città, economia, tendenze

La Milano della solitudine

Servizio di Presa Diretta, da vedere. La Milano descritta è quella della solitudine, resa strutturale – letteralmente – dalle nuove tendenze immobiliari. Che separano le funzioni: casa con case, negozi con negozi, una scuola ogni tanto. Si rischia di meno, dicono gli esperti: lo sviluppatore (chi costruisce, cioè) non rischia il negozio fastidioso sotto i portici, men che meno chiassosi assembramenti. Metti la macchina in garage e sali con l’ascensore dritto fino a casa senza incontrare nessuno: lì ti aspetta Alexa, il metaverso o qualunque scemenza digitale prodotta in questi anni. C’è, però, il punto di ritiro per i pacchi: il commercio elettronico, così impersonale, è il perno dei nuovi aggregati come Cascina Merlata. Ogni tanto, come accaduto a Santa Giulia, si scopre che non hanno fatto le bonifiche e si abita sotto le scorie: e, a occhio e croce, c’è da aspettarsi altri casi, nei prossimi anni.

Ma la vita, osserva uno degli intervistati, sono proprio quegli incontri a volte indesiderati, quella fastidiosa mescolanza: evitarli è una scorciatoria per ridurre il dolore; ma, al contempo, rinunci alla gioia. Un Prozac di mattoni e vetro. Che funziona, aggiunge la docente Elena Granata, fino a che stai bene. Ti crei una bolla domestica in cui vivere connesso, e uscire (se si è fortunati) per gli happy hour, i weekend all’estero, le cinquantadue something week che caratterizzano la Milano degli ultimi anni.
Come sottolinea Manfredi Catella, patron di Coima, uno dei più grandi sviluppatori immobiliari italiani, ognuno fa il suo mestiere. E’ alla politica che spetta il compito di stabilire le regole, dice: gli affari, sintetizzo, restano affari. Catella è uno degli uomini più potenti in città: per influenza e relazioni stacca di gran lunga il sindaco del capoluogo lombardo. Con il vantaggio di non essere legato a nessuna famiglia politica, e poter, quindi, lavorare con tutti, indipendentemente dal colore.

Un amico mi diceva di vivere a Maciachini. Pensavo fosse un po’ fuori. “Guarda che tutta Milano è centro: fra qualche anno non ci sarà differenza, vedrai”. Non comprendevo. Poi sono passato in viale Isonzo, circonvallazione esterna, le colonne d’Ercole tra due mondi: l’inizio della fine. Una volta, forse. Dietro al vicino scalo di Porta Romana, dove sorgerà il Villaggio per le Olimpiadi invernali senza montagna dell’anno prossimo e che diventerà uno studentato una volta archiviato l’evento, vedo un capannello di ragazzi: l’italiano è una lingua staniera, quella ufficiale è l’inglese. Sono gli ospiti del primo edificio del complesso, riuniti nella pizzeria costruita lì sotto. Stessi vestiti, stessi profumi, stessi discorsi dei coetanei di Londra, Varsavia, Madrid. Stesse ambizioni (Ral, e beato chi non capisce l’acronimo): stesso retroterra economico (privilegiato) e culturale (in massima parte, figli di professionisti), che possono pagare 1.500 euro al mese per una stanza con bagno e cucinino, oltre alla retta delle università private più à la page. Era periferia, ed è stata inghiottita dal centro: a pochi passi c’è la Fondazione Prada, che, quanta lungimiranza, quindici anni fa investì nell’area, diventandone il perno. Più dietro viale Ortles, dove c’è un dormitorio per senzatetto, chissà per quanto. A quel punto ho capito. “Fanno il deserto, e la chiamano pace”: mi vengono in mente le parole di Tacito, un risuonare sinistro e senza tempo per una città che sta perdendo l’anima.

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cultura

Se l’arte è (anche) politica

Edison Vieytes è un artista di Montevideo in Italia dal 1982. L’ho conosciuto su una spiaggia calabrese che frequento da molto tempo. Il caldo ci costringe a spogliarci degli abiti, e con essi, di buona parte dei nostri costrutti sociali. In costume, sulla battigia, si resta, più o meno, quello che siamo.

Presentati da un amico, ci siamo rapidamente piaciuti e trovati a parlare di Sudamerica, disuguaglianze, ambiente. Del ruolo dell’arte e della cultura in una società sempre più tecnica, parcellizzata, distante dall’essenziale. Il poeta- albatros (il pittore, nel suo caso) – guarda il mondo dall’alto, supera i confini tra le discipline, scova significati appannati dalla coltre di rumore.

Il mare, l’acqua, conciliano le chiacchiere. Mi ha raccontato delle praterie dell’Uruguay, dalle natura, della colonizzazione delle multinazionali. Di solito gli artisti hanno ego smisurati: non è il suo caso.

La Calabria, come tanti altri territori, sta sperimentando il cambiamento climatico. Fa più caldo, e più a lungo. L’erosione costiera è una realtà. Ma, tra i tanti problemi di questa terra, all’ambiente non spetta un posto. Compito dell’arte, allora, è riportarci all’essenza. Mentre scrivo queste righe, ho sul comodino, come tutti gli anni quando vengo qui,“L’utilità dell’inutile” (Bompiani), del compianto Nuccio Ordine, indimenticato studioso di Diamante (Cosenza), apprezzato un po’ ovunque e mancato troppo presto lo scorso anno.

Ordine, con penna leggera e senza mai trascendere nel giudizio pedante, insiste sull’importanza di non abbandonare l’arte e lo studio dei classici, di non cedere alla mera cultura della tecnica: a non lasciarsi, cioè, guidare solo da ciò che è utile, pur riconoscendone il valore. Le sue pagine, che ormai hanno oltre dieci anni, sono un appiglio solido in questi tempi di frenetico nonsenso. Uno dei pochi, e meritano di essere rilette.

Nelle foto:
Salvezza
@vieytesedison

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politica

Perché inchieste come quella di Fanpage servono alla destra

L’inchiesta di Fanpage sulle propensioni fasciste (quando non proprio francamente razziste e naziste) di Gioventù nazionale, cantera di Fratelli d’Italia, ha il merito di aver scoperchiato la pentola. Ai limiti del consentito dall’etica giornalistica? Sì, e ci vuole il pelo sullo stomaco per infiltrarsi, conquistarsi la fiducia di altre persone, e poi tradirle. Lo si può fare per un fine che si ritiene superiore: politico (per rendere un servizio al Paese), oppure semplicemente narcisistico, componente che nel nostro lavoro esiste e non è secondaria. Per tutti, compreso chi scrive.

Più probabilmente ( come quasi sempre) si tratta di entrambe. Ma il giornalismo è tollerato – nonostante i noti limiti – perché, alla fine, serve alla società. È meglio averlo, e averlo in salute, rispetto al contrario.

Da questa storia, c’è da augurarsi, la destra italiana uscirà ripulita, migliore. Sarà chiaro, una volta di più, che non c’è posto per chi inneggia al razzismo, al nazismo, o a stagioni della storia nazionale in cui qualcuno si arrogava il diritto di decidere per tutti, in ogni aspetto della vita: non solo economico (quella sarebbe la destra), ma anche nel quotidiano. Si chiamano totalitarismi proprio per questo. Anche il comunismo – lo dico prevenendo la critica – appartiene alla stessa schiera.

Perché non è possibile ammettere propensioni verso il fascismo? Non è un’intollerabile intrusione nella libertà di pensiero privare qualcuno delle proprie idee? In fondo, la cessione di una certa quota di libertà individuale è funzionale alla vita sociale: non si può organizzare una società lasciando ognuno libero di fare tutto ciò che vuole, e contando sulla sua capacità di regolarsi autonomamente. Non è possibile – se non nei sogni di qualche militante – fare a meno di un governo. Ma l’esecutivo (pur necessario perché una società prosperi in maniera armonica) deve aver cura di non essere troppo rigido, invasivo, dirigista.

E’ facile comprendere come nei momenti di confusione come quello che attravrsiamo la tentazione autoritaria e messianica guadagni fascino. Sosteneva Freud che “l’umanità ha sempre scambiato un po’ di libertà con un po’ di sicurezza”, e c’è chi offre questa preziosa merce a prezzi di saldo.

Ma la visione di chi, in nome della seconda, sacrifica la prima appartiene all’infanzia delle società. Oggi disponiamo di tutti gli strumenti culturali per gestire la complessità crescente che ci troviamo a fronteggiare senza cedere alla tentazione di accontentarci di risposte semplici, di un deus ex machina in grado di risolvere pronblemi che richiedono responsabilità e sforzo. Le classi dirigenti sono un buon compromesso. E qui no, non siamo tutti uguali: uno non vale uno, se devi guidare un Paese. A patto, però, che queste elite siano illuminate, propense al bene comune, e non portabandiera dei valori di una sola nicchia a scapito di tutte le altre.

Immagino che la destra italiana uscirà più forte da questa storia, avendo fatto, una volta di più, i conti con il proprio passato e la propensione all’uomo (o donna) forte. Processo lungo, ma che altrove non hanno ancora affrontato. Probabilmente alla Francia toccherà lo stesso destino.

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città

Ripensare le città: un’intervista a Carlos Moreno

Può capitare che si organizzi un’intervista, e che per qualche motivo non esca. Può capitare anche che ce la si dimentichi in una cartella del pc. Mi è accaduto – mea culpa – con Carlos Moreno, il teorico della città dei quindici minuti, di gran moda a livello globale e con cui avevo parlato un annetto fa durante la presentazione del progetto del nuovo piazzale Loreto, di cui è sponsor. La riporto qui. Cerniera tra centro e periferia, piazzale Loreto, uno dei luoghi più transitati del capoluogo lombardo, sarà completamente ridisegnato. Spariranno o quasi le auto; appariranno pedoni, alberi e negozi.
Tutto bene? Non proprio. In una città dai valori immobiliari impazziti come la Milano di oggi, un progetto del genere allarga la portata della bolla, espellendo residenti e storici negozianti per far posto a chi può permettersi di reggere il passo. E’ già accaduto nella vicina NoLo (nuovo nome con cui si è chiamata una delle strade più scalcagnate di Milano e la si è resa appetibile); sta avvenendo a Porta Romana e in molti altri quartieri. Il fatto è che una città è un organismo per propria natura imperfetto; cercare la perfezione genera mostri. Vendibili, forse, ma inabitabili. E non sempre i cittadini sono d’accordo. Ecco il pezzo.

Lei è il teorico della città dei quindici minuti, modello applicato in diverse metropoli mondiali. Per esempio, la Parigi di Anna Hidalgo. Come sintetizza il suo pensiero?

Se dovessimo riassumerlo,  potremmo dire che l’obiettivo è definire una città policentrica, decentralizzata, dotata di molti servizi differenti, con una forte riduzione delle distanze. Una città che sviluppi infrastrutture dalla destinazione d’uso plurima. E ultimo, ma non per importanza, una città in grado di sviluppare nuovi modelli economici, per dar luogo a un’economia locale più vibrante, occupazione locale, minore uso delle materie prime.

Da dove, da cosa ha tratto ispirazione?

Da molti pensatori, ma la mia maggior fonte di ispirazione è stata Jane Jacobs, attivista e scrittrice nordamericana, che ha sviluppato il concept della “living city” . Ma non solo: ci sono il new urbanism, il new pedestrianism. In Italia avete la grande scuola di Aldo Rossi. Ho proposto un nuovo paradigma nel punto di convergenza tra le idee di molti pensatori e doers, per attualizzarle al ventunesimo secolo. Un tempo di grandissima urbanizzazione, segnato dalla crisi climatica e da altre come il covid e la guerra.

La pandemia ha fermato il mondo per mesi, costringendoci a ripensare le nostre abitudini. Quanto ha cambiato il covid la prospettiva dei sindaci?

Si è trattato di un crisi molto profonda, ma anche di una grande opportunità per trasformare il modo in cui lavoriamo. Innanzitutto, invece di continuare con lunghe ore di pendolarismo molte persone hanno imparato a lavorare in maniera diversa con la ibridazione tra presenza fisica e attività in remoto. Il secondo punto è che le persone, specialmente tra i venti e i quarant’anni, hanno scoperto il “tempo utile”, cioè la possibilità di avere tempo a disposizione per attività personali, familiari, sociali. E’ una conseguenza del nuovo modo di lavorare: se la gente ha la possibilità di ridurre i lunghi tragitti da pendolare, questo tempo in più  offre finestre per sviluppare nuove attività sociali e amicali. Terzo, con il covid molti hanno scoperto nuove risorse di prossimità: aree verdi , negozi locali, attività culturali e sportive: risorse che si trovano già nello spazio urbano e sono vicine a noi.

Ci sono già molte città in cui le sue teorie sono state applicate: quali sono?

Ne abbiamo tante, in effetti, sparse per il mondo. La novità è l’impegno del C40, di cui fanno parte Roma e Milano. A Milano, il sindaco Sala è totalmente coinvolto. La campagna elettorale per la sua rielezione è stata basata sulla città dei 15 minuti; Roma è nella stessa situazione. Anche in Europa gli esempi non mancano: Lisbona, Barcellona, la nazione scozzese – non solo una città, ma tutta una regione – . Recentemente non solo Parigi, ma tutta la regione dell’Ile de France ha abbracciato questo concept. E poi Buenos Aires, Bogotà, Portland, Cleveland,  Seattle,  Seul, Susa (tra le più grandi città della Tunisia). In Senegal, la capitale Dakar e in Polonia persino molte zone rurali.

Con la pandemia è cambiato il modo di percepire le città,. Ma gli effetti non hanno solo segno positivo.  A volte, migliorando la città l’effetto è espellere certe fasce della popolazione. Milano probabilmente sta commettendo questo errore. Che ne pensa?

Dobbiamo sviluppare il concept della città dei 15 minuti con l’idea di ribilanciare le città. Alcune dinamiche si ripropongono simili in tutti i continenti: una gentrification forte e importante, una frammentazione, una zonizzazione. Con la città dei 15 minuti vogliamo proporre una nuova politica urbana, per arrivare a un nuovo processo decisionale e a un ribilanciamento verso una città policentrica. Ognuno di questi nuovi poli deve offrire servizi culturali, negozi, sport e rigenerare l’occupazione locale. Per quanto riguarda l’housing, dobbiamo promuovere policy per avere social housing e limitare i prezzi di affitti e appartamenti.

Insomma, questo concept deve essere accompagnato da policy sociali.

Con l’esperienza che abbiamo oggi, è molto chiaro che dobbiamo mixare l’housing per la classe media con quello di alto livello. La chiave di volta per implementare con successo la città dei 15 minuti è il mix massivo di categorie sociali e funzionalità. E’ possibile se ci diamo l’obiettivo di creare un percorso che conduca a un ecosistema pubblico-privato. Dobbiamo creare queste alleanze per generare nuovi modelli di business, e sviluppare questa coesistenza.

Il processo di ridefinizione di una città nell’ottica dei quindici minuti può essere vissuto dalla popolazione come top-down: il sindaco decide, la popolazione esegue. Ci sono altri approcci più partecipativi che sostengono, invece, che sia necessario ascoltare di più la voce dei residenti. Per esempio, ci sono esperimenti in Svezia al riguardo. Che ne pensa?

Dopo anni di lavoro con tanti sindaci e associazioni civiche posso dire che non c’è una ricetta valida per tutti: [ridisegnare una città] è un processo di lungo termine il cui punto cruciale è combinare tutti gli elementi in maniera ottimale. Per seguire questa traiettoria, abbiamo senz’altro bisogno di un forte impegno dei sindaci a sviluppare nuove policy urbane, ma allo stesso tempo è necessario sviluppare un impegno rilevante da parte dei cittadini. Un grande esempio è proprio qui a Milano con la community Loreto 2026. Oggi c’è una rotonda completamente dedicata alle macchine, che potremo definire un attrattore di ingorghi. Molti passano un sacco di tempo in auto, eppure si rifiutano di abbandonarla. Per cambiare, dobbiamo creare accettabilità sociale: questa è la grande domanda per me, perché questa trasformazione coinvolge un sacco di persone differenti. Dobbiamo combinare le decisioni strategiche degli amministratore con la partecipazione. Col mio gruppo di lavoro all’università abbiamo sviluppato un nuovo tool che si chiama Proximity Fresk, un gioco materiale per sviluppare la partecipazione dei cittadini: prendono una mappa del territorio, cominciano a ragionarci, e si chiedono quali sono gli ostacoli che impediscono la trasformazione. Dobbiamo combinare visione strategica e partecipazione, e per questo occorre creare nuovi strumenti.

Come può aiutare la tecnologia?

Può aiutare a visualizzare i differenti stadi del progetto, per esempio a far vedere come diventerà l’area su cui oggi sorge la rotonda di piazzale Loreto dopo la trasformazione. Ci saranno fasi molto dure per gli abitanti durante i lavori: i trasporti saranno disturbati per più di un anno, per esempio. Le tecnologie potranno servire per spiegare quello che accade e monitorare, e avere in questo modo un ruolo pedagogico.

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ambiente

Vince Eni: per il Consiglio di Stato il diesel può essere “green”

Il Consiglio di Stato ha deciso: è possibile definire “green” anche un carburante. Il caso riguarda Eni, multinazionale italiana dell’oil and gas; la comunicazione della sentenza è arrivata l’altro giorno dopo una vicenda durata quattro anni, ed è stata accolta “con sodisfazione” dal cane a sei zampe.

La suprema corte amministrativa, afferma l’azienda, “ha accertato che nessuna pratica commerciale scorretta è stata messa in atto da Eni ai danni dei consumatori, e che gli addebiti a suo tempo mossi dall’AGCM (Autorità Garante della Concorrenza e il Mercato) sono da ritenersi infondati, disconoscendo il principio secondo cui termini quali ‘green’ e simili non possono mai essere associati a prodotti considerati, per loro natura, “non a impatto zero. Del resto, alle stazioni di rifornimento abbiamo da decenni la benzina “verde”. O no?

Così prosegue la multinazionale, che ultimamente appare come sponsor anche in Festival culturali come quello della letteratura di Mantova, in una nota diffusa a margine:

“Il Consiglio di Stato ha integralmente accolto il ricorso di Eni nel procedimento con il quale la società era stata condannata al pagamento di una sanzione di 5 milioni di euro. L’AGCM nel 2020 aveva contestato la valorizzazione in termini di beneficio ambientale della componente green costituita dalla percentuale di HVO (biocarburante idrogenato) miscelata nel diesel. Con la sentenza del Consiglio di Stato si chiude una vicenda che ha causato a Eni un rilevante danno economico nonché reputazionale, avvalorando ingiuste accuse di ‘greenwashing’ che ora si rivelano totalmente infondate“.

In realtà, la “benzina verde” cui siamo abituati è un reliquato degli anni Ottanta, quando era necessaria per utilizzare le prime marmitte catalitiche e distinguerla da quella classica, che di conseguenza prese a essere chiamata colloquialmente”rossa”.

Quasi mezzo secolo dopo, pare proprio che si tratti di una distinzione superata. E che sia, piuttosto, un grosso regalo alle società che estraggono idrocarburi.

Il fatto è che è acclarato dalla scienza che il riscaldamento globale cui stiamo assistendo è di origine antropica: e, per dirla in parole povere, non è il caso di alimentare dubbi al riguardo, accostando colorazioni e aggettivi che richiamano la sostenibilità ai combustibili fossili.

Ma, secondo il Consiglio di Stato, le cose non stanno così: “Non può dubitarsi – scrivono i magistrati – in linea di principio, della legittimità dell’impiego di claim ‘green’ anche in relazione a prodotti (come nel caso di specie un carburante diesel) che sono (e restano) in certa misura inquinanti ma che presentano, rispetto ad altri, un minore impatto sull’ambiente”. Insomma, liberi tutti. Eppure, cinque milioni sono una sanzione minuscola per i bilanci di Eni. E quanto alle accuse di greenwashing, si è già detto che sempre più spesso si vede l’azienda presenziare a eventi culturali di grande prestigio. Forse i magistrati intendevano suggerire che sarebbe più appropriato parlare di bookwashing.

Secondo il Guardian, negli ultimi sette anni l’80% delle emissioni carboniche è stato prodotto da sole 57 aziende globali, tra cui l’Eni. Il conteggio(effettuato dagli scienziati di Carbon major database, che tengono un archivio specializzato) è stato avviato nel 2016, all’indomani dell’accordo di Parigi sul clima. Petrolio, gas, cemento: alcune sono private, altre controllate dagli Stati o a capitale misto. E la quota di quelle in cui sono proprio i governi a investire (come il gigante italiano) è aumentata nel tempo, impennandosi tra il 2000 e il 2010 (all’indomani del protocollo di Kyoto) e, ancora, dopo il 2016.

Invece di diminuirla, dice Carbon Major, la maggior parte delle società ha espanso la produzione dopo l’accordo firmato nella capitale francese a metà del decennio passato, quello che ha segnato una svolta nelle politiche climatiche.

E intanto, mentre estraggono, raffinano e vendono carburanti “green”, le multinazionali del fossile provano a spostare il baricentro della responsabilità sui consumatoti. Così scrivono Greenpeace e ReCommon:

Nel 2004, racconta il giornalista Mark Kaufman su Mashable, la multinazionale britannica BP – attiva nel settore dell’oil&gas – promosse uno strumento di comunicazione che ha (purtroppo) avuto nel tempo uno straordinario successo. L’azienda, spiega Kaufman nella sua inchiesta, presentò in quell’anno ‘il suo ‘calcolatore dell’impronta di carbonio’, in modo che si potesse valutare come la normale vita quotidiana – andare al lavoro, comprare cibo e viaggiare – sia in gran parte responsabile per riscaldamento del pianeta’.”

In pratica, si è cominciato a cercare deliberatamente di convincere il cittadino che modificando il proprio stile di vita, per esempio usando i mezzi pubblici qualche volta in più, avrebbe dato un contributo decisivo a salvare il pianeta in fiamme. In parte è senz’altro vero; ma i tempi sono biblici, e non è quello di cui abbiamo bisogno. Non solo.

Diversi studi dimostrano che le simpatie ecologiste dei consumatori raramente si traducono in comportamenti di acquisto coerenti: la situazione pare stia migliorando, ma non c’è corrispondenza netta: in pratica, davanti al carrello della spesa o alla vacanza low cost dall’altra parte del mondo, siamo molto meno ecologisti di quanto ci piaccia credere. Inconsciamente, ci dimentichiamo dei nostri convincimenti. Su questa divergenza qualcuno ha anche costruito delle app, vendute ad aziende che vogliono rifarsi il belletto. Ma sono dettagli, e in fondo è business.

Sono le imprese, ed è qui il punto, ad avere la responsabilità di cambiare i propri modelli di business per trovarne di più sostenibili. Guidate come sono da consigli di amministrazione esperti, hanno gli strumenti per la transizione; invece, spingono al massimo finché è possibile, perché hanno compreso che il vento sta davvero cambiando.

lIl dibattito (anche quello, se mi perdondate la battuta) è inquinato. Non aiuta la poca chiarezza da parte dei policymaker. Come raccontavo su Wired, la Corte dei Conti europea ha recentemente bastonato i politici di destra e sinistra per le banalità – quando non proprio frottole – che raccontano agli elettori sul clima. Per esempio, il passaggio alla mobilità elettrica fosse a costo zero (dimenticano le infrastrutture necessarie e non ancora pronte, i costi ambientali dell’estrazione e molto altro, come l’indotto dell’auto a motore endotermico, fondamentale per tante persone); ma anche il fatto che i test sulle vetture elettriche sono condotti male. Quasi un electric gate,  per chi ricorda il tragicomico Dieselgate della Volkswagen, con le centraline taroccate perché le auto performassero meglio in termini di emissioni quando si accorgevano di essere sui banchi delle officine di valutazione.

A condire quest’insalata amara ci si mette, da par suo, il simpatico meloniano Pietro Fiocchi, erede dell’omonima famiglia di produttori di cartucce da caccia. Fiocchi ha riempito Milano di gigantografie sponsorizzando la propria candidatura al Parlamento europeo, e, nel farlo, se la prende con l’attivista Greta: “Miss Thunberg, go back to school” dice con aria da maestro e tanto di occhiali. Non avendo spiegato cosa intende fare in alternativa rispetto a chi ha avuto il merito di rendere comprensibile la crisi del clima, il consiglio che viene da dargli è che si metta a studiare lui.

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

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cronaca, esteri

Ilaria Salis, se la rabbia non basta

Sul caso di Ilaria Salis resto ottimista. A patto di abbassare i toni. All’attivista monzese, che ieri è apparsa nuovamente in udienza in catene, sono stati negati i domiciliari in Ungheria. In che modo, dunque, se ne può dare una lettura positiva?

Ripercorrendo la vicenda e l’eco mediatica che l’ha – giustamente – circondata, anche se i detenuti italiani all’estero sono oltre duemila.

Quando, a gennaio, il caso è montato, a occuparsene sono state le opposizioni, a cominciare da Ilaria Cucchi. Altri hanno seguito, come Lia Quartapelle, Ivan Scalfarotto. Ma era veramente un caso solo della sinistra? No, e fu chi scrive ad andarlo a chiedere – per primo – ai parlamentari di maggioranza, tra cui la presidente leghista della commissione Diritti Umani del Senato Stefania Pucciarelli. Qualche giorno dopo, l’esecutivo incontrava la famiglia della detenuta. Poi ci fu la prima apparizione in aula, in ceppi.

Da quel momento, e per un paio di settimane, i fatti hanno preso una piega incontrollabile. Interviste, incontri, servizi di carta stampata, web e televisioni, la girandola degli inviati il cui numero cresceva di giorno in giorno. Il ministro degli Esteri Tajani incontrò l’omologo ungherese sul caso; persino la presidente del Consiglio Meloni ne parlò con il premier magiaro Orban.

In quei quindici, concitati giorni si è superata più di una linea rossa.

Dalla notte dei tempi, potenze piccole e medie usano i prigionieri come arma per ritagliarsi un ruolo da protagoniste sulla scena internazionale nei confronti di attori più quotati. Successe anche all’Italia, coi marò (che però avevano ammazzato due pescatori in India credendoli pirati) e con Cesare Battisti (in Brasile). Corre l’obbligo di ricordare che sul Cermis Roma chinò il capo senza fiatare consegnando gli accusati agli americani, ma questa è un’altra storia.

La diplomazia è stata inventata, per così dire, al fine di evitare che a parlarsi fossero le parti, troppo coinvolte e per questo accalorate. Non nascondiamoci dietro a un dito: le anticamere dei palazzi del potere sono il regno dell’ipocrisia, popolati come sono da uomini costretti a passare la vita ripetendo cose che spesso non pensano. Non sarà bello: però serve. Come sturare le fogne. L’alternativa, da Gaza all’Ucraina, è la guerra.

Arrivare praticamente a delegittimare la magistratura ungherese, come il governo tricolore tirato per la giacchetta dall’opinione pubblica ha dato l’impressione di fare a febbraio, non è stata una buona idea. Un conto sono le proteste di piazza; un altro è ciò che a rappresentanti dell’esecutivo è concesso di fare in casi del genere.

Non si fa un favore a Ilaria Salis politicizzando il suo caso per attaccare il governo, o strumentalizzandolo per rivendicare un presunto diritto all’antifascismo a ogni costo.

La si aiuta, piuttosto, tenendo viva la fiammella con i post sui social media, la raccolta di firme, le fiaccolate, le iniziative.

Spesso i processi di questo tipo si risolvono con una condanna, e una misura di grazia. Non  è detto che vada così, ma è una ipotesi, corroborata da svariati episodi noti nella galassia antagonista internazionale. Si vuole piegare il militante al cospetto dei compagni e del mondo.

E’ chiaro che, per chi si aspettava una risoluzione rapida, la giornata di ieri non può essere soddisfacente. Ma ricordiamoci che, all’inizio, l’ipotesi di chiedere i domiciliari in Ungheria (per poi averli in Italia) non era stata nemmeno presa in considerazione da difesa e famiglia; e quando, di fronte al secco no magiaro, si è addivenuti finalmente a questa risoluzione, è parsa la concessione che si fa al matto che pretende di avere ragione.

Le autocrazie (cioè le dittature moderate) vivono di immagine, rappresentanza, idoli: di brav’uomini soli al comando non ce n’è. Meno di tutto, bisogna attaccare il simulacro del leader, la sua capacità di guidare il Paese. Chiede un sacrificio in termini di libertà al popolo: la ricompensa è la sensazione di sicurezza che fornisce. “L’umanità ha sempre scambiato un po’ di libertà per un po’ di sicurezza” sintetizzava Freud. Tantopiù in un mondo confuso come quello di oggi, che passa di crisi in crisi.

Se si prende per il naso il governo, il giochino finisce. Questo lo sa bene Orban, lo sanno bene i diplomatici, ma se lo sono scordati in tanti. I cittadini non erano tenuti a conoscere queste prassi; chi regge un Paese, però, sì.

Il mondo, come sempre, non è bianco o nero. Lasciare intendere “con noi o contro” serve a fare proseliti, non a risolvere i problemi. Mi auguro che, da qui a maggio (quando è calendarizzata la prossima udienza) chi è interessato alla sorte di Ilaria Salis manifesti il proprio sostegno in maniera costante, ma composta. E che anche la famiglia riesca a trovare una lettura coerente nell’impegno a sostegno della figlia, ma fiduciosa. Anche perché quando Ilaria tornerà a casa, ed è sicuro che tornerà, avrà una vita davanti, e la partita più difficile resterà trasformare il male di questi anni in bene. Per se stessa. E per gli altri che non hanno la sua forza.

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economia, milano

Milano, un Longevity summit di 13 giorni è l’ennesima scelta inutile

Dopo le Olimpiadi invernali senza montagna (e pure senza la neve: la coltre bianca è sempre più rara sulle Alpi, ma questo è un altro discorso), dopo la Ocean week senza il mare, la città del marketing perenne si inventa la Milano Longevity Week. A me la presentazione pare delirante. Riporto testualmente quanto appare sul sito, a partire dalla domanda iniziale, di una banalità che sconfina nell’incoscienza.

Cito. “Si può ed è giusto rincorrere l’eterna giovinezza e prolungare le aspettative di vita? La ricerca scientifica più all’avanguardia risponde di sì. È una vera e propria rivoluzione nell’approccio all’invecchiamento, di cui Milano si fa portavoce con un summit di diversi giorni, un grande incontro scientifico internazionale policentrico, a carattere divulgativo e aperto al grande pubblico, agli operatori, agli studenti, che coinvolgerà le più importanti Istituzioni della città, sui temi “caldi” del momento, a livello di ricerca e di investimenti: l’invecchiamento sano (Healthy Aging) e il prolungamento della vita (Longevity).

Sessanta scienziati tra i più noti ed accreditati, vere e proprie star in questo settore, sveleranno le frontiere più avanzate della ricerca nel rallentamento del processo biologico dell’invecchiamento.

Il cambiamento demografico esige un approccio olistico, fondato su nuovi paradigmi sociali nel campo della politica assistenziale, dell’economia, del mondo del lavoro e dell’organizzazione delle città, ed anche una vera presa di coscienza politica e amministrativa. In quest’ottica il Summit ospiterà tavole rotonde con la partecipazione di demografi, investitori, imprenditori di startup e sindaci di alcune delle città che stanno già sperimentando nuovi modelli di organizzazione sociale ispirata ad una diversa composizione demografica.

Il Milan Longevity Summit si pone l’obiettivo di valorizzare Milano come centro scientifico all’avanguardia a livello internazionale e di produrre un documento in dieci punti, il Milan Longevity Program, per aiutare i legislatori, gli operatori del settore e il pubblico tutto a migliorare lo stile di vita della popolazione e contribuire ad una vecchiaia sana, attiva ed efficiente“.

Ora, l’allungamento della vita media (nei paesi del global north, cioè quelli i ricchi) è una realtà. Ma francamente è un problema grosso, e c’è poco da stare allegri. Nel longevity summit allo zafferano troviamo la solita accozzaglia di luoghi comuni, fondazioni e aziende, demografi e investitori (non è un errore: demografi accanto a investitori) senza arrivare a una chiara definizione della questione. Il risultato di questi 13 (tredici!) giorni di eventi sarà la solita dichiarazione inutile in dieci punti: la “Carta di Milano della longevità”, tento un titolo a naso. Nulla di più, e ci sarebbe molto da dire.

Quello che in questa visione da anni azzurri non sta scritto è che siamo in troppi; dovremo lavorare tutti fino a oltre 70 anni perché le patologie croniche pesano sul sistema sanitario e quindi su welfare; le pensioni pubbliche saranno sempre più basse, e quelle private non potranno permettersele quelli che guadagnano 900 euro; con la mobilità e flessibilità del lavoro, gli anziani con figli resteranno sempre più privi di appoggi e finiranno l’esistenza in struttura; ma molti non avranno prole (siamo al limite della denatalità) e finiranno anch’essi in struttura.

Quello che non viene detto è che la “silver economy” è una delle nuove frontiere del marketing: si vende agli anziani, dato che ci si è accorti che sono consumatori molto più a lungo di un tempo, e conviene tenerli attivi e curarseli.

Ma c’è un’altra questione, su cui forse davvero il sindaco di Palazzo Marino (quello vero pare sia un immobiliarista molto noto in città) dovrebbe insistere. Il lavoro ai cinquantenni che l’hanno perso. Perché hai voglia arrivare a 70 se quando ti licenziano a 50 non ti vuole più nessuno, e magari hai pure un figlio.

Ecco, degli Stati Generali per il lavoro ai cinquantenni, caro sindaco Sala, sarebbero utili e apprezzati. Il “modello Milano” potrebbe (dovrebbe?) diventare questo. E allora avrà finalmente legato il suo nome a qualcosa di utile.

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esteri

La potenza di un’immagine

Anche nel gorgo di una civiltà visuale, innegabilmente sovraccarica e banale, la potenza di un’immagine resta in grado di smuovere le coscienze. Ci sono  stati scatti in grado di cambiare la storia. La foto di Tommi Smith e John Carlos alle Olimpiadi di Città del Messico, nel 1968,  col braccio alzato sul podio per rivendicare i diritti dei neri americani. Quella di George Floyd con il ginocchio del poliziotto sulla gola, pochi istanti prima di morire.  Quella di Nelson Mandela liberato dopo ventisette anni di prigionia, che segnò la fine dell’apartheid. Da lunedì c’è anche quella di Ilaria Salis, attivista italiana detenuta in Ungheria, accusata di un’aggressione ai danni di due militanti neonazisti. Da un anno la donna è rinchiusa in un carcere di massima sicurezza a Budapest. Otto giorni la prognosi per le ferite riportate dai simpatizzanti neri: l’attivista, invece, rischia ventiquattro anni, con evidente sproporzione,

Si era raccontato, lo aveva fatto lei stessa in una lunga lettera agli avvocati, delle durissime condizioni di detenzione. Ma quando lunedì si è presentata al processo con i ceppi alle mani  e alle caviglie, una sorta di guinzaglio a legarla a una poliziotta e due omaccioni delle forze speciali in mimetica e passamontagna schierati ai lati, la potenza del fotogramma ha smosso anche le coscienze di chi faceva fatica a interessarsi al caso. Il sorriso dolce, appena abbozzato, dell’italiana spezzava la durezza di un’atmosfera irreale, aggiungendo un tocco di grazia al quadro desolante del tribunale magiaro.

Consumati dal martellamento incessante di immagini in cui siamo abituati a muoverci, le immagini giunte dall’Ungheria hanno avuto il potere di fermare per qualche istante il flusso di influencer, Ferragni, Fedez, shampi, Cracchi, reality, Amici, ballerini che intasa gli schermi dei nostri telefonini e televisioni.

Salis, suo malgrado, è diventata il simbolo di come si possa affrontare con garbo una prova difficile. Oggi ha alle spalle un Paese intero, e fortunatamente, pare, anche il governo. Ma la sua vicenda deve farci riflettere sulle condizioni del sistema carcerario. Anche italiano. Una battaglia di cui in pochi si ricordano, e che, con merito, come in tanti altri casi, va ascritta ai radicali.

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cronaca, politica

Ilaria Salis, se la pena (16 anni) è spropositata

Me la ricordo come una ragazza dolce, spesso silenziosa, un po’misteriosa. Ilaria Salis frequentava lo stesso liceo di chi scrive, il classico Zucchi di Monza. A differenza del sottoscritto, era un’ottima studentessa: se non ricordo male si diplomò col massimo dei voti, a cavallo tra il vecchio e il nuovo millennio. Poi la folgorazione con la sinistra e la militanza nel centro sociale Boccaccio, spazio autogestito attivo da vent’anni nel capoluogo brianzolo. Ilaria divenne un’attivista nella tante battaglie dei giovani monzesi, alcune più condivisibili (la lotta contro il precariato, che a inizio millennio era una novità appena introdotta dalle riforme del lavoro) altre meno, almeno per i moderati. Il collante era l’antifascismo, con Mussolini che  – allora – pareva uno spettro lontano, superato dalla storia. Coi postfascisti arrivati da poco al governo assieme a Berlusconi e alla Lega, il leader Gianfranco Fini si era affrettato a definire il movimento del dittatore romagnolo “male assoluto”.

Tanti di quella stagione, come spesso accade ai ragazzi, si sono dispersi. Altre vite, nuove esperienze, lavori, incontri, letture.

Non Ilaria, che proseguì la militanza, studiando nel frattempo per diventare maestra. Si dice si fosse avvicinata alla galassia anarchica.

Personalmente, ne ho perso le tracce. Fino a qualche settimana fa, quando si è diffusa la voce che la trentanovenne monzese è stata arrestata in Ungheria per aver aggredito alcuni militanti neonazisti, radunatisi a Budapest per la “Giornata dell’Onore” in ricordo di Wermacht e SS.

Un video, riportato dalla Bild, mostrerebbe l’italiana assalire, assieme ad altri, un uomo. L’agguato sembra brutale e gratuito; ma, in effetti, il malcapitato simpatizzante nero è in grado di rialzarsi in pochi istanti sulle proprie gambe. Pare che le lesioni siano state dichiarate guaribili in otto giorni, nulla, in termini medici: una formula che consente di tenere tutti al riparo e di prendere qualche spiccio dalle assicurazioni; ma anche di essere impiegata in un processo.

Per quell’azione, Salis rischia sedici anni di prigione, con il processo che si aprirà il 29  gennaio. Oggi è detenuta (da sette mesi) in un carcere di massima sicurezza, in condizioni durissime, trascinata in tribunale al guinzaglio, senza medicine per l’allergia, senza potersi cambiare i vestiti, priva di assorbenti. Nella cella, infestata da insetti, per mesi non è stato ammesso nessuno.

Ora, è chiaro che l’aggressione c’è stata, va sanzionata, e dovrebbe esserlo anche se per ipotesi fosse avvenuta in Italia. Ma è evidente la sproporzione. Date le conseguenze blande, difficile immaginare più di un anno di condanna. Il processo, però, è politico, in un’Ungheria come quella di Orban, con il baricentro spostato verso la destra estrema nonostante il Paese faccia parte a pieno titolo dell’Unione Europea. Vale la pena riflettere – e non è un dettaglio – sul perché una manifestazione neonazista che non avrebbe potuto avere luogo in alcun modo in Germania si sia svolta, invece, senza problemi nello stato orientale.

Del caso si è interessata la senatrice Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, ucciso dalle forze dell’ordine qualche anno fa. Cucchi è la persona giusta, pervicace, moderata.

Ma le lettere di Roberto Salis (padre di Ilaria) alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni non hanno ricevuto risposta.

Non è un mistero che la leader di Fratelli d’Italia e Orban siano legati da una certa simpatia, ed è lecito pensare che la presidente del Consiglio possa esercitare un ascendente. Ma, per il momento, ha scelto di non esporsi. Potrebbe anche essere una strategia diplomatica, considerato il carattere dell’ungherese. Budapest sta cercando di rendere chiaro che non è disposta ad accettare azioni di violenza politica sul proprio territorio, in particolare da parte della galassia anarchica, cui Ilaria sembra essere vicina. Il messaggio è chiaro, e può darsi che l’esecutivo italiano abbia scelto di attendere il processo per non delegittimare i giudici ungheresi e intervenire allora con maggiore forza negoziale.

Ma società civile e mezzi di informazione sono altra cosa. Ed è bene che di questa vicenda si parli, sui giornali, e sui social. Non per negare l’accaduto, ma per sottolineare la sproporzione tra il gesto e le conseguenze, che uno stato inserito nel contesto democratico europeo come l’Ungheria non può permettersi; la sorte di una ragazza costretta a subire un trattamento disumano e degradante; e il fatto che la protesta di Ilaria, per quanto estrema e senz’altro violenta, non ha avuto – fortunatamente – conseguenze. Sbagliati i paragoni con il caso Cospito: Salis non ha messo bombe. Se è chiaro che non si può tollerare l’aggressione di chi non la pensa come noi, per quanto si tratti di un neonazista (sono gli Stati ad avere il monopolio della forza, ceduto dai cittadini sulla base del cosiddetto contratto sociale), vale la pena di ricordare che, se proteste ci fossero state negli anni Venti e Trenta del secolo scorso, ci saremmo risparmiati una guerra mondiale e sei milioni di ebrei morti. Forse è il caso di pensarci.  

Ps. c’è un gruppo Facebook del comitato per Ilaria Salis. Il link è qui.Qui, invece, il link alla petizione per chiedere il ritorno della Salis in Italia durante il processo.

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clima, cop, esteri

Cop28: un accordo in cui il clima c’entra poco

Quello di Cop28 è un accordo che fotografa la situazione di un mondo che, oggi, ha altre priorità rispetto al clima, dalle guerre all’economia. L’abbraccio tra John Kerry e Xie Zehnua, anziani inviati speciali dei rispettivi governi, è una questione politica più che ambientale. Un esercizio di diplomazia in uno scenario alla ricerca di stabilità, che non favoriva scossono e che alla fine si è risolto nel “business as usual”. Vediamo perché.  

Lo scontro tra Usa e Cina e la diplomazia del clima

Il contesto è la fine del mondo unipolare seguito alla caduta del muro di Berlino. Tramontata l’era della globalizzazione con il sogno di un governo globale, il mondo di oggi ha diversi centri di gravità, sempre più lontani dal Nord America e più vicini all’Asia.

La contesa chiave è tra le due superpotenze: se gli Stati Uniti sono in declino, la Cina, dal canto suo, è in ascesa. Tra i due giganti c’è una partita aperta su tutti i fronti, da quello commerciale a quello geopolitico. Il clima è, forse, l’unica sponda rimasta ad alleggerire la tensione.  

Washington prova a stringere alleanze in Asia. Pechino risponde.

Una buona sintesi la dà Robert Ross, professore di Scienze politiche al Boston College. “La Cina vuole più sicurezza in Asia orientale – dice il politologo -,  ed è determinata a minare le alleanze americane nella zona vicino alle proprie coste” dice. “Gli Stati Uniti, invece, stanno resistendo, cercando di mantenere il proprio ruolo di grande potenza, anzi: di unica superpotenza globale. E per questo motivo hanno innescato una guerra commerciale e tecnologica e incrementato la cooperazione con l’Europa, Corea del Sud, Taiwan, Filippine: tutto per indebolire il sistema economico cinese, rallentarne la crescita di Pechino e restare numero uno”.

Ricordiamo alcuni episodi, per sottolineare come, per comprendere Dubai, occorre allargare lo sguardo oltre all’ambiente: il bando di Huawei da parte del governo statunitense, i palloni spia cinesi intercettati sul suolo americano, i dazi reciproci sulle importazioni, le leggi come l’Inflation Reduction Act che privilegiano le imprese locali, e a cui Pechino ha risposto. Non solo. Nei giorni scorsi il governo cinese ha ordinato ai dipendenti statali di non utilizzare iPhone e Samsung come dispositivi per il lavoro, escludendo i due marchi. Per Apple (la più grande azienda americana) un chiaro segnale e uno spauracchio di quanto potrebbe accadere in caso la tensione si alzasse, dal momento che lì produce anche la maggior parte dei propri cellulari e realizza un quinto del fatturato.  

La politica ondivaga degli Usa sul clima

La politica climatica statunitense non ha molto da insegnare: dal rifiuto di aderire al protocollo di Kyoto al ritiro dall’Accordo di Parigi, sono tante le contraddizioni tra parole e fatti. La dichiarazione di Sunylands, resa pubblica il 14 novembre (due settimane prima di Cop), segna l’accordo tra Usa e Cina per spingere le rinnovabili. Una dichiarazione di buone intenzioni: ma in realtà Washington non ha mai prodotto tanto petrolio quanto oggi (qui una statistica che parte dal 1920) e anzi: negli ultimi quindici anni ha praticamente triplicato il numero di barili pompati.

Contraddizioni che, dalla prospettiva del Sud globale, si vedono chiaramente.

Come scrive il Financial Times, non certo un giornale terzomondista:

[…]something profound is happening in the world — a kind of metaphysical detachment of the west from the rest. Where many people in the rest of the world once saw the west as the answer to their problems, they now realise that they will have to find their own way”.

Le agenzie di pubbliche relazioni aiutano l’Ovest con i media e il pubblico di casa a far passare per “storico” un accordo che è un compromesso al ribasso; ma tre quarti del mondo che prima vedeva nell’Occidente guidato dall’America il parente ricco che ce l’ha fatta, un esempio da imitare, ha acquisito autocoscienza e non gli riconosce più alcuna autorità morale. Dall’Africa al vicino Oriente, dal Medio Oriente al Sudamerica fino all’Asia, è molto più forte il ricordo del passato coloniale e dello sfruttamento.

La Cina e la corsa allo sviluppo

Dal canto proprio, nonostante la Cina sia il Paese con la maggior potenza rinnovabile installata, Pechino non ha alcuna intenzione di lasciare petrolio e carbone a breve. E non è neanche particolarmente interessata a chiarire il proprio status di Paese ormai sviluppato, col dovere – quindi – di essere in prima linea nella transizione e di contribuire in maniera importante dal punto di vista finanziario alle varie iniziative multilaterali. Soprattutto in un momento in cui l’economia nazionale sta rallentando, come quello presente.

L’Opec

Se i giganti non si muovono, non si sogna certo di farlo per prima l’Opec, l’organizzazione dei paesi esportatori di petrolio. Anzi. Capeggiata dall’Arabia Saudita, ha fatto di tutto per bloccare un accordo a Dubai. Il benessere dei Paesi che affacciano sul Golfo Persico riposa sugli idrocarburi, e per quanto la necessità della transizione energetica sia ormai un fatto acclarato, ogni anno guadagnato significa, per chi li vende, migliaia di miliardi di dollari in più per preparare il futuro. Ai prezzi attuali, poi. Comprensibile, quindi, il rifiuto di cedere. Immaginate i grattacieli di Dubai senza i denari necessari alla costosa manutenzione: una città fantasma. La missione è riuscita, e infatti il testo dell’articolo 28 sul Global Stocktake, il più atteso, è così vago da far sorridere gli sceicchi, che possono cantare vittoria. Sui media occidentali sono stati dipinti come cattivi, l’unico capro espiatorio. Ma è troppo facile.

L’Africa e le piccole isole

Alla fine, a perderci èl’Africa e, soprattutto, le piccole isole, che fra qualche anno rischiano di vedersi sommerse. Se la nascita nel 2022 del fondo per il loss and damage era sembrato l’alba di una nuova era in cui sarebbe stato il Sud globale a dettare l’agenda climatica, quest’anno le posizioni tra G77 (il gruppo negoziale che accoglie buona parte del global south) e Cina paiono essersi allontanate. Qualcosa non torna. Le piccole isole hanno protestato per un accordo che a molti è parso un golpe – approvato in fretta e furia con una procedura irrituale a meno di due minuti dall’apertura della plenaria finale – ma con un comunicato diffuso in quelle stesse ore l’hanno parzialmente appoggiato. Resta da chiedersi in cambio di quale contropartita. Al buio delle dark room, al riparo da microfoni e taccuini nelle ultime quarantotto ore di clausura assoluta, tante sono state le trame tessute. Ma meglio fermarsi qui.

Finanza

Infine, nell’accordo di Dubai manca la finanza. Ancora una volta, non ci sono i soldi per consentire agli stati poveri di fare la transizione. E i denari sono la chiave di volte di tutto: senza, parliamo di filosofia buona per fare titoli di giornale, ma priva di impatto sulla realtà. Ci sono voluti quindici anni per raggiungere la soglia di cento miliardi di dollari per l’adattamento climatico: in realtà, ne servirebbero tremila ogni dodici mesi, trenta volte tanto. Il fondo per il loss and damage reso operativo due settimane fa all’inizio della conferenza di Dubai ha raccolto circa ottocento milioni di euro: gli Usa, storicamente contrari,  ne hanno messi solo diciassette. Poniamo che servano a beneficiare 140 paesi:  il conto fa  5,7 milioni a testa, a cui togliere le commissioni per la Banca mondiale (mi dicono attorno al 15%, qualcuno sostiene di più). Secondo un amico, quattro chilometri di ferrovia per arrivare dall’aeroporto di Malpensa a  un paese vicino costano circa duecento milioni di euro. I commenti li lascio a chi legge.

In conclusione

Articolo troppo lungo, mi scuso. Quale sarebbe stato, allora,  un risultato ottimale per questa Cop che si è tenuta  in uno dei più grandi paesi esportatori di petrolio? Dal mio punto di vista: phase down con tabella di marcia meno vaga che consentisse di centrare la finestra del 2030; passi differenziati tra mondo occidentale e paesi in via di sviluppo; vera finanza climatica.

Cito di nuovo il Financial Times.

We have to talk to each other. But we must do so as equals. The condescension must end. The time has come for a dialogue based on mutual respect between the west and the rest”. Dopo la delusione iniziale, che – confesso – a Dubai mi ha preso, è il momento di tirare una linea e ricominciare a rimboccarsi le maniche, lavorare per il futuro. Per far sì che sia migliore del presente. Qualcuno lo chiama il dovere dell’ottimismo. E probabilmente ha ragione.

Foto di Travis Leery su Unsplash

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