Non tutti possono andare in Cisgiordania per vedere cosa sta accadendo, ma un buon modo per comprendere meglio la situazione è guardare Palestina 36, il film di Annemarie Jacir, regista nata a Betlemme che racconta le origini del conflitto, nelle sale ora.
“La storia di questo conflitto non comincia nel ’48 con la Nakba”, ha detto la filmaker presentando il lavoro al cinema Anteo di Milano, “ma molto prima. La Palestina era una terra fiorente. Si tratta, però, di un periodo che nemmeno noi studiamo a scuola, raccontato solo oralmente. Ma siamo sin da allora un popolo attivo che resiste, anche quando hanno cercato di cancellarci. E ho girato questo lavoro per mia figlia”.
La questione palestinese “comincia nel 1918 con l’occupazione britannica”, ha aggiunto Francesca Albanese, relatrice speciale dell’Onu colpita dalle sanzioni trumpiane e praticamente esclusa dalla vita digitale a livello globale in virtù di un ordine esecutivo vergato a Washington. “Il popolo palestinese non è mai stato passivo, ma ha sempre protestato, e questo aspetto è catturato benissimo dal film”.

La regista Annemarie Jacir
Il film in sé
Il lungometraggio arriva nelle sale nello stesso periodo in cui è possibile assistere a Naza (ne abbiamo scritto qui) e The Bibi Files (si veda qui), e completa una triade ideale portando lo spettatore negli anni Trenta. C’è tutto: la Palestina fiorente, i primi coloni sionisti già asserragliati e armati, la frammentazione del territorio a opera degli inglesi con posti di blocco e controlli asfissianti, lo spionaggio delle comunicazioni, la violenza contro i locali, il terrorismo ebraico.
Si vede come la nascita di una milizia resistente palestinese sia stata piuttosto autonoma, ma tollerata dalla popolazione che riteneva (e ritiene tuttora) i combattenti gli unici difensori di fronte all’occupante straniero, anche se sono pochi quelli che poi prendono parte effettivamente alle azioni. Ci sono la latitanza dei miliziani e la corruzione delle elite palestinesi, cooptate da sionisti e britannici, con la distanza tra Ramallah e i territori periferici: uno iato che si misura in termini di sfiducia e delusione piuttosto che di chilometri.
Palestina 36 riesce a rendere l’ambiente di quegli anni, dando sostanza visiva ai racconti senza indulgere eccessivamente nella retorica, rischio sempre presente di fronte a un dramma di questa portata. Si percepisce la passione della regista, ma anche il tentativo di fornire una rappresentazione credibile del peccato originale sionista compiuto con l’occupazione di una terra già abitata.
Molte responsabilità, ed è una nota di merito, vengono date ai britannici, raramente chiamati in causa nel dibattito mediatico di questi anni: i metodi vessatori nei confronti della popolazione palestinese, secondo la ricostruzione di Jacir, sono stati impiegati innanzitutto da Londra, quando, dopo la fine dell’impero ottomano, esercitava il potere sulla regione.
Serve un film per capire la Storia?
Vale la pena di domandarsi: serve un film per capire la storia? Probabilmente sì. In sala era presente il giornalista palestinese del Masafer Yatta Mohamed Hesham. “Conosco i registi di No other land, il documentario premiato agli Oscar sulla mia terra”, dice, “e li stimo. Due dei quattro registi sono gli stessi che hanno girato Naza: ma, mi chiedo, è possibile che dopo tre anni di genocidio il mondo si sia accorto di quanto accade a Gaza solo con un film israeliano? È come se di noi non si fidassero”. “Guardate film palestinesi, girati da palestinesi”, ha concluso.
E ha ragione. Il cinema palestinese è poco noto, ma ha un tocco diverso nel raccontare una storia che pensiamo di conoscere a menadito. Una sensibilità differente, più retrò, meno moderna, come le tradizioni cui attinge. Lo stato di Israele è giovane e ricco di mezzi, e questo si riflette nell’arte cinematografica, nonostante la cultura ebraica sia millenaria. L’arte arriva prima dei manuali di storia e degli articoli di giornale.
In sintesi: andate a vederlo. Come abbiamo già scritto in altre occasioni, è bello che in questo periodo nelle sale italiane circolino diversi lavori dedicati a quanto accade in Medio oriente. Opere che in Israele è difficile vedere. Lascia speranza, in attesa di tempi migliori.