso politico si sarebbero dipanati per generazioni. Ma, in quel caso, non fummo quasi considerati dai big del continente, probabilmente pagando la percezione di inaffidabilità, lo scarso appeal per i dipendenti, e anche le relazioni internazionali. Come dire, finché si tratta di “cosucce”, divertitevi pure. Ma i giochi  “seri”, quelli della politica, si fanno ancora altrove.

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