Dopo Naza e The Bibi Files, su impulso di chi sosteneva fossero di parte ho guardato il contro-documentario realizzato da Israele. In breve: va visto per cultura e per capire in che tempi viviamo, ma non aggiunge molto a quanto si sa. Anzi, peggiora la posizione dello Stato ebraico. Vediamo.
Innanzitutto, il titolo: il lavoro è disponibile sul sito Nazadocumentary.com, in maniera da facilitare la confusione con l’originale premiato a Venezia. E, infatti, molte persone sono finite su questo sito per sbaglio, anche se i motori di ricerca mi pare indirizzino correttamente sull’originale. Per sbagliarsi serve conoscere il nome e digitarlo.
In secondo luogo, l’ambientazione (i tetti di Tel Aviv, girato di notte, con ufficiali di spalle che raccontano la propria esperienza) richiama, senza alcun dubbio, volutamente Naza: tutto molto simile, sempre per generare confusione, ma anche per mettere i due racconti sullo stesso piano a livello valoriale. Lo dico da giornalista: non è così. Niente di quanto viene detto da ufficiali dell’esercito israeliano in un lavoro prodotto dal governo, neanche una virgola, viene registrato e diffuso senza approvazione preventiva a parte dei vertici politici e delle forze armate. Significa che tutti gli interventi sono concordati. Nella migliore delle ipotesi funziona così: viene scelto un ufficiale con un pensiero ben definito che non sia un invasato – un tipo presentabile, insomma – , gli si dice che c’è da fare un’intervista per riparare ai danni di Naza, gli presentano le domande, e gli fanno provare le risposte prima di accendere le telecamere. Se c’è allineamento con i desiderata del potere, bene; se c’è qualche dettaglio che non aiuta la causa di Tel Aviv, si chiede di non citarlo, o lo si taglia nel montaggio. Non molto giornalistico.
Terzo: per girare Naza (l’originale) ci sono voluti due anni, tempo richiesto per cercare gli intervistati, convincerli a parlare, superare le procedure di sicurezzaa – in Israele si è iper controllati, e non è facile registrare su un tetto di Tel Aviv una ventina di interviste senza dare nell’occhio e garantendosi immunità – . Oltre al fatto che bisogna garantire la sicurezza del materiale girato, e, credetemi, anche questo non è semplice: non pensate di uscire dal palazzo e tornare a casa con un hard disk esterno o una chiavetta o – peggio – archiviare tutto sul cloud. Una perquisizione personale o domestica porterebbe al sequestro del materiale, mentre il monitoraggio costante del web renderebbe facile azzerare tutto sul cloud (e Israele ha la capacità di craccare pressochè qualunque sistema, ammesso che non siate stati voi ad aprirgli la porta cliccando sul link sbagliato – ma questo è un altro discorso). Lavorare su un certo tipo di contenuti per due anni non è facile in Israele, e questo aspetto da solo meriterebbe un film a parte.
Il contro-documentario, al contrario, è stato prodotto in appena tre settimane, senza alcun tipo di problema organizzativo: i generali hannno scelto gli ufficiali più adattti, allestito il set, filmato la chiacchierata, e tutti sono tornati a casa sereni. Punto. Il risultato è l’impressione che il prodotto finale sia artefatto; la parola inglese che rende l’idea è staged, cioè, più o meno, recitato.
D’altra parte, va detto, non penso che l’obiettivo sia convincere gli intellettuali o i giornalisti di inchiesta: l’idea è offrire un prodotto da contrapporre a chi promuove Naza sui social, e prendere all’amo chi non dispone di strumenti culturali adeguati a comprendere quanto sopra. Per la legge dei grandi numeri, in un certo numero di casi funziona.
Veniamo ai contenuti.
I membri dell’Idf (l’esercito israeliano) raccontano il proprio vissuto. Dicono che nelle moschee, negli ospedali, nelle case private hanno trovato armi nascoste, e fanno vedere i filmati. Il punto è che si tratta di un esercito regolare (quello ebraico) che combatte contro dei miliziani: è normale che nella guerriglia casa per casa avvenga questo.
Arriviamo al cuore della vicenda.
Si rimarca che prima di sparare a un bersaglio vengono messi in atto molti controlli, personali e giuridici, da parte dell”Idf per evitare di colpire innocenti e ridurre i Naza (cioè i “danni collaterali”, questo il significato dell’acronimo). Beh, la risposta è semplice: si cerca di far passare norme elementari di diritto internazionale (ius in bello, per gli amanti del latino, ben codificate da oltre un secolo) per opere di carità. Non è così che può funzionare. Non solo.
Naza mostra come spesso (non sempre) si accetti il rischio di colpire dei civili. Questa la forza del film premiato a Venezia, e avviene spesso, per racconto di molti di coloro che quei pulsanti li premevano. È il disaccoppiamento tra la morte e il rischio implicito nel causarla, fino a ieri ineludibile. Oggi basta la chiamata di un bambino al cellulare del papà per identificarne la posizione e farlo saltare in aria da cento chilometri di distanza, comodamente seduti di fronte a un joystick. Che si possa essere “chirurgici” è, passatemi il termine, una stronzata che viene dagli americani e dalle loro imprese di inizio millennio.
E arriviamo a un terzo livello di lettura. L’equivoco generale, e il presupposto del controdocumentario, è che Israele abbia diritto di bombardare Gaza e di condurre una guerriglia casa per casa dopo il 7 ottobre: non è così. Se non si concorda su questo, ogni altro discorso diventa inutile. Lo Stato ebraico ha reagito in maniera sproporzionata, radendo al suolo Gaza e configurando quello che può essere definito un genocidio. Farlo raccontare a soldati che sono mandati a rischiare la vita non ha senso: non hanno la lucidità mentale per parlarne. Traduco: è chiaro che sei incazzato se ti sparano addosso, ma il problema è chi ti ha mandato lì, e, soprattutto, chi abbia interesse a proseguire una guerra perenne.
E qui si arriva ai Bibi files: il problema è Nethanyahu, la sua corruzione, e la necessità da una parte di vendicare il fratello morto in combattimento (incapacità di regolare gli istinti, direbbero gli psicologi), dall’altra quella di scappare dai processi alzando il livello dello scontro ogni giorno di più, e mantenendo il paese in una guerra infinita.
La conclusione è che il controdocumentario rende l’idea di uno Stato che usa la propaganda come strumento di lotta, è sin troppo emotivo nella gestione di un conflitto, e non si pone problemi di sorta nel costruire una verità alternativa e artefatta, una postverità – come fanno i regimi -. Israele è una democrazia, ma questo lavoro è una caduta di stile difficile da digerire anche per chi ha ammazzato 75 mila persone e mutilate molte di più. Servirà, probabilmente, a dare uno strumento alla propaganda sionista: ma non passerà alla storia, statene certi.
ps. Qui non si nega la brutalità del 7 ottobre. Chi scrive non è antisemita. Sono stufo di doverlo dire, ma forse è uno scotto da pagare.