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Ora chi era in piazza a Milano deve tornarci

Non è che l’inizio. I fatti di Milano, con gli scontri e l’assalto alla Stazione centrale, hanno oscurato buona parte delle proteste pacifiche per Gaza di lunedì 22 settembre.  La stampa, anche internazionale, ha fatto fatica a distribuire i pesi. Anche a distanza di ore. Ricevo diverse newsletter, e ho particolarmente apprezzato quelle (un nome su tutti: Good morning Italia) che hanno titolato sul buono della piazza di ieri: grande, partecipata, sacrificata (non solo per il meteo, ma anche perché trattavasi di sciopero, e chi c’era rinunciava alla giornata di paga). La foto qui sopra è stata scattata nei luoghi della guerriglia, pochi minuti prima: non ci sono black block, perché la manifestazione è stata pacifica, e molto meno aggressiva di tante altre di questi anni, negli slogan e nell’atteggiamento.

Non è che l’inizio, perché ieri tanti sono tornati a casa e si  sono sentiti dire: “Visto, te l’avevo detto, ma lascia stare, chi te lo fa fare”. E poi il commento peggiore, quello buono per tutte le stagioni: “Non serve a niente”.

La realtà è diversa. Prendere le strade in maniera pacifica serve, eccome. La protesta di ieri sarebbe finita sui media di tutto il mondo anche se non ci fossero stati gli scontri: ci sarebbe solo finita in maniera migliore. Guardiamo i portuali di Genova, che da mesi si danno da fare per impedire il transito di merci per Israele e carichi di armi.

Per bloccare un paese non serve distruggere una città: basta incrociare le braccia. Basta sedersi per terra, come insegnano da anni gli attivisti del clima, memori della lezione di chi ha protestato prima di loro.

Disaccoppiamo la violenza dalla visibilità: le cose, anche sui media, non funzionano così. Anzi. Si passa per delinquenti, si distrugge in poche ore quanto seminato per anni. E bisogna saperlo.

Ho letto a sinistra analisi che rimarcavano come la polizia abbia manganellato. Inutile girarci intorno: ci sono casi in cui il ricorso alle maniere forti è giustificato. E chi decide di vandalizzare una città, se non è un, passatemi il termine, cagasotto, deve accettare il rischio di prenderle. Questi pusinllanimi di quart’ordine, aggressivi a parole e nei fatti, e poi pronti ad andare a piangere a favor di telecamera mostrando le ferite fanno il gioco di chi non vuole mollare Nethanyahu, in questo caso, come il governo italiano; e, più in generale, di chi si oppone al cambiamento.

Non è che l’inizio perché chi c’era in piazza deve tornarci, senza lasciarsi scoraggiare dalla cattiva pubblicità. Bisogna isolare i violenti, diluire il ricordo di quanto accaduto con dieci, cento nuove piazze e iniziative, colorate e pacifiche. Con azioni di disobbedienza civile, scioperi bianchi, boicottaggi: c’è un campionario ricco cui attingere.

Le infatuazioni durano un battito di ciglia, e chi distrugge non ama una causa piuttosto che un’altra: protesta a prescindere. Per disagio, narcisismo, vanagloria. A volte anche perché prezzolato. E’ probabile che ieri vi fossero dei provocatori, non molti, seguiti a ruota da una manica di imbecilli privi di qualsiasi capacità di analisi, e a cui non pareva vero di avere un lasciapassare.

La parte buona della piazza di ieri deve tornare sulle strade, e farlo presto. Il momento è cruciale: c’è l’anniversario del 7 ottobre, l’assalto finale a Gaza City. C’è da immaginare il futuro della Striscia, senza America e senza Israele. I tempi della diplomazia sono lunghi, ma la soluzione a due Stati, se non diventa un alibi per l’inazione, è il primo passo, e va sostenuta, ora che è vicina. Diluiamo la violenza dei professionisti della protesta con la continuità della passione civile dei molti. E continuiamo a sacrificarci per combattere questo genocidio orrendo. Noi, che nel mondo proviamo ancora a cercare la bellezza, nonostante i nostri problemi, le nostre ansie, le nostre difficoltà. Nonostante questi tempi grami.

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esteri, media, politica

Qualche pensiero sulla partecipazione

Era un’esperienza legata alle grandi battaglie civili, e il riferimento in Italia sono sicuramente i radicali di Marco Pannella; negli anni è diventata una moda alimentare, non sempre con l’ausilio del buonsenso. Ma, prima ancora, era un’esperienza mistica, i cui riverberi si sentono nel Ramadan musulmano e nella quaresima cristiana. Atti politici, di penitenza, o di benessere. Ma il digiuno resta, prima di tutto, l’assenza di cibo. Una mancanza non autoinflitta. Cattivi raccolti, tempo inclemente, grande freddo o caldo: il piatto resta vuoto. Non solo. Più spesso che no è stato usato come arma di guerra. Gaza non è il primo caso:  in Somalia, per esempio, durante la guerra civile all’inizio degli anni Novanta. Ma la storia non manca di ammonimenti. Si imprime la fame nel corpo e nella mente di una popolazione per fiaccarne la resistenza, per risvegliare gli istinti animaleschi che la cività ha sopito; per riportarla all’homo homini lupus (l’uomo è lupo per l’uomo), sintesi filosofica di Hobbes per qualcuno insuperata.

Quando mia moglie (che lavora in un ospedale) mi ha proposto di aderire al digiuno per Gaza di medici e operatori sanitari il 28 agosto – la campagna era aperta anche ai cittadini comuni -, ho subito accettato: apprezzavo che lo spunto arrivasse da una persona con un pensiero preciso su molte questioni del nostro tempo, ma che di solito tende a tenere per sé le proprie considerazioni quando si tratta di dimostrazioni pubbliche. Credo, invece, che ci sia bisogno di atti politici. Così, senza pensarci troppo, abbiamo cominciato queste 24 ore. Proverò a lasciare qui qualche ricordo.

Il primo è l’acuirsi dei sensi. Il corpo è sveglio, lucido, concentrato. Sin troppo. Si torna sempre con la testa al cibo, ma è come se la mente diventasse più affilata, come se sgombrasse il campo da tutto quanto è superfluo – forse il cibo è la metafora del sovraccarico interiore – . Mi ha fatto venire in mente l’esperienza del Ramadan, il digiuno dal tramonto all’alba dei musulmani, portato avanti un mese all’anno. Per domare la mente e i morsi della fame è necessario tornare alla motivazione, che, in questa maniera, viene accarezzata con costanza. Mi è diventato più semplice capire come l’atto del privarsi del cibo in nome di una ricerca spirituale possa aumentare la fede. Si tratta, in un certo senso, di un investimento emotivo, che lega chi lo pratica al suo oggetto. Tornare ogni volta, tante volte al giorno, con il pensiero alla motivazione consente di vincere la tentazione di mangiare o bere: e rinsalda, così, il proposito con la ripetizione. In tempi vacui, in cui l’attenzione mediamente non dura più di otto secondi per l’influsso dell’ecosistema digitale e visuale in cui siamo immersi, in tempi in cui è possibile parcellizzare anche il lavoro quotidiano in micro-unità da prendere e lasciare quando ci fa comodo, è sempre più raro trovare il senso della continuità. Una sorta di flusso, concetto che mima lo stato mentale sperimentato dai mistici, dove la mente è così concentrata da toccare il sublime. La sto facendo troppo lirica, forse, e le mie sono state solo ventiquattro ore: ho fatto poco. Ma ha permesso, anche a me che non salto mai un pasto, di avvicinarmi a un concetto che mi era sconosciuto.

Altra scoperta: la forza viene dalla disciplina. A volte qualcuno ti chiede come stai. Fa molto piacere, perché aiuta. Ma, inspiegabilmente, si sente un’energia diversa. Forse dovuta al fatto che il corpo non ha risorse impegnate nella digestione, e quindi ne restano di più per il resto; forse per il potere che ha la mente di favorire la secrezione di ormoni del benessere quando ci sentiamo motivati e partecipi di qualcosa di più grande di noi; forse perché, se riusciamo a vincere tante piccole battaglie, cominciamo a intravedere la possibilità di vincerne anche qualcuna più rilevante.

Non lo so. Sta di fatto che il digiuno ha rinforzato la mia motivazione a sostenere la causa di Gaza. E questo non me lo sarei aspettato: credevo fosse un atto dimostrativo, un sacrificio rivolto all’esterno; invece il suo valore è stato anche, e per una buona metà, quello di rinsaldare il mio personale proposito di fare qualcosa per quella terra martoriata; e, in generale, per le cause che mi stanno a cuore. Trovare del tempo, soprattutto. Come diceva Seneca duemila anni fa, quanto la vita era meno frenetica di oggi: non ne abbiamo poco, ne sprechiamo molto. Riuscire a riportare la mente costantemente e tranquillanente su un obiettivo aiuta. Lo yoga lo fa con il respiro. E, come spesso accade, ha ragione.

***

Fin qui la componente individuale. Ce n’è chiaramente un’altra, che distingue l’atto del digiunare per una causa da quello di ricerca interiore, di fede o di penitenza: la dimensione politica.

In questo senso, è necessario comunicare quello che si fa. Nell’epoca dei social network, è un’attività quotidiana per tutti. Eppure, ho visto che tanti hanno mostrato sincero apprezzamento, e sostegno quando ho scritto un post, come richiesto dalla campagna. Ho avuto la sensazione che, se un atto politico arriva da una persona che conosciamo o stimiamo, questo riesca a superare il filtro razionale che mettiamo di fronte alle notizie del telegiornale. Una persona a noi nota che racconta di aver fatto un digiuno per Gaza spinge a riflettere più dei resoconti degli inviati. Sto probabilmente scoprendo l’acqua calda; chi organizza campagne di comunicazione lo sa benissimo, e per questo arruola personaggi pubblici; ma fa un certo effetto sapere di avere questo potere. E non è solo di chi, lavorando nei media, ha più visibilità: è – ovviamente con gradazioni differenti – di tutti. Il concetto è che se si conosce una persona, la si ritiene credibile, e quindi ci si concede lo spazio mentale per una riflessione. Che in qualche caso porta a ripetere il gesto e a innescare una reazione a catena; più spesso resta solo un pensiero. Ma è già abbastanza.

Arriviamo al concetto di partecipazione. Come prevedibile, i commenti sui social non sono stati tutti positivi. C’è chi la ritiene una mera operazione di self marketing (difficile convincerli del contrario: ma comunque, come detto, aderivo a una campagna, e l’ho fatto, peraltro, non senza timore); altri lo ritengono inutile. Questi ultimi, a mio parere, meritano una risposta tratta proprio da questa breve esperienza. Anche qui non scopro niente di nuovo. In sintesi: la partecipazione politica è sempre positiva, in qualunque forma. L’importante è che non tracimi nella violenza. Dalla lettera al giornale al post sul social network, dalla presenza alla maniestazione, al sit-in e ovviamente al voto: tutto conta. Ci sono, chiaramente, azioni più efficaci di altre; ma ogni cosa è meglio dell’inazione. Il politico misura la temperatura alla realtà con il termometro del consenso, e sulla base di questo – che per lui si traduce in possibilità di rielezione – prende le proprie decisioni. Persino i leader autoritari stanno attenti a non esagerare, a non far “venire la febbre”, passatemi l’espressione, al popolo, perché percepiscono che, se le masse si svegliano dal torpore, hanno il potere di rovesciare qualsiasi regime (per sostituirlo con cosa? è la domanda che segue; e anche quella che, non avendo risposta, spesso blocca sul nascere qualunque atto rivoluzionario).

Da quanto sopra discende che constatare una partecipazione pubblica e coordinata a un’azione dimostrativa preoccupa chi decide; e quindi serve, eccome. Oggi gli strumenti digitali permettono molto; se poi si uniscono alla presenza fisica, questa ibridazione amplifica ancora di più. L’idea non è solo quella di mettere in piedi un teatrino social, ovviamente, anche se molti campaigner si accontentano dei like: è quella, più strutturale, di portare gli individui a riflettere, in maniera che orientino le proprie scelte elettorali e di consumo verso obiettivi in linea con i propri valori, senza lasciare la scelta al caso o al mercato con il suo potere di condizionamento. Qui si può trovare la scala della partecipazione, così come disegnata dalla scienza politica sulla base di molti anni di osservazioni. L’essenziale è ricordare che l’atto deve essere pubblico.

Vale la pena ricordare un paio di cose, al riguardo. All’inizio della guerra a Gaza (chiamiamolo pure per quello che è: un genocidio) era molto difficile, per giornalisti e cittadini, mettere le cose in prospettiva. Pur senza negare l’orrore del 7 ottobre e i massacri di Hamas, mantenere lucidità veniva di per sé associato ad antisemitismo; e in questo modo, irretendo chi avrebbe voluto protestare, si giustificava qualunque eccesso. Se l’inerzia è cambiata e oggi ci si può esprimere liberamente  si deve a quei pochi che, sin da subito, hanno con coraggio e non senza timore operato dei distinguo, rischiando pesanti accuse – e anche il lavoro, in certi casi – ; e al segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, che un mese dopo il massacro precisò, dopo aver espresso solidarietà agli israeliani, che it didn’t happen in a vacuum (non è successo senza contesto). Quello che dice Guterres, ogni volta che si pronuncia, è notizia per qualunque giornale: e così anche chi era timoroso si è sentito autorizzato a riportarne le parole, e a sdoganare un concetto fondamentale per capire quello che sta accadendo in Medio oriente.

La seconda cosa è che i politici sono abili con la comunicazione: e che oggi, domani e per sempre, un governo e lo stesso Nethanyhahu potrebbe infilare quelli che non si sono espressi di fronte al genocidio di Gaza nel conteggio di chi non era contrario: e questo è intollerabile.

Chiudo con un’ultima considerazione. Ancora una volta ho visto che la migliore risposta all’aggressività è ignorarla; e, se proprio si vuole rispondere, argomentare abbassando i toni. Inutile lasciarsi trascinare: anzi, è degradante. Spero che questo lungo flusso di pensieri possa stimolarne altri.  

(Nella foto, medici di un ospedale marchigiano in digiuno. Altre potere trovarle sotto l’hashtah #digiunogaza)

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Gli scontri in piazza a Parigi
esteri, politica, reportage

Quello che resta degli scontri di Parigi

Chissà che cosa deve aver pensato Emmanuele Macron quando il 24 marzo, assieme al vento e alla pioggia che dalla mattina si alternavano a squarci di sole, dal cielo di Parigi è scesa la grandine. Probabilmente, che se i chicchi fossero arrivati un giorno prima la capitale non sarebbe stata messa a ferro e fuoco. Che il destino di chi ha salvato la Francia per due volte da Marine Le Pen è ben triste, se la piazza gli si rivolta contro con una manifestazione da Sessantotto. E che quando ci si mette anche il meteo, c’è poco da fare. Meglio rassegnarsi.

Macron non è simpatico. Ho avuto l’occasione di vederlo da molto vicino a Sharm el Sheick, parliamo di istanti, ma la prima impressione – diceva qualcuno – si forma in dieci secondi, e passiamo tutta la vita solo a confermarla. Monsieur le President è un primo della classe, arrivato al potere giovanissimo, appoggiato da potentati economici i cui contorni non saranno mai del tutto chiari – come quelli di Renzi, per capirci – e, non ultimo, dall’Unione europea. E’ di sinistra perché non è di destra, non mi viene una definizione migliore. Certo, sui diritti civili il posizionamento è innegabile. Ma con la gauche, come è intesa in riva alla Senna, non ha niente a che spartire. E nemmeno con la rive gauche, quella degli intellettuali. L’inquilino dell’Eliseo è piuttosto un tipo pragmatico, metodico, uno che ama avere la situazione sotto controllo e che ha sempre la risposta pronta. Più maturo della sua età sin da quando era giovane, e ha sposato una donna che potrebbe essere sua madre.

Il problema dei tipi come Macron è che capiscono molto in fretta, baciati da una razionalità superiore. Non sono cattivi, ma mancano di empatia. Il presidente conosce la matematica abbastanza per sapere che, se l’età media si allunga, un sistema pensionistico pensato nell’Ottocento – quando si campava in media meno di sessant’anni – non può reggere.

Quindi, sicuro di non potersi ricandidare e senza più niente da perdere, all’inizio del secondo mandato ha fatto quello che un governante deve fare: la cosa giusta, anche se impopolare. In questo caso, alzare l’età del pensionamento di un paio d’anni, portandola da 62 a 64. Bastano un foglio e una matita per capire che ha ragione.

Il fatto è che nella piazza di giovedì, tre milioni di persone che hanno marciato da place de la Bastille all’Opera dopo dieci giorni di proteste, di razionalità ce n’era ben poca.

Abbiamo camminato coi manifestanti da place d’Italie fino al concentramento, e poi ancora verso i punti critici. Per strada c’erano persone comuni, gente di mezza età, studenti, pensionati – che la pensione, quindi, già la percepiscono – e poi, a guardare bene, tutti gli strati sociali. C’erano diplomi, lauree, elementari, licenze medie, senza che fosse possibile individuare un senso. Slogan comunisti misti a rivendicazioni più moderate. Qualcuno ha provato a prenderla con un sorriso: ma erano, francamente, pochi. Sguardi torvi, la rabbia si respirava a ogni passo, più forte assieme alle sirene, assordanti; e a ogni metro percorso, quando il serpente cominciava a raggomitolarsi e a mostrare la potenza delle proprie spire proprio in place de la Bastille, la psicologia dell’individuo cedeva il passo a quella, molto più pericolosa, delle folle. Risate. Qualcuno sparava bombe carta che spaventavano la gente, e rideva, per aver fatto paura a chi, in teoria, ne condivideva la lotta. I compagni a fianco, come da copione, assistevano. Sopportavano, in qualche caso scattavano persino foto ricordo.Non condividevano, forse, ma non protestavano, e questo è il prodromo delle escalation di piazza.

Si creava, insomma, quella sensazione di impunità per la quale esiste una zona franca dai limiti, una finestra temporale in cui tutto è permesso, in cui si arriva a concedersi atti da cui, in un contesto diverso, ci si asterrebbe per prudenza.

Probabilmente esisteva una componente organizzata e violenta che ha cercato lo scontro e la devastazione come unica ragione della propria presenza. Accanto a loro, però, e accanto alla gente normale, sfilava questa accozzaglia di codardi da branco. Quanti erano? Facciamo una stima, approssimativa perché basata sull’osservazione di chi ha esplorato un unico settore: uno ogni venticinque, trenta.

Quella di giovedì mi pare sia stata una manifestazione di pancia. Le rivendicazioni erano slegate dalla logica, anche chi aveva gli strumenti per capire si rifiutava di farlo. Mi sembra si possa inscrivere, piuttosto, in quel rifiuto più generale del sacrificio, della vita passata al lavoro, che caratterizza gli anni dopo la pandemia. La quale, dopo aver costretto a casa miliardi di persone, le ha abbandonate con la consapevolezza che passare due ore al giorno in automobile o sui mezzi per lavorarne altre otto – se va bene – è una follia. Che vivere in città dove uno stipendio basta a malapena a pagare un affitto è un controsenso in termini. Che le macchine, lontano dalla promessa di Keynes, ci hanno portato a lavorare di più e non di meno. E che questo surplus va sempre più a beneficio di pochi.

Ci si può chiedere come da questa logica stringente si possa passare alle devastazioni, e che cosa si possa salvare tra i cassonetti bruciati. Ma non dimentichiamo che in piazza c’erano tre milioni di persone – la polizia ne stimava centomila alla vigilia – , e sono tante, tantissime.

Qualcosa di simile era accaduto coi novax.

Si cerca un motivo per protestare, un pretesto, senza riuscire a tradurre le sensazioni in un pensiero coerente. Un tempo questo compito spettava a partiti e sindacati, i cosiddetti corpi intermedi: ma la gente non si fida più, e marcia da sola e alla mercé di minoranze organizzate che aspettano acquattate di intestarsi la protesta. Ironicamente, En marche è il nome del movimento che ha condotto al poter Macron.

Sono tempi duri, qualcosa si sta muovendo, non si capisce in che direzione. Se esprimere un disagio è corretto, e mettere a ferro e fuoco una città non lo è, cosa resta degli scontri di Parigi? L’umore della piazza è mutevole. Il presidente francese era stato acclamato a maggio, è ancora vivido il ricordo della folla radunata sotto la torre Eiffel per festeggiare la vittoria. Poi, però, quando ha assolto al compito per cui era stato chiamato – governare -, il botto. C’è rifiuto dell’autorità, della razionalità. Frustrazione, in una città dove i clochard sono ovunque, molto più che in qualunque altro posto, e dormono persino nei campetti da basket sotto i ponti della metropolitana dove i bambini giocano facendo attenzione a non lanciargli il pallone in testa. I ricchi da una parte, i poveri dall’altra. Le babysitter inglesi, le startup, la fisica quantistica e la potenza nucleare contro il destino di emarginazione già scritto a quattordici anni degli immigrati: li riconosci subito, girano in branco con cappelli di pelliccia e borse Gucci, calano in città dalle banlieu, e prendono tutto quello che possono perché sanno che, a loro, il domani non riserva niente. La grandeur, il ruolo della Francia, la scena mondiale e la ragione contano poco per chi non ha molto: e soprattutto non ha speranza. Confinati nei ghetti, lontani dagli edifici con le facciate dipinte da murales che mostrano il volto di una città moderna e fintamente inclusiva, non cercano altro che un’occasione per essere ascoltati. E se la prendono, come bambini che urlano, senza sapere perché, in attesa di un genitore che traduca il loro disagio in richieste. Sono loro, rimasti indietro nella corsa al futuro. E non c’è welfare, soccorso sociale che possa salvarli perché anche quello è già un ghetto. La Francia è un Paese costruito sulle colonie, quindi sullo sfruttamento. Ma ha marginalizzato i propri figli, che ora le si rivoltano contro, offrendo a chi sta dalla parte giusta l’occasione non per una riflessione, ma per l’ennesima condanna.

Non si possono condividere le bombe carta, ma chi ha gli strumenti per capire, deve accogliere la verità che siamo di fronte a un sistema che ha fallito e ha prodotto disuguaglianze ammantate dal marketing dei diritti. Il primo è quello al futuro. E per tanti è solo un miraggio.

[foto in alto: da Internazionale, le altre sono mie]  

Qui qualche video che ho girato a Parigi 1 | 2 | 3. Sono ospitati su Facebook. Per chi non l’avesse, qui su Instagram ci sono gli stessi video assieme a molte foto.

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