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Iran must pay its hard toll for a real revolution

Iran, is it good to invoke an intervention from a foreign power to depose the ayatollah? Probably not. It might seem cynical, but revolutions claim their toll, even in terms of blood, to last.

Regimes often enjoy complicities in significant portions of the population, be they the ones who helped them to take power or portions of the society lured over the years.

In every country, there’s a quota of people that evaluates stability over everything else. A quota of people who has adapeted to the muted conditions, and prefers not to indulge in phantasies of further change.

For as strange as it may sound, freedom is not everyone’s priority: and that’s why normallstreets are taken by the students, because they have a cultural basis, the thirst for knowledge and are not compromised with the political authorities, who – for example – might have spread favours, jobs, power roles to co-opt supporters among their fathers.

So, to replace a regime with what? An American intervention, recalling back the Shah Reza Pahlavi, is likely not going to succeed. The Shah was very tightly bound to the Us even when it was in power, and he was ousted. Iran, moreover, is impossible to invade for a foreign cuntry due to its geography, even for the US.

A tribute in terms of blood is necessary for reaching the compromises needed to bring a new constitution, renewed institutions, and to overcome deep internal fights. Everywhere. One last thing: who presses for an American or Western intervention in Iran, should consider if he would accept every independent outcome coming from free elections: democracy is not the preferred form of government for all the world.

Yes, it’s impossible not to empathize with the Iranian, and not so support them morally: but every country must do its own revolution on his own.

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Pazzo, criminale o entrambi?

Donald Trump ha firmato mercoledì 7 gennaio un memorandum per ritirare gli Stati Uniti dalla Convenzione quadro Onu sul cambiamento climatico, la cosiddetta Unfccc, e dal panel Ipcc. Bye bye, dunque? In realtà solo dal secondo, come spiega Jacopo Bencini di Italian climate network. Per uscire dal primo serve un’autorizzazione del Congresso, che al momento non ha in programma di trattare il tema.

Ma Trump non aveva già lasciato gli accordi del clima?

No. L’anno scorso aveva annunciato il ritiro dall’Accordo di Parigi (con efficacia dal 20 gennaio prossimo), che sotto l’ombrello dell’Unfccc sta.

Gli Usa, insomma, potevano ancora partecipare come osservatori alle conferenze del clima, le Cop. E possono accora, volendo.

Lasciando la Unfccc, se mai avvenisse, uscirebbero completamente di scena.

Tutti gli altri Stati del mondo aderiscono alla Convenzione Onu: si tratta di oltre 190 paesi che si trovano più volte all’anno a negoziare.

Ma perché sarebbe importante questa decisione?

Perché il presidente porterebbe fuori Washington dal processo per la cosiddetta governance globale del clima. Il processo, intrapreso 34 anni fa con la Conferenza di Rio, che cercava di trovare un coordinamento tra le politiche internazionali in materia.

Ed è proprio quello che l’amministrazione guidata dal commander in chief newyorchese non vuole.

Peraltro, Trump non si è limitato al clima: con lo stesso atto ha chiesto di ritirare gli Usa da altre 65 organizzazioni internazionali.

“Come questa lista inizia a dimostrare, quello che è cominciato come un quadro pragmatico di organizzazioni internazionali per la pace e la cooperazione ha preso le sembianze di una estesa architettura di governance globale, spesso dominata dall’ideologia progressista e staccata dagli interessi nazionali”, ha dichiarato il segretario di Stato Marco Rubio.

Il rapimento di Maduro in Venezuela, il sequestro di una petroliera russa, le minacce alla Groenlandia, i dazi e il ritiro dalla cooperazione internazionale dei mesi scorsi, quello paventato dalle organizzazioni di governance globale ieri: la politica dell’inquilino della Casa Bianca comincia ad apparire sempre più disordinata e figlia di un delirio di onnipotenza.

La strategia di sicurezza nazionale pubblicata a dicembre offre una chiave interpretativa, che peraltro fa riferimento a presunti diritti divini allo stile di vita americano. Ma non basta.

In realtà non ci troviamo solo di fronte a un declino di una grande potenza, e dell’Occidente in generale. Potrebbe trattarsi di un declino cognitivo del presidente, che, nel secondo mandato, forte dell’esperienza del primo, si è circondato di yes men e ha piazzato una pletora di fiduciari in tutti i gangli della macchina amministrativa.

Le istituzioni statunitensi, che nel 2016 avevano retto, oggi traballano.

Non è chiaro il limite, ammesso che ci sia. Non è chiaro nemmeno quando la corda si spezzerà. Ma in tutti i discorsi che vengono fatti manca un elemento: la politica interna. Vuol dire che Trump non può essere fermato dall’esterno: una potenza nucleare, ed è vero in particolare per la più grande del mondo, non può essere controllata con la forza. La speranza va riposta negli americani stessi. Sono loro gli unici a poter fermare l’uomo che, per due volte, hanno messo al comando. Una reazione della società civile è necessaria. Una reazione che, fino a oggi, non c’è stata.

Per completezza di analisi va detto che Trump ha sicuramente, prima di altri, evidenziato il declino dell’Occidente nel corso del primo mandato, sottolineando  che il nuovo avversario stava a Pechino, non a Mosca. Ha anche più di qualche ragione nel sostenere che il paese asiatico ha avviluppato il mondo in una rete economica da cui è difficile, molto difficile uscire quando vi si entra. E che non lo abbia fatto per filantropia, ma per interesse – si vede bene in Africa, e pure in Sudamerica -. Tra le condizioni per essere aiutati dal Dragone economicamente (ma parlianmo in buona parte di prestiti, non di grant), in particolare, ve n’è una che serve a comprendere: riconoscere l’esistenza di “una sola Cina”, cioè la non indipendenza di Taiwan.

Comprensibile che, vistasi sfidata sul proprio continente (la dottrina Monroe ha due secoli, ma è sempre attuale), la superpotenza sia in allerta e cerchi contromisure. Ma le relazioni commerciali sono state il modo che l’umanità ha trovato per non farsi la guerra: la stessa Unione europea, tentativo fatto dopo due devastanti guerre mondiali, si basa su questo concetto. Non si può pretendere di cambiare il corso della Storia con le minacce o, peggio, con le armi. Anche il tentativo della globalizzazione (per molti versi fallimentare, ma non sotto ogni punto di vista) è stato questo: usare il commercio come leva per evitare di far ricorso ai cannoni.

E Pechino? La Cina, mentre il mondo cambia alla velocità della luce, ragiona sul lungo periodo, e sta alla finestra. Trump passerà, pensa probabilmente Xi Jinping. Bisogna vedere cosa resterà di lui.

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Venezuela, il punto di vista di un’attivista espatriata in Italia

Nei giorni scorsi ho pubblicato un’intervista a Oscar Castillo, avvocato venezuelano in Italia. Castillo offriva il suo punto di vista sul blitz di Trump e la politica venezuelana.

Oggi aggiungo la voce di Mercedes Vásquez, presidente dell’associazione Insieme per il Venezuela. Laureata in scienze internazionali e diplomatiche, Vásquez è in Italia da 25 anni e lavora come commerciale.

“Per noi venezuelani, l’arresto di Maduro è una cosa positiva, non certo negativa”, racconta. “E’ un criminale, contro cui c’è un procedimento della Corte penale internazionale per crimine di lesa umanità ”. “Sono delusa dall’atteggiamento dei media italiani e di certi politici. Dov’era la comunità internazionale quando nel 2017 il regime uccideva più di 200  ragazzi con colpi in testa durante le manifestazioni? O l’anno scorso, quando abbiamo vinto le elezioni? Si parla di colonialismo americano; ma pensate che russi e cinesi vengano in Venezuela a comprare caffè?”.

Vásquez si colloca, dice, in maniera equidistante nello schieramento politico. “Non amo le ideologie estreme. Non sono fascista, e non sono comunista. Sono andata molte volte al Pride, anche perché nella comunità trans ci sono molti venezuelani. Sono a favore del matrimonio gay, in generale, dei diritti civili e umani”. E in Italia? Da “migrante”, come si definisce, la questione è diversa. “Chiaramente non posso essere d’accordo con alcune idee politiche sull’ immigrazione o quando fanno le loro uscite contro i migranti senza motivazione. Fratelli d’Italia ci è stata molto vicina nella nostra lotta, ma ho amici cari anche a sinistra (fa il nome di un esponente dem, ndr). Mi piace quello che dice Calenda, per esempio sull’Ucraina”.

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Il Venezuela era un paese di latifondisti, dove la rendita agraria era una componente  importante dell’economia. E la maledizione delle risorse, per cui paradossalmente disporne impoverisce, dal momento che viene a mancare lo stimolo a costruire un’industria, non migliorava e non migliora le cose.

La presidenza di Hugo Chavez giustificava sé stessa con la lotta al latifondo. “Ma la situazione economica con lui e, soprattutto, con Maduro, è peggiorata. ll Venezuela è un paese impoverito. Un medico in pensione prende 3 dollari al mese. Mancano le medicine, gli antibiotici e i chemioterapici: lo so perché mia madre è morta di diabete e non aveva gli antibiotici per curare una cancrena alle gambe. Se nella nostra comunità in Italia qualcuno muore di tumore, andiamo subito a prendere i farmaci avanzati e li spediamo in Venezuela. Una scatola costa 400 euro, come potrebbero permetterseli là? Ma abbiamo spedito anche colori per i bambini, che ci inviavano disegni in bianco e nero perché avevano solo matite con la mina grigia”.

Per Vásquez, tra Chavez e Maduro non ci sono differenze. “Anche il primo, seppur eletto democraticamente, era un dittatore. Appena giunto al potere requisì imprese, chiuse televisioni: è come se il governo qui decidesse di chiudere Mediaset. Prima di loro forse non c’era un paese dove tutti stavano benissimo ma eravamo liberi, e non posso negare che ci fosse corruzione: ma c’era democrazia, libertà di fondare un partito politico, di esprimere la propria opinione. Oggi la separazione dei poteri esiste solo sulla carta: nella realtà, fa tutto capo a Maduro. E alle manifestazioni si spara in testa a ragazzi adolescenti. Un componente del regime ha detto che tanto non hanno cervello. Per non parlare delle torture: ho un amico che ha subito torture bianche per quattro anni per motivi politici. Significa stare in una stanza piccola con la luce accesa ventiquattro ore al giorno, senza aria condizionata. Ha tentato due volte il suicidio”.

Lei viene da una famiglia di professionisti: i suoi genitori erano docenti universitari. Se le domando quale percentuale della popolazione appoggia Chavez e Maduro, e che tipo di reddito ha questa componente, cosa risponde? “Che li appoggerà a malapena il 10% della popolazione, e sarebbe l’1% se tutti potessero realmente votare. Comunque, anche se i miei erano docenti universitari, io ho frequentato un’università pubblica. I professionisti, la classe media, in Venezuela se la passano veramente male”.

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Cosa pensa del piano di Trump per il Venezuela? Che transizione sarà? “Non ci sarà transizione fino a che ci saranno prigionieri politici”, risponde Vásquez. “Speravo che nel corso dell’operazione svuotassero le carceri, ma non è stato così. Adesso ci sono ancora miliziani del governo in giro per le strade. Pare ci siano alcuni regolamenti di conti in corso tra loro”. “ Vásquez dice di non tornare nel proprio paese da dieci anni. “Ho contribuito a raccogliere firme per portare Maduro di fronte alla Corte penale internazionale. Una ragazza che lavorava con me ha provato a tornare in Venezuela: è stata incarcerata per undici mesi come estremista di destra”.

Come scritto nel caso dell’intervista a Castillo, a tutte le affermazioni va fatta una tara giornalistica. Ma credo sia corretto dare spazio alle voci che provengono da un paese complicato, inscritto in un territorio complicato, e i cui destini, probabilmente, dipendono da un gioco molto più grande. 

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Venezuela, il punto di vista di un avvocato emigrato

L’attacco del presidente statunitense Donald Trump al Venezuela  è totalmente illegale dal punto di vista del diritto internazionale – ammesso che esista, dal momento che si tratta di un costrutto consuetudinario, e le consuetudini le fanno i forti, così come a loro spetta la prerogativa di poterle ignorare – . Su questo praticamente tutte le cancellerie del globo sono concordi, con diverse sfumature: c’è chi è più esplicito (Colombia, Spagna, e soprattutto Russia), e chi lo è meno – l’Unione europea, come al solito inconsistente, ma anche la Gran Bretagna di uno Starmer che afferma di dover conoscere meglio i fatti prima di dare un’opinione.

La spiegazione, oltre all’interesse per le materie prime venezuelane (petrolio, ma anche uranio, e altri minerali) sta nella dottrina Monroe, esplicitata dal presidente statunitense omonimo nel lontano 1823, e che in sintesi teorizzava il predominio di Washington sul continente americano, considerato il cortile di casa. Non a caso, Trump l’ha citata diverse volte nella conferenza stampa che è seguita all’attacco.

La dottrina Monroe è la base di tutto l’interventismo statunitense nel territorio del continente americano, e in particolare nei paesi latini: supporto – quasi sempre coperto – a dittature, a colpi di stato, ma anche colonizzazione culturale, ben visibile ovunque. La fascinazione per la bandiera a stelle e strisce, per i miti del progresso targati Hollywood è costruita con attenzione.
L’idea è tenere fuori la Russia – e, oggi, la Cina – dal continente. Governi troppo vicini a Mosca e Pechino potrebbero ospitare basi militari di questi Stati: un fatto inaccettabile per Washington, come dimostrato dalla crisi dei missili di Cuba. Visione diversa, altra misura, quando si passa al di là dell’Atlantico e si parla di allargamento a est della Nato. Putin resta  un aggressore, esattamente come lo è Trump, e come lo era Hitler con la sua ricerca dello “spazio vitale”. Ma su questo non sbaglia.

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Torniamo al Venezuela. Occorre conoscere la storia del continente americano per comprendere meglio. Come noto, Cristoforo Colombo arrivò in America per conto della Spagna, che, assieme al Portogallo, colonizzò buona parte del territorio.

Il movimento di liberazione nazionale dei vari paesi dagli europei è troppo lungo e complesso per essere sintetizzato qui. Ma comincia tra il ‘700 e l’800, quando, progressivamente, tutti gli Stati si emancipano dalla dominazione occidentale. L’eroe principale è Simon Bolivar, nato a Caracas, “el Liberador“, considerato nella regione alla stregua di un Garibaldi. La sua memoria è tuttora viva e ben presente nella politica centro e sud americana.

La decolonizzazione non ha impedito che nei paesi della regione, come eredità del colonialismo e dei privilegi nobiliari e delle loro clientele, permanesse una forte stratificazione sociale, peggiorata dalle disuguaglianze, e dalla presenza – mai venuta meno – del latifondo, cioè la grande proprietà terriera prevalentemente improduttiva, ma sufficiente a garantire una rendita.

Tutto bene, agli occhi di Washington. Ma questo spiega la nascita di movimenti di resistenza, che hanno assunto spesso conformazioni socialiste. Cuba era poco più di un gran casinò per americani ricchi fino alla rivoluzione castrista e guevariana. Anche il Venezuela, soprattutto dopo la scoperta del petrolio, era saldamente ancorato a una politica che vedeva una distanza siderale tra il popolo (il 70% e oltre della popolazione) e le elìte. Analfabestismo, violenza, sanità di basso livello, e la “maledizione delle risorse”, quel fenomeno paradossale per cui averne troppe scoraggia l’industrializzazione, aumentando la povertà e – come sempre – la corruzione. Si vede bene in Africa, ma è successo – a un grado diverso – in Olanda negli anni Settanta con la scoperta del gas, nel Regno Unito negli anni Novanta e in molti altri posti. In parole povere: ci si adagia, si smette di imparare a fare le cose, e questo favorisce le rendite di posizione. Oltre ad azzerare la mobilità sociale.

In questi anni la politica estera del Venezuela è allineata agli Stati Uniti, a cui la situazione non dispiace perché tiene lontani i comunisti.

Arriviamo a Hugo Chavez e alla sua svolta. Presidente in carica dal 1999, militare, comincia un programma di riforme di ispirazione socialista che riduce la povertà, l’analfabetismo e la disoccupazione sfruttando i proventi del petrolio, dichiarando guerra al latifondo e prendendo altre misure. Un socialismo bolivariano, però. Chaves resiste a un colpo di stato, e resta in carica fino al 2013, quando muore. Nel mentre, cambia la Costituzione e modifica profondamente l’architettura dello Stato. La lotta contro le elìte e per il popolo è una parte fondamentale del suo programma, perseguito con vigore.

Naturlamente, Chavez ha anche commesso parecchi errori nel corso dei propri mandati; ma il principale è quello di designare, a succedergli, un uomo privo di qualità, oltre a quella di essere fidato: Nicolàs Maduro. Maduro non ha lo spessore né il carisma del predecessore: è stato scelto solo per ricompensarne la lealtà, forse nella speranza di non vedere smontato il disegno bolivariano socialista.

Sotto Maduro il Venezuela sprofonda in una crisi dopo l’altra. Violenza, iperinflazione. Milioni di profughi che usano i bolivar, la moneta venezuelana, per fare borse da vendere per strada altrove, per esempio in Colombia.

Oscar Castillo è uno di loro. Avvocato (“Vengo da una famiglia povera, ho studiato grazie a Chavez”, mi racconta), è in Italia da tre anni. “Il mio ultimo stipendio in Venezuela è stato di cinque euro, e non potevo permettermelo, con moglie e figli”, mi dice. Così, tramite un amico, arriva nella Penisola, a Vicenza, dove oggi lavora in una fabbrica come magazziniere. “Un lavoro umile, ma che svolgo con dignità”.

Castillo è membro del Partito comunista venezuelano, e lo dichiara subito, non appena cominciamo a parlare. E’ importante saperlo, anche per il lettore. “Il comandante Chavez non era comunista”, riprende, “ma un socialista bolivariano. E neanche Maduro lo è”. “Molte cose mi separano dal presidente Maduro. Ma mi pare che il racconto che si sta facendo dei fatti del Venezuela sia parziale”.

Castillo – che è stato anche membri del consiglio municipale della sua città – non nega che in Venezuela ci sia parecchia corruzione, “sia nel governo sia nell’opposizione”. Ritiene , in maniera discutibile, che le elezioni recenti siano state “libere”.

Rimarca, però, l’importanza delle riforme costituzionali di Chavez, tra cui la possibilità, tramite referendum, di destituire le più alte cariche dopo metà mandato. “Nel nostro paese esistono una costituzione e dei poteri molto precisi”, afferma.

Ma, soprattutto, sottlinea una cosa. “I media stranieri riportano la narrazione di una parte della popolazione venezuelana, quella a cui fanno capo, cioè le elìte che sono emigrate dopo la presidenza del comandante Chavez. Ma il 70% della popolazione, che è povera, era con lui, e oggi è con Maduro. Moltissimi nel paese, come me, hanno  potuto studiare grazie alle riforme di Chavez, che ha toccato interessi incrostati da anni e concesso alla popolazione di svilupparsi. Per esempio costruendo cinque milioni di case. La versione della vita in Venezuela che arriva all’estero è prevalentemente quella della classe medio-alta”.

Sull’attacco di Trump, Castillo ha un’idea chiara. “Non è venuto a liberare il Venezuela. E’ venuto a colonizzarlo”.

Ma se è vero quello che dice, perché il Venezuela di Maduro è in crisi al punto da spingere lei e tanti altri a emigrare? “Per via dell’inasprimento delle sanzioni americane dopo il 2013, quando Maduro si è insediato. Hanno affossato il paese, stritolandolo in una morsa da cui non è riuscito a uscire”.

La leader dell’opposizione Maria Corina Machado, per Castillo, “è da sempre filoamericana, e viene da una famiglia che fino agli anni Novanta sfruttava la popolazione”. Machado ha ringraziato Trump come prima cosa dopo aver ricevuto il Nobel per la pace.

“Non condivido molto della politica del governo di Maduro”, prosegue l’avvocato, “ma nulla di quella dell’opposizione”, che è “una tigre di carta. Serve una terza via, nazionalista”. E sul fatto che l’operazione della Delta Force sia stato un rapimento o una resa di Maduro alla ricerca di un salvacondotto, confessa di non avere informazioni. “E’ tutto confuso, al momento, neanche i miei contatti politici hanno chiarezza”.

Questo è quanto. Le parole di Castillo mi sono sembrate un punto di vista schietto e alternativo da parte di un emigrato che con dignità porta avanti la propria vita. Va fatta la tara, giornalisticamente. Ma questo andrebbe fatto con chiunque. E, se non altro, l’intervistato ha dichiarato dall’inizio la sua affiliazione, e i benefici che ha ricevuto. Castillo mi ha contattato per offrire il proprio punto di vista, e ho ritenuto di dargli spazio perché la democrazia è questo: opinioni motivate, appartenenze dichiarate, nessun ricorso alla violenza.

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Qualche considerazione finale sulla Cop30 di Belém

Belém (Brasile) – Niente riferimento alla tabella di marcia per la transizione dalle fonti fossili, ma un impegno a triplicare i fondi per l’adattamento. E la dimostrazione che, nonostante tutto, la diplomazia climatica può fare a meno degli Stati Uniti. E’ una conclusione agrodolce quella della Cop30. Belém poteva essere storica, e non lo è stata. Ma almeno non ha rappresentato un tracolllo rispetto alle scorse edizioni di Baku e Dubai. Raccolgo qui qualche considerazione.

  1. Che cosa vogliono i paesi che bloccano il negoziato? Il mondo va verso la transizione energetica, innegabilmente. Nessuno, neanche gli Stati che si basano sul petrolio o sul gas (petromonarchie del Golfo, Russia) può illudersi di fermare o invertire il processo. E allora cosa vogliono? Influenza. Al potere ci si abitua: e il petrolio ha dato ampi margini a territori desertici che altrimenti sarebbero stati ignorati. In Medio Oriente stanno investendo per garantirsi rendite post petrolio, e il tempo in finanza è un fattore chiave: quindi rallentare ha senso per incamerare più risorse. Ma agire da veto-player, piccoli attori che sfruttano le falle dei meccanismi negoziali per bloccare tutto e avere visibilità (pensate ai partitini decisivi per costituire le maggioranze) è anche un modo per affermare la propria diplomazia e il proprio ruolo, anche di ponte culturale, senza tornare piccoli e insignificanti.
  2. Tutto è legato nel mondo di oggi. L’ambiente è il tema principale per noi che frequentiamo le conferenze del clima. Ma la realtà è che è usato come merce di scambio su altri tavoli. Per ottenere concessioni tariffarie, per esempio – non a caso si è parlato tanto di commercio in questa Cop. Non è solo clima, dunque: quando una delegazione riceve ordini per negoziare su una certa posizione, bisogna sempre guardare al contesto geopolitico. Esempio: l’Ucraina non può essere a favore delle fonti fossili (gradite alla Russia, che le esporta). Ma non può dirlo, perché il principale alleato è l’America di Trump. Queste situazioni sono la regola, non l’eccezione. L’India ha un problema demografico e di povertà: negozia sull’ambiente per ottenere altro. Lo stesso Brasile scambia l’Amazzonia con altro. Vicende come quella dei marò insegnano che per avere visibilità ci si attacca a questioni-simbolo. Vale anche per il clima.
  3. Esistono questioni globali, come l’Amazzonia, polmone verde del mondo, che appaiono molto diverse a livello locale. Se per il mondo salvare la foresta tropicale è una priorità, per paesi che hanno bisogno di crescere – e il Brasile sta cercando di diventare una media potenza – , tutto fa brodo: è l’economia dello sviluppo che chiede di chiudere un occhio, forse anche due, per superare la fase di decollo e raggiungere la massa critica. Lo abbiamo fatto anche noi in Italia, lo sta facendo la Polonia, lo ha fatto la Cina – ricordiamoci le Olimpiadi di Pechino con l’aria nera per lo smog, ed era solo il 2008.  Funziona così. Fare finta di scordarselo è ipocrita; non saperlo è ignoranza.
  4. Passare all’elettrico è necessario. Ma ha i suoi costi. Alti. Anche qui, la differenza tra questione globale e impatto locale. L’estrazione del litio e delle terre rare, necessarie per la transizione, sta devastando interi territori. Se ne parla poco, pochissimo. Ma dall’Amazzonia si vede. Qui vicino, in Cile, Argentina, e poi in Africa e nella stessa Cina, questi materiali sono il nuovo petrolio, inteso anche come potere di distruzione. Quanto si può scaricare su paesi e persone il costo di un modello di sviluppo globale basato sullo spreco?  Nei prossimi anni, risolto il tema del clima, il problema sarà questo.
  5. La Cina non vuole essere leader di nulla. Essere avaguardia comporta responsabilità, quantomeno morali.  Che Pechino non vuole. Se fa la transizione, la fa per interesse. Nessuno , in politica, agisce per idealismo: ma la saggezza millenaria insegna ai governanti cinesi che è meglio pensare ai fatti propri. Anche perché, nelle conferenze del clima, la Cina è ancora considerata un paese in via di sviluppo, come era quando le regole furono scritte, nel 1992. Diventare leader significa uscire da quelle tabelle, e quindi pagare di più.
  6. Il processo negoziale ha funzionato per trent’anni, ma va riformato. Il problema è come. Non siamo più nel mondo della globalizzazione, dove si rincorreva l’illusione di un governo mondiale. Molte delle cose positive di questa cop30 sono avvenute nei tavoli laterali. L’aveva previsto l’amico Jacopo Bencini. Il fondo per le foreste tropicali dei primi giorni,  il consenso per una conferenza sulle fonti fossili (aprile 2026, Santa Marta, Colombia, paese che l’ha lanciata con la pasionaria Irene Velez Torres). La roadmap per la transizione, che ha aggregato consenso da parte di 84 paesi, lanciata dal Brasile, che porterà avanti l’idea nei prossimi mesi. Tutto bello. Ma il vantaggio dell’Onu è che offre una cornice strutturata. Le procedure sono noiose, ma salvano. E’ la differenza tra un’azienda e una startup: di queste ultime, dopo un anno sopravvive una su dieci. Dopo cinque? Ancora una su dieci. Di quelle che rimangono. E quelle che resistono, se crescono di scala, si danno delle regole. Una conferenza organizzata così può avere un paio di edizioni: ma come deciderà? Cosa succederà in caso di impasse? Chi darà le carte? L’Onu ha risposte per tutte queste domande, risposte condivise e frutto di un processo di creazione di conoscenza e cultura negoziale quasi secolare, e sicuramente secolare se guardiamo anche all’esperienza della Società delle Nazioni. Il tentativo è apprezzabile, ma non si può abbandonare le Nazioni Unite pensando di farne a meno: ben vengano le iniziative collaterali, anche come stimono a un processo di riforma. Ma non illudiamoci.
  7. Le piccole isole, che l’anno scorso avevano inscenato un drammatico walk out, quest’anno si sono sentite poco. Era la cop della foresta. Ma loro rischiano di finire sott’acqua. Peccato.
  8. La sospensione della plenaria (richiesta da Panama) non deve diventare una norma. Colpi di mano della presidenza devono essere evitati il più possibile, perché ormai ci sono paesi che, anche grazie ai nuovi media, anche se piccoli godono di visibilià e influenza, al punto da prendere la parola e bloccare tutto. Soluzione: niente forzature alla Al Jaber. Si ascoltano tutti. Sarà più lunga, ma per decenni ai piccoli è stata data solo l’illusione di contare. Oggi non è più così: stanno nascendo nuove alleanze, e si sentono spalleggiati. Vanno inclusi.
  9. Si può fare a meno degli Stati Uniti, nella diplomazia climatica. Certamente, se Washington avesse appoggiato la roadmap, la si sarebbe fatta – questo per dire il peso specifico. Non è solo questione di Trump: un passo del genere non lo avrebbe supportato neanche Biden. Però il multilateralismo ha retto. Mi è piaciuto anche il ruolo delle città in questa conferenza, più visibili: è un aspetto su cui lavorare.
  10. Una relazionalità esasperata alle conferenze del clima. Biglietti da visita, strette di mano, salamelecchi. Nessuno si salva, neanche chi scrive. Ma forse è il momento di tornare a pensare un po’ più al nostro lavoro, e un po’ meno a noi stessi. Da Belèm è tutto, appuntamento in Turchia.
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Un leader che resterà nella storia

A pochi giorni dai terribili attacchi di Hamas, il 24 ottobre 2023, nel momento in cui la sola retorica della vendetta dominava i media e le dichiarazioni della politica, un unico leader ebbe il coraggio di contestualizzare e ripetere che, per quanto tragico, quanto accaduto “didn’t happen in a vacuum“. Era il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres. Un funzionario (non un politico) che sarà ricordato a lungo per l’audacia nel prendere posizioni scomode e scagliarsi contro lo status quo. Non solo in questo caso.

Con le sue affermazioni (che gli attirarono la reazione rabbiosa di Israele), Guterres consentì di fatto alla stampa di uscire dall’angolo e cominciare a raccontare un’altra versione della storia, più aderente alla realtà. La stessa che ha portato alle manifestazioni di solidarietà con il popolo martoriato di Gaza delle settimane scorse. Non è un mistero che i giornali (con poche, lodevoli eccezioni) siano pavidi di fronte al potere, agli investitori, ma anche – negli ultimi anni – al politicamente corretto. Molto di quello che leggiamo riflette la preoccupazione di non disturbare. Onore, dunque, ad Antonio Guterres, uomo vero in un mondo di pagliacci.

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Ora chi era in piazza a Milano deve tornarci

Non è che l’inizio. I fatti di Milano, con gli scontri e l’assalto alla Stazione centrale, hanno oscurato buona parte delle proteste pacifiche per Gaza di lunedì 22 settembre.  La stampa, anche internazionale, ha fatto fatica a distribuire i pesi. Anche a distanza di ore. Ricevo diverse newsletter, e ho particolarmente apprezzato quelle (un nome su tutti: Good morning Italia) che hanno titolato sul buono della piazza di ieri: grande, partecipata, sacrificata (non solo per il meteo, ma anche perché trattavasi di sciopero, e chi c’era rinunciava alla giornata di paga). La foto qui sopra è stata scattata nei luoghi della guerriglia, pochi minuti prima: non ci sono black block, perché la manifestazione è stata pacifica, e molto meno aggressiva di tante altre di questi anni, negli slogan e nell’atteggiamento.

Non è che l’inizio, perché ieri tanti sono tornati a casa e si  sono sentiti dire: “Visto, te l’avevo detto, ma lascia stare, chi te lo fa fare”. E poi il commento peggiore, quello buono per tutte le stagioni: “Non serve a niente”.

La realtà è diversa. Prendere le strade in maniera pacifica serve, eccome. La protesta di ieri sarebbe finita sui media di tutto il mondo anche se non ci fossero stati gli scontri: ci sarebbe solo finita in maniera migliore. Guardiamo i portuali di Genova, che da mesi si danno da fare per impedire il transito di merci per Israele e carichi di armi.

Per bloccare un paese non serve distruggere una città: basta incrociare le braccia. Basta sedersi per terra, come insegnano da anni gli attivisti del clima, memori della lezione di chi ha protestato prima di loro.

Disaccoppiamo la violenza dalla visibilità: le cose, anche sui media, non funzionano così. Anzi. Si passa per delinquenti, si distrugge in poche ore quanto seminato per anni. E bisogna saperlo.

Ho letto a sinistra analisi che rimarcavano come la polizia abbia manganellato. Inutile girarci intorno: ci sono casi in cui il ricorso alle maniere forti è giustificato. E chi decide di vandalizzare una città, se non è un, passatemi il termine, cagasotto, deve accettare il rischio di prenderle. Questi pusinllanimi di quart’ordine, aggressivi a parole e nei fatti, e poi pronti ad andare a piangere a favor di telecamera mostrando le ferite fanno il gioco di chi non vuole mollare Nethanyahu, in questo caso, come il governo italiano; e, più in generale, di chi si oppone al cambiamento.

Non è che l’inizio perché chi c’era in piazza deve tornarci, senza lasciarsi scoraggiare dalla cattiva pubblicità. Bisogna isolare i violenti, diluire il ricordo di quanto accaduto con dieci, cento nuove piazze e iniziative, colorate e pacifiche. Con azioni di disobbedienza civile, scioperi bianchi, boicottaggi: c’è un campionario ricco cui attingere.

Le infatuazioni durano un battito di ciglia, e chi distrugge non ama una causa piuttosto che un’altra: protesta a prescindere. Per disagio, narcisismo, vanagloria. A volte anche perché prezzolato. E’ probabile che ieri vi fossero dei provocatori, non molti, seguiti a ruota da una manica di imbecilli privi di qualsiasi capacità di analisi, e a cui non pareva vero di avere un lasciapassare.

La parte buona della piazza di ieri deve tornare sulle strade, e farlo presto. Il momento è cruciale: c’è l’anniversario del 7 ottobre, l’assalto finale a Gaza City. C’è da immaginare il futuro della Striscia, senza America e senza Israele. I tempi della diplomazia sono lunghi, ma la soluzione a due Stati, se non diventa un alibi per l’inazione, è il primo passo, e va sostenuta, ora che è vicina. Diluiamo la violenza dei professionisti della protesta con la continuità della passione civile dei molti. E continuiamo a sacrificarci per combattere questo genocidio orrendo. Noi, che nel mondo proviamo ancora a cercare la bellezza, nonostante i nostri problemi, le nostre ansie, le nostre difficoltà. Nonostante questi tempi grami.

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città, cronaca, milano

Se la Fondazione Fiera Milano non rispetta le regole edilizie per il cantiere del nuovo centro di produzione Rai

Non c’è solo Manfredi Catella, si direbbe,  tra chi pare disporre a piacimento dell’edilizia pubblica milanese. Sulle eventuali responsabilità del patron di Coima, coinvolto nell’inchiesta sulle operazioni che hanno dato vita al “modello Milano”, sta indagando la magistratura. Che un risultato, invero, lo ha già ottenuto: ha posto fine a un’epoca, quella in cui si parlava al telefono serenamente di come spingere progetti nelle commissioni urbanistiche; e i suddetti, poi, trovavano la propria via fino al cantiere con percorsi facilitati. Uno stato di cose che stava bene anche al sindaco, innamorato del cemento e dell’acciaio dei nuovi quartieri. Solo chiacchiere tra conoscenti, si difendono loro: le città italiane sono piccole e, sapete com’è, ci si conosce tutti. Vedremo se reggerà in tribunale. Ma vale la pena di ricordare che nelle aule non si fa giustizia: si applica la legge. E il problema politico resterà, qualunque sia il verdetto. Un problema per il centro sinistra, per il Pd, e per tutti i milanesi che hanno chiuso gli occhi in questi anni (ma si sono affrettati ad aggiungersi al coro delle lamentele ora che è intervenuta la magistratura).

In realtà faremmo torto a Catella se riducessimo a lui la stagione del laissez faire all’ombra della Madunina: in città sono parecchi i soggetti che fanno pensare a Orwell e alla sua Fattoria degli animali, dove “Tutti sono uguali, ma alcuni sono più uguali di altri”.

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Veniamo al motivo di questo pezzo, precisando che, in questo caso, scrivo da cittadino e residente di via Gattamelata, dove la Fondazione Fiera Milano sta demolendo  i vecchi capannoni per fare posto al nuovo centro di produzione della Rai, che accorperà gli studi di via Mecenate e corso Sempione.

Un po’ di storia. La Fondazione Fiera Milano ha origini negli anni Venti del secolo scorso. Gestisce il sistema delle fiere meneghine. Navigando in acque a volte perigliose  (l’ex amministratore delegato Enrico Pazzali è indagato nell’ambito dell’inchiesta Equalize per una storiaccia di presunti dossieraggi illeciti. Il suo posto è stato preso a fine luglio da Giovanni Bozzetti, indicato dalla giunta lombarda e avallato da Palazzo Marino, cioè il Comune di Milano).

I lavori sono partiti a gennaio. Per mesi, lamentano i residenti, e fino a oggi, il cantiere è rimasto aperto sette giorni su sette. Si è dovuto procedere alla demolizione di un paio di padiglioni esistenti per far spazio alle nuove volumetrie, e se non avete presente le dimensioni del complesso, diciamo subito che non è facile raccontarle: ma parliamo di un paio di campi di calcio di cemento armato e metallo, altezza venti metri.

Probabilmente i lavori hanno marciato accumulando ritardo, e pare che una parte del complesso debba essere pronta per le Olimpiadi invernali di febbraio: così, si diceva, il cantiere si è fermato solo di notte, spesso attaccando alle 6:30 del mattino e continuando a martellare  fino alle 18:30. Un massacro per i polmoni dei residenti (le polveri sollevate non erano abbattute con strumenti adeguati), le vibrazioni prodotte (sono diversi quelli che se ne lamentano costantemente da mesi, e notano crepe nei muri, tanto che sono stati installati dei sismografi nei palazzi per monitorare il rispetto dei parametri) e per le povere orecchie e la stabilità mentale di chi lì risiede: immaginate di lavorare tutta la settimana, magari su turni, ed essere svegliati anche il sabato e la domenica mattina dai macchinari impegnati in un cantiere demolitivo, in cui blocchi di cemento armato vengono frantumenti gettandoli da cinque o sei mesi di altezza.

L’amministratore di uno dei condomini, quello in cui abita il sottoscritto, ha provato qualche debole protesta, non troppo convinta. Risultato: nulla.

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Dopo mesi di weekend con sveglie militari, vista l’inazione di chi dovrebbe rappresentarci ed esasperato da una moglie che minaccia di trasferirsi in campagna (siamo appena arrivati al Portello a febbraio!), una domenica mattina decido di prendere in mano la situazione e chiamare i vigili personalmente. Il mio diritto alla salute, in fondo, prevale su consiglieri, amministratori e rappresentanze varie.

La polizia locale esce subito e chiede agli operai le autorizzazioni a lavorare di domenica: il capocantiere – ero lì presente  – dice che non ne dispone in loco, ma le avrebbe fornite il giorno dopo via mail.

Gli agenti  – sbagliando – se ne vanno: secondo le norme avrebbero dovuto fare sgomberare tutto. Le maestranze rientrano, non senza una certa soddisfazione, e il cantiere riprende.

Avendo fatto la gavetta per anni in cronaca locale, so come funzionano certe cose: mi attivo scrivendo alla circoscrizione e alla presidente Giulia Pelucchi, ma anche all’urp del Comune di Milano e all’indirizzo cantiereincorso@fondazionefiera.it. Come insegnano i manuali di comunicazione, bisogna averlo, un indirizzo del genere, e rispondere sempre con un paio di frasi fatte a chi si prende la briga di scrivere.  Cosa dire, appunto, è un altro discorso. La statistica spiega che la gente si stufa, e prima o poi lascerà perdere.

Non è il mio caso. Nelle missive chiedo essenzialmente una cosa: se il cantiere della Fondazione fiera Milano abbia o meno una deroga per lavorare sabato e domenica. L’urp non entra nel merito: si limita a rispondermi citando il regolamento edilizio, che afferma che il sabato è concesso lavorare solo fino alle 1230, salvo deroghe. Idem la domenica. Ok, ma queste deroghe ci sono o no?, riattacco. Perché, per propria natura, dovrebbero essere temporanee, e non durare mesi: avrei parlato col dirigente comunale che le avesse (eventualmente) concesse per far valere le nostre ragioni di cittadini esasperati. Chiedo via pec una visura della documentazione: dopo due settimane non è ancora arrivata.

La Fondazione fiera Milano, dal canto suo, mi risponde con affettata cortesia dopo un paio di giorni che i lavori seguono le regole, che loro sono molto attenti al nostro benessere e che sospenderanno le lavorazioni rumorose la domenica. Replica: gentili, ma non basta questo. Dovete attenervi alle norme; e mostrare i permessi. Nessuna risposta.  

La dottoressa Pelucchi, in copia a tutte le mail e presidente del municipio 8, si rende disponibile a incontrarci.

Tanto per non far,i mancare nulla, e a dimostrazione del fatto che l’azione sia corale, raccolgo 70 firme di condomini esasperati.

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La faccio breve: la deroga non ci è mai arrivata in visione, da parte di nessuno. E c’è un motivo chiaro: con tutta probabilità, allo stato, non esiste, e non è mai esistita.

Spiego meglio il concetto: la Fondazione Fiera Milano sta costruendo il cantiere dove sorgerà il nuovo centro di produzione meneghino della Rai radiotelevisione italiana non rispettando il regolamento edilizio e lavorando sette giorni su sette, incurante dei disagi e delle proteste di 70 cittadini che abitano lì di fronte e da mesi cercano di farsi sentire. La stessa azienda che fa trasmissioni tipo Mi manda Raitre.

E veniamo a oggi. Con incredibile nonchalance, da due settimane i lavori proseguono sabato e domenica, in orari vietati. Stamane io e altri condomini chiamiamo nuovamente i vigili. Questa volta la pattuglia, di una gentilezza e professionalità encomiabili, ha fatto ciò che è dovuto in questi casi: di fronte alle giustificazioni farfugliate dal capocantiere (le stesse che evidentemente la volta prima avevano funzionato), emette una sanzione, e fa sgomberare l’area seduta stante. Stop ai lavori, tutti a casa. Si chiude. Potrei anche raccontare che, mentre io e la custode del nostro condominio assistevamo all’operazione di sgombero, un paio di operai si sono prodotti in atteggiamenti da smargiassi paramafiosi: e mi verrebbe da chiedere ai committenti della Fondazione Fiera Milano che cosa ne pensano. Lascio a loro le risposte.

***

Credetemi, non esagero dicendo che il rumore è micidiale, altrimenti non conbatteremmo questa battaglia  (e non avremmo raccolto 70 firme). Confesso che, da giornalista, queste vicende le ho sempre seguite per conto di altri; mai in prima persona. Oggi sperimento che è incredibile la sensazione di impotenza che si prova nel trovarsi di fronte a un abuso e sentirsi le mani legate.

Scrivo questo pezzo per dare visibilità a un atteggiamento intollerabile da parte di chi dovrebbe dare l’esempio. Un ente come la Fondazione fiera non può fare quello che vuole, nemmeno nella Milano di questi anni. E neanche se gestisce una delle più grandi esposizioni al mondo. Anzi, soprattutto per questo.

Aggiungo un’altra cosa. Gli operai stamane si divertivano a irridere chi protestava ieri per la vicenda Leoncavallo, con frasi becere tipo “sai se andavamo là quante zecche trovavamo da schiacciare?”- frasi fasciste, squadriste e volgari. Si tratta di proteste contro presunti abusi proprio come quello che vi ho raccontato. Che ne pensa la Fondazione fiera Milano?

(nella foto mia, gli agenti della polizia locale nel cantiere la mattina di domenica 7 settembre)

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esteri, media, politica

Qualche pensiero sulla partecipazione

Era un’esperienza legata alle grandi battaglie civili, e il riferimento in Italia sono sicuramente i radicali di Marco Pannella; negli anni è diventata una moda alimentare, non sempre con l’ausilio del buonsenso. Ma, prima ancora, era un’esperienza mistica, i cui riverberi si sentono nel Ramadan musulmano e nella quaresima cristiana. Atti politici, di penitenza, o di benessere. Ma il digiuno resta, prima di tutto, l’assenza di cibo. Una mancanza non autoinflitta. Cattivi raccolti, tempo inclemente, grande freddo o caldo: il piatto resta vuoto. Non solo. Più spesso che no è stato usato come arma di guerra. Gaza non è il primo caso:  in Somalia, per esempio, durante la guerra civile all’inizio degli anni Novanta. Ma la storia non manca di ammonimenti. Si imprime la fame nel corpo e nella mente di una popolazione per fiaccarne la resistenza, per risvegliare gli istinti animaleschi che la cività ha sopito; per riportarla all’homo homini lupus (l’uomo è lupo per l’uomo), sintesi filosofica di Hobbes per qualcuno insuperata.

Quando mia moglie (che lavora in un ospedale) mi ha proposto di aderire al digiuno per Gaza di medici e operatori sanitari il 28 agosto – la campagna era aperta anche ai cittadini comuni -, ho subito accettato: apprezzavo che lo spunto arrivasse da una persona con un pensiero preciso su molte questioni del nostro tempo, ma che di solito tende a tenere per sé le proprie considerazioni quando si tratta di dimostrazioni pubbliche. Credo, invece, che ci sia bisogno di atti politici. Così, senza pensarci troppo, abbiamo cominciato queste 24 ore. Proverò a lasciare qui qualche ricordo.

Il primo è l’acuirsi dei sensi. Il corpo è sveglio, lucido, concentrato. Sin troppo. Si torna sempre con la testa al cibo, ma è come se la mente diventasse più affilata, come se sgombrasse il campo da tutto quanto è superfluo – forse il cibo è la metafora del sovraccarico interiore – . Mi ha fatto venire in mente l’esperienza del Ramadan, il digiuno dal tramonto all’alba dei musulmani, portato avanti un mese all’anno. Per domare la mente e i morsi della fame è necessario tornare alla motivazione, che, in questa maniera, viene accarezzata con costanza. Mi è diventato più semplice capire come l’atto del privarsi del cibo in nome di una ricerca spirituale possa aumentare la fede. Si tratta, in un certo senso, di un investimento emotivo, che lega chi lo pratica al suo oggetto. Tornare ogni volta, tante volte al giorno, con il pensiero alla motivazione consente di vincere la tentazione di mangiare o bere: e rinsalda, così, il proposito con la ripetizione. In tempi vacui, in cui l’attenzione mediamente non dura più di otto secondi per l’influsso dell’ecosistema digitale e visuale in cui siamo immersi, in tempi in cui è possibile parcellizzare anche il lavoro quotidiano in micro-unità da prendere e lasciare quando ci fa comodo, è sempre più raro trovare il senso della continuità. Una sorta di flusso, concetto che mima lo stato mentale sperimentato dai mistici, dove la mente è così concentrata da toccare il sublime. La sto facendo troppo lirica, forse, e le mie sono state solo ventiquattro ore: ho fatto poco. Ma ha permesso, anche a me che non salto mai un pasto, di avvicinarmi a un concetto che mi era sconosciuto.

Altra scoperta: la forza viene dalla disciplina. A volte qualcuno ti chiede come stai. Fa molto piacere, perché aiuta. Ma, inspiegabilmente, si sente un’energia diversa. Forse dovuta al fatto che il corpo non ha risorse impegnate nella digestione, e quindi ne restano di più per il resto; forse per il potere che ha la mente di favorire la secrezione di ormoni del benessere quando ci sentiamo motivati e partecipi di qualcosa di più grande di noi; forse perché, se riusciamo a vincere tante piccole battaglie, cominciamo a intravedere la possibilità di vincerne anche qualcuna più rilevante.

Non lo so. Sta di fatto che il digiuno ha rinforzato la mia motivazione a sostenere la causa di Gaza. E questo non me lo sarei aspettato: credevo fosse un atto dimostrativo, un sacrificio rivolto all’esterno; invece il suo valore è stato anche, e per una buona metà, quello di rinsaldare il mio personale proposito di fare qualcosa per quella terra martoriata; e, in generale, per le cause che mi stanno a cuore. Trovare del tempo, soprattutto. Come diceva Seneca duemila anni fa, quanto la vita era meno frenetica di oggi: non ne abbiamo poco, ne sprechiamo molto. Riuscire a riportare la mente costantemente e tranquillanente su un obiettivo aiuta. Lo yoga lo fa con il respiro. E, come spesso accade, ha ragione.

***

Fin qui la componente individuale. Ce n’è chiaramente un’altra, che distingue l’atto del digiunare per una causa da quello di ricerca interiore, di fede o di penitenza: la dimensione politica.

In questo senso, è necessario comunicare quello che si fa. Nell’epoca dei social network, è un’attività quotidiana per tutti. Eppure, ho visto che tanti hanno mostrato sincero apprezzamento, e sostegno quando ho scritto un post, come richiesto dalla campagna. Ho avuto la sensazione che, se un atto politico arriva da una persona che conosciamo o stimiamo, questo riesca a superare il filtro razionale che mettiamo di fronte alle notizie del telegiornale. Una persona a noi nota che racconta di aver fatto un digiuno per Gaza spinge a riflettere più dei resoconti degli inviati. Sto probabilmente scoprendo l’acqua calda; chi organizza campagne di comunicazione lo sa benissimo, e per questo arruola personaggi pubblici; ma fa un certo effetto sapere di avere questo potere. E non è solo di chi, lavorando nei media, ha più visibilità: è – ovviamente con gradazioni differenti – di tutti. Il concetto è che se si conosce una persona, la si ritiene credibile, e quindi ci si concede lo spazio mentale per una riflessione. Che in qualche caso porta a ripetere il gesto e a innescare una reazione a catena; più spesso resta solo un pensiero. Ma è già abbastanza.

Arriviamo al concetto di partecipazione. Come prevedibile, i commenti sui social non sono stati tutti positivi. C’è chi la ritiene una mera operazione di self marketing (difficile convincerli del contrario: ma comunque, come detto, aderivo a una campagna, e l’ho fatto, peraltro, non senza timore); altri lo ritengono inutile. Questi ultimi, a mio parere, meritano una risposta tratta proprio da questa breve esperienza. Anche qui non scopro niente di nuovo. In sintesi: la partecipazione politica è sempre positiva, in qualunque forma. L’importante è che non tracimi nella violenza. Dalla lettera al giornale al post sul social network, dalla presenza alla maniestazione, al sit-in e ovviamente al voto: tutto conta. Ci sono, chiaramente, azioni più efficaci di altre; ma ogni cosa è meglio dell’inazione. Il politico misura la temperatura alla realtà con il termometro del consenso, e sulla base di questo – che per lui si traduce in possibilità di rielezione – prende le proprie decisioni. Persino i leader autoritari stanno attenti a non esagerare, a non far “venire la febbre”, passatemi l’espressione, al popolo, perché percepiscono che, se le masse si svegliano dal torpore, hanno il potere di rovesciare qualsiasi regime (per sostituirlo con cosa? è la domanda che segue; e anche quella che, non avendo risposta, spesso blocca sul nascere qualunque atto rivoluzionario).

Da quanto sopra discende che constatare una partecipazione pubblica e coordinata a un’azione dimostrativa preoccupa chi decide; e quindi serve, eccome. Oggi gli strumenti digitali permettono molto; se poi si uniscono alla presenza fisica, questa ibridazione amplifica ancora di più. L’idea non è solo quella di mettere in piedi un teatrino social, ovviamente, anche se molti campaigner si accontentano dei like: è quella, più strutturale, di portare gli individui a riflettere, in maniera che orientino le proprie scelte elettorali e di consumo verso obiettivi in linea con i propri valori, senza lasciare la scelta al caso o al mercato con il suo potere di condizionamento. Qui si può trovare la scala della partecipazione, così come disegnata dalla scienza politica sulla base di molti anni di osservazioni. L’essenziale è ricordare che l’atto deve essere pubblico.

Vale la pena ricordare un paio di cose, al riguardo. All’inizio della guerra a Gaza (chiamiamolo pure per quello che è: un genocidio) era molto difficile, per giornalisti e cittadini, mettere le cose in prospettiva. Pur senza negare l’orrore del 7 ottobre e i massacri di Hamas, mantenere lucidità veniva di per sé associato ad antisemitismo; e in questo modo, irretendo chi avrebbe voluto protestare, si giustificava qualunque eccesso. Se l’inerzia è cambiata e oggi ci si può esprimere liberamente  si deve a quei pochi che, sin da subito, hanno con coraggio e non senza timore operato dei distinguo, rischiando pesanti accuse – e anche il lavoro, in certi casi – ; e al segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, che un mese dopo il massacro precisò, dopo aver espresso solidarietà agli israeliani, che it didn’t happen in a vacuum (non è successo senza contesto). Quello che dice Guterres, ogni volta che si pronuncia, è notizia per qualunque giornale: e così anche chi era timoroso si è sentito autorizzato a riportarne le parole, e a sdoganare un concetto fondamentale per capire quello che sta accadendo in Medio oriente.

La seconda cosa è che i politici sono abili con la comunicazione: e che oggi, domani e per sempre, un governo e lo stesso Nethanyhahu potrebbe infilare quelli che non si sono espressi di fronte al genocidio di Gaza nel conteggio di chi non era contrario: e questo è intollerabile.

Chiudo con un’ultima considerazione. Ancora una volta ho visto che la migliore risposta all’aggressività è ignorarla; e, se proprio si vuole rispondere, argomentare abbassando i toni. Inutile lasciarsi trascinare: anzi, è degradante. Spero che questo lungo flusso di pensieri possa stimolarne altri.  

(Nella foto, medici di un ospedale marchigiano in digiuno. Altre potere trovarle sotto l’hashtah #digiunogaza)

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L’inchiesta urbanistica e il ruolo dei centri sociali

Qualcuno potrebbe pensare che la scarcerazione di Manfredi Catella e degli altri soggetti coinvolti nell’inchiesta sull’urbanistica milanese decisa dal tribunale del Riesame (contrariamente alla richiesta della procura) possa significare che finirà tutto in una bolla di sapone. Non è così. Si dispone la carcerazione preventiva se c’è pericolo di fuga, di reiterazione del reato o di inquinamento delle prove. Quando al primo, pare sia possibile escluderlo; il danno di immagine sarebbe troppo grande per Catella, che è l’unico che avrebbe i mezzi per vivere all’estero. Per gli altri, fuggire semplicemente non è un’opzione praticabile. Reiterazione del reato? Da escludere. Pare siano ormai tutti lontani dagli incarichi che ricoprivano, almeno da quelli che scottano. Quanto all’inquinamento delle prove, evidentemente i giudici hanno ritenuto che i pubblici ministeri abbiano acquisito elementi sufficienti a dimostrare le accuse. Ci sono centinaia di pagine di chat private agli atti. E il collegamento con quanto effettivamente avvenuto (delibere, permessi, costruzioni) è materiale pubblico.

Quindi tornano a piede libero, ovviamente da osservati speciali. E già qualche giornale ha ripreso a scrivere del ras dell’edilizia milanese con toni compiacenti, suggerendo che quindici giorni ai domiciliari siano un mero incidente di percorso, roba che può succedere. Non è così.

Giova ricordare che nei tribunali non si fa giustizia; si applica la legge, peraltro recentemente depotenziata. Se nessuno subirà condanne penali – ed è tutto da vedere -, ci saranno ancora le cause civili. Ma, soprattutto, va sottolineato un fatto: l’inchiesta della procura ha scritto la parola fine su una stagione che pareva destinata a durare per sempre, tanto era ben oliata la macchina del marketing. E ci vorranno almeno quindici anni – speriamo – perché qualcuno ci riprovi. Costruttori, ex assessori e architetti coinvolti se ne dovranno fare una ragione: indietro non si torna.

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E qui veniamo ai giorni nostri.

Giovedì 21 agosto la polizia ha sgomberato il centro sociale Leoncavallo, un pezzo di storia milanese, in un quartiere – quello di Greco – bigio e preda dei palazzinari.

Il Leoncavallo negli anni scorsi è stato l’unica realtà a protestare – assieme a tutta la galassia antagonista – contro il caro casa e la speculazione edilizia meneghine. Pochi i politici, e non certo il Pd, che governa Milano da un decennio con Beppe Sala. Nonostante le lacrime di coccodrillo di queste settimane.

Milano non ha mai (sottolineo: mai) fatto una manifestazione contro quanto accadeva in città. Si è limitata a non presentarsi alle urne, per non esporsi, e perché comunque l’aumento dei valori immobiliari stava bene a molti. Salvo poi indignarsi quando il lavoro sporco l’ha fatto qualcun altro.

Ma il merito di scoperchiare la pentola va solo alla procura.

Ne risulta, in maniera evidente, che il centro sociale è stato in grado di leggere la realtà meglio di tanti, inclusi quelli che pontificano a posteriori. Abbiamo già scritto che ci sono stati degli eccessi, negli anni; ma l’esperienza del Leoncavallo e il suo passato (e presente) di luogo di elaborazione politica lontano dal mainstream meritano, anche solo per questo, rispetto e tutela. E, di grazia, una sede.

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